Anamonè e la bilancia del Natale – Settembre 2026 – Il Rintocco della Memoria

Settembre 2026
Il Rintocco della Memoria

La bora soffiava. Insistente. Veemente. Da nord est verso sud ovest. Portava con sè i primi messaggi sussurrati dall’autunno futuro, ma le foglie stoicamente erano consapevoli che non fosse ancora giunto il loro momento. A proposito di messaggi, il vento, a chi lo sa ascoltare, stava trasmettendo nei suoi flussi una parte delle vicende passate, presenti e future. Anamonè aveva capito che alcune crepe stavano minando il suo castello di certezze, una serie di rintocchi benevolmente speranzosi lanciati dal gruppo composto da Patty, Artemisia e gli altri, le risuonavano nella memoria come una canzone stonata. Non vi diede però un grande peso, sapeva che la sua determinazione l’avrebbe premiata. L’umanitá non meritava, ma soprattutto non desiderava piu il Natale, forse neppure il bene. Ne era certa. Le tradizioni si erano trasformate tutte in pretesti commerciali anaffettivi, le persone continuavano a scegliere l’apatia piuttosto che lanciarsi verso l’esperienza dei sentimenti altrui. Alla stessa maniera non diede peso alla ricomparsa del Libro dei Frammenti di Tenebra a casa di Artemisia, un testo potente, un libro superiore e non ancora compreso appieno, che di certo aveva giá compiuto il suo compito, ma non aveva ancora assolto a tutte le sue missioni. Anamonè rise tra sé e sé e sussurrò: “una goccia non potrà mai spegnere la fiamma che porto dentro” e rise ancora grottescamente. Al contrario Artemisia coi sensi e Luca con lo sguardo si concentravano su quella pagina, sorridenti, si confrontarono sul senso ultimo di quella goccia. Le pagine apparivano spesse, dense, ruvide, di un colore simile a quello del delle assi di legno con cui si ricoprono le pareti delle baite. Luca per consultarlo scelse la strada della lanterna ad olio, forse per il sentore, forse perchè la sua luce si abbinava bene al colore delle pagine, che ne uscivano esaltate. Quel volume forse rappresentava il poco che si confrontava col vasto, il debole col potente. Forse l’unione di intenti. A prescindere da tutto, quel tomo che si mostrava come un frammento di tenebra, ma in realtà aveva acceso di riflesso una fioca luce in quella stanza. Aveva riacceso, come scintilla, protetta da una goccia, il fuoco della speranza che pareva estinto. Si scambiarono opinioni su quanto letto e percepito, fintanto che Artemisia venne distratta da un suono che non sentiva da tempo. “Tac tac tac… sciàff sciàff…” il volto di lei si apparecchiò di un profondo e bello sconcerto, Luca non ne capì il senso. Lei respirò il suo disappunto e gli disse: “Venezia ormai riflette sui masegni l’eco delle ruote dei trolley, quello dei borsoni che si strofinano sul selciato, ma questo suono, no, non è così comune, oggi”. I  bambini erano sbucati dalle calli limitrofe tutti insieme, correndo sul selciato, il gesso era uscito dalle tasche di uno di loro, Luca lo vide dalla finestra, e subito “scrrr scrrr… scric scric…” tracciato il campanon tra i masegni consumati, una linea dopo l’altra, un quadrato dopo l’altro, mentre le voci si accavallano “eheheh… ah ah ah… xe pronto!”; la pietra vola “tloc!”, cade nel primo riquadro e comincia il gioco: “tap… tup… tac… hop!”, un piede solo, l’altro sospeso, salti veloci e risate che rimbalzano tra i muri ahahah!, qualcuno inciampa “ohhh… che male al sedere!”, poi si rialza e riparte “tap tac tup hop”, mentre in lontananza l’acqua fa “sciac sciac”, un gabbiano lancia il suo “criii”, una campana risponde mentre il gesso continua a graffiare piano la pietra man mano che il campo di gioco si consumava: “scrrr… scrrr…”, lasciando al campanon il compito di custodire un altro istante d’infanzia veneziana che pareva perduta. La cosa più incredibile è che tutto quel grattar di gesso per terra non sottraeva, bensì suturava l’anima perduta della città. Luca vedendo questa innocenza rinata dalla pietra che era stata elevata a campo di gioco dopo così tanto tempo fu colto da un morso di gioia così intensa da lacrimare commosso. Elio gli si strusciò consolatoriamente sulle caviglie con la testa, Artemisia gli parlò con il suo silenzio. Tendendo una mano invisibile di fraterna gioia verso di lui. Alla stessa maniera, un’anima molto più giovane piangeva gioia a dirotto. Accadeva ogni volta e, anche in questa occasione, non era andata diversamente. Nico grondava commozione,incontenibile. Lo faceva affacciato dalla balaustra che guarda verso il bacino di San Marco che si faceva smeraldo quasi dalla cima del Campanile di San Giorgio Maggiore. Poco prima si era soffermato con respiro e occhi, ammirando il Labirinto di Borges sul versante opposto. In verità però solo l’altro lato gli avviluppava il cuore di emozioni. Quel luogo, tra tutti, lo rendeva più sensibile, percepiva che nell’aria di Venezia circolava qualcosa di minuto e bello, vedeva i vaporetti bianchi come piccole nuvole sull’acqua, le gondole si facevano rondini e i gabbiani neve. Quello che Artemisia aveva potuto solo percepire e Luca vedere, lui, da lassù, coi capelli arruffati dal vento, lo aveva potuto intuire con uno sguardo d’insieme ed una sensibilità di rara portata. Era libero, ma in cuor suo sentiva che Amelia lo teneva stretto alla sua cinta come con un filo rosso invisibile che li legava indissolubilmente. Gli pareva di avere una sorta di sciarpa di lana rossa intorno al cuore. Era la prima volta che si sentiva felice di averla distante. Amelia d’altro canto era ancora scossa da quanto vissuto laggiù a Malamocco, il suo ciondolo era sempre grande uguale, eppure il suo peso, il suo influsso, la sua massa oscura, parevano sempre maggiori. Quasi come se l’oscurità si sommasse gradualmente e sempre più intensamente al peso dell’anima, trascinandola lungo le pareti dell’invisibile, a fondo, verso il suo oblio più profondo, sul fondo della natura umana. Amelia percepiva quell’oscuritá che oramai usciva oltre la sua aura, sapeva che ne era pervasa, ma non riuscì nemmeno a piangere di questa cosa, tanto era ottenebrata dal desiderio di avvolgere con un manto quella luce emessa dal fratello. Strinse il ciondolo, a fatica, pareva di ghiaccio tanto era freddo e le sue dita nel sfiorarlo si sentivano come intirizzite, immerse nella neve. Sentiva la lontananza di Nico, si disperava che ora brillasse da solo o almeno così lo credeva e immaginava: lontano da lei e obliato dall’ombra ch’ella lanciava verso di lui. Luca infine si era spostato dalla finestra, con Artemisia era tornato a valutare la bilancia sulla mappa tattile della laguna. La luce aveva guadagnato qualche millimetro. Quasi come se in una notte senza luna, fosse stata accesa una candela in lontananza. Non era luce, era speranza. Lo stesso tipo di vantaggio regalato per un effimero istante da una scintilla, offre qualcosa da guardare e distinguere rispetto alle tenebre circostanti. La memoria della meraviglia era stata risvegliata in loro dai bambini che giocavano al campanon. Nel frattempo, nessuno se ne era accorto, la scatola di sardine era rimasta vuota. Patty aveva colto le giuste energie e la distrazione degli altri per andare in giro per i dintorni. Era passata da una crepa sul muro di casa di Artemisia all’esterno, da lì poi si era diretta verso il retro dell’abside della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Arrivò all’interno proprio mentre la luce colpì la magnifica vetrata che guardava verso Corte Veniera. Sospirò. Le sue zampine ora lasciavano impronte luminose, piccole, colorate e dell’intensità pari ad una lucciola, sui masegni e poi sui cuscini dei giovani veneziani più sensibili, quelli che erano ancora capaci di addormentarsi stretti ad un peluche o che tenevano il loro giocattolo preferito sul comodino. Angoli di luce e di sogni appesi pronti a esser fatti volare. Patty sembrava trasfigurata mentre agiva, le sue zampine così piccole stavano producendo una magia così intensa che, così dunque a poco a poco, ogni ricordo ed emozione che emergeva regalava un millimetro di luce che si andava a sommare al piatto benevolo della bilancia di Anamonè. Così che forse il Natale, un giorno, potesse tornare a splendere senza essere un freddo rito da calendario, ma un’identitá viva che potesse ardere nel cuore di tutti.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Agosto 2026 – Lente, lente currite, noctis equi

Agosto 2026
Lente, lente currite, noctis equi

Luca era uscito dalla porta di casa di Artemisia da pochissimi passi, era arrivato davanti all’osteria che, lungo il canale che guardava a Palazzo Tetta, gli permetteva di attraccare ormai da tempo. Il dovere gli imponeva il rientro per trascorrere la notte nella sua cella fratesca, ma l’animo era quanto mai tormentato. Gli accadimenti, la sensazione di girare a vuoto come una vita spanata, l’idea di non poter e forse voler fare qualcosa di più per salvare Santa, magari deludendo Rudolf, lo attanagliava. Faceva su e giù sulla riva, un po’ guardava la barca, quel “Moro di Venezia consumato”, un po’ si guardava dentro. Il cuoio dei suoi sandali cominciava a consumarsi, la pavimentazione veneziana, ruvida stava grattando la suola sotto il peso del passo stanco e tormentato del frate. D’un tratto sollevò lo sguardo al cielo, strinse il primo nodo della corda che faceva da cinta sull suo saio e disse: “Al diavolo l’obbedienza! Adesso, per un pò’, il mio posto è qui!”. Contemporaneamente dentro casa di Artemisia si scatenò il caos. La mappa tattile della laguna cominciò a vibrare sotto il peso di quella bilancia disegnata che continuava a cambiare polarità come una bussola impazzita. Elio, Artemisia, persino Patty si destarono di colpo, chi spaventato, chi disorientato. Il gesto di ribellione di Luca verso i suoi voti non trovava contrappeso su nessuno dei piatti di quella misurazione della giustizia. Anamonè aveva considerato tutto tranne le cose inconsiderabili. La fronte di Luca, del tutto ignaro dell’effetto domino che quel singolo istante stava per scatenare, si rigò di gocce di sudore pesante. Non era solo l’afa spietata di agosto a tormentarlo, ma il peso specifico di una scelta che gli spaccava l’anima in due. Alle parole, però, fece seguire immediatamente i fatti. Voltò le spalle al canale e, mentre muoveva i primi passi lontano dal suo ormeggio sicuro, sussurrò tra i denti i versi di Ovidio, quasi come una esorcizzazione del tempo: “Lente. Lente currite, noctis equi”. Nella sua mente di novizio non c’era l’invocazione d’amore del poeta latino che la scrisse; c’era l’eco disperata del Faust di Christopher Marlowe. Luca stava infatti implorando i cavalli che tiravano il carro della notte di rallentare la loro corsa, di dilatare le tenebre oltre ogni limite umano, affinché quel buio potesse durare abbastanza da portare consiglio, protezione e soprattutto tempo. Tempo per la Brigata, tempo per pensare a Santa, tempo per non perdersi. Un baccano interiore tale si scatenò in lui che persino le pietre di Castello parvero trattenerne l’eco. Eppure, fuori, la notte di agosto rimaneva muta, sorda, pronta a stringersi intorno a lui, avvolgendolo. Anamonè aveva osservato ogni cosa, rabbiosa, cercando di carpire ogni respiro del frate, cosa che si era fatta moto casuale, ella cercava infatti di sfruttare ogni pozza, specchio d’acqua o catino imbibito che fosse in grado di catturare il riflesso del mondo, ma non quello della Luna. Lei si compiaceva di questo logorio, ne traeva forza sottopelle in questo momento di apparente debolezza vacillante del suo sistema pianificato. Il frate, profondamente concio, bussò alla soglia di casa di Artemisia, lei, ancora sconvolta dalla vibrazione della mappa, bofonchiò dalla camera qualcosa di incomprensibile verso chi disturbasse a quell’ora, forse lanciando qualche strale. Elio corse giù da una poltroncina e grattò la porta da dentro. Patty si raggomitolò dentro la scatola di sardine che la stava ancora ospitando cercando protezione dall’ignoto. Una lieve foschia si sollevò su Venezia, era una reazione tradotta sul piano reale dall’umore di Anamonè, così alterno e severo che acque e pietra si fecero vapore nell’aria. Artemisia arrivò alla porta, chiese chi fosse, Luca la confortò: “Sono Luca Artemisia, questa sera ho rotto una delle mie promesse, sento il bisogno di di restare qui, sento che oggi, mai come prima d’ora, il mio posto è qui, con la brigata e non a San Francesco del Deserto”. La porta lo accolse e la foschia restò al di fuori. Dentro quella casa c’era la scintilla di qualcosa di importante. Così importante che Santa, così vicino nell’anima a quel calore, ma così lontano nel fisico, vide arrossire le sue gote e, sospirando nel suo sonno etereo disse: “fè speranfa”. Luca vide Patty, raggomitolata su quel cuscinetto di lavanda, si avvicinò e le carezzò la testolina con un dito. Lei ne fu felice, ma lui si interruppe, aveva notato una cosa, poggiata su uno scaffale, una cosa che non doveva essere dov’era, ma c’era. Artemisia percepì dal silenzio e dal respiro del frate che stesse accadendo qualcosa, glielo sussurrava anche una sottile energia che percepiva, ma non decifrava. Luca afferrò quell’oggetto, lo riconobbe e, quando ne sfogliò le pagine, impenetrabili ai suoi occhi, Artemisia, riconoscendo il fruscio delle pagine e l’aura emanata del tomo disse: “Ma cosa ci fa e chi ha messo in casa mia il libro dei frammenti di tenebra?” e il frate: “Non lo so, ma forse è il segnale che rompere uno dei miei voti aveva un senso maggiore di quanto si potesse immaginare”. Nel medesimo istante Patty parve uscire dal torpore. Sollevò il musetto concio e stanco dal cuscino di lavanda e si guardò intorno. Pareva mossa da una forza magnetica che la stava orientando. Si spostò da quel nido posticcio di alluminio, attraversò il tavolo una zampettata alla volta “tip tap tip tap” facevano le sue zampette sopra quella che le parve una immensa radura, infine giunse alle pendici di quel libro dalle pagine intonse, bianche. Così almeno appariva a tutti i presenti. Vi appoggiò il musetto sopra, annusò, una, due, più volte. Luca: “Artemisia, la topolina sembra osservare il libro” e lei: “Luca, gli animali possono avere sensibilità superiori, talvolta stupefacenti, lei col suo candore poi, sembra una creatura di un luogo migliore del Mondo”. Luca mancò un respiro quando vide la piccolina allungare una zampetta verso il tomo, un tocco minimo, sfiorato sulla pagina destra. Come quello di un granello di sabbia che precipita sopra l’oceano. Fu in quell’istante, quando infinitamente piccolo e immensità si sfiorarono che parve quasi che il grigiore della topolina svanisse, facendosi china sulle pagine man mano che lei riacquisiva la sua forma naturale. Squittì, due volte, posò anche l’altra zampetta. Ora toccava entrambe le pagine, una zampina ciascuna. Apparve a cavallo di queste due facciate un’immagine a china. Era un’icona semplice ma chiarissima. Artemisia: “Cosa vedi Luca, ti prego, dimmelo!” E il frate guardò verso la finestra, poi la topolina, poi Artemisia e infine guardando le due facciate, sbigottito, balbettò: “Una goccia che cade nell’oceano. Questo libro ci ha sempre guidato con Rudolf, ci ha portato a oggi, credo che da qui non si possa più tornare indietro, quella goccia o è parte del problema o sarà parte della sua fine”. Fuori la notte stava facendo il suo corso, Luca non lo sapeva, ma i cavalli di Marlowe avevano realmente rallentato la loro corsa, giusto il tempo di tracciare la rotta e dare la possibilità a Patty di compiere l’azione da lei compiuta consumando meno energie. Patty parve svenire, Artemisia la cercò con le mani e, dolcemente, la riportò nella scatolina che le faceva da letto. Luca osservava attentamente quei tratti emersi nel tomo e, nel silenzio della notte, Venezia forse stava cominciando a svelare alcuni segreti, ma al contempo, quell’immagine aveva fatto metaforicamente entrare nella casa la foschia che era sorta all’esterno.

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I Segreti di Venezia: Francobolli in un mondo di email…

Quante notifiche hai ricevuto nell’ultima ora?

È vero, nessuno le conta, qualcuno comincia a farlo solo quando la vibrazione o il suono diventano troppo frequenti, trasformando una forma di relazione in un tedio digitale. Una catena robusta che ci canalizza verso questi contenitori dalle infinite possibilità, ma delle sottili fattezze.

La nostra vita scorre al ritmo di pixel luminosi. Riceviamo centinaia di email fredde, che ci fanno sentire scelti, giusto per il tempo di capire che quel tono si rivolge ad altre migliaia di individui, identico, suadente, veloce. Messaggi istantanei che evaporano un secondo dopo essere stati letti, come le prime gocce di pioggia sul cofano delle auto dopo una lunga corsa al sole. Sentiamo nei polpastrelli, che prudono, la fretta di rispondere, nell’illusoria idea che nel farlo si amplifichi l’essere connessi con tutti. Tutto questo però si traduce nel non essere vicini a nessuno. La nostra casella di posta è un’accozzaglia di scadenze, promozioni irripetibili e newsletter di quei corsi a cui non ci siamo mai iscritti e, se lo abbiamo fatto, non ne ricordiamo il perché.

Ora, prova a fare una cosa insolita: respira ed ascolta quel silenzio. Chiudi gli occhi per un secondo e immagina un rumore diverso, un silenzio che si fa suono.

Immagina una calle veneziana la mattina presto, il silenzio interrotto solo dal battere ritmico dei tuoi passi sulla pietra d’Istria. Il profumo di sale e di carta densa, di quella che il tipografo tiene in un vano nascosto per le occasioni speciali. Ora, specialmente se sei nato dopo il 2000, viene il difficile: visualizza una cassetta delle lettere, quelle di un rosso antico, lo stesso dei cuori disegnati dagli innamorati. È incastonata in un muro scrostato dal tempo e, pure lei, non sta messa così bene. È qui che inizia la mia “resistenza analogica”.

Il Manifesto della Lentezza: Perché una cartolina (e perché ora)

Scrivere una cartolina nel 2026 non è un’operazione di marketing, anche se ci somiglia molto lo ammetto. Il mio nasce come un atto di ribellione.

Un tempo la cartolina era il fulcro del viaggio, era la dedica rivolta a chi era importante per noi o chi ci dava il batticuore. Oggi somiglia a un reperto archeologico e a tale pare assurgere pure chi vuole spedirle ancora.

Immaginate la scena: “guardate! Ha spedito una cartolina, imballatelo e speditelo ad un museo che lo esponiamo”.

Quando hai scritto a mano, non vale contare le firme, per l’ultima volta?

C’è una magia ancestrale nella scrittura a mano: non esiste il tasto cancella. C’è l’errore, c’è la sbavatura d’inchiostro, c’è la grafia che cambia ritmo a seconda dell’umore o del tavolo traballante di un caffè o dell’emozione che cervello e cuore trasmettono alla punta della penna. Scrivere a mano significa dedicare lo spazio più prezioso che abbiamo — il tempo — a una persona specifica. Trasferire un pezzo di anima attraverso i tratti della china.

Non sto cercando follower, sto cercando i complici di una nostalgia folle e affascinante. Quella di un’attesa. Voglio riabilitare il diritto di aspettare il postino, di rattristarci perché la cassetta è ancora vuota, non per un acquisto online di un robot da cucina o per una bolletta.

Il Rituale: Come nasce un frammento di Venezia

Questo progetto non nascerà dietro lo schermo di un computer, ma tra le pieghe della città più magica del mondo. Il mio dietro le quinte sarà un rituale lento, diviso in tre atti:

La Ricerca:

Non userò cartoline commerciali e lucide, almeno ci proverò. Ognuna avrà già una storia prima ancora che io inizi a scrivere, magari nello spazio per la dedica troverete una poesia tratta dal mio ciclo “Komorebi”.

L’Ispirazione:

Mi siederò sul bordo di una fondamenta, con i piedi quasi a sfiorare l’acqua, o al tavolino di un vecchio locale. Guarderò la luce riflettersi sui canali e cercherò le parole giuste.

Il Sigillo:

Il francobollo, il timbro postale, il gesto di affidare la carta al metallo della cassetta rossa. Da quel momento, l’oggetto viaggerà fisicamente, prendendo pioggia, vento e assorbendo le scintille di vita di coloro che gli saranno vicini, fino a te.

La Regola della Singolarità: Da Venezia a Londra, Messina, Roma, Parigi, Berlino o a casa tua

Siamo abituati alla produzione di massa, agli algoritmi che replicano i messaggi all’infinito. Ricolmi di una gratitudine dispensata per necessità e non per animo. Per questo ho deciso che ci sarà una sola, determinata quantità di cartoline all’anno. Una, due, venti, destinate a pochi lettori in qualsiasi angolo del pianeta (limiti di spedizione permettendo). Da Venezia a Tokyo, la distanza non conta.

Non c’è niente da comprare. Non è un concorso a premi. È un regalo, un ponte gettato tra la mia realtà (e il mio sogno) e la tua quotidianità.

Vuoi essere tu a ricevere il prossimo frammento di laguna?

La cartolina è sul mio tavolo, intonsa, in attesa di un nome e di un indirizzo. Se senti il bisogno di rallentare, se la tua cassetta delle lettere ha fame di qualcosa di usuale, ma inusitato, candidati per riceverla.

Scegli la tua strada:

1. Il mezzo:

Instagram: Clicca sull’immagine qui sotto (ti porterà sul mio profilo ⁠@Trarealtaesogno⁠), seguimi e inviami un messaggio privato.

Email: Se preferisci la lentezza e la riservatezza della posta elettronica, puoi scrivermi direttamente a trarealtaesogno.com@gmail.com.

2. Non scrivermi solo “la voglio”. Raccontami, anche solo con tre parole, perché hai bisogno di un sussurro da Venezia nella tua vita in questo momento.

Ti farò sapere se sarai scelto. Io sono pronto a scrivere, ma tu, sei pronto ad aspettare?

Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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I Segreti di Venezia: Quello che credi di aver visto (e non esiste)

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi visiteremo Venezia attraverso un espediente narrativo: sfioreremo segreti già raccontati, ma li metteremo in discussione, uno dopo l’altro. Perché ciò che abbiamo visto — o crediamo di aver visto — non sempre coincide con ciò che ricordiamo.

effetto mandela - i segreti di venezia

Cos’è l’Effetto Mandela?

L’Effetto Mandela è quel fenomeno per cui più persone condividono lo stesso ricordo… anche quando quel ricordo non è mai esistito davvero e non è corretto. Un cortocircuito della memoria, studiato in psicologia, che prende il nome da Nelson Mandela e che ci ricorda una verità scomoda: la mente non registra, ricostruisce.

E Venezia è il luogo perfetto perché questo accada.

Tra riflessi che deformano, nebbie che cancellano e secoli di storie sovrapposte, la città non si limita a mostrarsi: si lascia interpretare. E mentre camminiamo tra calli e pietra, qualcosa cambia — non fuori, ma dentro di noi.

Oggi non esploreremo solo Venezia.
Esploreremo ciò che crediamo di sapere su di lei.

Hai davvero visto Venezia… o la stai ricordando?

Venezia non è solo una città da vedere.
È una città che filtra, distorce e riscrive ciò che percepiamo.

L’acqua non riflette soltanto: trasforma, allenta e rallenta.
Ogni palazzo si sdoppia, ogni linea si piega, ogni dettaglio diventa instabile. Ciò che osservi non è mai completamente fermo, mai completamente certo ed al crescere delle tue emozioni visive, la lucidità si altera. Un po’ come quando arriva la nebbia, il caligo, e Venezia fa un passo in più: non aggiunge, toglie lasciandoti in balia della tua immaginazione. Cancella contorni, smussa distanze, lascia spazio all’immaginazione. Il cervello, davanti a ciò che manca, fa quello che sa fare meglio: riempie. E infine la storia. Strati su strati, secoli sovrapposti come pagine di un libro immenso, racconti che si intrecciano dentro la salsedine che si occulta e permea in ogni mattone. Venezia non ha una sola versione: ne ha centinaia, tutte plausibili, tutte conviventi. E nella nostra memoria, queste versioni non restano separate… si fondono.

È così che nasce il dubbio. Non perché Venezia nasconda qualcosa. Ma perché ci abitua a non distinguere più nettamente tra ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo immaginato grazie alla sua meraviglia.

Ti sei messo alla prova: cosa ricordi davvero?

Ora fermati. Guarda le immagini qui sotto o poco più in alto, non avere fretta. Non cercare di “capire”, sei all’interno di un gioco che, forse, ti si sta svelando davanti agli occhi.

Osserva. Non analizzare troppo. Quali ti sembrano corrette? Di quali ti ricordi?

Forse penserai di riconoscere ogni dettaglio. Forse ti sembrerà tutto familiare.

Ma c’è una cosa che devi sapere: la familiarità non è una prova di verità.

E dopo tanta verità raccontata sulle pagine di questo blog oggi, mi sono fatto “saboteur” e ti sto ingannando dall’inizio, o forse no, le tue percezioni contano, ma solo alla fine scoprirai quante di queste fossero la verità.

Perché il tuo cervello ti mente (e lo fa benissimo)

La verità è più semplice — e più inquietante — di quanto sembri. La memoria non è un archivio.
Non conserva. Ricostruisce. Ogni volta che ricordi qualcosa, non lo stai recuperando.
Lo stai ricreando. E in questo processo entrano in gioco tre meccanismi:

  • La memoria ricostruttiva: riempie i vuoti con ciò che è plausibile, coerente, credibile.
  • I pattern: Il cervello riconosce schemi e li applica automaticamente, anche quando non dovrebbero esserci.
  • La semplificazione: Riduce la complessità per risparmiare energia, trasformando l’unico in familiare.

Il risultato? Non vediamo il mondo per com’è. Vediamo una versione ottimizzata, interpretata, adattata. La nostra!

E a Venezia… questo processo diventa impercettibile mentre la viviamo, ma visibile, vivido nei ricordi.

Perché qui, più che altrove, la realtà lascia spazio alla mente, facendola navigare in cerca di sogni tra calli, campielli e canali.

L’orologio che il cervello “vuole sempre correggere”

Siamo quasi alla fine di questa avventura, e per una volta voglio essere generoso. Questa immagine ritrae l’inconfondibile Torre dell’Orologio, con il suo quadrante unico che domina la piazza. Eppure, se provi a ricordarlo… probabilmente lo immagini come qualsiasi altro orologio. Dodici ore. Un cerchio familiare. Qualcosa di normale. Ma Venezia, ancora una volta, devia dalla regola. Ed è proprio qui che succede qualcosa di immediato: il cervello corregge ciò che non riconosce. Allora dimmi: qual è l’errore nell’immagine?

Scrivilo nei commenti.

orologio dei mori

Per concludere:

Prima di proseguire alle SOLUZIONI, prova a fare un piccolo esperimento: torna su e scorri rapidamente le immagini che hai appena incontrato. Non analizzarle, non cercare l’errore logico; lascia che scivolino via come una sequenza di sogni o come i palazzi che sfilano veloci durante una corsa in motoscafo.

Poi fermati. In quale di queste la tua mente ha inciampato? Quale dettaglio ti ha costretto a fermarti e a esclamare: “Aspetta, c’è qualcosa che non va”?

Forse è proprio in quel piccolo sussulto, in quel dubbio che increspa la superficie del ricordo, che si nasconde la vera essenza di Venezia: una città che non smette mai di chiederti se ciò che vedi sia reale o se sia tu, con il tuo desiderio di meraviglia, ad averlo appena inventato.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito e quante ne hai indovinate!
#SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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