Anamonè e la bilancia del Natale – Giugno 2026: l’amore non è un calcolo

Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Amelia ed Elio, solitari nella calle

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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I Segreti di Venezia: Lido di Venezia, una guida incompleta tra ville Liberty, natura e cinema

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi lasciamo Venezia — nel senso insulare della questione — e ci spingiamo verso est, attraversando la laguna. Che sia un passaggio reale o immaginato, il nostro viaggio ci conduce in un luogo che ha qualcosa di sospeso, di teatrale, di profondamente autentico. Benvenuti al Lido di Venezia: un’isola lunga e sottile, dove il vento profuma di pini, i viali sanno di cinema d’altri tempi e le ville parlano ancora Liberty. Un luogo davvero speciale che, colpo di scena, in una mattinata tempestosa dell’Agosto del 1983 ha visto venire al mondo anche me, in quello che fu l’Ospedale al Mare.

Come raggiungere il Lido (senza perdersi… troppo)

Esistono tanti modi per arrivare al Lido, ognuno dei quali è, a suo modo, un’esperienza.
Perché? Semplice: si può arrivare “a piedi” — non camminando sulle acque, ovviamente, ma grazie ai vaporetti — oppure in auto, moto o bici imbarcandosi sui ferry boat, e persino a bordo della propria barca o in Taxi acqueo. Il consiglio è di pianificare l’itinerario in base ai vostri tempi e desideri, perché il Lido si raggiunge da più fronti: da Venezia centro, da Punta Sabbioni, e persino da Chioggia, passando per l’incantevole Pellestrina.
Ogni tragitto regala il suo piccolo pezzo del grande spettacolo lagunare — e vale già come primo assaggio del viaggio.

Per comodità narrativa, partiremo da sud, dagli Alberoni, là dove arriva il ferry da Pellestrina e passa la Linea 11 che tra vaporetti e bus porta da Chioggia a Lido. È vero, l’approdo principale per chi arriva da Venezia in vaporetto è Santa Maria Elisabetta, mentre chi trasporta auto con il ferry da Tronchetto sbarca più a nord, a San Nicolò. Ma seguire il Lido dal suo estremo meridionale a quello settentrionale è come attraversarlo con lo sguardo disteso di una passeggiata lenta: un viaggio che, tappa dopo tappa, rende giustizia alla sua natura sottile e sorprendente.

Alberoni – Dove la Laguna si rilassa al sole e gioca a golf

Silenzio e natura: se un racconto dovesse parlare di questi luoghi, partirebbe proprio da qui. Alberoni è un luogo sospeso, dove il borgo si lascia abbracciare dalla natura nella sua massima espressione, e le case sembrano assecondarla. Affacciandosi dall’attracco del ferryboat, si scorge l’Isola di Pellestrina distendersi all’orizzonte con le sue casette colorate. Seguendo la sinuosa strada, si arriva al cospetto di uno dei più antichi golf club italiani. Fondato nel 1928 e inaugurato nel 1930, pare sia nato dall’ispirazione del magnate Henry Ford, desideroso di giocare a golf, un desiderio esaudito da Giuseppe Volpi di Misurata che in pochi mesi realizzò questa piccola utopia. Il Golf Club Venezia è uno dei più prestigiosi d’Italia. Con il suo percorso di 18 buche disegnato dall’architetto C.K. Cotton, si colloca tra i circoli storici di riferimento nel panorama golfistico nazionale, accanto a club come Roma Acquasanta (1903) e Menaggio (1907). La sua storia e la posizione unica nella laguna lo rendono una tappa imperdibile per gli appassionati e un vero fiore all’occhiello del Lido.

Passando oltre, immerso nella fitta vegetazione di Strada della Droma, si incontra un antico baluardo marittimo ormai in disuso: ex faro degli Alberoni , frammento di storia marittima e architettonica ormai silenziosa. Attivo fino a pochi decenni fa, faceva parte di un sistema di segnalazioni luminose che includeva anche il faro Spignon, su una minuscola isola poco distante, e altri punti strategici oggi in stato di abbandono, riadattati dai pescatori locali come riparo e magazzino.

Infine, perché non attendere un tramonto o rilassarsi su una delle tante panchine affacciate sulla laguna, lungo via Alberoni? In un mondo che corre veloce, una pausa con un pizzico di poesia non guasta mai.

Malamocco – Il borgo che non ha fretta (e nemmeno motivo di averla)

Tra calli di pietra, cortili sonnolenti e gatti più antichi delle barche, Malamocco è una Venezia parallela. Senza folla, senza tempo, e senza il bisogno di dimostrare nulla. Qui la vita scorre piano, tra i muretti fioriti e le ombre lunghe del pomeriggio. Il nome Malamocco sembra derivare dall’antico Metamauco, toponimo che risale all’epoca tardo-romana o bizantina, e che indicava un importante insediamento costiero: fu uno dei primi centri del dogado veneziano, anzi per un periodo ne fu persino la capitale, prima che il cuore del potere si spostasse a Rivo Alto (l’attuale Rialto). Poco lontano, anche Portosecco — oggi placido e quasi dimenticato — racconta una storia simile: un tempo era una vera e propria bocca di porto sull’isola di Pellestrina, tra Albiola e la stessa Pellestrina, ma con il passare dei secoli si interrò, probabilmente per i detriti trasportati dal fiume Medoaco, diventando letteralmente un “porto secco”.

Il ponte d’accesso a Malamocco

Camminare per Malamocco è come aprire una parentesi nel tempo: ci si sente altrove, eppure a casa. Un piccolo mondo sospeso tra pietra e acqua, dove il tempo non si è fermato — ha semplicemente deciso di camminare più piano. Le case sussurrano, come chi sa ma non ha bisogno di dire. Il canale centrale taglia il borgo con eleganza e quiete, mentre la piazza, la chiesa, il campo e i muretti assolati sembrano condividere un accordo segreto con il silenzio. Non per niente uno dei capitoli più intensi del mio “Calendario dell’avvento – Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” si è svolto proprio qui!

Excelsior, Mostra del Cinema e l’ex Casinò – I palazzi che sognano ancora di essere delle star

L’ex Casinò ha visto di tutto, in un continuo rincorrersi tra Dea bendata e aspiranti vincitori. Il Liberty si veste da red carpet, passando dalle suggestioni moresche dell’Excelsior al razionalismo severo dell’ex Casinò. L’eco delle dive si confonde con il suono lontano dei ventilatori vintage, e l’edificio — oggi chiuso, malinconico e maestoso — sembra trattenere ancora l’eleganza sussurrata degli anni d’oro, quando il Lido era la Hollywood italiana e il jet set, nazionale ed estero, batteva tra vaporetti e corse in Vespa. Poco più in là, il Palazzo del Cinema resiste con orgoglio: ogni settembre torna ad essere il cuore pulsante della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E accanto, come un fratello maggiore pieno di fascino vissuto, l’Hotel Excelsior continua a raccontare una storia fatta di ombrelloni, smoking e notti illuminate da cineprese che sanno di champagne. Passeggiare qui, fuori stagione, è come entrare in un set addormentato: aspetta solo la prossima scena per destarsi — o il prossimo sognatore per accendersi alla ribalta.

Una piccola curiosità in diretta dalla spiaggia: le capannine che si noleggiano lungo le grandi spiagge dorate del Lido, soprattutto all’Excelsior, non sono solo numerate… ma anche battezzate come costellazioni. Da Orione a Cassiopea, passando per Andromeda, ogni cabina sembra voler evocare una notte stellata anche sotto il sole cocente. Ma attenzione: in perfetto equilibrio tra eleganza e scaramanzia, il numero 17 manca all’appello. Sarà forse per l’influenza del vicino ex Casinò, o semplicemente per quel buon senso balneare che invita a non sfidare la sorte proprio mentre ci si rilassa al sole. Alcune voci popolari attribuiscono questa scelta alla tradizione latina: 17 = XVII, anagrammato diventa VIXI, ovvero “ho vissuto”. Espressione tipica delle epigrafi funebri dell’antica Roma. E insomma… meglio un tuffo che un epitaffio no?

Infine, proprio qui, l’Excelsior custodisce un approdo segretamente famoso: è quello riservato ai taxi acquei e, soprattutto, ai VIP che arrivano direttamente via laguna, lontano da sguardi indiscreti. Un piccolo molo privato, nascosto alla vista e collegato da un canale laterale silenzioso, che sbuca su due uscite d’acqua: una guarda verso il Lazzaretto Vecchio, l’altra alle vicinanze di San Lazzaro degli Armeni. Un passaggio discreto e suggestivo, degno delle più eleganti fughe cinematografiche — tra lusso, mistero e un pizzico di leggenda.

Gran Viale – Tra ville Liberty, canali discreti e quella strana atmosfera da Europa del Nord…

Ponticelli eleganti, case affacciate sull’acqua e la sensazione che Amsterdam e il Lido si siano scambiate una cartolina negli anni ’30 — o magari siano state amiche di penna, tra uno stile floreale e un viale alberato. In certi angoli, il silenzio è così pieno che sembra trattenere parole non dette. Alcune facciate decorate, certi giardini nascosti, ti osservano come se sapessero raccontare storie migliori delle tue. Ma non ti giudicano: ti invitano a restare un po’, a osservare con calma e perderti nello scorrere di un tempo che pareva passato da un’eternità.

Guarda qui sotto: è vero, l’impronta veneziana si sente tutta — nelle persiane scolorite, nei muretti in mattoni, nelle volte alla veneziana e nei ponticelli discreti. Ma c’è qualcosa, nei riflessi sull’acqua, nelle facciate che si specchiano silenziose nei canali, in quei ponti con ringhiere sottili, che ricorda da vicino Amsterdam. Come se il Lido, per un istante, parlasse anche olandese. O forse è solo che, in certi giorni, la luce lagunare ha il potere di trasformare tutto: e i riflessi, invece di essere semplici duplicati, si fanno portali verso altri mondi.

Lido o Nord Europa?

Piazzale Santa Maria Elisabetta: tutte le strade portano qui

Se il Lido fosse un corpo, Piazzale Santa Maria Elisabetta sarebbe senza dubbio il suo cuore pulsante. Qui si incrociano viaggiatori, residenti e turisti, tutti uniti dalla necessità di prendere un vaporetto o semplicemente di respirare un po’ dell’aria lagunare prima di tuffarsi nelle dune o tra le ville Liberty. Il piazzale è un curioso mix di modernità e nostalgia: da un lato, l’efficienza degli imbarchi e la frenesia degli arrivi e delle partenze; dall’altro, qualche vecchio caffè che resiste al tempo e i ricordi di chi, magari, ha fatto il bagno a Malamocco da bambino.

A pochi passi, si ergono il maestoso Tempio Votivo della Pace, monumento imponente e silenzioso che veglia sull’isola, e la minuscola, raccolta chiesa di Santa Maria Elisabetta, piccola gemma nascosta tra le case, testimone discreta di una spiritualità antica e semplice. È il punto in cui il Lido si apre al mondo, senza però perdere la sua anima. Il contrasto tra il brusio degli arrivi e il silenzio delle pinete poco distanti è forse il modo migliore per capire quanto questa isola sia capace di sorprendere chi la visita — anche in una guida come questa, volutamente incompleta.

Saint-Tropez ha gli alberi degli yacht, il Lido invece ha i pini marittimi (e vince facile)

Nel mondo delle località di lusso, spesso il verde è un accessorio curato a tavolino, fatto di palme esotiche messe in posa ad arte e aiuole tanto perfette quanto innaturali. Al Lido di Venezia, invece, la natura si prende il suo spazio con una calma disarmante. Qui i pini marittimi sono padroni di casa da generazioni, creando ombre fresche e profumate che accompagnano passeggiate e riflessioni. Le dune si stendono libere, modellate dal vento e dal tempo, senza l’ansia di dover apparire perfette su Instagram (ma abbiamo anche quelle se vi servissero eh).

Questo verde spontaneo e vivido si fa lusso vero, perchè autentico, senza bisogno di filtri né di agghindamenti. L’aria profuma di resina e salsedine, un invito naturale a rallentare, a fermarsi su una panchina e lasciarsi attraversare dal silenzio. Nel confronto con altre località del Mediterraneo e non, il Lido si distingue per la sua natura “sospesa”, selvaggia ma accogliente e curata, un’oasi di pace in cui la vera star sono gli alberi e la luce che filtra tra i loro rami in un Komorebi in salsa lagunare.

San Nicolò – Il Faro che si fa via del mare e… spazio poetico!

Luce, mare e storia. Il Faro di San Nicolò si erge maestoso, una sentinella verticale che scruta l’orizzonte senza fretta sul finire della diga marittima. A volte basta uno scatto, un attimo fermato nel tempo, per capire che un luogo vale davvero il viaggio. E questo faro lo vale eccome.

È il punto più isolato del Lido, persino più silenzioso e spumeggiante del faro degli Alberoni, e si spinge nel mare nei pressi dell’aeroporto Nicelli, ma con un’atmosfera tutta sua, sospesa tra natura e storia. Qui, lungo il cammino verso la lanterna, piccoli versi ermetici si nascondono tra oggetti dimenticati, blocchi di cemento e scogli, sussurrando brevi poesie che aprono il cuore e allargano lo sguardo, invitandoci a perderci nella meraviglia di un tempo e di uno spazio che sembrano fuori dal mondo.

Adesso concentriamoci su… Come? Davvero dubitate ci sia stato davvero alla diga? Incredibile, eppure con molti ci conosciamo da anni… ma eccovi la prova:

faro di san nicolò al lido
Edoardo alias Trarealtaesogno al faro di San Nicolò al Lido

E poi c’è Pellestrina, dove la laguna si fa poesia (ma non ditelo troppo in giro sarà il nostro segreto)

E se il Lido ti sembrasse già troppo mondano (spoiler: non lo è, o lo è solo quando arrivano gli eventi internazionali…), sappi che da qui puoi spingerti ancora più lontano. Un vaporetto, una bicicletta e un pizzico di voglia di meraviglia ti condurranno fino a Pellestrina: una striscia di terra dove affondano le mie radici che pare sospesa tra cielo, terra e mare, fatta di case colorate, reti da pesca al sole, silenzi autentici e scorci che sembrano usciti da un delicato acquerello.

Nota a piè di pagina (non richiesta, ma ve l’ho scritta lo stesso)

So che non ho parlato dell’aeroporto Nicelli con i suoi hangar déco, del Palazzo del Cinema in dettaglio, della Chiesa di San Nicolò o dei bunker abbandonati sul litorale. Non ho menzionato gli stabilimenti storici, i bagni Belle Époque, i cinema d’essai, il mercatino settimanale o il profumo di frittura nella notte. Nemmeno di ristoranti vista laguna o mare, o della cabina riservata a Liz Taylor, dei risciò, le bici a quattro posti, e dei tandem cigolanti, i gelati del Titta o la dolce vita sulle Vespa 50.

Nei miei articoli, video e contenuti distribuiti qui su WordPress, Instagram, TikTok, YouTube e nel canale Telegram, volutamente non mostro sempre tutto. Questo perché voglio trasmettere un vero senso di scoperta, invitando chi mi segue a immergersi con curiosità in ciò che faccio con passione e a scovare con i propri occhi quei dettagli nascosti che rendono speciale ogni luogo di cui vi parlo.

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Conclusione… di guida volutamente incompleta… come tutte le cose davvero vissute:

Abbiamo camminato lungo un’isola sottile e sospesa (mai sottile come la vicina Pellestrina), tra silenzi, luci e storie che si intrecciano tra ville liberty, fari dimenticati e spiagge punteggiate di costellazioni. Il Lido non è solo uno scenario da cartolina, ma un luogo da scoprire con calma e attenzione. Non tutto è stato detto o mostrato: ciò che resta fuori campo è il cuore pulsante dell’isola. Ogni dettaglio è un invito a rallentare, ascoltare e lasciarsi sorprendere. Questa guida è volutamente incompleta, come la vita: fatta di attimi sfuggenti e scoperte per chi ha pazienza. Il vero segreto del Lido? Guardare oltre e trovare dentro di noi la risposta.

E comunque, una cosa voglio dirvela: “Amo le montagne, ma preferisco il rumore del mare”

E voi, cosa amate di più del Lido?
Fatemi sapere qui sotto nei commenti, sono curioso di scoprire le vostre impressioni e i vostri angoli segreti di quest’isola speciale!

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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I Segreti di Venezia: La Storia d’Amore di Orio il Pescatore e della Sirena Melusina – Sestiere di Castello.

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio affascinante tra le peculiarità della cultura lagunare veneziana. Oggi vi voglio parlare di un amore che, come nel caso di Romeo e Giulietta, è stato tanto forte quanto tragico, finendo così per essere tramandato ai posteri in eterno. Dunque, eccomi qui, pronto a raccontarvi l’emozionante storia di Orio il pescatore e di Melusina, la sirena. Sarete testimoni di un amore, condannato eppure eterno, che sfida il destino e lascia un’impronta indelebile nella storia di questa città.

Nel cuore della Laguna, Venezia si erge come una città dalle molteplici sfaccettature, avvolta da un’atmosfera unica e intrisa di mistero. Le sue calli strette, i suoi canali serpeggianti e i suoi antichi palazzi raccontano storie secolari di amore, tragedia e magia.

Dal canale youtube

È in questo scenario incantato che si svolgono le vicende di Orio e Melusina, una storia di passione e sacrificio che si intreccia con i segreti della laguna, trasportandoci in un mondo dove la realtà si fonde con la fantasia.

Una notte, nei pressi di Malamocco, un giovane pescatore di nome Orio, tirando le reti in barca, udì una voce femminile chiedere aiuto. Liberata dalla rete, si rivelò Melusina, una sirena dotata di una straordinaria bellezza. I due si innamorarono al primo sguardo, un vero e proprio colpo di fulmine. Addirittura Melusina scelse di rinunciare alla sua natura di sirena pur di vivere con lui.

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L’unica condizione che lei dovette porre fu che Orio non entrasse in casa ogni sabato fino al matrimonio. Ma un giorno, la curiosità e la gelosia vinsero sull’obbedienza al patto, spingendo Orio ad infrangere il patto. Fu così che scoprì la maledizione che trasformava Melusina in un serpente ogni sabato. Decisero così di unirsi in matrimonio, per spezzare la maledizione. La coppia ebbe tre figli, ma poco tempo dopo lei si ammalò e morì, lasciando Orio solo con i bambini.

Da quel giorno, ogni volta che lui se ne tornava a casa, tutto era misteriosamente in ordine e rimesso a posto. Finché, dopo qualche tempo, entrato a casa trovò una tremenda serpe in cucina e, temendo per la sicurezza dei figli, la uccise. Solo dopo giunse l’amara scoperta, cioè che l’amore della moglie Melusina era sopravvissuto alla morte e vegliava su di loro in forma animale di serpente.

In memoria di questa storia d’amore, un cuore di mattoni rossi, il Cuore di Melusina, che è stato collocato nel portico, proprio lì ove era la loro casa. Si trova nel Sotoportego dei Preti nel Sestiere di Castello e, mi raccomando, quando vi passerete, toccatelo insieme alla persona amata, si dice che sia una vera benedizione per chi lo sfiora.

Il passaggio nel portico

Continuate a seguire la serie “I Segreti di Venezia” per scoprire altri luoghi affascinanti e curiosità nascoste che rendono questa città così straordinaria. Venezia e la sua laguna sono pronte ad aprirti le porte per rivelarti ancora di più dei loro segreti.

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