Anamonè e la bilancia del Natale – Giugno 2026: l’amore non è un calcolo

Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Amelia ed Elio, solitari nella calle

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Maggio 2026 – Quel millimetro di speranza

Maggio 2026
Quel millimetro di speranza

Erano giorni che le mani di Artemisia, ogni volta che passava di lì, toccavano quel preciso punto della mappa tattile della laguna. La bilancia, impressa sulla tela, si era mossa verso la luce, pendeva emanando speranza, ma il percorso verso l’epilogo era ben lungi dall’essere definito. Così fu anche quella mattina in cui il profumo di maggio permeava attraverso i balconi socchiusi. Nonostante la sua condizione infatti Artemisia spalancava i balconi tutte le mattine, sia per non influenzare il ritmo circadiano di Elio, che per avere una routine definita ogni giorno. Ripassò vicino alla mappa, un’ultima volta prima di uscire, la bilancia era sempre posizionata lì. Prese il marsupio a tracolla, vi infilò Elio che miagolò felice, quasi ad esaltarsi per la nuova gita. Lei era pervasa da un’urgenza silenziosa che arrivava quasi a premere nel petto. Doveva raggiungere Luca, dirgli che forse in questa folle danza del destino un fiammifero, una flebile luce, si era accesa nella notte circostante. Uscì dunque nella luce di maggio, lo capì dal calore che si sprigionò istantaneamente dalle sue gote e da quello assorbito dalla sua chioma corvina. I suoi passi toccavano con precisione il selciato di Castello, ma percepì un’anomalia. Tutt’intorno infatti quel via vai infinito di valigie, carrelli, schiamazzi, persone non era totalmente fatto di sostanza. Percepiva sottopelle che un’ampia parte d’essi si faceva vuoto, in grado di riempire ogni cosa. Una grande e minacciosa onda d’urto rumorosa, composta da trolley che parevano gareggiare sulla pista cittadina, coprendo la voce ed il respiro millenario delle calli. Un vuoto spirituale che ad ogni passo affonda le tradizioni alla stregua di istantanee da cartolina, rendendole scevre del valore umano che, di padre in figlio, avevano rappresentato per secoli. Sorrise amaramente, puntando il volto verso il marsupio, sussurrando: “Elio, caro Elio, capisci perchè il mondo sta perdendo il diritto ai miracoli?”. Non fece in tempo a finire la frase che qualcuno la urtò sulla spalla e la colpì ad una gamba, forse con un trolley, urlando: “Ma spostati!”. Lei mantenne con la medesima fatica equilibrio e calma, riuscendo però in entrambe le cose. Elio soffiò, arrabbiatissimo, ma le mani di Artemisia sapevano come calmarlo con le giuste carezze. Lei non è il tipo di persona che si perde d’animo, continuò a camminare, schivando con i sensi come suo solito il turbinio che maggio portava in dote in seno alla città. Sembrava talvolta che i leoni di marmo soffrissero di asma, per fortuna avevano vinto sfide ben peggiori di questa invasione disarmata. Nel giro di qualche minuto l’aria si era fatta leggermente più salmastra, era arrivata alle Fondamente Nuove, il tratto di Venezia che guarda verso Murano e all’isola di San Michele, il cimitero di Venezia. Mosse quache passo, superando il Ponte dei Mendicanti, verso le fermate dei vaporetti ACTV. Sapeva bene a che imbarcadero andare, Matteo delle Maree sostava lì di solito in quel giorno della settimana per offrire i suoi servigi. Artemisia peró si fermò di colpo, isolandosi dai rumori della laguna per ascoltare ció che la circondava. Poco distanti, due anime giovani si muovevano, legate e distanti, come fossero un ossimoro perfetto: lui procedeva a balzi leggeri, spettinato dal vento e con la giacca aperta per catturare i riflessi del sole, mentre Amelia rasentava i muri in silenzio, ordinata nelle sue trecce scure, stringendo tra le mani qualcosa che portava al collo e godendo di tutta la penombra proiettata giù dagli edifici lungo la fondamenta. Artemisia non poteva vederli, ma qualcosa le bisbigliava segreti incomprensibili all’orecchio più acuto, quello della sua anima. Percepiva un sussurro che si faceva frastuono dentro di lei: proveniva dalla ragazzina, che sotto le mani nascondeva un oggetto dall’aura potentissima, un magnetismo oscuro capace di risuonare solo con sensibilità come la sua. Il tempo parve rallentare e, di colpo, la memoria della sua anima compì un balzo all’indietro. Capì che una parte di quell’energia non le era nuova, l’aveva già sfiorata mesi prima; in particolare quella del ragazzino, in cui riconobbe il nucleo di una delle voci che, cantando a bocca chiusa nell’oscurità della Serra, aveva fatto tremare il sottomondo e sconfitto Krampus. Il pensiero emerso in Artemisia, questo filo rosso del destino, si era fatto bolla di sapone; cresceva al ritmo del respiro, avvolgendo tutto, tutti, ogni cosa. Poi, esplose. “Artemisia!” Una voce familiare la fece uscire di colpo da quella bolla: era Matteo delle Maree, che l’aveva intravista mentre si avvicinava. Lei rispose prontamente: “Matteo, che piacere sentire la tua voce! Sei impegnato?”. “No, ma anche lo fossi stato, per te una soluzione l’avrei trovata e, come sempre, offre la ditta!”, replicò lui. Artemisia sorrise. I commercianti e gli imprenditori veneziani sanno sempre essere generosi con le donne, ma il sospetto era che la smodata generosità di Matteo godesse di ambizioni superiori — romantiche, per carità — che in quel momento non erano affatto di suo interesse. “Devo andare a San Francesco del Deserto”, disse lei, salendo sul pontile. “A questo punto il tuo libretto del credito cresce in numero di pagine, ma intanto tieni”. Frugò nella bisaccia e ne estrasse una confezione di zaeti all’uvetta: “Questi sono per te, non posso fare a meno di ricompensare la tua disponibilità”. Lui arrossì; lei lo poté capire solo dal tono della sua voce, improvvisamente meno cristallina. Matteo accettò il dono e poi, quasi a voler approfittare di quel momento, chiese: “Ma, già che ci siamo… domani dovrei andare a recuperare delle persone all’aeroporto Marco Polo per portarle a Venezia. Accetto il servizio o è meglio declinare?”. Artemisia si fece seria. Cominciò a fare dei grattini sul pancino di Elio, che rispose con fusa pigre, senza particolare foga. “Domani ci saranno temporali”, rispose lei, sollevando il mento verso il vento. “Quando Elio non apprezza le carezze, significa che in mezza giornata il quadro del clima cambierà drasticamente”. Matteo la aiutò a salire a bordo e la ringraziò, slegando le cime: “Allora ci mando il mio socio. A lui l’acqua piace anche dall’alto”. Rise grossolanamente, e risero entrambi mentre il motore della barca prendeva giri, lasciandosi le Fondamente Nuove alle spalle. Sembrò quasi che il viaggio, di circa quaranta minuti, fosse durato il tempo di smettere di ridere. Matteo aiutò Artemisia nella discesa, Elio miagolò felice, il profumo di quell’isola infatti gli ricordava Luca. Lui le disse: “Ti aspetto?” e lei “Non ancora” arrossì capendo il lapsus e aggiunse “Non serve, poi ritorno con Luca” sorridendo. Lei mosse qualche passo lungo il pontile dell’isola, per la prima volta Elio saltò frettolosamente fuori dal marsupio, corse verso la cavana, come a scappare veloce, e saltò a bordo della barca di Luca che, fortunatamente, era ormeggiata lì. Quello che stiamo vivendo è il medesimo istante in cui in un inusitato altrove Santa addentava la carota portata da Patty. In fondo non esiste luogo più nascosto di ciò che ci appare come la superficie su cui si allungano le ombre dei nostri passi. Artemisia uscì dal pontile, mosse i primi passi lungo il selciato, d’un tratto un capogiro e un brivido, lei fece un sospiro e proseguì. Luca fece capolino, salvò Elio infilandolo in una apposita tasca che aveva ricavato sul suo saio e, accolta Artemisia, la invitò ad incamminarsi lungo i filari di cipressi per discutere d’ogni questione. Patty guardò in giù, proiettando occhi, naso e baffi verso il pavimento che ora pareva d’acqua composto. Fu in quel momento Anamonè fece capolino e posò il suo passo concentricamente a quello di Artemisia. Poi il secondo, il terzo, tutti. Le gote di Santa si erano roseggiate, Anamonè sogghignò, convinta che le sfumature non fossero colori e, dunque, segnali di presagi a lei negativi. Di contro, Artemisia, sente il suo passo farsi liquido, profondo, lento. Avvertiva che una gravità opposta la usava come tramite e, al contempo, la soppesava. Anamonè non era mai stata così vicina ad alcuno, Artemisia la poteva vedere con la mente, sentire col cuore, ogni senso era travolto. Tre parole le attraversarono la mente: “Santa, bilancia, giudizio”. Luca la fissava da un minuto esterrefatto dall’improvvisa catatonicità, ma udite quelle parole sussurrate, capì che qualcosa fosse accaduto. Artemisia tornò in sé, Luca le propose di andare a trovare Alfredo e continuare il dialogo in barca, al sicuro. Lei annuì. Il motore del Moro manteneva un ritmo costante mentre l’isola di San Francesco sbiadiva alle loro spalle. Artemisia, con i capelli mossi dal vento della laguna aperta, ruppe il silenzio: “Quei passi mi hanno fatto percepire la soglia di due mondi sotto i piedi, ma c’è un’anomalia. La bilancia sulla mappa ha oscillato a causa di qualcosa accaduto di recente, poi oggi alle Fondamente Nuove ho incrociato due fratelli. Uno dei due emanava la stessa frequenza dei bambini che cantavano con le candele in mano”. Luca strinse il timone, lo sguardo fisso sulle bricole: “Allora il millimetro di speranza non è un’illusione. Il quadro sta cambiando più velocemente del previsto, forse siamo un millimetro più vicini o ad un millimetro di distanza da Santa”. Sul fondo della barca, Elio non trovava pace. Non cercava i grattini, ma continuava a grattare con le unghie il legno dello scafo, lo sguardo puntato verso il basso, oltre la chiglia. “Guardalo”, sussurrò Artemisia, stringendosi la bisaccia al fianco. “Non ha mai fatto così. Sente l’acqua sdoppiarsi sotto di noi, come se stessimo navigando sul soffitto di un’altra Venezia, ma è impossibile”. Luca diede un’occhiata al gatto, poi di nuovo alla ragazza: “Gli animali non mentono mai, Artemisia. Pensa alla fuga di Krampus, qualcosa di misterioso si snoda sotto la superficie di ciò che possiamo comprendere”. Giunsero presso la casa di Alfredo a Malamocco, stavolta profumava di salmastro, olio di gomito e metallo vecchio. Li accolse con la moka già sul fuoco e quel modo di fare ruvido di chi passa più tempo a parlare con gli ingranaggi che con i cristiani. Mentre versava il caffè in tre tazzine sbeccate, l’artigiano si pulì le mani su uno straccio e indicò il banco da lavoro, dove una vecchia Lanterna poggiava mezza smontata. “Luca, Artemisia… dovete sapere una cosa. È successo poco prima che arrivaste, mentre finivo di sigillare il secondo occhiello”, disse Alfredo, la voce insolitamente bassa. “Ho toccato il vetro. Era freddo di officina, eppure ho sentito un brivido caldo venir fuori dal metallo, un calore strano… e poi un sentore nell’aria, fin su nelle narici, sapeva di carota e di neve, giuro su Dio. E per un istante, contro il muro, la luce ha proiettato, come ombra cinese la sagoma di una ragazzina, forse con le trecce. È sparita in un soffio, ma è come se quel vetro avesse fatto da messa a terra per qualcosa che sta da un’altra parte. Mi faccio vedere da uno bravo che dite?” Luca ascoltava affascinato, carezzandosi il mento, rapito dal racconto. Artemisia, invece, rimase in silenzio. Il cuore le aveva accelerato il battito sotto la camicia. Dentro di sé, riconobbe immediatamente la natura di quel fenomeno: era la stessa identica dinamica legata al calore e agli ingredienti della luce che un tempo univa Rudolf e Santa Claus, ma soprattutto vi era l’eco di quella ragazzina che camminava raso muro che si era riverberata fin lì, la prova che la spinta del mondo invisibile stava iniziando a squarciare il velo della realtà. Non disse nulla. Per proteggere quella sensazione immensa, scelse il silenzio, ma cercò gli occhi di Luca. Gli lanciò uno sguardo complice, un’intesa muta che valeva più di mille parole: un millimetro di speranza che misurava chilometri. Il sole di maggio stava tramontando alle Fondamente Nuove quando Artemisia scese dalla barca di Luca, con Elio stretto nella bisaccia. Fu subito avvicinata da Pietro e Margherita, due sconosciuti che si erano presentati come studenti di informatica arrivati da Roma: “Ti abbiamo vista stamattina vicino alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo”, le dissero, accennando alla valigiata subita. “Ti abbiamo riconosciuta e volevamo sapere se stai bene, ci siamo vergognati noi al posto di quel turista”. Artemisia ringraziò, confortando i due gentili ragazzi con un sorriso pulito. Loro risposero dicendole che, dato che per un periodo per motivi di studio universitario sarebbero stati in città e avevano l’alloggio a dieci metri dal suo, se avesse avuto bisogno li avrebbe trovati lì. Artemisia ringraziò ed ebbe l’ennesimo brivido gelato; Luca le prese il braccio per darle equilibrio mentre i movimenti dei due ragazzi, nel congedarsi, si facevano improvvisamente distanti, quasi rigidi. Quello che nessuno colse, tranne Elio che soffiò verso il selciato, è che da una pozzanghera, dal basso, qualcuno controllava ogni cosa. Krampus? No, affatto. Era la sagoma di Anamonè: una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Il mondo infatti cominciava ad irrigidirsi sotto il suo sguardo vitreo, e il Natale che tanti avevano strenuamente difeso, rischiava di diventare, definitivamente, superfluo.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Aprile 2026 – La speranza è un morso

Aprile 2026
La speranza è un morso

Patty la topolina bianca e la sua bisaccia di iuta

Si muoveva agile, veloce, pur prestando la massima attenzione, ogni movimento era ponderato e sicuro. Sapeva che quello che stava cercando era lì, a pochi passi, anzi, zampettate da lei. Il suo corpo bianco di topolina sembrava farsi costume da supereroina con quella minuscola bisaccia marrone che faceva svolazzare sulle spalle correndo. Di calle in calle aspettava solo il momento perfetto per saltare a bordo. Dapprima in Campo San Giovanni e Paolo, poi, in un soave zigzagare, lungo Corte Veniera, infine, sul Ponte dei Conzafelzi. Cosa stava inseguendo? Si trattava di un carro metallico grigio chiaro che veniva trainato da un operatore ecologico vestito con una divisa giallo fluo. Come una polena sulla nave dei pirati, così sul carro vi era appeso un peluche malconcio a cui era rimasto un gran sorriso ed un solo occhio marrone. Patty aveva sentito di questa usanza di alcuni netturbini che, con una tenerezza tanto profonda quanto a volte involontaria, appendevano i peluche abbandonati ai loro carri, salvandoli da un amaro destino. Lei però non voleva il peluche, bensì sapeva, lo aveva visto e percepito, che qualcosa di luminoso, al di là della sua sostanza, era lì, a bordo di quel carro. Finalmente si era fermato, proprio appena dopo il ponte, lì dove poco più a sinistra alcuni gradini digradavano verso il canale innanzi Palazzo Tetta. Con un balzo Patty raggiunse il peluche, quasi facendosi abbracciare, un bambino mosse l’indice verso quella scena passando di lì, mano nella mano con la madre che, persa a fissare il telefonino, non colse la meraviglia. Patty sussurrò qualcosa al peluche, forse delle scuse, poi gli balzò sulla testa e, da lì, sul bordo alto di quel carro metallico. Da lassù scorse il suo obiettivo. Scivolò lungo uno dei sacchi neri e raccolse quanto desiderava. Con un gesto pieno di rispetto e con le pupille che si fecero grandissime lo infilò nella sacca che portava sulle spalle e, usando i sacchi come trampolini, tornò fino in cima al bordo e poi, piano piano, scivolò lungo il peluche, che parve salutarla flettendo il capo, fino a terra. Il bambino, passato poco prima, salutò Patty con la manina, lei contrasse i baffetti per ricambiare. L’operatore ecologico non si accorse di nulla, canticchiando riprese il suo percorso e lei, passando davanti ad un’osteria lì sulla riva scorse una barca con dei segni sul legno che le risuonavano dentro alla sola vista. Non aveva però tempo per riflettere, doveva compiere la sua missione segreta e, da lì, attraverso Calle Bressana, tornò in Campo San Giovanni e Paolo. Fu lì che la vide, anzi, che li vide. Un gatto nero, elegante e, a modo suo, luminoso. Era insieme, quasi col passo sincronizzato, con la sua padrona, nel vederli Patty capì che non erano su livelli diversi, ma alla pari tra loro. “Un sodalizio!” sussurò la topolina. Li seguì discreta, sentiva che in loro si celava un’opportunità utile al suo piano. Li seguì fin sotto l’ombra della scalinata acquea. Vide Artemisia salire con grazia sulla barca di Matteo delle Maree, mentre Elio si accomodava con un balzo nel marsupio a tracolla. Per la topolina, quella sacca non era un accessorio, ma un vascello nel vascello. Aspettò il momento in cui Matteo accese il motore — quel Vrrrr che per lei era un ruggito primordiale — e, approfittando della nuvola di smog che distrasse l’operatore, balzò dentro la tela. L’oscurità lì dentro era viva. Patty si ritrovò schiacciata tra la fodera calda e il fianco vibrante di Elio. Il gatto non si mosse, ma lei sentì le sue fusa cambiare frequenza: non erano più un suono di piacere, ma un codice. Elio stava comunicando alla “scintilla” che ora erano nella stessa missione. Patty strinse la bisaccia; il frammento di carota, a contatto con l’energia di Artemisia che filtrava attraverso la stoffa, iniziò a scaldarsi. Era come se quel frammento segreto riconoscesse la purezza della donna. Patty ascoltò ammirata la voce di Artemisia che descriveva a Matteo i profumi di Murano e delle barene, Patty viveva un’altra laguna. Sentiva il rollio della barca non come un fastidio, ma come il respiro di Venezia. Ogni volta che la prua tagliava un’onda, Patty percepiva il “piatto della luce” della Bilancia di Anamonè, l’entità che aveva rapito Santa, sollevarsi di un millimetro. Sapeva che Artemisia non era solo il suo mezzo di trasporto, ma lo scudo umano che Anamonè non avrebbe mai osato colpire in questa fitta trama dove le connessioni rivelano l’essenziale senza svelarsi agli occhi di tutti. Quando la barca urtò dolcemente la bricola dell’isola, Patty sentì il cuore di Artemisia fare un balzo. Era il segnale. Mentre la donna scendeva e salutava Matteo, Patty dovette lottare contro l’istinto di restare al sicuro in quel calore. Ma il richiamo dal “di sotto” era troppo forte. Sgusciò fuori dalla sacca proprio mentre Elio si stiracchiava, scambiando con il gatto un primo e ultimo sguardo d’intesa: un patto silenzioso tra chi vede l’invisibile e ha rispetto di ciò che per natura non è necessariamente fraterno. Patty non aveva scelto una barca, aveva inseguito un battito di cuore e quella connessione inconsapevole l’aveva tratta dove serviva. Scattò, lontana da sguardi indiscreti, ma abbastanza vicina ad Artemisia ed Elio, la prima non poteva vederla, ma percepì una entità positiva e portatrice di luce, seppur minuta, nelle vicinanze e, volgendosi nella direzione di Patty di cui sentiva la presenza con il suo sesto senso, le sorrise amorevolmente, pur non capendo che quelle zampette facessero parte della stessa storia. La topolina aprì la bisaccia e estrasse quel qualcosa che aveva tenuto segreto persino al cielo fino a poco prima. Era un frammento di carota. La parte col ciuffo verde, ma non era una carota qualsiasi, era un frammento che, addentato da Rudolf a casa di Artemisia, era caduto per terra. Elio, giocandoci, lo aveva portato fino a fuori dalla porta di casa di Artemisia e, da lì, l’operatore ecologico aveva fatto il resto, raccogliendolo. Patty aveva una missione e, quel filo rosso del destino, era un minuscolo ingrediente che l’avrebbe aiutata a compierla. Vide Luca, il frate chiacchierare con Artemisia, lei si appartò su un gradino bianco in pietra d’istria a pelo d’acqua, non distante, diede un morso al frammento di carota e poi, tenendola stretta, si tuffò nelle acque smeraldo: “Plop!” Artemisia e Luca si voltarono, videro solo dei cerchi concentrici nelle acque, lui disse: “Sarà il solito pesce salterino” ridendo. Era Patty, ma nessuno, nemmeno Elio che si era fiondato lì sul bordo in marmo bianco, poteva vederla. Lei vedeva tutti da lì: Artemisia, Luca, Elio, perfino Matteo delle Maree ormai lontanissimo. Era riuscita a tornare lì, in quel mondo dove i riflessi che noi percepiamo occultano il di sotto. Patty correva, ma fu vista. Anamonè le si fece vicino e disse: “Io vedo, so, soppeso e pondero ogni cosa. Minuta o no che sia. Sono giudice e non carceriere, dunque prosegui e compi la tua azione. Non sta a me fermarti, ma al mondo, agli umani, dimostrare che non ne sarà valsa la pena”. Patty non si fece dire altro, nemmeno si fece scoraggiare, lasciò Anamonè tornare sul suo seggio da cui scrutava ogni minima variazione del suo piano e dell’inclinazione della bilancia che variava di momento in momento. Infine, la piccola Patty, tornò lì, ai piedi del prigioniero, Santa. Ormai evanescente, quasi privo di colore come una vecchia pellicola di un film ormai sbiadita. Non era legato, non era incatenato. Era seduto, bloccato dall’idea stessa che, impressa da Anamonè in lui, non fosse più utile al mondo, svuotato dunque della sua energia “linfa” vitale. Vide la topolina, sua compagna da tempo, le si rivolse con un sorriso dolcissimo e sussurrò, con un filo di voce: “Anamonè verrà smentita da coloro che l’hanno delusa e amareggiata. Ma tu, Patty, sei tanto piccola quanto determinata, cosa serbi di così luminoso in quella sacca?” e lei: “Santa, ecco, questo frammento di carota arriva da Venezia, è passato dalle mani di Rudolf e sappi che nessuno di coloro dei quali ti fidi e affidi ha smesso o pensato di smettere di cercarti”. La bilancia, rumorosamente, cigolò pendendo verso il bene. Contestualmente le gote di Santa acquisirono un pizzico di rossore. Lui sorrise, posando nuovamente lo sguardo su Patty che, come aveva fatto mille volte in passato, cominciò ad arrampicarsi su di lui. Salì lentamente, guidata da quegli occhi deboli ma infinitamente benevoli. Superò il petto, che al tatto le parve gelido come una statua dimenticata, e raggiunse la spalla; da lì, con un gesto solenne, gli porse il frammento di carota. Santa lo sgranocchiò lentamente e un brivido di commozione parve scuoterlo mentre ringraziava la sua piccola amica. Infine, dopo aver accarezzato Patty con un dito stanco, sollevò lo sguardo verso la sua carceriera. Anamonè pareva fatta di corallo e inchiostro: i suoi capelli fluttuavano nell’aria densa come tentacoli vibranti, rivelandola per ciò che era: una creatura bellissima e terribile, nata un tempo dall’amore stesso di Santa, ma ormai prigioniera di un’idea di perfezione algida e priva di perdono. Santa la fissò negli occhi d’argento e disse: “Vedi, Anamonè? Il mondo non è perduto finché esiste qualcuno disposto ad attraversare l’abisso per riportare a casa anche solo una briciola di ciò che serba una flebile luce”.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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