I Segreti di Venezia | Sessioni Analogiche, Pt. 2: La Luce Lagunare, i Gesti Quotidiani, i Contrasti e l’Atmosfera Viva

Nel primo capitolo di questa esplorazione analogica ci siamo immersi nella struttura pura e geometrica del bianco e nero. Oggi la prospettiva cambia: spazio al colore.

Per questo secondo rullino ho scelto una pellicola 200 ASA a colori, il supporto ideale per raccogliere la gamma cromatica imprevedibile della laguna. In un’epoca dominata dallo scatto digitale compulsivo, affrontare Venezia con soli 36 fotogrammi a colori significa compiere una vera e propria scelta di sintesi. Nessuna modifica a posteriori, nessuna saturazione artificiale: solo la luce naturale che incontra l’emulsione chimica.

Se il bianco e nero ha rivelato la spina dorsale della città, il colore ne restituisce il battito cardiaco. I rossi terrosi dei mattoni scrostati, l’azzurro cangiante dei canali, il verde squillante dell’edera che si arrampica sui muri secolari e le tonalità calde della pietra d’Istria al sole si fondono con i gesti della vita quotidiana, trasformando ogni scorcio in un quadro vivo.

fujica stx-1 kodak color 200asa

Prima di cominciare, vi presento un valido assistente

(Nota: ci tengo a precisarlo, non si tratta di una collaborazione o di un contenuto pubblicitario/ADV, ma solo del racconto sincero degli strumenti usati sul campo e acquistati senza contributi esterni).

Nonostante le fotocamere utilizzate durante le due sessioni fossero già dotate di esposimetro integrato, il Godox C100 si è rivelato un utile supporto esterno per una rapida verifica prima dello scatto. Questo piccolo dispositivo tascabile con mirino trasparente (transparent viewfinder) permette infatti di inquadrare la scena e avere un riscontro immediato sulla quantità di luce globale. Non trattandosi di un esposimetro con lettura spot, ma di una misurazione valutativa sull’intera area, non è uno strumento perfetto nei contrasti più estremi — come i passaggi in ombra nei sotoporteghi con sfondi in pieno sole. Tuttavia, usato con consapevolezza e affiancato all’esposimetro della macchina, offre un secondo parere visivo veloce, perfetto per confermare l’esposizione o ottenere dei parametri affidabili in caso la nostra fotocamera non potesse fornirli, prima di consumare uno dei preziosi 36 fotogrammi del rullino.

🎥 Non è finita qui: per chi vuole vivere l’esperienza sul campo e vedere il “dietro le quinte” di queste due uscite con la fotocamera al collo e il rullino inserito, a breve uscirà sul mio canale YouTube un video interamente dedicato a questa sessione analogica. Vi porterò con me tra le calli e i canali per mostrare dal vivo come sono nati questi scatti. Iscrivetevi al canale per non perdervelo!

Sezione 1: La Luce e la Palette dei Sestieri

Ramo del forno – L’edera rampicante, il rosso dell’intonaco scrostato e la figura con la valigia compongono il quadro ideale della vita veneziana.
Trame di colonnati. Il calore della luce dorata filtra tra le colonne illuminando la pietra d’Istria e la porta verde in ombra.
Angoli di quiete. Panchine immerse nel verde di un campiello residenziale, tra mattoni rossi e vestiti stesi.

Sezione 2: I Gesti e il Lavoro sull’Acqua

Manutenzione d’acqua. La gestualità del lavoro quotidiano tra bricole e pali d’ormeggio sotto le finestre storiche.
Incrocio d’imbarcazioni. Inquadratura dall’alto che cattura la perizia e il ritmo dei gondolieri all’intersezione tra due canali stretti.
Passaggio cinematografico. L’uomo con cappello e trolley cammina lungo la fondamenta; il contrasto tra l’azzurro dell’acqua e la pietra crea un dinamismo unico.

Sezione 3: La Vita Lenta e i Dettagli Sospesi

Mani e archeologia industriale. La scultura contemporanea si erge di fronte alla vecchia gru dell’Arsenale sotto un cielo limpido.
Lama di luce nel vicolo. Il sole taglia in diagonale la calle, mettendo in risalto la figura al centro e il rigoglio delle piante a parete, il tutto mentre il passante è vestito come i panni stesi.
Arte sulla fondamenta. Due pittrici affacciate sul canale illuminato dal sole radente che fa risaltare la texture dei mattoni.
Prospettiva classica. Il Rio di Palazzo e il Ponte dei Sospiri; la luce sulla pietra lavorata di Palazzo Ducale contrasta con l’ombra del canale sotto l’arcata.

Epilogo: Riavvolgere il rullino, attende, sperare e ritrovare il tempo di vedere anzichè guardare

Tirare la leva del riavvolgimento alla fine del trentaseiesimo scatto ha un suono inconfondibile. È il click metallico che sancisce la fine di una scommessa: non sapere subito com’è andata, ma sentire di averci messo attenzione, presenza e cura.

Questa doppia immersione analogica mi ha ricordato quanto sia importante, ogni tanto, staccare la spina dalla frenesia del digitale. Quando non puoi verificare lo schermo dopo ogni pressione del pulsante, smetti di guardare la foto e torni a guardare la realtà. Impari di nuovo ad aspettare che l’ombra si sposti della misura giusta, che la barca tagli il riflesso dell’acqua nel punto perfetto, che la persona in calle compia quel passo che trasforma uno scorcio ordinario in una storia.

In fondo, questo ritorno alla pellicola mi ha riportato dritto a un pensiero che appuntai sul blog tempo fa, in quell’articolo acerbo ma sentito del 2022 intitolato Ciribiribì, ricordando gli spot Kodak degli anni ’80/’90: quella sensazione genuina di quando la fotografia era un piccolo rito fatto di attesa, sentimenti e magia. Rileggere quelle righe oggi, dopo aver coperto la città a passo lento con solo 72 possibilità in tasca, chiude un cerchio perfetto tra chi ero, chi sono e come scelgo di raccontare Venezia.

Il colore ci restituisce una laguna viva, cangiante, quotidiana; il bianco e nero ce ne ha mostrato l’architettura eterna, ma con scene che, osservandole bene, in assenza del colore perdono una chiara collocazione temporale. Entrambe le visioni condividono però lo stesso messaggio: Venezia richiede rispetto, tempo e sguardi consapevoli.

Spero che questo viaggio in due puntate vi abbia fatto venire voglia di rallentare i passi la prossima volta che vi perderete tra i suoi sestieri, anche solo per osservare la salsedine che si lega ai mattoni lungo una parete.

Qual è lo scatto di questa serie a colori che vi ha fatto battere di più il cuore? Siete team bianco e nero o team colori? Aspetto i vostri commenti qui sotto!

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

banner ritorna a elenco articoli

I Segreti di Venezia: Quello che credi di aver visto (e non esiste)

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi visiteremo Venezia attraverso un espediente narrativo: sfioreremo segreti già raccontati, ma li metteremo in discussione, uno dopo l’altro. Perché ciò che abbiamo visto — o crediamo di aver visto — non sempre coincide con ciò che ricordiamo.

effetto mandela - i segreti di venezia

Cos’è l’Effetto Mandela?

L’Effetto Mandela è quel fenomeno per cui più persone condividono lo stesso ricordo… anche quando quel ricordo non è mai esistito davvero e non è corretto. Un cortocircuito della memoria, studiato in psicologia, che prende il nome da Nelson Mandela e che ci ricorda una verità scomoda: la mente non registra, ricostruisce.

E Venezia è il luogo perfetto perché questo accada.

Tra riflessi che deformano, nebbie che cancellano e secoli di storie sovrapposte, la città non si limita a mostrarsi: si lascia interpretare. E mentre camminiamo tra calli e pietra, qualcosa cambia — non fuori, ma dentro di noi.

Oggi non esploreremo solo Venezia.
Esploreremo ciò che crediamo di sapere su di lei.

Hai davvero visto Venezia… o la stai ricordando?

Venezia non è solo una città da vedere.
È una città che filtra, distorce e riscrive ciò che percepiamo.

L’acqua non riflette soltanto: trasforma, allenta e rallenta.
Ogni palazzo si sdoppia, ogni linea si piega, ogni dettaglio diventa instabile. Ciò che osservi non è mai completamente fermo, mai completamente certo ed al crescere delle tue emozioni visive, la lucidità si altera. Un po’ come quando arriva la nebbia, il caligo, e Venezia fa un passo in più: non aggiunge, toglie lasciandoti in balia della tua immaginazione. Cancella contorni, smussa distanze, lascia spazio all’immaginazione. Il cervello, davanti a ciò che manca, fa quello che sa fare meglio: riempie. E infine la storia. Strati su strati, secoli sovrapposti come pagine di un libro immenso, racconti che si intrecciano dentro la salsedine che si occulta e permea in ogni mattone. Venezia non ha una sola versione: ne ha centinaia, tutte plausibili, tutte conviventi. E nella nostra memoria, queste versioni non restano separate… si fondono.

È così che nasce il dubbio. Non perché Venezia nasconda qualcosa. Ma perché ci abitua a non distinguere più nettamente tra ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo immaginato grazie alla sua meraviglia.

Ti sei messo alla prova: cosa ricordi davvero?

Ora fermati. Guarda le immagini qui sotto o poco più in alto, non avere fretta. Non cercare di “capire”, sei all’interno di un gioco che, forse, ti si sta svelando davanti agli occhi.

Osserva. Non analizzare troppo. Quali ti sembrano corrette? Di quali ti ricordi?

Forse penserai di riconoscere ogni dettaglio. Forse ti sembrerà tutto familiare.

Ma c’è una cosa che devi sapere: la familiarità non è una prova di verità.

E dopo tanta verità raccontata sulle pagine di questo blog oggi, mi sono fatto “saboteur” e ti sto ingannando dall’inizio, o forse no, le tue percezioni contano, ma solo alla fine scoprirai quante di queste fossero la verità.

Perché il tuo cervello ti mente (e lo fa benissimo)

La verità è più semplice — e più inquietante — di quanto sembri. La memoria non è un archivio.
Non conserva. Ricostruisce. Ogni volta che ricordi qualcosa, non lo stai recuperando.
Lo stai ricreando. E in questo processo entrano in gioco tre meccanismi:

  • La memoria ricostruttiva: riempie i vuoti con ciò che è plausibile, coerente, credibile.
  • I pattern: Il cervello riconosce schemi e li applica automaticamente, anche quando non dovrebbero esserci.
  • La semplificazione: Riduce la complessità per risparmiare energia, trasformando l’unico in familiare.

Il risultato? Non vediamo il mondo per com’è. Vediamo una versione ottimizzata, interpretata, adattata. La nostra!

E a Venezia… questo processo diventa impercettibile mentre la viviamo, ma visibile, vivido nei ricordi.

Perché qui, più che altrove, la realtà lascia spazio alla mente, facendola navigare in cerca di sogni tra calli, campielli e canali.

L’orologio che il cervello “vuole sempre correggere”

Siamo quasi alla fine di questa avventura, e per una volta voglio essere generoso. Questa immagine ritrae l’inconfondibile Torre dell’Orologio, con il suo quadrante unico che domina la piazza. Eppure, se provi a ricordarlo… probabilmente lo immagini come qualsiasi altro orologio. Dodici ore. Un cerchio familiare. Qualcosa di normale. Ma Venezia, ancora una volta, devia dalla regola. Ed è proprio qui che succede qualcosa di immediato: il cervello corregge ciò che non riconosce. Allora dimmi: qual è l’errore nell’immagine?

Scrivilo nei commenti.

orologio dei mori

Per concludere:

Prima di proseguire alle SOLUZIONI, prova a fare un piccolo esperimento: torna su e scorri rapidamente le immagini che hai appena incontrato. Non analizzarle, non cercare l’errore logico; lascia che scivolino via come una sequenza di sogni o come i palazzi che sfilano veloci durante una corsa in motoscafo.

Poi fermati. In quale di queste la tua mente ha inciampato? Quale dettaglio ti ha costretto a fermarti e a esclamare: “Aspetta, c’è qualcosa che non va”?

Forse è proprio in quel piccolo sussulto, in quel dubbio che increspa la superficie del ricordo, che si nasconde la vera essenza di Venezia: una città che non smette mai di chiederti se ciò che vedi sia reale o se sia tu, con il tuo desiderio di meraviglia, ad averlo appena inventato.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito e quante ne hai indovinate!
#SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

banner ritorna a elenco articoli

Ecco a voi le soluzioni:

Anamonè e la bilancia del Natale – Marzo 2026 – Sono ancora qui, sotto la neve

Marzo 2026
Sono ancora qui, sotto la neve

Amelia, la sorella gemella di Nico

“Vrrrr… vrrr… vrrr…” Il motore borbottava piano, facendo tremare lievemente sia i piedi di Artemisia che le zampine di Elio, il tutto mentre la prua della barca tagliava in due le acque smeraldine della laguna costeggiando una soporosa Murano dal suo versante Est. Matteo sorrise, scuotendo appena la testa: “Sai, questo viaggio non è solo per la marea o per la barca… è il modo migliore per ripagarti un debito morale che porto da anni. Oggi come allora, ti fidi di me e io non posso tirarmi indietro.” Le ciminiere di alcune vetrerie cominciavano a mostrare i primi segni di attività in quello che, tutt’intorno, appariva come un silenzio surreale. Un gabbiano sorvolò vicinissimo alla barca di Matteo delle Maree, quasi sfiorando il capo di Artemisia che, in segno di difesa, udì un miagolio veemente di Elio a sua tutela. La barca proseguì oltre, Murano era già alle loro spalle e, ad Artemisia, sollecitata dal beccheggiare sulle acque del natante, venne in mente un parallelismo sottile. Esclamò: “Elio, ma ti rendi conto? Noi dovremo riuscire far pendere la bilancia verso la luce, ma passiamo l’intera esistenza tentennando, un poco a sinistra, un poco a destra. Un poco avanti, un poco indietro. Sempre in equilibrio tra il tutto bene e il tutto male. Sarà difficile andare contro la nostra natura, così parziale, così affine alla pratica stabilità. Per fortuna, in assenza di Rudolf, possiamo contare su Luca”. L’espressione del gatto, da dentro quel marsupio, colpì nel profondo Matteo, che rimase in silenzio e fu felice del potervi assistere. Poi disse: “Artemisia, quella creatura sembra capire ogni tua parola” e lei: “Matteo, credimi, comunica più di quanto si possa immaginare, anche nel silenzio. Io e lui facciamo dei discorsi meravigliosi”. Il viaggio, nonostante un filo di brezza che sferzava e irretiva le acque, proseguiva lineare. Ad un certo punto Artemisia sembrò voler catturare col naso più aria di quanta le fosse necessaria, Matteo lo notò e disse: “Artemisia, che succede? Tutto bene?” e lei: “Sì, ero solo colpita da un mix di stimoli olfattivi che non mi aspettavo, c’è il salmastro, ma anche il terroso, l’algoso, l’umido e, soprattutto una sferzata muschiata e pungente, perchè hai deviato attraverso le barene?” e lui, esterrefatto: “Perchè ancora una volta volevo sperimentare il miracolo del tuo percepire Artemisia. Conosci la laguna e la sai riconoscere attraverso segnali, indizi, vibrazioni, cui solo tu finora hai saputo attribuire un senso, sono davvero felice di conoscerti, per la persona che sei e perchè se mi raccontassero di te, beh, lo ammetto, non ti crederei possibile”. Artemisia arrossì, sentì il sangue rincorrersi nei capillari e concentrarsi in un girotondo velocissimo proprio sulle gote. Elio cominciò a grattare il tessuto del marsupio, pareva irrequieto, Artemisia lo coccolò con delle carezze lente e prolungate. Fu colta da un’improvvisa, quanto intensa, pelle d’oca e, al contempo, le narici furono solleticate da un profumo così definibile: muschiato, verde, umido, etereo. Artemisia lo capì subito, Elio anche prima di lei. L’entità la stava controllando, ma non pareva una minaccia, pareva una verifica del fatto che si stesse attenendo ad un compito preciso. Matteo: “Artemisia, stupiscimi!” e lei: “Nove, otto, sette… uno..” al suo dire uno la barca sfiorò una bricola e, lei sorridente esclamò: “San Francesco del Deserto, eccoci!”. Sbarcò, aiutata da Matteo che, non vedendo nessun frate farsi avanti le disse: “Sicura che non vuoi che attenda prima di tornare indietro? Il trasporto lo offre la ditta eh” e lei, sorridente: “Tranquillo Matteo, la bilancia del tuo debito ora è in equilibrio, ma anche non lo fosse stata, stai sereno, torna pure a casa. Qui sono al sicuro”. Lui: “Grazie, ma ricorda, se hai bisogno, ci sarò sempre” e lei: “E io per te, ricordalo”. Matteo tornò a bordo, riaccese il motore: “Vrrrr… vrrr… vrrr…” e allontanandosi urlò: “A presto Artemisia” e lei ricambiò il saluto con ampi gesti della mano nell’aria in direzione della sua voce. Stranamente nessun frate si fece avanti, nessun suono pareva provenire dall’isola, altresì nota per il suo silenzio degno di un “deserto”, fisico e spirituale in cui trovare ristoro. Artemisia ne approfittò così per aggirarsi nel verde di quell’eremo acqueo. Un venticello leggero le accarezzò il volto e le mani. Dal terreno salmastro si sprigionava un aroma intenso, in cui il verde dei pioppi e dei salici, muschiato e umido, sembrava amplificare il sentore salino della laguna traendolo dalla terra su cui poneva le proprie fondazioni e amplificandolo traverso le fronde. Ogni respiro era un intreccio di terra e acqua, di muschio e sale, e Artemisia percepì subito una vibrazione sottile, come se la presenza si manifestasse nuovamente, anche attraverso quell’aria profumata, vigile ma discreta, a vegliare sul suo primo passo sull’isola e, specialmente, sulle sue motivazioni. Non le era chiaro se fosse istinto o profumo a guidarla, ma accadeva. Si lasciò guidare e, sorprendentemente, giunse presso quello che pareva un attracco secondario. Sentì un canticchiare lontano e soave, che si faceva eco e spesso veniva coperto dal rumore delle acque che, mosse dal vento, si amplificavano in uno spazio vuoto, una sorta di cavana in muratura. Trovò una porta e una maniglia fredda, il canticchiare parve farsi voce familiare all’udito, girò la maniglia, Elio sbadigliò rilassato, come chi, dopo un lungo viaggio, è consapevole di essere in procinto di riabbracciare un amico. Per la prima volta Artemisia avrebbe voluto poter vedere, glielo si leggeva sul volto quando capì che il canticchiare non era quello di un frate qualsiasi, ma quello di Luca, appena tornato da Malamocco, che al vederla fu colto così di sorpresa da perdere il tratto del proprio respiro. “Artemisia, ma, come sei arrivata? Cosa ti porta qui? Ma soprattutto, che bella sorpresa!” Lei: “Luca, non potevo attendere il tuo consueto ritorno, siamo consapevoli che Rudolf ci abbia affidato un compito, ma credimi, non avrei mai creduto che il destino avrebbe saputo bussare così forte alla soglia delle nostre vite”. E lui: “Andiamo ad accomodarci nella Cappelletta, così mi racconti ogni cosa”. Artemisia si sedette di fronte a Luca, Elio ora gigioneggiava acciambellato ai suoi piedi apparentemente senza trovar ristoro e risistemandosi di continuo. Lei: “Luca… stanotte ho sognato qualcosa che… non so spiegare con parole normali. Era come se la laguna stessa mi parlasse, guidasse il mio tatto. Ho visto una figura… alta, regale, avvolta in un abito scuro che sembrava acqua e luce insieme. I piedi sparivano nel buio, e una corona, sembravano anemoni le circondava il capo, irradiando rami eterei…” Luca la guardava, silenzioso, mentre Artemisia tracciava con le mani nell’aria i movimenti dei piatti di una bilancia, su e giù, leggeri come piume. “Questa bilancia… pendente tra luce e ombra… pesava tutto ciò che accade nel mondo. Sul piatto del buio c’era la cenere e il fumo, sul piatto della luce una fiamma calda e vibrante. E quando la bilancia si è inclinata verso la luce… la figura ha indicato un punto preciso sulla mappa, e poi si è dissolta.” Fece ampi cenni, come a immaginare di scorrere lentamente i palmi sopra la superficie tattile, seguendo le linee della laguna, e Luca percepì la cura dei suoi gesti, la precisione quasi reverente. “Al risveglio… questo punto sulla mappa che conosci era diventato reale. Non è solo un sogno… c’erano parole, appunti che non avevo mai scritto, e persino la sagoma della bilancia. Diceva che chi è trattenuto… chi soffre, chi è nascosto… dipende dall’equilibrio tra luce e ombra. È un compito… una sfida che… è stata affidata a me e che sento di non poter portare in solitudine.” Artemisia si fermò, respirando profondamente, sentendo il cuore accelerare per l’importanza di ciò che stava raccontando. “Non so perché… perché a me, Luca, che per la prima volta percepisco un limite in me, laddove dove di solito immaginavo soluzioni. Ogni gesto, ogni respiro del sogno, ogni linea della mappa… tutto mi dice che dobbiamo agire. E non posso più aspettare. Ti chiedo di aiutarmi a capire, a seguirlo. Perché se la bilancia pende, anche solo di poco, verso il buio… sento che il mondo potrà perdere qualcosa che non potrà più ritrovare.” Luca rimase in silenzio, la testa leggermente inclinata, le mani che seguivano i movimenti di Artemisia sulla mappa che gli aveva fatto immaginare lì nell’aria, sentendo la vibrazione della sua urgenza e della sua delicatezza nell’inflessione della voce. “Va bene…”, disse infine, con voce decisa eppure rispettosa. “Ti credo, Artemisia. Dovessi limitarmi al mio credo rinnegherei quanto vissuto con te, a partire da Santa, da Rudolf e Krampus. Faremo insieme tutto ciò che serve per interpretare questo sogno… e interpretare i moti edotti a noi dalla mappa, agiremo unisono, in attesa che Rudolf torni a poter essere dei nostri”. Elio, come a sottolineare la promessa, sfiorò il piede di Luca con la testolina, emettendo un miagolio sommesso di pace. Artemisia sorrise, accarezzandolo, e per un attimo il tempo parve fermarsi, sospeso tra la luce del mattino e l’ombra del mistero che li attendeva. Luca, prima di andare a recuperare alcune cose utili nella sua cella fratesca, la aiutò ad accomodarsi a bordo del Moro di Venezia, la barca solamente omonima di quella gloriosa, ma che dopo qualche sapiente ritocco, pareva esser tornata ad un livello decoroso di affidabilità e sicurezza. Tornò poco dopo e, salito a bordo, tolse gli ormeggi. Artemisia si era accomodata a prua, Elio, uscito dal marsupio, si era acciambellato sulle sue ginocchia. Il sole riflesso sulle acque lagunari sembrava stimolare oltremodo il canto dei gabbiani, qui e lì, nel tragitto, profumo di salsedine e tamerici. Luca non sfidò i sensi di Artemisia e lei, lungo il tragitto di ritorno non si fermò a riflettere su dove si trovassero. Per quanto dotata nei sensi infatti non amava abusarne, ma tenerli pronti per il bisogno reale. Ad un tratto disse: “Stiamo transitando davanti a Murano vero?” e Luca con un sorriso enorme: “Si, esattamente, ma da cosa l’hai capito stavolta?” e lei, con aria furba: “Un sentore, di fumo vetroso, mare salmastro e fuoco vivo”. Da lì, non ci volle molto per giungere all’attracco, quello consueto, davanti all’osteria. Ad attenderli però non vi era l’oste o qualche viandante, ma una sorpresa diversa che Artemisia percepì in un flashback prima ancora di poterla comprendere del tutto. Luca lo riconobbe subito, aveva quegli occhi che, ancora, parevano illuminati da un bagliore lontano, ma Nico non era da solo, teneva per mano una ragazzina minuta, una goccia d’acqua a livello di viso, solo con lineamenti più femminili e un look antitetico rispetto al fratello. Il ragazzino esordì: “Volevo presentarvi Amelia, mia sorella”. Amelia era lì, minuta come una fiamma che trema prima di spegnersi, eppure risoluta nella postura, quasi seccata di essere lì, sottoposta all’inevitabile rito di essere presentata. La treccia rossa, di quel rosso cupo che pareva ispirato al tramonto d’estate, si era disfatta a metà, ciocche ribelli le incorniciavano il viso pallido. Il nastrino nero, annodato storto, sembrava l’unico filo a trattenerla dal dissolversi nel vento. Al collo portava un cuoricino di vetro nero di Murano che pendeva spezzato a metà: opaco, crepato, eppure integro, come se la frattura facesse parte della sua natura. Non rifletteva la luce; la beveva. E in quel momento, mentre Nico parlava con occhi ancora accesi da un bagliore lontano, quasi inspiegabile, un bagliore che era stato di tutti i presenti per un istante parve essere solo suo. Il pendente di Amelia sembrava assorbire l’eco di quella stessa luce, trasformandola in ombra quieta, in silenzio che pesa comunicando a suo modo ogni cosa, senza emanare verbo. Lei era semplicemente se stessa, una ragazzina che, specchiata su di una goccia d’acqua, rifletteva ciò che era il fratello, ma al contrario: dove lui emanava calore, lei era più fredda, distaccata. Eppure, in quel preciso istante dell’attracco, con il sentore di vetro fuso ancora nelle narici, Artemisia volgendosi verso la voce di Nico sorrise, Amelia timidamente ricambiò, brevissimamente, timidamente, un po’ spezzato come il suo ciondolo – e fu come se la tenebra che custodiva, ignara, sussurrasse per la prima volta: “Eccomi. Sono tornata. Sono ancora qui, sotto la neve”. Gli occhi di Nico parvero brillare più forte per un istante, come se riconoscessero, senza capire, il contrappunto oscuro che, nell’insieme completava, aggiungendo ombra, la loro luce. Nico si voltò verso la sorella e disse: “Dai, andiamo! Ora che te li ho presentati possiamo tornare a casa” e lei: “Ma mi avevi detto che avrei rivisto anche quello barbuto con gli abiti consunti di quel Natale..” e Nico: “Ho mentito, Amelia, ma se non ti avessi detto questa bugia non saresti mai venuta con me” e lei: “Certo, non avere dubbi”. Si allontanarono bisticciando rumorosamente lungo la calle, però senza che lei mai provasse a liberarsi dalla mano del fratello. Luca li osservò sorridendo, poi guardò verso Artemisia, che parve colta da una rivelazione e le disse: “Artemisia, dimmi, che succede?” e lei: “Luca, ricordi che Rudolf raccontava dei due gemelli che avevano salvato il Natale con un biscotto?” e lui: “Si, ricordo bene, perchè?” lei incalzò con la voce un filo spezzata dopo un colpo di tosse emotiva: “Luca, Nico e Amelia, sono loro i due gemelli. Quelli che hanno fatto salvare, per la prima volta, il Natale donando un biscotto a Santa. Rudolf li ha visti. Io invece li ho sentiti. Nico era sempre da solo, ma ora erano vicini, avevano un’aura fortissima insieme”. Luca non trovò le parole, Elio miagolò e, Artemisia, si volse verso l’acqua, consapevole che la scena aveva avuto una osservatrice occulta che, ad insaputa di tutti i presenti aveva annotato un dettaglio: esiste una luce che agisce senza possedere ed un’ombra che vuol trattenere per sé tutto ciò che non può essere protetto altrimenti.

Torna all’elenco dei capitoli.

Racconta anche tu il tuo viaggio: condividi la tua esperienza con gli hashtag #25IngredientiDellaLuce, #chiharapitosantaclaus, #labilanciadelnatale e #trarealtaesogno, taggando @trarealtaesogno sui social.

✨ Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti ✨

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Iscriviti al blog — è gratis e lo sarà sempre — per ricevere ogni nuovo contenuto e restare parte di questo viaggio narrativo.

I Segreti di Venezia: i gatti di Venezia, storia dei passi felpati che hanno custodito la città

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Lo avete sentito anche voi? No? Ecco, di nuovo! È un passo felpato, leggero, quasi impercettibile. Mi giro a destra: nulla. Ora a sinistra: eccolo! Ma cos’è? Mi avvicino piano… ma si allontana timoroso, nascondendosi sotto un cumulo di reti da pesca lasciate ad asciugare al sole.

Voi non lo avete visto? Sul serio? Allora vi racconto una cosa speciale: mettetevi comodi.

i gatti di venezia formato cartoon copertina

Il passo felpato nel silenzio lagunare

L’immagine qui sopra penso abbia rivelato, tanto quanto il titolo ovviamente, il tema di questo articolo. Si tratta di un taglio insolito, un segreto “palese” eppure così sfuggente. Gli stereotipi su Venezia sono infiniti: il gondoliere con la sua serenata, i gabbiani che planano sui tetti, i canali labirintici, i ponti arcuati… eppure, tra i più vari abitanti di questo meraviglioso angolo di mondo, molti – non senza colpe – dimenticano alcuni dei protagonisti silenziosi della storia veneziana.

Lo scopo di questo articolo, oltre che regalarvi un po’ di fusa immaginarie, sarà quello di ricordarvi perché gli dobbiamo più di un grazie: i gatti di Venezia, con i loro passi felpati, hanno custodito la città per secoli, invisibili e silenziosi, ma indispensabili.

Qui sopra un gatto in relax presso la Libreria Acqua Alta

Le origini orientali – Mercanti, galee e soriani coraggiosi

Il legame tra Venezia e i gatti nasce dal grande commercio mediterraneo del XIII secolo, quando le galee veneziane tornavano dall’Oriente cariche di spezie, sete e granaglie. Con le merci arrivava però “in omaggio” un nemico insidioso: il topo nero, roditore aggressivo che infestava le stive, rosicchiava corde e sacchi, e diffondeva la peste bubbonica.

I gatti locali non bastavano contro questi invasori feroci, ma i mercanti veneziani, assai pragmatici, importarono felini più adatti allo scopo dalla Palestina, dalla Siria e, secondo alcune tradizioni, dall’Egitto: i soriani, robusti, tigrati e cacciatori implacabili. Venivano caricati sulle navi come membri dell’equipaggio – tipicamente 3 o 4 – annotati nei registri di bordo e affidati a un marinaio per la cura. Erano talismani contro topi e sfortuna, il loro valore misurato dalle prede eliminate.

Sbarcati a Venezia, questi gatti orientali vennero incrociati con le razze locali, dando vita a una stirpe più resistente e adattata alla laguna: cacciatori naturali perfetti per difendere magazzini, case e imbarcazioni. In un’epoca in cui un carico perso poteva significare rovina, rappresentavano una difesa strategica, naturale e low-cost.

Eroi invisibili – Quando i gatti salvarono Venezia dalla peste

Questi piccoli leoni d’Oriente posero le basi per un’alleanza millenaria: custodi discreti pronti a dimostrare il loro valore quando la peste bubbonica colpì duramente la Serenissima. Le epidemie più gravi furono nel 1348 (la “Morte Nera” decimò forse il 60-70% della popolazione) e nel 1575-1577 (quasi un abitante su tre, circa 40-50.000 vittime su 150-180.000 residenti). Il vero nemico erano i ratti infetti dal bacillo Yersinia pestis, che trasmettevano il morbo tramite pulci nelle calli, magazzini e navi. Mentre medici con maschere a becco bruciavano erbe e la Serenissima attivava lazzaretti, quarantene, cordoni sanitari e chiese votive (Redentore 1577, Salute 1630), i gatti agirono come barriera naturale: controllando i topi nelle calli strette, depositi e imbarcazioni, limitarono la diffusione dei roditori infetti e del contagio. I veneziani lo compresero rapidamente: i felini divennero alleati preziosi, protetti da norme contro il maltrattamento e considerati quasi sacri – “animali di pubblica utilità”. In un’epoca di terrore e superstizione, offrirono una difesa concreta e quotidiana, più efficace di molti rimedi medici. Questa gratitudine si tramandò: i gatti furono rispettati come eroi invisibili che aiutarono Venezia a sopravvivere alle sue piaghe più oscure.

Un omaggio felino – Artemisia ed Elio, spiriti della laguna incantata nella saga natalizia firmata Trarealtaesogno

In un angolo nascosto di Venezia, dove i canali sussurrano segreti antichi e la foschia avvolge le calli come un velo di sogno, vivono Artemisia ed Elio: lei, cieca ma veggente attraverso il tatto e l’intuizione, con le mani che leggono la mappa tattile della laguna come un libro vivo; lui, il suo gatto nero dagli occhi d’ambra, silenzioso custode che intuisce prima di ogni altro il mutare dell’aria, il pericolo nascosto o la luce che filtra tra le ombre. Insieme a Rudolf, Luca e gli altri vivono in una trama sospesa tra realtà e incanto, navigano la laguna, risolvono enigmi di sfere luminose e oscure, inseguono tracce di Santa Claus rapito. Artemisia, con la sua calma regale e le carezze precise, trasforma il buio in visione; Elio, con un miagolio sommesso o una zampata decisa, apre porte invisibili, distrae guardiani o avverte di presenze nel riflesso. Elio in particolare è un fantasioso e vero erede dei gatti veneziani: non solo cacciatori di topi, ma spiriti discreti che custodiscono l’equilibrio fragile tra ombra e luce, tra il quotidiano e il magico. Nei loro passi felpati riecheggia lo stesso mistero millenario che ha protetto la Serenissima – un misto di fusa rassicuranti e intuizioni profonde, in una città che, anche nei sogni più poetici, non smette mai di essere custodita dai suoi piccoli leoni silenziosi. Se non conoscete la loro saga natalizia su Tra Realtà e Sogno, scopritela qui. Oppure seguitemi su Wattpad.

I Maine Coon di Cannaregio

Nel cuore di Cannaregio, sul ponte davanti all’ex Squero dei Muti – ribattezzato “Ponte dei Gatti” –, per anni hanno regnato tre Maine Coon maestosi: Sadhna, la madre rossa e regale, Felix, il padre nero e imponente, e Rudolph, il figlio socievole e fotogenico. Non erano randagi selvatici, ma gatti domestici in semi-libertà: uscivano dalle case vicine, si accomodavano sulle ringhiere del ponte, posavano per turisti e passanti con la loro folta pelliccia e gli occhi penetranti.

maine coon di venezia - Rudolph
Rudolph

Simbolo vivente del fascino felino veneziano contemporaneo, diventarono star locali su social e progetti come Cats in Venice. Rudolph è mancato di recente, lasciando il ponte più silenzioso, ma il loro ricordo resta un ponte tra storia antica e leggenda moderna dei custodi lagunari.

Concedetemi un ultimo colpo di coda…

E dunque abbiamo girovagato in un mondo che c’è, in ricordi che sono vividi ed in calli silenziose. Sono certo sia il momento giusto per riprovarci. Ora lo avete sentito anche voi, vero? Sì! Bravissimi, ecco, di nuovo! È un passo felpato, ritmico sulle assi di legno di un vecchio ponte, quasi impercettibile. Ci giriamo a destra: un gatto nero. Ora a sinistra: eccolo, uno bianco! E poi ancora, tanti altri – un tempo angeli custodi, oggi leoni mancati.

Si affacciano dal buio dei sottoportici, si stendono sui muretti umidi, ci fissano con quegli occhi grandi e sinceri che sembrano contenere tutti i segreti della laguna. Non chiedono nulla, non si fanno notare con miagolii insistenti: semplicemente sono lì, come sempre sono stati, osservatori discreti. Custodi che hanno tenuto lontani i topi dalle stive delle galee, che hanno limitato il contagio nelle calli infette dalla peste, che hanno vegliato sui tesori nascosti della Serenissima senza mai pretendere un trono, accontentandosi di una calle o di un balcone, ancora meglio della balaustra di un ponte.

Oggi, in un’epoca di turisti frettolosi, i loro passi felpati sono diventati ancora più preziosi: un richiamo gentile a non dimenticare che Venezia non è solo pietra e acqua, ma anche sussurri, riflessi dentro occhi felini, presenze che continuano a proteggere la città nel modo più antico e nobile possibile – senza fare rumore, invitandoci a rallentare. Ascoltate ancora: un altro passo, poi un altro. Sono loro. Sono sempre stati loro. E non se ne andranno mai davvero, anche perchè come vedrete nelle foto qui sotto, sono in ottima compagnia!

Per concludere

E dunque, eccoci al termine di questo viaggio felino tra calli e sogni. Abbiamo seguito passi felpati che, dal XIII secolo, hanno custodito Venezia contro topi, peste e oblio. Dai soriani coraggiosi sulle galee ai giganti di Ponte dei Gatti, dai custodi invisibili della storia a spiriti incantati come Artemisia ed Elio. Oggi, in una città con i residenti che sono solo 47.652, erosi dalle masse e silenzio, quei miagolii sommessi restano un richiamo gentile: rallentate, ascoltate. I gatti non chiedono monumenti, solo un angolo di muretto, una ciotola, uno sguardo. E in cambio continuano a vegliare, discreti, con occhi gialli che brillano nel buio lagunare. Perché Venezia, in fondo, non è solo pietra e acqua: è anche il ritmo felpato di chi la ama senza far rumore. Grazie a loro, il segreto pulsa ancora, vivo e silenzioso, sotto i nostri piedi.

Sussurrami nei commenti: dove hai visto un gatto a Venezia!
#gattidivenezia #mainecoondivenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

banner ritorna a elenco articoli

Anamonè e la bilancia del Natale – Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Artemisia, Elio e Matteo in barca verso San Francesco del Deserto

Terminata la cena Artemisia si voltò e, a passo lento ma sicuro, si avvicinò con le stoviglie sporche al lavandino. Elio, che fino a un attimo prima si stava leccando una zampa sul tappeto, si immobilizzò con il muso sospeso a mezz’aria, come se qualcosa avesse cambiato densità nella stanza. Artemisia lo aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Elio seguì il proprio istinto: si avvicinò alla porta che divideva la zona notte dalla zona giorno e, trovandola chiusa, cominciò a grattarla con le zampette, prima piano, poi con maggiore insistenza. “Elio, ma cosa fai?” disse Artemisia senza voltarsi. “Avevi smesso di fare il cucciolo dispettoso. Dammi un minuto che finisco di asciugare le stoviglie e ti apro.” In risposta, Elio grattò ancora più forte, scegliendo scientemente il punto in cui il legno grezzo avrebbe restituito più rumore, come se sapesse che, in questa occasione, il suono contava più della porta. Artemisia posò di colpo un piatto nella secchiaia, chiuse i balconi e aprì la porta ad Elio che, senza esitare, corse nell’altra stanza. Lei fece un respiro profondo, gli chiese scusa e, volteggiando, tornò verso il piatto che, con precisione, venne riposto nello scolapiatti. A piccoli passi si recò vicino la porta d’ingresso, assicurandosi fosse chiusa, poi sussurrò: “Elio, spero tu non abbia fatto tutte quelle scene per assicurarti il mio cuscino, sto arrivando e, così fosse, lasciami il posto”. Solitamente il felino rispondeva miagolando, stavolta nulla, lei fece spallucce e varcò la soglia che conduceva alla camera. Sfiorò con le dita la mappa tattile della laguna, fatalità in un punto che le parve diverso, ma troppa era la stanchezza, così si disse: “Elio, non so se hai giocato con la mappa… domani controllo”. Ancora una volta, nessuna risposta, preoccupata lo cercò con le mani, si era infilato sotto le coperte, sul lato libero del letto matrimoniale su cui lei era solita dormire. Sollevò dunque le coperte, vi si infilò e, con una carezza davvero dolcissima, salutò il suo fedele amico che, per tutta risposta cominciò a fare le fusa. Quel suono ritmico e rilassante fece precipitare Artemisia in uno stato di pre-sonno in cui a occhi chiusi le parve di essere catapultata in un’altra dimensione. Le palpebre di Artemisia si serrarono del tutto e la stanza parve dissolversi. La mappa tattile della laguna si stendeva davanti a lei, sospesa, come fluttuante nell’aria del sogno. Artemisia si dimenava supina, tormentata da immagini in movimento, finché una quiete improvvisa la immobilizzò. Dal buio acquatico emerse una figura liquida e regale: i piedi si perdevano nell’oscurità, le gambe strette in un abito scuro che le conferiva una linea affusolata, quasi sirena, la vita serrata in un nodo elegante, il busto eretto, spalle dritte, collo pallido. Il viso, sereno e severo, emanava una luce diffusa, e in cima al capo si apriva una corona viva, un anemone verde smeraldo che irradiava rami eterei, trasformando la figura in un’esplosione sospesa di natura e sogno. Artemisia tentò di rivolgerle la parola, ma nessun suono le giunse. La presenza sollevò lentamente una bilancia: su un piatto cenere e fumo, sull’altro una luce calda e vibrante, sinuosa come le acque di un torrente alpino. La bilancia pendette verso la luce, e la figura, senza voltarsi, scrollò lievemente il capo in segno di compiacimento. Con un gesto fluido del braccio sinistro indicò un punto preciso e poi si dissolse. Il sonno di Artemisia proseguì, sereno e ininterrotto. La mattina al risveglio il primo pensiero andò proprio a quanto aveva vissuto durante la notte: “Per fortuna non ho dimenticato quanto sognato, che cosa incredibile” sussurrò carezzando Elio infilò le ciabatte e, a piccoli passi, raggiunse il punto sul muro che le era stato indicato nel sogno. Passò entrambi i palmi su tutta la mappa da un estremo all’altro e, per un istante, sentì un brivido leggero, come se un soffio caldo e invisibile seguisse le linee della laguna, un eco del gesto della bilancia che le era apparsa nel sogno. Elio si avvicinò, strusciandosi sulle sue caviglie e osservando curioso. D’un tratto Artemisia si bloccò. Era in corrispondenza del punto su cui il giorno prima aveva sentito una diversità, ma ora era più esteso. Passò e ripassò le mani, riconosceva il suo stile, ma vi erano riportati appunti e parole diverse, mai annotate da lei e, incredibilmente, era sbucata pure la sagoma di una bilancia come quella del sogno. Le parole dicevano questo: “Io sono la custode della Bilancia della Giustezza.
Essa giace ora in un equilibrio immobile, sospesa tra l’ombra che divora e l’aurora che resiste. Ogni atto che nasce nel mondo, ogni male che vi si insinua, verrà da me pesato senza indulgenza né clemenza. Non vi sarà favore, non vi sarà oblio. Quando il piatto della luce avrà saputo prevalere sul buio accumulato, oppure quando l’oscurità, giunta al colmo della sua notte più densa, avrà soffocato ogni scintilla rimasta, solo allora — e non prima — il mio giudizio si compirà. In quell’istante decreterò se i vincoli di chi è tratto in segregazione debbano essere sciolti o se la loro prigionia sia destino irrevocabile. Il mondo ha smarrito il diritto ai prodigi di Santa Claus. E secondo l’esito finale, la sua grazia potrà tornare a sfiorare gli uomini  oppure rimanere per sempre negata, avvolta nel silenzio del mio verdetto,
che non conosce tempo e non concede ritorno”. Artemisia comprese, restando senza parole, che non si trattava solo di un sogno: quel punto sulla mappa, quella bilancia, erano ora un messaggio ed una sfida recapitati chissà perché proprio a lei. Alla più vulnerabile tra i membri della brigata, privata della forza morale e psicologica di Rudolf e lontana anche da Luca, il frate saggio e rassicurante. Cominciò così, scorata e spaventata dall’incombenza che le era precipitata addosso, a tracciare gesti nell’aria, quasi emulando con la postura delle mani i piatti di una bilancia che salivano e scendevano, il tutto mentre camminava in sù ed in giù per la stanza parlando da sola, facendo peraltro preoccupare non poco il povero Elio. Ad un certo punto ad Artemisia parve si fossero scaricate le batterie, si fermò ad un palmo dalla mappa tattile ed esclamò: “Pro Sancte Iuppiter!” ovvero per Giove. Si diresse verso Elio che rotolava sopra le lenzuola ed esclamò: “Seguimi, dobbiamo raggiungere Luca e per farlo chiederemo un favore a Matteo delle Maree”. Lei si cambiò d’abiti e, una volta pronta, prese da un armadio una sorta di marsupio a tracolla che ricordava la sacca del canguro, Elio vi si infilò e, dopo una carezza sulla testolina, partirono insieme nella direzione del vicino Campo Santi Giovanni e Paolo, la speranza di Artemisia era quella di trovare quel vecchio amico e riscuotere col sorriso il pegno di un favore fornito qualche anno prima. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che una voce gentile come il tepore del sole di primavera esordì: “Artemisia, Elio! Che bello vedervi, come state? Sapete che siamo in fase di marea crescente?” ed Elio: “Mao!” come a dire che lo sapeva, a seguire rispose lei: “Certo Matteo, devo per caso ricordarti ancora una volta che il tuo sapere sulle maree e il soprannome lo devi ai miei insegnamenti?” e lui: “Assolutamente no, ma dimmi, cosa ti porta da questo vecchio scolpito dalla salsedine oggi?” Il tono di Artemisia e l’espressione si fecero più seri: “Matteo, uno strano sogno, una strana sensazione e l’estremo bisogno del conforto di un amico, non è che mi puoi accompagnare a San Francesco del Deserto?” Lui fece una faccia tra lo sbalordito e lo spaventato e rispose: “Sul serio? Proprio adesso? Ricordo bene che ti devo un favore, ma non possiamo aspettare le sei ore scarse che ci dividono dalla bassa marea? Se partiamo ora rischio che la barca si incastri sotto il Ponte Cavallo”. Artemisia determinata: “Lo so, ma conosco bene la tua barca e anche le maree, fammi controllare” si avvicinò così alla tipica scalinata acquea veneziana di Fondamenta Dandolo, si chinò sul gradino più alto e, con la mano destra, ponderò l’altezza dell’acqua rispetto ai gradini successivi, si rialzò e sentenziò: “Ci passeremo”. Matteo mise il broncio e sospirò, ma alla fine cedette alla richiesta. Aiutò così Artemisia ed Elio a salire a bordo e, avviato il motore, si avviò piano e timoroso verso l’arcata del primo ponte. Urlò: “Giù le teste!” Artemisia si abbassò sentendo le vibrazioni del motore, Elio fece altrettanto, ma senza motivo dato che alloggiava più giù rispetto al capo della sua padrona. La prua entrò perfettamente, al millimetro, sotto al ponte rilasciando qualche goccia di condensa che precipitò nell’acqua smeraldo, Artemisia intuendolo assunse l’espressione da te l’avevo detto che ci saremmo passati, ma non aveva considerato la carta degli imprevisti. Un’altra barca partì improvvisamente contaminando con odore di smog l’aria salmastra e causando delle onde che cominciarono a far beccheggiare la barca. Di più, sempre di più fintanto che la prua cominciò a salire fino ad impennarsi, fortunatamente appena fuori dall’arcata d’uscita del ponte. Matteo parve perdere i sensi, ma era solo scena. Superato il secondo ponte, quello dei Mendicanti, si trovarono finalmente in laguna aperta e Matteo a squarciagola: “O Marea conducici lontano!”. Artemisia sorrise e cominciò, seduta a prua, a rimettere in ordine le idee e tutte le cose da dire a Luca non appena lo avesse raggiunto. Non c’era stato nemmeno il tempo di fare un piccolo letargo d’anima che il destino era tornato a bussare alla sua porta, diversamente da come lo fece Rudolf, ma pur sempre sconvolgendo il suo presente e, inconsapevolmente, anche il futuro di tutti. Quello che nessuno poteva sapere in quel momento è che a casa di Artemisia stesse accadendo qualcosa, la sua azione positiva, il suo desiderio di incontrare un amico vero, seppur di poco, aveva fatto pendere la bilancia impressa sulla mappa tattile di pochissimo verso la luce. In fondo sono le piccole azioni a determinare la luce del Mondo.

Torna all’elenco dei capitoli.

Racconta anche tu il tuo viaggio: condividi la tua esperienza con gli hashtag #25IngredientiDellaLuce, #chiharapitosantaclaus, #labilanciadelnatale e #trarealtaesogno, taggando @trarealtaesogno sui social.

✨ Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti ✨

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Iscriviti al blog — è gratis e lo sarà sempre — per ricevere ogni nuovo contenuto e restare parte di questo viaggio narrativo.