I Segreti di Venezia: Lo sapevi che i veneziani trasformarono in bitte dei cannoni? – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.
Nelle nostre esplorazioni abbiamo attraversato le molteplici sfaccettature della città e della sua laguna, scoprendo tesori nascosti e dettagli che spesso sfuggono allo sguardo distratto.
Tra le immagini che restano più impresse nella memoria ci sono i segni della guerra incastonati nella pietra: palle di cannone che, ad imperitura memoria, sono state lasciate conficcate sulle pareti di diversi edifici veneziani.
Le abbiamo incontrate presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino e sulla facciata dell’Hotel San Fantin.

Storicamente, le palle di cannone visibili in città risalgono soprattutto all’assedio austriaco del 1849. Sarebbe però bello pensare che alcune di esse abbiano attraversato i mari prima di conficcarsi, ahinoi, tra le pietre veneziane, portando con sé l’eco lontana di altre battaglie.

Quando un’arma diventa parte dell’arredo urbano della città

Nel raccontare i segni lasciati dalla storia tra le pietre di Venezia, emerge anche un tema sorprendentemente attuale: quello del riutilizzo.
Oggi lo associamo alla tutela dell’ambiente, alla riduzione degli sprechi e alla capacità di dare nuova vita a ciò che sembrerebbe aver esaurito la propria funzione. Eppure, molto prima che questi concetti entrassero nel linguaggio contemporaneo, l’ingegno umano li metteva già in pratica con naturalezza.

Anche Venezia ne è testimonianza. La città ha spesso trasformato necessità e ferite in soluzioni concrete, integrandole nel proprio tessuto urbano.
Per questo appare quasi poetico che strumenti nati per colpire e distruggere possano diventare elementi funzionali e durevoli dello spazio cittadino.

È il caso dei cannoni trasformati in bitte d’ormeggio: oggetti bellici che, privati della loro funzione offensiva, hanno trovato una nuova identità utile alla vita quotidiana della laguna. Un esempio antico di economia circolare, dove il passato non viene scartato, ma trasformato.

Cosa sono le bitte e perché erano fondamentali a Venezia

Le bitte non sono semplici pali di legno o ferro conficcati sui moli: sono punto di ancoraggio della città, il modo in cui Venezia si lega all’acqua e offre accoglienza ai suoi visitatori. Ogni imbarcazione, dal battello più piccolo alla nave mercantile, dipendeva dalla sicurezza delle bitte per sostare senza essere trascinata via dalle correnti della laguna.
Nel contesto urbano veneziano, dove le calli sono canali e le piazze s’incontrano con l’acqua, le bitte diventano strumenti essenziali, invisibili ma indispensabili, testimoni silenziose di traffici, mercati e vite quotidiane.
Trasformare un cannone in una bitta significava dunque unire ingegno e pragmatismo, dare nuova vita a un oggetto di guerra e inserirlo nella rete di legami che rende Venezia unica al mondo.

bitta cannone venezia

L’ingegno veneziano: cannoni piantati nella fondamenta

Venezia è utopia, una città costruita con l’approccio della sfida e della necessità: sull’acqua, sulla foresta capovolta, tra terra e mare. Eppure, anche gli oggetti della guerra qui trovano un destino diverso. Le palle di cannone conficcate nelle facciate delle chiese e sugli edifici, rimaste dai bombardamenti austriaci del 1849, non sono semplici curiosità: sono testimonianze tangibili di coraggio e memoria, dei post it ferrosi che si fanno memorandum del dolore inflitto dalle guerre. Ciò che colpisce è come la città le abbia “quasi” accolte e reinterpretate, trasformando strumenti concepiti per ferire in elementi di memoria urbana, quasi a incastonarle nelle fondamenta immateriali della città. In questo modo, ogni arma, ogni pallottola, diventa parte integrante della vita quotidiana, unendo storia, ingegno e resilienza in un segno visibile che racconta il passato senza cancellarlo.

Inoltre, e in pochi ci fanno davvero caso, lungo le dighe presso tutte le bocche di porto da nord a sud, Venezia ha saputo trasformare strumenti di guerra in elementi concreti della vita urbana. Cannoni, ormai dismessi, venivano incastonati nelle banchine e nelle dighe, diventando bitte d’ormeggio. Durante i lavori per il MOSE, alcuni di questi cannoni sono stati riportati alla luce, dimostrando come la città sappia riutilizzare le tracce del passato trasformandole in soluzioni utili e durature.

Dove si possono vedere ancora oggi

Vederle è più facile di quanto si pensi e, sono convinto, per molti basterebbe osservare senza semplicemente guardare — scusate il gioco di parole. Prendete come riferimento il Sestiere di Castello e il Ponte de San Domenego, in Riva dei Sette Martiri. Da lì, dirigendovi verso Piazza San Marco, le incontrerete tutte. Potrete sedervi sulle vicine panchine marmoree, godere del paesaggio e di un canto speciale: quello dei gabbiani. Un luogo classico da innamorati — se lo siete, se ambite a esserlo o semplicemente se volete innamorarvi della vita.

Per chi volesse una guida completa, ne parlo più nel dettaglio nel mio articolo “I 10 Posti Più Segreti e Romantici di Venezia per Dire ‘Sì, Ti Sposo’ (Elopement & Proposte) + Mappa con 100+ Angoli Nascosti 💍🔥

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Per concludere: quando la città ricicla la storia

A Venezia persino la guerra diventa materia da reinterpretare. Cannoni, palle di ferro e strumenti concepiti per ferire vengono trasformati in elementi funzionali della vita quotidiana, dalle facciate delle chiese alle banchine della laguna. In questa città, il passato non si cancella, si riutilizza, si reinventa: ogni oggetto racconta la storia e insieme sostiene la vita, unendo memoria, ingegno e resilienza in un segno visibile che continua a vivere tra le pietre e sull’acqua.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito!
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Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: L’erosione silenziosa che sfida la città lagunare

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Prima di cominciare, lasciate che vi ponga una domanda:
“Possiamo restaurare la pietra, ma potremo mai restituire l’anima a una città?”
È una riflessione difficile, lo so. Ma affrontarla con lo sguardo giusto vi condurrà dentro l’essenza del nostro cammino di oggi: una Venezia che, tra calli consunte e silenzi interrotti dall’incresparsi delle acque, si racconta nella sua fragilità potente, con la dignità di chi resiste al tempo senza clamore.

Quando l’acqua consuma la pietra: le cause dell’erosione lagunare

Venezia è, prima di tutto, una meraviglia di ingegneria arcaica: una città costruita con coraggio su una sorta di foresta capovolta, una fittissima trama di pali di legno piantati nel fango che, inconsapevoli, sorreggono la pietra, la storia, la città stessa.
La sua natura salmastra, plasmata dalle acque che la cullano e che l’hanno protetta nei secoli dalle scorribande degli invasori, rappresenta oggi anche il suo contrappasso.

Un antico pozzo e una facciata di una abitazione erosa parzialmente
Un antico pozzo e una facciata di una abitazione erosa parzialmente

Un tempo la sfida era approvvigionarsi d’acque potabili; oggi, la battaglia è contro un lento, inesorabile consumo: l’erosione.
Impossibile elencare con precisione tutte le cause, perché sono numerose e profondamente intrecciate tra loro. Dalle maree sempre più eccezionali alle grandi navi, dal moto ondoso al cambiamento climatico, molteplici fattori stanno minando giorno dopo giorno le fondamenta stesse della città, influenzandone anche la parte emersa dal punto di vista estetico e identitario.

Il prezzo della bellezza: materiali, permeabilità e fragilità

Venezia, come detto, è costruita su un equilibrio impossibile, eppure ancora visibile agli occhi di chi sa guardare. Un universo fatto di mattoni, calce e pietra d’Istria: materiali scelti non a caso, ma per eleganza e resistenza, capaci di sfidare l’abbraccio mutevole e salmastro della laguna.

Eppure, nessun materiale, per quanto nobile, è eterno se esposto ogni giorno al fiato salato della città d’acqua. Le facciate, spesso adornate con grazia e leggerezza, assorbono nel tempo l’umidità e il sale trasportato dal vento, dalla pioggia, dalle maree — o che trasuda dal basso, risalendo lentamente attraverso i pori della materia.
Il sale, nemico silenzioso e paziente, si deposita, si cristallizza, poi spinge, infine spacca e sgretola. Gli intonaci si gonfiano, le superfici si sfaldano, lasciando cicatrici sulla pietra: bolle, crepe, distacchi. Come una pelle che cede al tempo.

Così, la bellezza di Venezia si riempie di rughe sottili, giorno dopo giorno, in silenzio. La città è permeabile: lo è sempre stata, verso i popoli, le acque, le storie. Lascia entrare e restituisce, ma trattiene anche la fatica del tempo.
Ed è proprio questa sua fragilità dichiarata, che si fa tratto distintivo e orgoglio, a renderla irripetibile.

Un volto che invecchia sotto il sole e nel sale, come quello del vecchio Santiago nel romanzo di Hemingway – Il Vecchio e il mare: segnato, ma fiero. Consumato, ma non vinto.

Storia di un lento collasso: episodi e dati che non si vedono

Dietro il volto scintillante di Venezia si nasconde una realtà spesso invisibile: una lenta, inesorabile erosione che si dispiega sotto i nostri occhi impotenti.
Da secoli, la città affronta un progressivo abbassamento del suolo, noto come subsidenza, che ha radici in processi naturali ma è stato aggravato da alcune attività umane, come il prelievo delle acque sotterranee, ormai fortunatamente ridotto.
A questo lento declino si aggiungono i cedimenti strutturali di antichi edifici, spesso poggiati esclusivamente su pali di legno.
Questi pali, immersi nei fanghi anaerobici che ne preservavano l’integrità, sono ora impregnati d’acqua e, con il passare del tempo, si degradano, indebolendo il delicato tessuto urbano.

Le più recenti ricerche scientifiche, grazie a strumenti come GPS e telerilevamento satellitare, confermano che Venezia si abbassa mediamente di qualche millimetro all’anno: un dato apparentemente modesto, ma che, mantenendosi costante nel tempo, mette a serio rischio l’integrità stessa della città.

Questi segni silenziosi raccontano una storia di fragilità profonda, che richiede attenzione e interventi continui.
Venezia non è solo una città da ammirare per la sua bellezza, ma un organismo vivente che, pur nella sua maestosità, soffre e si trasforma, chiedendo a noi di comprenderne il lento declino e di prendersene cura.

Resistere o sparire: tra restauri, soluzioni e visioni per il futuro

Venezia oggi si trova a un bivio cruciale: resistere agli assalti del tempo e dell’acqua, o rischiare di scomparire lentamente sotto il peso delle sue fragilità.
I restauri, spesso lunghi e costosi, cercano di restituire dignità alle sue facciate, consolidare le fondamenta e fermare l’avanzata dell’erosione.
Progetti imponenti come il MOSE, concepito per difendere la città dalle acque alte eccezionali, rappresentano tentativi moderni di preservare un equilibrio che da secoli sembra sfuggire, ma che un giorno potrebbe non essere più sufficiente.

“Salvare Venezia” non significa soltanto proteggere i mattoni o innalzare barriere. È un compito complesso che coinvolge la gestione sostenibile del turismo, la tutela dell’ambiente lagunare e una riflessione profonda sul senso stesso di città: un organismo vivo che vive nella relazione armonica tra acqua e terra, tra passato e futuro.
Il vero futuro di Venezia dipende dalla nostra capacità di coniugare innovazione e rispetto per l’identità unica di questo luogo.

In questo fragile equilibrio, la città continua a raccontarci la sua storia come un vecchio disco che suona, fatta di resilienza, bellezza e di un lento, incessante dialogo con il tempo e con la natura.
Ignara però dei pericoli che corre proprio in virtù di ciò che è nella sua essenza più profonda.
Il futuro di Venezia è un’opera aperta: sta a noi scriverla con cura, consapevolezza e passione, trasformandolo nel capolavoro di tutti.

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In conclusione:

Camminiamo tra calli e palazzi, ammirando la bellezza senza sempre percepire la fragile trama che sostiene Venezia.
Ogni pietra, ogni muro segnato dal tempo, racconta una storia di resistenza e di equilibrio instabile tra acqua e terra.
La laguna, che ha cullato e protetto la città, oggi le pone una sfida silenziosa e continua: non solo conservare la sua materia, ma custodire la sua anima.
In questo dialogo delicato tra passato e futuro, Venezia ci insegna che la cura non è solo un gesto tecnico, ma un atto d’amore e consapevolezza.
Perché in questa città, dove il tempo sembra rallentare, ogni sforzo per salvarla è un impegno a preservare un patrimonio di storia, bellezza e identità che appartiene a tutti noi.

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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Burano e le sue casette coloratissime

Burano, impossibile non riconoscerla. Ogni isola della Laguna Veneta ha la sua peculiarità, il tratto distintivo che la rende unica. Inutile ribadirlo, ma lo facciamo, Burano è famosa per le sue casette colorate, anzi, coloratissime, per la produzione di merletti e per l’atmosfera fiabesca che si vive camminandoci dentro.

Tanta unicità non poteva che sorgere in un luogo che, cartine geografiche alla mano, si potrebbe definire intimo e remoto. Burano infatti si trova a nord di Venezia, a circa 40′ di navigazione con la linea 12 di ACTV e vicinissima all’altrettanto famosa Torcello e praticamente agli antipodi di Pellestrina e San Pietro in Volta.

Un mio video su Burano

Burano è raggiungibile solo attraverso mezzi acquei, dunque a differenza di Venezia, dove in una infinitesimale parte l’auto può circolare, qui dobbiamo affidarci totalmente alla navigazione, avendo così modo di scoprire la fantastica cornice naturale lagunare.

Arcobaleni alternativi

Burano è stata fondata dagli esuli della città romana di Altino, fuggiti in laguna per fuggire agli Unni di Attila e dai Longobardi.

Perché le sue case sono colorate?
Si attribuisce l’origine di questa tradizione al fatto che i pescatori, spinti dalle fitte nebbie, volessero rendere ben riconoscibili le proprie abitazioni in caso di rientro in condizioni meteo avverse.

La quiete

Esiste un modo più comodo per arrivare a Burano?
Certo che sì! E’ sufficiente partire in auto (ma anche in bici non pare una cattiva idea) alla volta di Treporti e impostare come meta il parcheggio auto (a pagamento con tariffe che variano dai 5 ai 15€ fino alle 24h) di via della ricevitoria, nei pressi della Darsena Marina Fiorita.
Di lì, in pochi passi potrete raggiungere la fermata ACTV Treporti che, seguendo l’itinerario in senso opposto a quello che fareste da Venezia, in meno di 15′ di navigazione vi porterà a Burano in totale comfort. Circa i costi, consultare il sito dell’Associazione dei Trasporti qui.

Ma una volta giunti, cosa fare?
Potrete visitare il Museo del Merletto, degustare cibo lagunare e vini tipici (in particolare quelli originari della vicina Isola di Mazzorbo collegata a Burano da un ponte), scoprire souvenir unici, visitare la Chiesa di San Martino col suo particolare campanile pendente.

Ma secondo te, quando visitarla?
Consiglio la primavera o i primi giorni di marzo, quando le giornate cominciano ad allungarsi, magari la mattina, arrivando prima delle 11 vi eviterete i flussi maggiori in arrivo da Venezia e potrete godere dell’isola in maniera ancor più autentica. Senza dimenticare però che anche al tramonto ed alla sera Burano saprà essere una cornice favolosa per le vostre foto e momenti speciali.

Se avete domande o dubbi, scrivetemi.
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Scopri il momento e il motivo che hanno fatto nascere la mia passione per la scrittura

Sono nato nell’agosto del 1983, alla radio a quei tempi passavano di continuo I just called to say I love you di Stevie Wonder, il Mondo correva veloce, ieri come oggi, certo la percezione è cambiata, ma ogni epoca corre a modo suo.

Sono cresciuto circondato dall’embrione delle tecnologie che, oggi, ci permettono di comunicare a 360° in pochi istanti, ma dove, forse, il valore di ogni singola parola “spesa” era diverso, maggiore, più ponderato.

Una telefonata variava di costo a seconda della durata, Voltron trionfava in tv, una canzone si ascoltava sul vinile o in musicassetta o si aspettava per giorni che passassero i Queen alla radio per registrare il brano, maledicendo prontamente il Dj in questione che, ovviamente, avrà parlato all’inizio od alla fine del brano, rovinando il nostro capolavoro. Le pendrive non si poteva immaginare cosa fossero e Super Mario era il nostro eroe del cuore.

C’è chi dice “cosa ne sanno i 2000?” e forse non ha del tutto torto, ma, senza dilungarmi oltre, mi aggancio proprio a questo numero per parlarvi di me e di quando ho cominciato a scrivere.

Correva il 1999, avevo 16 anni, crescere a prescindere dal contesto in cui si è inseriti non è mai facile, accettarsi per ciò che si è, di certo, non è da tutti ed eccoci dunque alla grande ricerca di una valvola di sfogo.

Agosto 2000

Il mindset di un teenager non è mai “omogeneo”, vi sono scoperte, cambiamenti, collisioni e successi. Si diventa come una pentola a pressione dove, senza la giusta valvola, si rischia di esplodere. E il botto spesso è interiore, specie per chi ha una sensibilità maggiore di altri.

Fu così che, fortuna volle, provai a scrivere una poesia, figlia delle sensazioni che mi portavo dentro, uno sfogo che, come la valvola della pentola a pressione appunto, mi ha permesso di scoprire un modo di rendere manifeste a me stesso e ad una cerchia ristretta di persone le mie emozioni, nel bene e nel male.

Da questo momento il mio “flow” poetico non si è più fermato, ecco la primissima che scrissi:

IL GUARDIANO DEL FARO
Il guardiano del faro
uomo solo e abbandonato
a sé; a cui nulla è più caro
e che tutto del suo passato ha dimenticato.

Vecchio e stanco
scruta il mare
rumoroso e bianco
che le nuvole stanno a guardare.

Già le nuvole
che vedono questo cielo in Terra
che vorrebbero coprire, invano.

Così il vecchio non si lascia coprire
dalle nubi della solitudine
che lo circondano.

In quest’opera, acerba ma intensa, si intravedono le crepe delle insicurezze, dell’accettazione, ma al contempo il senso del viatico obbligato verso il domani, di certo più sereno, grazie alla consapevolezza che, oggi riesco a definire in tal senso, ma che all’epoca era solo un vaporoso orizzonte di incognite.

Le poesie dunque sin da allora sono diventate il mio modo di scrivere a e di me stesso, del bene che percepivo e del male che vivevo.

Allego altri esempi di queste acerbe poesie, più di 100 in archivio, che forse un giorno ritroverò il coraggio di condividere come ho fatto con il mio “nuovo ciclo” cioè i: KOMOREBI.

Ve ne faccio assaggiare sei, solo per voi:

PARTECIPE DEL TUTTO
com’è bello aprire gli occhi
e vedere il mondo
come nessuno
l’ha potuto vedere prima
com’è bello respirare
un’aere nuova
e sentire nuvole
ricolme di sole
entrare dal naso
ed uscire come luce
da tutto il mio essere
sentirsi leggeri
volare tra gli stormi
e udir il lor cantare
com’è bello
carezzare i prati in fiore
e sentire
il lieve palpito naturale
scorrere tra mano e mondo
abbracciato dal profumo dell’infinito
com’è bello arcobaleno
inizia in terra
finisce in cielo
dove gli angeli alati
lo sorreggono per noi
vorrei essere
solo occhi e sensazioni
solo così
sarei partecipe del tutto.

LAGUNA
luogo incantevole
a parole indescrivibile
in cui si tuffa il sole
del quale rifletti il colore
mentre tramonta
e ci fa l’occhiolino dal pelo dell’acqua;
ci son giorni in cui sembri oro
altri in cui sei smeraldo
altri in cui non c’Ë orizzonte
e tu sei azzurra come il cielo
e gli stormi di candidi gabbiani
son le tue nuvole
una cosa in te non cambia mai
è la tua bellezza…

FELICITA’
Dopo aver bevuto Questo drink di felicitá
Scrivo versi controvento giá bruciati al sole
Senza sapere come Sono caduto in questa situazione
Solo agire col cuore Senza far passare dalla mente
Qualunque azione o decisione
Stringo nel mio pugno forte il cuore
Che ha preso spontaneamente a volare
Senza sapere realmente dove voleva andare
Mi pingo la faccia di un colorato sguardo
E faccio esplodere cromia ov’era apatia
Mi perdo di me alla ricerca di alcunchè
Giaccio felice nel fluire della vita
E sorrido, perché il sorriso in volto
È la porta aperta alla felicitá ventura

SILENZIO
prova a fare silenzio dentro di te
prova ad ascoltare ciò che il silenzio sa dire
solo nel silenzio interiore troverai
le risposte che cerchi
perchè nel silenzio parla il cuore
e il cuore sa cosa è bene per te
ascolta il silenzio
cerca di cogliere il passare delle emozioni
fatti travolgere dai ricordi
poi trova quegli istanti
che han lasciato i solchi più profondi
nel tuo cuore
e segui la via indicata
se ti condurrà alla luce
urla al mondo la tua gioia

SOGNI VAGABONDI
guardo alla mia vita
sogni e desideri
scorrono nello specchio dei ricordi
poi d’un tratto mi rendo conto
che un’immagine nuova
ha sconvolto un giorno
nel quale scorgo un istante
tra tutti gli altri
un frammento di vita
ha cambiato tutto
Rivelandosi fondamentale
così come nel vuoto si creano prospettive
così nella mia vita si genera amore
i sogni dapprima vagabondi
ora sanno tutti dove andare
in un luogo tra battito e cuore
a pochi passi dall’anima
alla velocità della luce
vorrei avere dei ricordi con te
perché ora che ti ho scoperto
sei già il sogno del mio destino
e sento quanto manchi
in tutti i ricordi che ti precedono

SEDUTO SULLA LUNA
seduto sulla luna
circondato di vuoto
e candide polveri
sono
guardo intorno
cerco il sole
ma mi è nascosto
la mia vecchia dimora
lo eclissa; è la terra
la guardo da lontano
il mondo che un tempo
mi apparteneva
il mondo cui io stesso appartenevo
seduto sono
sulla luna
forse sto sognando
eppure non sento nostalgia
perchè la terra
che da qui vedo
pienamente in luci
e tante ombre
non era più casa mia.

Cari Amici e care amiche, grazie per la vostra attenzione, spero di avervi raccontato ancora una volta qualcosa di me, senza filtri, senza censure e, con un pizzico di poesia.

CORSO DI POESIA GRATUITO

KOMOREBI
19 anni, 19 anni dopo… 17-7-2000 l’ultima pagina, per fortuna strappata.
Ogni cicatrice puó essere un sentiero che conduce al lato migliore di noi… – intervista a me stesso
Kintsugi, una metafora esistenziale…

Chioggia & Sottomarina

Chioggia e Sottomarina,
sorelle collegate da ponti di materia e storia, culla di tradizioni immemori e di eventi del nostro passato (la Guerra di Chioggia – Venezia vs. Genova).

Questo territorio fonde svariate sfumature che vanno dalla pesca alla cucina tradizionale, passando per il legame a distanza con Venezia.

Chioggia e Sottomarina sono unite da un ponte, nel mezzo del quale troviamo inoltre l’isola dell’Unione, un nome simbolico di una terra di mezzo tra due mondi così vicini, ma così lontani.

La prima è la bacheca delle tradizioni, la seconda del turismo balneare per eccellenza.

Scopritele in questo video e mi raccomando, condividete!

Attrezzatura per la realizzazione:
Le fondamenta dei miei contenuti…
Filtri Gobe, ND e molto di più

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Foto e video a cura di Edoardo Scarpa

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