Anamonè e la bilancia del Natale – Ottobre 2026 – La Città Meccanica

Ottobre 2026:
La Città Meccanica

Sospirai profondamente, fino a colmare la misura dei polmoni, forse anche qualcosa oltre. Quel giorno l’acqua dei canali pareva essersi fatta più densa, la barca di Luca galleggiava soporosa e, quando mossa dalle onde, pareva maggiormente statica, lei così come tutte le altre della laguna. I passi delle persone, dei turisti, dei gabbiani, perfino il nuotare dei pesci. Tutto insomma era compassato. Sentivo l’aria salmastra bruciare la mia pelle in questo insensato girovagare. Perfino la ruggine dei chiodi o l’odore della alghe essiccate al sole parevano avere un senso in questo momento. Si respirava una strana sensazione di vuoto, pronto a farsi colmare. Ogni passo si intrideva dell’umidità che trasudava ben oltre le rive dei canali. Sembrava quasi che alle acque non bastasse lo spazio consueto. Era vero, forse un poco mi trascinavo anche io, ma date le circostanze del mio ritorno non poteva che essere così. Non era ancora giunto però il momento di rivelarsi, il basso profilo era fondamentale alla riuscita del piano, senza escludere anche della sana improvvisazione data l’inspiegabile ed improvvisa libertà. D’un tratto si risvegliarono anche le percezioni superiori, serrai i pugni per l’incontenibile gioia e, nel silenzio circostante, cominciai a sentire una guida, un suono ritmico e metallico, distante ma non esageratamente, pareva giungere da sotto la pavimentazione, un po’ come le acque che da sotto vi spingevano per emergere. Ora sapevo dove andare. In questo mondo non era nemmeno più necessario rendersi invisibili, residenti, turisti, vagavano come automi, chi incontro ai propri impegni, chi alla smodata ricerca di un’esperienza da incorniciare in un effimero istante di notorietà online. Tutti avevano una direzione, ma io avevo una meta ed un compito. Dietro questo concetto passava tutta la differenza del mondo. Sia di quello superiore sia di quello inferiore. La barca di Luca era ormai distante, così come la casa di Artemisia, salutai sogghignando il mascherone che vegliava sulla soglia del campanile della chiesa di Santa Maria Formosa, poi affinando l’udito proseguii fino a Piazza San Marco. Passai dalla Merceria Orologio e, prima di passare al di sotto della Torre dell’Orologio dei Mori mi soffermai a guardare quell’altorilievo in alto a destra, raffigurava un’anziana signora “la vecia del morter” nell’intento di rovesciare un mortaio su un gruppo di rivoltosi, fermando sul nascere una congiura contro il Doge. Lei era lì, immortalata nella pietra, vi passavano ogni giorno centinaia, migliaia, ancor più, di persone, eppure nessuno la ricordava o la degnava di uno sguardo. Da lì il suono si era fatto ancora più intenso: “Possibile lo stia sentendo solo io?” sussurai, probabilmente era così. Pian piano giunsi in campo San Moisè, gondole in fila, persone in coda per accaparrarsele, nessun volto però si soffermava sulla chiesa, una delle facciate marmoree più belle della storia. Nel frattempo, Nico muoveva, avvertendo un viscerale disagio, i suoi passi nei pressi della barca di Luca, i masegni gli parevano sottili vetri pronti a sgretolarsi al suo passaggio. Sentiva una morsa fisica figlia del rapporto apparentemente compromesso con la sorella Amelia. Da qualche giorno standole vicino o pensandola provava un freddo innaturale, come se quel ciondolo che lei tanto stringeva fosse un iceberg che, sotto la superficie, nascondeva molti più segreti di quanto la parte visibile fosse in grado di far intuire. Artemisia tracciava segni e toccava leggendola la mappa tattile insieme a Luca che invece la osservava. Erano preoccupati perchè il piatto della bilancia che pareva volersi elevare ora aveva ricominciato a scivolare, inspiegabilmente, verso il basso. Luca disse: “Il crollo non è violento, non è esplosivo, pare inesorabile. Persone vacue e assenza di scopo. E poi manca lui, l’assenza di Rudolf è un buco nero che inghiotte la luce rimasta in eredità nella sua attesa”. Anamonè nel frattempo, attraverso un alone di umidità su uno specchio della stanza, osservava l’irrigidimento della città, delle persone e con curiosità quella presenza nuova tra le calli. Si stava convincendo sempre più che la fine della gratuità e della gioia, attraverso il suo rigore, saranno la forma più alta del nuovo ordine che seguirà per le cose del mondo. Peccato per lei che non poté vedere subito ciò che stava capitando ad Oreste in quel di Torcello. Il capitano della Nettuno si alzò, spinto da non si sa quale desiderio, per scattare una polaroid alla Basilica di Santa Maria Assunta. Aprì la macchina, un modello a soffietto del 1970, avvicinò l’occhio destro al mirino e cliccò. Come uno sberleffo la foto sbucò fuori e, come nelle migliori tradizioni, cominciò a sventolarla con la mano per farla sviluppare prima, cosa peraltro ininfluente, ma bellissima da fare per tutti gli utilizzatori di quella tecnologia, da sempre. I primi tratti comparvero, facendogli strabuzzare gli occhi. La ribaltò sopra un tavolo e si disse rivolgendosi a sé stesso: “Attendiamo, di certo non ho visto bene”. Passarono cinque, forse altri dieci minuti. Oreste sollevò un angolino della foto dal tavolo, sbirciandola come avrebbe fatto un ludopatico al tavolo di una bisca. Si intravedeva la basilica, la foto aveva una dominante blu, molto fredda. Si decise a girarla e rimase sgomento. Lo scatto disegnava uno scenario surreale in cui la Torcello reale era ridotta ad una esigua sfumatura, lui, Oreste, non poteva immaginarlo, ma la sua Polaroid si era fatta veicolo dello sguardo di Anamone sul mondo. Il cuore ed il sentimento stavano evaporando dai cieli, il gelo e degli ingranaggi scuri veleggiavano al di sopra della sagoma della basilica. Oreste ne rimase sgomento, continuò a fissare quell’immagine per istanti interminabili. Non trovava né pace, né spiegazione alcuna. Tornò a sedersi sul trono di Attila e, pensieroso, osservò il circostante. Nel frattempo il ticchettio non trovava sosta in quel di Venezia, oramai ero prossimo al Ponte dell’Accademia. Arrivato alla sua sommitá mi lasciai sferzare dall’aria che, da Nord, sembrava portare un messaggio lontano. Arrivato ai piedi del ponte, vicino all’ingresso delle Gallerie dell’Accademia, quel ticchettio smise di essere solo sonoro. Ora pulsava nelle mie membra, su ogni pietra calpestata cittadina, vetri, legni, colonne, bricole, aria. Possibile che lo sentissi ancora solo e solamente io? Ancora pochi passi e avrei capito, ne ero certo. Giunsi alla Sacca della Toletta, guardai gli avventori della vicina pasticceria e poi, guardando all’insù, eccola. Tracciai qualche segno nell’aria con la mano sinistra, il ticchettare si fece potentissimo, come una grancassa impazzita. Il bastone tortile si era finalmente illuminato di nuovo in punta, tornando di una tonalità rubra. La mia aura si era ristabilita, merito dell’umanità irrimediabilmente corrotta e del gioco di Anamonè. Sogghignai, forte, fortissimo. Così forte che gabbiani e piccioni scapparono da ogni angolo di Venezia per un istante. La sveglia della strega, lì vicino alla Libreria Toletta, messa a tutela del vicinato a protezione dagli influssi nefasti post-mortem della strega che viveva in quella casa, per la prima volta suonò: “Ddddrrrriiiing! Drrrr-iiing! Drrrr-iiing!” e ancora, ancora e ancora. Quel suono era la prova che il mio esilio fosse giunto al termine, il riposo forzato successivo alla mia fuga mi aveva giovato, mi dedicai infine un ghigno, specchiandomi in alcuni souvenir di una vicina vetrina, per poi dirmi: “Krampus, bentornato al mondo! Rudolf ancora dorme, Santa è imprigionato e debole, questa è la tua ora e sta risuonando grottescamente grazie a quella sveglia!”.

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✨ Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti ✨

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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I Segreti di Venezia: La mappa invisibile dei panni stesi e perché sono il battito cardiaco della città

Per chi attraversa Venezia con l’occhio vorace del collezionista di istanti, i panni stesi tra le calli appaiono spesso come una nota di colore, un’estetica “pittoresca” da affiancare alle maschere di cartapesta o alle sagome delle gondole. Eppure, questo sguardo manca il cuore della questione. Un lenzuolo che danza tra due finestre non è un ornamento a beneficio dell’obiettivo fotografico; è, al contrario, un dato onesto sulla salute della città. Ciò che sventola sopra le nostre teste è un segreto a cielo aperto: la testimonianza tangibile di una Venezia che, al riparo dai flussi del turismo di massa, insiste nel voler essere una casa prima che un museo.

L’architettura della fiducia: i FILI DEI PANNI STESI come ponti sociali

Osservare la biancheria stesa richiede una comprensione antropologica della verticalità veneziana. Non si tratta di un semplice gesto domestico, ma di un’architettura spontanea di carrucole e cordicine che trasforma il vuoto della calle in un connettore umano. Sono gli strumenti di un rituale che esige collaborazione.

Tendere una corda da una facciata all’altra è un’operazione che implica l’accettazione dell’altro: il vicino deve acconsentire a fissare il gancio al proprio muro, ad accogliere l’ombra temporanea delle lenzuola altrui, a partecipare a una gestione condivisa dello spazio pubblico aereo. Questo atto è accompagnato da una colonna sonora specifica: lo stridore metallico delle carrucole che scorrono fischiettando e il profumo pungente di sapone che scende verso il basso, anticipando la vista dei tessuti. È un sistema che non si limita a far asciugare il cotone, ma costruisce un ponte invisibile tra luoghi privati facendosene variopinta estensione aerea.

“Quel filo teso da una finestra all’altra, sopra la calle, non è un ornamento pensato per essere guardato. È un accordo tra due case che si fidano.“

Panni stesi a Canaregio
Panni stesi a Canaregio

Questa fiducia reciproca è l’equivalente urbano di una stretta di mano silenziosa, un trattato di buon vicinato che viene firmato ogni settimana nell’aria salmastra della laguna.

Il gran pavese della realtà: dove il quotidiano ignora il sacro

La geografia dei panni non conosce il timore reverenziale. A Venezia, la necessità della vita ha sempre avuto il primato sulla solennità, dando vita a quello che gli abitanti potrebbero chiamare un “gran pavese” di indumenti, trasponendo il termine dal linguaggio marinaresco delle bandiere di gala.

L’esempio più folgorante di questa convivenza si trova nel sestiere di Castello, presso la chiesa di San Giuseppe. Qui, la consuetudine ha permesso che i ganci per il bucato venissero ancorati direttamente alle mura dell’edificio sacro. Vedere una fila di calzini e camicie che si appoggia alla pietra consacrata non è un atto di profanazione, ma la prova che la città è un unico organismo vivente. La vita reale non si ferma sulla soglia del tempio; lo integra, lo abita, rivendicando il diritto del quotidiano di esistere accanto a ciò che professiamo come eterno.

L’iride di Burano: dove il movimento incontra la stasi

Spostandosi verso Burano, il rapporto tra panni e architettura raggiunge un’intensità quasi lirica. Le case, dipinte con colori saturi per guidare i pescatori nella nebbia, rappresentano la componente statica, la scenografia immutabile. È il bucato, tuttavia, a fornire la componente cinetica, l’elemento che “umanizza” l’iride cromatica dell’isola.

Mentre il colore della facciata è una cartolina, il movimento dei panni al vento è la prova dell’esistenza umana. È la conferma che dietro quelle pareti si lavora ancora il merletto, che si preparano pasti, che crescono bambini. Senza il bianco delle lenzuola a spezzare l’azzurro o il rosso delle case, Burano rischierebbe di diventare un’installazione artistica senza anima. I panni sono la certificazione che l’isola non è ancora stata completamente museificata.

La mappa del respiro: l’antropologia del vuoto e del pieno

Il filo del bucato è l’indicatore più sincero della desertificazione urbana. Se percorriamo una calle e alziamo lo sguardo, la presenza o l’assenza dei fili ci racconta chi possiede quel pezzo di città. Una calle affollata di biancheria è un luogo dove il capitale sociale è ancora intatto, dove le carrucole cantano e le finestre si aprono per scambiarsi battute tra balconi opposti.

Al contrario, la scomparsa di questi fili è il sintomo di una trasformazione invisibile ma inesorabile: segnala le case acquistate per essere destinate agli affitti brevi, le finestre che rimangono buie per dieci mesi l’anno, la fine della comunità residente. In questo senso, la biancheria traccia una mappa alternativa e sincera: da una parte la città che pulsa di quotidianità, dall’altra quella trasformata in un allestimento impeccabile ma privo di calore umano. Una calle senza panni è una calle che ha smesso di respirare, un corridoio di pietra dove il silenzio ha preso il posto del vociare e del profumo di sapone.

Uno sguardo nuovo verso l’alto

La prossima volta che vi addentrerete tra le calli di Cannaregio o vi perderete nel cuore di Castello, non limitatevi a inquadrare i panni stesi come un dettaglio folcloristico. Osservateli con la consapevolezza di chi sta guardando una scommessa sulla permanenza.

Quei fili non sono solo cordicelle, ma legami sociali tesi verso il futuro. Mantenere vivi quei fili, permettere che continuino a segnare il ritmo del tempo veneziano, è l’unica via per far sì che la città non si riduca a una splendida, ma muta, scenografia. La domanda che Venezia ci sussurra tra lo stridore delle sue carrucole è semplice e al contempo brutale: quanto spazio rimarrà per la fiducia e per la vita vera, prima che l’ultimo filo venga tagliato e il silenzio diventi l’unico abitante delle calli?

Per concludere: Il rispetto per la città che vive

Riconoscere la poesia dei panni stesi tra le calli è un primo passo importante per comprendere Venezia, ma richiede un’ultima, fondamentale lezione: saper passare dallo sguardo del turista a quello dell’ospite consapevole. Alzare gli occhi al cielo e capire il valore di quei fili tesi significa rispettare l’equilibrio sottile di una città fragile e la quotidianità di chi continua a sceglierla come casa.

La prossima volta che vi perderete tra i sestieri, ricordatevi di questo confine: passo lento tra le calli, rispetto per la vita che vi scorre sopra la testa, e la città si aprirà davanti a voi nella sua autenticità più sincera.

Vi aspetto per scoprire nuovi segreti! Raccontare Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si osserva da vicino, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Settembre 2026 – Il Rintocco della Memoria

Settembre 2026
Il Rintocco della Memoria

La bora soffiava. Insistente. Veemente. Da nord est verso sud ovest. Portava con sè i primi messaggi sussurrati dall’autunno futuro, ma le foglie stoicamente erano consapevoli che non fosse ancora giunto il loro momento. A proposito di messaggi, il vento, a chi lo sa ascoltare, stava trasmettendo nei suoi flussi una parte delle vicende passate, presenti e future. Anamonè aveva capito che alcune crepe stavano minando il suo castello di certezze, una serie di rintocchi benevolmente speranzosi lanciati dal gruppo composto da Patty, Artemisia e gli altri, le risuonavano nella memoria come una canzone stonata. Non vi diede però un grande peso, sapeva che la sua determinazione l’avrebbe premiata. L’umanitá non meritava, ma soprattutto non desiderava piu il Natale, forse neppure il bene. Ne era certa. Le tradizioni si erano trasformate tutte in pretesti commerciali anaffettivi, le persone continuavano a scegliere l’apatia piuttosto che lanciarsi verso l’esperienza dei sentimenti altrui. Alla stessa maniera non diede peso alla ricomparsa del Libro dei Frammenti di Tenebra a casa di Artemisia, un testo potente, un libro superiore e non ancora compreso appieno, che di certo aveva giá compiuto il suo compito, ma non aveva ancora assolto a tutte le sue missioni. Anamonè rise tra sé e sé e sussurrò: “una goccia non potrà mai spegnere la fiamma che porto dentro” e rise ancora grottescamente. Al contrario Artemisia coi sensi e Luca con lo sguardo si concentravano su quella pagina, sorridenti, si confrontarono sul senso ultimo di quella goccia. Le pagine apparivano spesse, dense, ruvide, di un colore simile a quello del delle assi di legno con cui si ricoprono le pareti delle baite. Luca per consultarlo scelse la strada della lanterna ad olio, forse per il sentore, forse perchè la sua luce si abbinava bene al colore delle pagine, che ne uscivano esaltate. Quel volume forse rappresentava il poco che si confrontava col vasto, il debole col potente. Forse l’unione di intenti. A prescindere da tutto, quel tomo che si mostrava come un frammento di tenebra, ma in realtà aveva acceso di riflesso una fioca luce in quella stanza. Aveva riacceso, come scintilla, protetta da una goccia, il fuoco della speranza che pareva estinto. Si scambiarono opinioni su quanto letto e percepito, fintanto che Artemisia venne distratta da un suono che non sentiva da tempo. “Tac tac tac… sciàff sciàff…” il volto di lei si apparecchiò di un profondo e bello sconcerto, Luca non ne capì il senso. Lei respirò il suo disappunto e gli disse: “Venezia ormai riflette sui masegni l’eco delle ruote dei trolley, quello dei borsoni che si strofinano sul selciato, ma questo suono, no, non è così comune, oggi”. I  bambini erano sbucati dalle calli limitrofe tutti insieme, correndo sul selciato, il gesso era uscito dalle tasche di uno di loro, Luca lo vide dalla finestra, e subito “scrrr scrrr… scric scric…” tracciato il campanon tra i masegni consumati, una linea dopo l’altra, un quadrato dopo l’altro, mentre le voci si accavallano “eheheh… ah ah ah… xe pronto!”; la pietra vola “tloc!”, cade nel primo riquadro e comincia il gioco: “tap… tup… tac… hop!”, un piede solo, l’altro sospeso, salti veloci e risate che rimbalzano tra i muri ahahah!, qualcuno inciampa “ohhh… che male al sedere!”, poi si rialza e riparte “tap tac tup hop”, mentre in lontananza l’acqua fa “sciac sciac”, un gabbiano lancia il suo “criii”, una campana risponde mentre il gesso continua a graffiare piano la pietra man mano che il campo di gioco si consumava: “scrrr… scrrr…”, lasciando al campanon il compito di custodire un altro istante d’infanzia veneziana che pareva perduta. La cosa più incredibile è che tutto quel grattar di gesso per terra non sottraeva, bensì suturava l’anima perduta della città. Luca vedendo questa innocenza rinata dalla pietra che era stata elevata a campo di gioco dopo così tanto tempo fu colto da un morso di gioia così intensa da lacrimare commosso. Elio gli si strusciò consolatoriamente sulle caviglie con la testa, Artemisia gli parlò con il suo silenzio. Tendendo una mano invisibile di fraterna gioia verso di lui. Alla stessa maniera, un’anima molto più giovane piangeva gioia a dirotto. Accadeva ogni volta e, anche in questa occasione, non era andata diversamente. Nico grondava commozione,incontenibile. Lo faceva affacciato dalla balaustra che guarda verso il bacino di San Marco che si faceva smeraldo quasi dalla cima del Campanile di San Giorgio Maggiore. Poco prima si era soffermato con respiro e occhi, ammirando il Labirinto di Borges sul versante opposto. In verità però solo l’altro lato gli avviluppava il cuore di emozioni. Quel luogo, tra tutti, lo rendeva più sensibile, percepiva che nell’aria di Venezia circolava qualcosa di minuto e bello, vedeva i vaporetti bianchi come piccole nuvole sull’acqua, le gondole si facevano rondini e i gabbiani neve. Quello che Artemisia aveva potuto solo percepire e Luca vedere, lui, da lassù, coi capelli arruffati dal vento, lo aveva potuto intuire con uno sguardo d’insieme ed una sensibilità di rara portata. Era libero, ma in cuor suo sentiva che Amelia lo teneva stretto alla sua cinta come con un filo rosso invisibile che li legava indissolubilmente. Gli pareva di avere una sorta di sciarpa di lana rossa intorno al cuore. Era la prima volta che si sentiva felice di averla distante. Amelia d’altro canto era ancora scossa da quanto vissuto laggiù a Malamocco, il suo ciondolo era sempre grande uguale, eppure il suo peso, il suo influsso, la sua massa oscura, parevano sempre maggiori. Quasi come se l’oscurità si sommasse gradualmente e sempre più intensamente al peso dell’anima, trascinandola lungo le pareti dell’invisibile, a fondo, verso il suo oblio più profondo, sul fondo della natura umana. Amelia percepiva quell’oscuritá che oramai usciva oltre la sua aura, sapeva che ne era pervasa, ma non riuscì nemmeno a piangere di questa cosa, tanto era ottenebrata dal desiderio di avvolgere con un manto quella luce emessa dal fratello. Strinse il ciondolo, a fatica, pareva di ghiaccio tanto era freddo e le sue dita nel sfiorarlo si sentivano come intirizzite, immerse nella neve. Sentiva la lontananza di Nico, si disperava che ora brillasse da solo o almeno così lo credeva e immaginava: lontano da lei e obliato dall’ombra ch’ella lanciava verso di lui. Luca infine si era spostato dalla finestra, con Artemisia era tornato a valutare la bilancia sulla mappa tattile della laguna. La luce aveva guadagnato qualche millimetro. Quasi come se in una notte senza luna, fosse stata accesa una candela in lontananza. Non era luce, era speranza. Lo stesso tipo di vantaggio regalato per un effimero istante da una scintilla, offre qualcosa da guardare e distinguere rispetto alle tenebre circostanti. La memoria della meraviglia era stata risvegliata in loro dai bambini che giocavano al campanon. Nel frattempo, nessuno se ne era accorto, la scatola di sardine era rimasta vuota. Patty aveva colto le giuste energie e la distrazione degli altri per andare in giro per i dintorni. Era passata da una crepa sul muro di casa di Artemisia all’esterno, da lì poi si era diretta verso il retro dell’abside della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Arrivò all’interno proprio mentre la luce colpì la magnifica vetrata che guardava verso Corte Veniera. Sospirò. Le sue zampine ora lasciavano impronte luminose, piccole, colorate e dell’intensità pari ad una lucciola, sui masegni e poi sui cuscini dei giovani veneziani più sensibili, quelli che erano ancora capaci di addormentarsi stretti ad un peluche o che tenevano il loro giocattolo preferito sul comodino. Angoli di luce e di sogni appesi pronti a esser fatti volare. Patty sembrava trasfigurata mentre agiva, le sue zampine così piccole stavano producendo una magia così intensa che, così dunque a poco a poco, ogni ricordo ed emozione che emergeva regalava un millimetro di luce che si andava a sommare al piatto benevolo della bilancia di Anamonè. Così che forse il Natale, un giorno, potesse tornare a splendere senza essere un freddo rito da calendario, ma un’identitá viva che potesse ardere nel cuore di tutti.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Agosto 2026 – Lente, lente currite, noctis equi

Agosto 2026
Lente, lente currite, noctis equi

Luca era uscito dalla porta di casa di Artemisia da pochissimi passi, era arrivato davanti all’osteria che, lungo il canale che guardava a Palazzo Tetta, gli permetteva di attraccare ormai da tempo. Il dovere gli imponeva il rientro per trascorrere la notte nella sua cella fratesca, ma l’animo era quanto mai tormentato. Gli accadimenti, la sensazione di girare a vuoto come una vita spanata, l’idea di non poter e forse voler fare qualcosa di più per salvare Santa, magari deludendo Rudolf, lo attanagliava. Faceva su e giù sulla riva, un po’ guardava la barca, quel “Moro di Venezia consumato”, un po’ si guardava dentro. Il cuoio dei suoi sandali cominciava a consumarsi, la pavimentazione veneziana, ruvida stava grattando la suola sotto il peso del passo stanco e tormentato del frate. D’un tratto sollevò lo sguardo al cielo, strinse il primo nodo della corda che faceva da cinta sull suo saio e disse: “Al diavolo l’obbedienza! Adesso, per un pò’, il mio posto è qui!”. Contemporaneamente dentro casa di Artemisia si scatenò il caos. La mappa tattile della laguna cominciò a vibrare sotto il peso di quella bilancia disegnata che continuava a cambiare polarità come una bussola impazzita. Elio, Artemisia, persino Patty si destarono di colpo, chi spaventato, chi disorientato. Il gesto di ribellione di Luca verso i suoi voti non trovava contrappeso su nessuno dei piatti di quella misurazione della giustizia. Anamonè aveva considerato tutto tranne le cose inconsiderabili. La fronte di Luca, del tutto ignaro dell’effetto domino che quel singolo istante stava per scatenare, si rigò di gocce di sudore pesante. Non era solo l’afa spietata di agosto a tormentarlo, ma il peso specifico di una scelta che gli spaccava l’anima in due. Alle parole, però, fece seguire immediatamente i fatti. Voltò le spalle al canale e, mentre muoveva i primi passi lontano dal suo ormeggio sicuro, sussurrò tra i denti i versi di Ovidio, quasi come una esorcizzazione del tempo: “Lente. Lente currite, noctis equi”. Nella sua mente di novizio non c’era l’invocazione d’amore del poeta latino che la scrisse; c’era l’eco disperata del Faust di Christopher Marlowe. Luca stava infatti implorando i cavalli che tiravano il carro della notte di rallentare la loro corsa, di dilatare le tenebre oltre ogni limite umano, affinché quel buio potesse durare abbastanza da portare consiglio, protezione e soprattutto tempo. Tempo per la Brigata, tempo per pensare a Santa, tempo per non perdersi. Un baccano interiore tale si scatenò in lui che persino le pietre di Castello parvero trattenerne l’eco. Eppure, fuori, la notte di agosto rimaneva muta, sorda, pronta a stringersi intorno a lui, avvolgendolo. Anamonè aveva osservato ogni cosa, rabbiosa, cercando di carpire ogni respiro del frate, cosa che si era fatta moto casuale, ella cercava infatti di sfruttare ogni pozza, specchio d’acqua o catino imbibito che fosse in grado di catturare il riflesso del mondo, ma non quello della Luna. Lei si compiaceva di questo logorio, ne traeva forza sottopelle in questo momento di apparente debolezza vacillante del suo sistema pianificato. Il frate, profondamente concio, bussò alla soglia di casa di Artemisia, lei, ancora sconvolta dalla vibrazione della mappa, bofonchiò dalla camera qualcosa di incomprensibile verso chi disturbasse a quell’ora, forse lanciando qualche strale. Elio corse giù da una poltroncina e grattò la porta da dentro. Patty si raggomitolò dentro la scatola di sardine che la stava ancora ospitando cercando protezione dall’ignoto. Una lieve foschia si sollevò su Venezia, era una reazione tradotta sul piano reale dall’umore di Anamonè, così alterno e severo che acque e pietra si fecero vapore nell’aria. Artemisia arrivò alla porta, chiese chi fosse, Luca la confortò: “Sono Luca Artemisia, questa sera ho rotto una delle mie promesse, sento il bisogno di di restare qui, sento che oggi, mai come prima d’ora, il mio posto è qui, con la brigata e non a San Francesco del Deserto”. La porta lo accolse e la foschia restò al di fuori. Dentro quella casa c’era la scintilla di qualcosa di importante. Così importante che Santa, così vicino nell’anima a quel calore, ma così lontano nel fisico, vide arrossire le sue gote e, sospirando nel suo sonno etereo disse: “fè speranfa”. Luca vide Patty, raggomitolata su quel cuscinetto di lavanda, si avvicinò e le carezzò la testolina con un dito. Lei ne fu felice, ma lui si interruppe, aveva notato una cosa, poggiata su uno scaffale, una cosa che non doveva essere dov’era, ma c’era. Artemisia percepì dal silenzio e dal respiro del frate che stesse accadendo qualcosa, glielo sussurrava anche una sottile energia che percepiva, ma non decifrava. Luca afferrò quell’oggetto, lo riconobbe e, quando ne sfogliò le pagine, impenetrabili ai suoi occhi, Artemisia, riconoscendo il fruscio delle pagine e l’aura emanata del tomo disse: “Ma cosa ci fa e chi ha messo in casa mia il libro dei frammenti di tenebra?” e il frate: “Non lo so, ma forse è il segnale che rompere uno dei miei voti aveva un senso maggiore di quanto si potesse immaginare”. Nel medesimo istante Patty parve uscire dal torpore. Sollevò il musetto concio e stanco dal cuscino di lavanda e si guardò intorno. Pareva mossa da una forza magnetica che la stava orientando. Si spostò da quel nido posticcio di alluminio, attraversò il tavolo una zampettata alla volta “tip tap tip tap” facevano le sue zampette sopra quella che le parve una immensa radura, infine giunse alle pendici di quel libro dalle pagine intonse, bianche. Così almeno appariva a tutti i presenti. Vi appoggiò il musetto sopra, annusò, una, due, più volte. Luca: “Artemisia, la topolina sembra osservare il libro” e lei: “Luca, gli animali possono avere sensibilità superiori, talvolta stupefacenti, lei col suo candore poi, sembra una creatura di un luogo migliore del Mondo”. Luca mancò un respiro quando vide la piccolina allungare una zampetta verso il tomo, un tocco minimo, sfiorato sulla pagina destra. Come quello di un granello di sabbia che precipita sopra l’oceano. Fu in quell’istante, quando infinitamente piccolo e immensità si sfiorarono che parve quasi che il grigiore della topolina svanisse, facendosi china sulle pagine man mano che lei riacquisiva la sua forma naturale. Squittì, due volte, posò anche l’altra zampetta. Ora toccava entrambe le pagine, una zampina ciascuna. Apparve a cavallo di queste due facciate un’immagine a china. Era un’icona semplice ma chiarissima. Artemisia: “Cosa vedi Luca, ti prego, dimmelo!” E il frate guardò verso la finestra, poi la topolina, poi Artemisia e infine guardando le due facciate, sbigottito, balbettò: “Una goccia che cade nell’oceano. Questo libro ci ha sempre guidato con Rudolf, ci ha portato a oggi, credo che da qui non si possa più tornare indietro, quella goccia o è parte del problema o sarà parte della sua fine”. Fuori la notte stava facendo il suo corso, Luca non lo sapeva, ma i cavalli di Marlowe avevano realmente rallentato la loro corsa, giusto il tempo di tracciare la rotta e dare la possibilità a Patty di compiere l’azione da lei compiuta consumando meno energie. Patty parve svenire, Artemisia la cercò con le mani e, dolcemente, la riportò nella scatolina che le faceva da letto. Luca osservava attentamente quei tratti emersi nel tomo e, nel silenzio della notte, Venezia forse stava cominciando a svelare alcuni segreti, ma al contempo, quell’immagine aveva fatto metaforicamente entrare nella casa la foschia che era sorta all’esterno.

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✨ Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti ✨

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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I Segreti di Venezia: Francobolli in un mondo di email…

Quante notifiche hai ricevuto nell’ultima ora?

È vero, nessuno le conta, qualcuno comincia a farlo solo quando la vibrazione o il suono diventano troppo frequenti, trasformando una forma di relazione in un tedio digitale. Una catena robusta che ci canalizza verso questi contenitori dalle infinite possibilità, ma delle sottili fattezze.

La nostra vita scorre al ritmo di pixel luminosi. Riceviamo centinaia di email fredde, che ci fanno sentire scelti, giusto per il tempo di capire che quel tono si rivolge ad altre migliaia di individui, identico, suadente, veloce. Messaggi istantanei che evaporano un secondo dopo essere stati letti, come le prime gocce di pioggia sul cofano delle auto dopo una lunga corsa al sole. Sentiamo nei polpastrelli, che prudono, la fretta di rispondere, nell’illusoria idea che nel farlo si amplifichi l’essere connessi con tutti. Tutto questo però si traduce nel non essere vicini a nessuno. La nostra casella di posta è un’accozzaglia di scadenze, promozioni irripetibili e newsletter di quei corsi a cui non ci siamo mai iscritti e, se lo abbiamo fatto, non ne ricordiamo il perché.

Ora, prova a fare una cosa insolita: respira ed ascolta quel silenzio. Chiudi gli occhi per un secondo e immagina un rumore diverso, un silenzio che si fa suono.

Immagina una calle veneziana la mattina presto, il silenzio interrotto solo dal battere ritmico dei tuoi passi sulla pietra d’Istria. Il profumo di sale e di carta densa, di quella che il tipografo tiene in un vano nascosto per le occasioni speciali. Ora, specialmente se sei nato dopo il 2000, viene il difficile: visualizza una cassetta delle lettere, quelle di un rosso antico, lo stesso dei cuori disegnati dagli innamorati. È incastonata in un muro scrostato dal tempo e, pure lei, non sta messa così bene. È qui che inizia la mia “resistenza analogica”.

Il Manifesto della Lentezza: Perché una cartolina (e perché ora)

Scrivere una cartolina nel 2026 non è un’operazione di marketing, anche se ci somiglia molto lo ammetto. Il mio nasce come un atto di ribellione.

Un tempo la cartolina era il fulcro del viaggio, era la dedica rivolta a chi era importante per noi o chi ci dava il batticuore. Oggi somiglia a un reperto archeologico e a tale pare assurgere pure chi vuole spedirle ancora.

Immaginate la scena: “guardate! Ha spedito una cartolina, imballatelo e speditelo ad un museo che lo esponiamo”.

Quando hai scritto a mano, non vale contare le firme, per l’ultima volta?

C’è una magia ancestrale nella scrittura a mano: non esiste il tasto cancella. C’è l’errore, c’è la sbavatura d’inchiostro, c’è la grafia che cambia ritmo a seconda dell’umore o del tavolo traballante di un caffè o dell’emozione che cervello e cuore trasmettono alla punta della penna. Scrivere a mano significa dedicare lo spazio più prezioso che abbiamo — il tempo — a una persona specifica. Trasferire un pezzo di anima attraverso i tratti della china.

Non sto cercando follower, sto cercando i complici di una nostalgia folle e affascinante. Quella di un’attesa. Voglio riabilitare il diritto di aspettare il postino, di rattristarci perché la cassetta è ancora vuota, non per un acquisto online di un robot da cucina o per una bolletta.

Il Rituale: Come nasce un frammento di Venezia

Questo progetto non nascerà dietro lo schermo di un computer, ma tra le pieghe della città più magica del mondo. Il mio dietro le quinte sarà un rituale lento, diviso in tre atti:

La Ricerca:

Non userò cartoline commerciali e lucide, almeno ci proverò. Ognuna avrà già una storia prima ancora che io inizi a scrivere, magari nello spazio per la dedica troverete una poesia tratta dal mio ciclo “Komorebi”.

L’Ispirazione:

Mi siederò sul bordo di una fondamenta, con i piedi quasi a sfiorare l’acqua, o al tavolino di un vecchio locale. Guarderò la luce riflettersi sui canali e cercherò le parole giuste.

Il Sigillo:

Il francobollo, il timbro postale, il gesto di affidare la carta al metallo della cassetta rossa. Da quel momento, l’oggetto viaggerà fisicamente, prendendo pioggia, vento e assorbendo le scintille di vita di coloro che gli saranno vicini, fino a te.

La Regola della Singolarità: Da Venezia a Londra, Messina, Roma, Parigi, Berlino o a casa tua…

Siamo abituati alla produzione di massa, agli algoritmi che replicano i messaggi all’infinito. Ricolmi di una gratitudine dispensata per necessità e non per animo. Per questo ho deciso che ci sarà una sola, determinata quantità di cartoline all’anno. Una, due, venti, destinate a pochi lettori in qualsiasi angolo del pianeta (limiti di spedizione permettendo). Da Venezia a Tokyo, la distanza non conta.

Non c’è niente da comprare. Non è un concorso a premi. È un regalo, un ponte gettato tra la mia realtà (e il mio sogno) e la tua quotidianità.

Vuoi essere tu a ricevere il prossimo frammento di laguna?

La cartolina è sul mio tavolo, intonsa, in attesa di un nome e di un indirizzo. Se senti il bisogno di rallentare, se la tua cassetta delle lettere ha fame di qualcosa di usuale, ma inusitato, candidati per riceverla.

Scegli la tua strada:

1. Il mezzo:

Instagram: Clicca sull’immagine qui sotto (ti porterà sul mio profilo ⁠@Trarealtaesogno⁠), seguimi e inviami un messaggio privato.

Email: Se preferisci la lentezza e la riservatezza della posta elettronica, puoi scrivermi direttamente a trarealtaesogno.com@gmail.com.

2. Non scrivermi solo “la voglio”. Raccontami, anche solo con tre parole, perché hai bisogno di un sussurro da Venezia nella tua vita in questo momento.

Ti farò sapere se sarai scelto. Io sono pronto a scrivere, ma tu, sei pronto ad aspettare?