
Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.
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