Anamonè e la bilancia del Natale – Aprile 2026 – La speranza è un morso

Aprile 2026
La speranza è un morso

Patty la topolina bianca e la sua bisaccia di iuta

Si muoveva agile, veloce, pur prestando la massima attenzione, ogni movimento era ponderato e sicuro. Sapeva che quello che stava cercando era lì, a pochi passi, anzi, zampettate da lei. Il suo corpo bianco di topolina sembrava farsi costume da supereroina con quella minuscola bisaccia marrone che faceva svolazzare sulle spalle correndo. Di calle in calle aspettava solo il momento perfetto per saltare a bordo. Dapprima in Campo San Giovanni e Paolo, poi, in un soave zigzagare, lungo Corte Veniera, infine, sul Ponte dei Conzafelzi. Cosa stava inseguendo? Si trattava di un carro metallico grigio chiaro che veniva trainato da un operatore ecologico vestito con una divisa giallo fluo. Come una polena sulla nave dei pirati, così sul carro vi era appeso un peluche malconcio a cui era rimasto un gran sorriso ed un solo occhio marrone. Patty aveva sentito di questa usanza di alcuni netturbini che, con una tenerezza tanto profonda quanto a volte involontaria, appendevano i peluche abbandonati ai loro carri, salvandoli da un amaro destino. Lei però non voleva il peluche, bensì sapeva, lo aveva visto e percepito, che qualcosa di luminoso, al di là della sua sostanza, era lì, a bordo di quel carro. Finalmente si era fermato, proprio appena dopo il ponte, lì dove poco più a sinistra alcuni gradini digradavano verso il canale innanzi Palazzo Tetta. Con un balzo Patty raggiunse il peluche, quasi facendosi abbracciare, un bambino mosse l’indice verso quella scena passando di lì, mano nella mano con la madre che, persa a fissare il telefonino, non colse la meraviglia. Patty sussurrò qualcosa al peluche, forse delle scuse, poi gli balzò sulla testa e, da lì, sul bordo alto di quel carro metallico. Da lassù scorse il suo obiettivo. Scivolò lungo uno dei sacchi neri e raccolse quanto desiderava. Con un gesto pieno di rispetto e con le pupille che si fecero grandissime lo infilò nella sacca che portava sulle spalle e, usando i sacchi come trampolini, tornò fino in cima al bordo e poi, piano piano, scivolò lungo il peluche, che parve salutarla flettendo il capo, fino a terra. Il bambino, passato poco prima, salutò Patty con la manina, lei contrasse i baffetti per ricambiare. L’operatore ecologico non si accorse di nulla, canticchiando riprese il suo percorso e lei, passando davanti ad un’osteria lì sulla riva scorse una barca con dei segni sul legno che le risuonavano dentro alla sola vista. Non aveva però tempo per riflettere, doveva compiere la sua missione segreta e, da lì, attraverso Calle Bressana, tornò in Campo San Giovanni e Paolo. Fu lì che la vide, anzi, che li vide. Un gatto nero, elegante e, a modo suo, luminoso. Era insieme, quasi col passo sincronizzato, con la sua padrona, nel vederli Patty capì che non erano su livelli diversi, ma alla pari tra loro. “Un sodalizio!” sussurò la topolina. Li seguì discreta, sentiva che in loro si celava un’opportunità utile al suo piano. Li seguì fin sotto l’ombra della scalinata acquea. Vide Artemisia salire con grazia sulla barca di Matteo delle Maree, mentre Elio si accomodava con un balzo nel marsupio a tracolla. Per la topolina, quella sacca non era un accessorio, ma un vascello nel vascello. Aspettò il momento in cui Matteo accese il motore — quel Vrrrr che per lei era un ruggito primordiale — e, approfittando della nuvola di smog che distrasse l’operatore, balzò dentro la tela. L’oscurità lì dentro era viva. Patty si ritrovò schiacciata tra la fodera calda e il fianco vibrante di Elio. Il gatto non si mosse, ma lei sentì le sue fusa cambiare frequenza: non erano più un suono di piacere, ma un codice. Elio stava comunicando alla “scintilla” che ora erano nella stessa missione. Patty strinse la bisaccia; il frammento di carota, a contatto con l’energia di Artemisia che filtrava attraverso la stoffa, iniziò a scaldarsi. Era come se quel frammento segreto riconoscesse la purezza della donna. Patty ascoltò ammirata la voce di Artemisia che descriveva a Matteo i profumi di Murano e delle barene, Patty viveva un’altra laguna. Sentiva il rollio della barca non come un fastidio, ma come il respiro di Venezia. Ogni volta che la prua tagliava un’onda, Patty percepiva il “piatto della luce” della Bilancia di Anamonè, l’entità che aveva rapito Santa, sollevarsi di un millimetro. Sapeva che Artemisia non era solo il suo mezzo di trasporto, ma lo scudo umano che Anamonè non avrebbe mai osato colpire in questa fitta trama dove le connessioni rivelano l’essenziale senza svelarsi agli occhi di tutti. Quando la barca urtò dolcemente la bricola dell’isola, Patty sentì il cuore di Artemisia fare un balzo. Era il segnale. Mentre la donna scendeva e salutava Matteo, Patty dovette lottare contro l’istinto di restare al sicuro in quel calore. Ma il richiamo dal “di sotto” era troppo forte. Sgusciò fuori dalla sacca proprio mentre Elio si stiracchiava, scambiando con il gatto un primo e ultimo sguardo d’intesa: un patto silenzioso tra chi vede l’invisibile e ha rispetto di ciò che per natura non è necessariamente fraterno. Patty non aveva scelto una barca, aveva inseguito un battito di cuore e quella connessione inconsapevole l’aveva tratta dove serviva. Scattò, lontana da sguardi indiscreti, ma abbastanza vicina ad Artemisia ed Elio, la prima non poteva vederla, ma percepì una entità positiva e portatrice di luce, seppur minuta, nelle vicinanze e, volgendosi nella direzione di Patty di cui sentiva la presenza con il suo sesto senso, le sorrise amorevolmente, pur non capendo che quelle zampette facessero parte della stessa storia. La topolina aprì la bisaccia e estrasse quel qualcosa che aveva tenuto segreto persino al cielo fino a poco prima. Era un frammento di carota. La parte col ciuffo verde, ma non era una carota qualsiasi, era un frammento che, addentato da Rudolf a casa di Artemisia, era caduto per terra. Elio, giocandoci, lo aveva portato fino a fuori dalla porta di casa di Artemisia e, da lì, l’operatore ecologico aveva fatto il resto, raccogliendolo. Patty aveva una missione e, quel filo rosso del destino, era un minuscolo ingrediente che l’avrebbe aiutata a compierla. Vide Luca, il frate chiacchierare con Artemisia, lei si appartò su un gradino bianco in pietra d’istria a pelo d’acqua, non distante, diede un morso al frammento di carota e poi, tenendola stretta, si tuffò nelle acque smeraldo: “Plop!” Artemisia e Luca si voltarono, videro solo dei cerchi concentrici nelle acque, lui disse: “Sarà il solito pesce salterino” ridendo. Era Patty, ma nessuno, nemmeno Elio che si era fiondato lì sul bordo in marmo bianco, poteva vederla. Lei vedeva tutti da lì: Artemisia, Luca, Elio, perfino Matteo delle Maree ormai lontanissimo. Era riuscita a tornare lì, in quel mondo dove i riflessi che noi percepiamo occultano il di sotto. Patty correva, ma fu vista. Anamonè le si fece vicino e disse: “Io vedo, so, soppeso e pondero ogni cosa. Minuta o no che sia. Sono giudice e non carceriere, dunque prosegui e compi la tua azione. Non sta a me fermarti, ma al mondo, agli umani, dimostrare che non ne sarà valsa la pena”. Patty non si fece dire altro, nemmeno si fece scoraggiare, lasciò Anamonè tornare sul suo seggio da cui scrutava ogni minima variazione del suo piano e dell’inclinazione della bilancia che variava di momento in momento. Infine, la piccola Patty, tornò lì, ai piedi del prigioniero, Santa. Ormai evanescente, quasi privo di colore come una vecchia pellicola di un film ormai sbiadita. Non era legato, non era incatenato. Era seduto, bloccato dall’idea stessa che, impressa da Anamonè in lui, non fosse più utile al mondo, svuotato dunque della sua energia “linfa” vitale. Vide la topolina, sua compagna da tempo, le si rivolse con un sorriso dolcissimo e sussurrò, con un filo di voce: “Anamonè verrà smentita da coloro che l’hanno delusa e amareggiata. Ma tu, Patty, sei tanto piccola quanto determinata, cosa serbi di così luminoso in quella sacca?” e lei: “Santa, ecco, questo frammento di carota arriva da Venezia, è passato dalle mani di Rudolf e sappi che nessuno di coloro dei quali ti fidi e affidi ha smesso o pensato di smettere di cercarti”. La bilancia, rumorosamente, cigolò pendendo verso il bene. Contestualmente le gote di Santa acquisirono un pizzico di rossore. Lui sorrise, posando nuovamente lo sguardo su Patty che, come aveva fatto mille volte in passato, cominciò ad arrampicarsi su di lui. Salì lentamente, guidata da quegli occhi deboli ma infinitamente benevoli. Superò il petto, che al tatto le parve gelido come una statua dimenticata, e raggiunse la spalla; da lì, con un gesto solenne, gli porse il frammento di carota. Santa lo sgranocchiò lentamente e un brivido di commozione parve scuoterlo mentre ringraziava la sua piccola amica. Infine, dopo aver accarezzato Patty con un dito stanco, sollevò lo sguardo verso la sua carceriera. Anamonè pareva fatta di corallo e inchiostro: i suoi capelli fluttuavano nell’aria densa come tentacoli vibranti, rivelandola per ciò che era: una creatura bellissima e terribile, nata un tempo dall’amore stesso di Santa, ma ormai prigioniera di un’idea di perfezione algida e priva di perdono. Santa la fissò negli occhi d’argento e disse: “Vedi, Anamonè? Il mondo non è perduto finché esiste qualcuno disposto ad attraversare l’abisso per riportare a casa anche solo una briciola di ciò che serba una flebile luce”.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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