Anamonè e la bilancia del Natale – Agosto 2026 – Lente, lente currite, noctis equi

Agosto 2026
Lente, lente currite, noctis equi

Luca era uscito dalla porta di casa di Artemisia da pochissimi passi, era arrivato davanti all’osteria che, lungo il canale che guardava a Palazzo Tetta, gli permetteva di attraccare ormai da tempo. Il dovere gli imponeva il rientro per trascorrere la notte nella sua cella fratesca, ma l’animo era quanto mai tormentato. Gli accadimenti, la sensazione di girare a vuoto come una vita spanata, l’idea di non poter e forse voler fare qualcosa di più per salvare Santa, magari deludendo Rudolf, lo attanagliava. Faceva su e giù sulla riva, un po’ guardava la barca, quel “Moro di Venezia consumato”, un po’ si guardava dentro. Il cuoio dei suoi sandali cominciava a consumarsi, la pavimentazione veneziana, ruvida stava grattando la suola sotto il peso del passo stanco e tormentato del frate. D’un tratto sollevò lo sguardo al cielo, strinse il primo nodo della corda che faceva da cinta sull suo saio e disse: “Al diavolo l’obbedienza! Adesso, per un pò’, il mio posto è qui!”. Contemporaneamente dentro casa di Artemisia si scatenò il caos. La mappa tattile della laguna cominciò a vibrare sotto il peso di quella bilancia disegnata che continuava a cambiare polarità come una bussola impazzita. Elio, Artemisia, persino Patty si destarono di colpo, chi spaventato, chi disorientato. Il gesto di ribellione di Luca verso i suoi voti non trovava contrappeso su nessuno dei piatti di quella misurazione della giustizia. Anamonè aveva considerato tutto tranne le cose inconsiderabili. La fronte di Luca, del tutto ignaro dell’effetto domino che quel singolo istante stava per scatenare, si rigò di gocce di sudore pesante. Non era solo l’afa spietata di agosto a tormentarlo, ma il peso specifico di una scelta che gli spaccava l’anima in due. Alle parole, però, fece seguire immediatamente i fatti. Voltò le spalle al canale e, mentre muoveva i primi passi lontano dal suo ormeggio sicuro, sussurrò tra i denti i versi di Ovidio, quasi come una esorcizzazione del tempo: “Lente. Lente currite, noctis equi”. Nella sua mente di novizio non c’era l’invocazione d’amore del poeta latino che la scrisse; c’era l’eco disperata del Faust di Christopher Marlowe. Luca stava infatti implorando i cavalli che tiravano il carro della notte di rallentare la loro corsa, di dilatare le tenebre oltre ogni limite umano, affinché quel buio potesse durare abbastanza da portare consiglio, protezione e soprattutto tempo. Tempo per la Brigata, tempo per pensare a Santa, tempo per non perdersi. Un baccano interiore tale si scatenò in lui che persino le pietre di Castello parvero trattenerne l’eco. Eppure, fuori, la notte di agosto rimaneva muta, sorda, pronta a stringersi intorno a lui, avvolgendolo. Anamonè aveva osservato ogni cosa, rabbiosa, cercando di carpire ogni respiro del frate, cosa che si era fatta moto casuale, ella cercava infatti di sfruttare ogni pozza, specchio d’acqua o catino imbibito che fosse in grado di catturare il riflesso del mondo, ma non quello della Luna. Lei si compiaceva di questo logorio, ne traeva forza sottopelle in questo momento di apparente debolezza vacillante del suo sistema pianificato. Il frate, profondamente concio, bussò alla soglia di casa di Artemisia, lei, ancora sconvolta dalla vibrazione della mappa, bofonchiò dalla camera qualcosa di incomprensibile verso chi disturbasse a quell’ora, forse lanciando qualche strale. Elio corse giù da una poltroncina e grattò la porta da dentro. Patty si raggomitolò dentro la scatola di sardine che la stava ancora ospitando cercando protezione dall’ignoto. Una lieve foschia si sollevò su Venezia, era una reazione tradotta sul piano reale dall’umore di Anamonè, così alterno e severo che acque e pietra si fecero vapore nell’aria. Artemisia arrivò alla porta, chiese chi fosse, Luca la confortò: “Sono Luca Artemisia, questa sera ho rotto una delle mie promesse, sento il bisogno di di restare qui, sento che oggi, mai come prima d’ora, il mio posto è qui, con la brigata e non a San Francesco del Deserto”. La porta lo accolse e la foschia restò al di fuori. Dentro quella casa c’era la scintilla di qualcosa di importante. Così importante che Santa, così vicino nell’anima a quel calore, ma così lontano nel fisico, vide arrossire le sue gote e, sospirando nel suo sonno etereo disse: “fè speranfa”. Luca vide Patty, raggomitolata su quel cuscinetto di lavanda, si avvicinò e le carezzò la testolina con un dito. Lei ne fu felice, ma lui si interruppe, aveva notato una cosa, poggiata su uno scaffale, una cosa che non doveva essere dov’era, ma c’era. Artemisia percepì dal silenzio e dal respiro del frate che stesse accadendo qualcosa, glielo sussurrava anche una sottile energia che percepiva, ma non decifrava. Luca afferrò quell’oggetto, lo riconobbe e, quando ne sfogliò le pagine, impenetrabili ai suoi occhi, Artemisia, riconoscendo il fruscio delle pagine e l’aura emanata del tomo disse: “Ma cosa ci fa e chi ha messo in casa mia il libro dei frammenti di tenebra?” e il frate: “Non lo so, ma forse è il segnale che rompere uno dei miei voti aveva un senso maggiore di quanto si potesse immaginare”. Nel medesimo istante Patty parve uscire dal torpore. Sollevò il musetto concio e stanco dal cuscino di lavanda e si guardò intorno. Pareva mossa da una forza magnetica che la stava orientando. Si spostò da quel nido posticcio di alluminio, attraversò il tavolo una zampettata alla volta “tip tap tip tap” facevano le sue zampette sopra quella che le parve una immensa radura, infine giunse alle pendici di quel libro dalle pagine intonse, bianche. Così almeno appariva a tutti i presenti. Vi appoggiò il musetto sopra, annusò, una, due, più volte. Luca: “Artemisia, la topolina sembra osservare il libro” e lei: “Luca, gli animali possono avere sensibilità superiori, talvolta stupefacenti, lei col suo candore poi, sembra una creatura di un luogo migliore del Mondo”. Luca mancò un respiro quando vide la piccolina allungare una zampetta verso il tomo, un tocco minimo, sfiorato sulla pagina destra. Come quello di un granello di sabbia che precipita sopra l’oceano. Fu in quell’istante, quando infinitamente piccolo e immensità si sfiorarono che parve quasi che il grigiore della topolina svanisse, facendosi china sulle pagine man mano che lei riacquisiva la sua forma naturale. Squittì, due volte, posò anche l’altra zampetta. Ora toccava entrambe le pagine, una zampina ciascuna. Apparve a cavallo di queste due facciate un’immagine a china. Era un’icona semplice ma chiarissima. Artemisia: “Cosa vedi Luca, ti prego, dimmelo!” E il frate guardò verso la finestra, poi la topolina, poi Artemisia e infine guardando le due facciate, sbigottito, balbettò: “Una goccia che cade nell’oceano. Questo libro ci ha sempre guidato con Rudolf, ci ha portato a oggi, credo che da qui non si possa più tornare indietro, quella goccia o è parte del problema o sarà parte della sua fine”. Fuori la notte stava facendo il suo corso, Luca non lo sapeva, ma i cavalli di Marlowe avevano realmente rallentato la loro corsa, giusto il tempo di tracciare la rotta e dare la possibilità a Patty di compiere l’azione da lei compiuta consumando meno energie. Patty parve svenire, Artemisia la cercò con le mani e, dolcemente, la riportò nella scatolina che le faceva da letto. Luca osservava attentamente quei tratti emersi nel tomo e, nel silenzio della notte, Venezia forse stava cominciando a svelare alcuni segreti, ma al contempo, quell’immagine aveva fatto metaforicamente entrare nella casa la foschia che era sorta all’esterno.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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I Segreti di Venezia: Carlo Scarpa, l’architetto che sussurrava alla laguna

carlo scarpa biglietteria biennale

La marea come respiro

Il calpestio dei passi sulle passerelle, i riflessi delle architetture dei palazzi sui rii. Balaustre che si fanno panchine per i gabbiani e comignoli che, fumanti, ci indicano che il pane sta arrivando.

Non sapremo mai se e quale aspetto di Venezia, tra i molteplici possibili, abbia dato ispirazione a Scarpa, ma una cosa è certa: controllava l’acqua lasciandola entrare, veicolandola, trasformandola in un suo personalissimo tratto identitario. La fragilità di Venezia la lasciava filtrare sin dentro le sue opere. In totale armonia, calando e crescendo come respiro ogni 6 ore.

La marea che sale.
La marea che sale.

Sappiamo oramai che Venezia poggia su una foresta capovolta per rimanere in piedi, probabilmente Scarpa aveva colto la necessità di accogliere l’acqua come scambio poetico in cui tutti gli elementi traevano equilibrio dalla loro coesistenza utopistica.

Il varco dell’arte: La Biglietteria della Biennale, l’Ingresso dello IUAV e della facoltà di lettere

Biglietteria della Biennale (Sestiere di Castello – giardini): parlavamo di gabbiani, di leggerezza, suggestioni riferibili al volo. Questa biglietteria richiama i tratti Vinciani delle macchine volanti con la sua tettoia, mentre il vetro ed il cemento si lasciano plasmare, quasi fluidi, in linee che non vogliono farsi influenzare dallo scorrere del tempo.

Ingresso IUAV (Sestiere di Santa Croce – Tolentini): Qui Scarpa si supera, osa, dialoga. Questo spazio è un invito a guardare e passare e viceversa. Una volta varcata la soglia, giunge ulteriore stupore. Nella tradizione i portali si attraversano, qui invece diviene uno spazio estetico orizzontale: Scarpa lo affranca dalla sua funzione e lo esalta, fermandone il tempo e alterandone la posizione spaziale. Dove il cemento armato disegna prospettive, quel portale trova riposo e diventa eterno nella sua sospensione.

Ingresso facoltá di Lettere (Sestiere di Dorsoduro – San Sebastiano): qui Scarpa ripete le sue gesta, valorizzando con raffinata semplicità la facciata. Disegna una cornice in marmo d’Istria che cambia la lettura del portale, staccando la pietra antica dal nuovo con tagli netti e linee geometriche. È una sorta di “quadro marmoreo” che invita alla scoperta della bussola interna in legno e vetro: un diaframma trasparente che regola la luce, toglie per un istante il respiro con la bellezza e predispone la mente al silenzio dello studio.

La marea dentro: Il Negozio Olivetti e Fondazione Querini Stampalia

Negozio Olivetti (Piazza San Marco): Qui il marmo e la tecnologia meccanica delle macchine da scrivere e calcolatrici Olivetti, concettualmente elementi freddi e distaccati, si riscaldano. Lo fanno in perfetta armonia tra pavimenti mosaico e elementi marmorei sospesi nello spazio e nel tempo. Il legno caldo si fa accento nei dettagli e, la boutique si fa palcoscenico del prodotto e dell’esperienza che essa stessa rende tangibile.

Fondazione Querini Stampalia (Castello): Qui Scarpa sintetizza il dizionario del linguaggio lagunare e della coesistenza degli elementi in un dialogo supremo. Si tratta di un capolavoro in cui paratie permeabili intentanto dialoghi attraverso l’acqua che entra nel piano terra, scorre nei canali interni di cemento e pietra, pulisce ed evapora. I dettagli in ottone e cemento non combattono il fango, lo assecondano cercando di non farlo prevalere mai. Un luogo in cui architettura ed arte si fanno unisono e raccontano come Venezia potesse rendersi tradizionale e cosmopolita senza cambiare il suo vestito. Ogni vetrata, ogni ringhiera e cancello non si fanno limite, si traducono in portali e, come i segreti sussurrati, i cortili interni esplodono di giardini inaspettati.

La genialità: Il fascino non nasce in maniera esplosiva, ci colpisce con la discrezione delle linee nette, delle ombre dosate e della capacità di far parlare tra di loro elementi eterogenei: acqua, natura, cemento, metallo ed altri elementi. La marea non diventa un pericolo, ma un ulteriore elemento di suspense, un dialogo ininterrotto tra la città, le sue sfide e la sua eterna arguzia. L’architettura di Scarpa si fa liquida per permeare nei segreti della laguna.

Il marmo e il pianto: Il Monumento alla Partigiana

Un’esplosione nel silenzio: Lungo la riva dei Sette Martiri vi imbatterete in una scultura in bronzo di una donna distesa, quasi adagiata a galleggiare o riposare a seconda della marea sul pelo dell’acqua. Si trova sopra un basamento di cassoni in cemento. A seconda della marea appunto, la Partigiana viene sommersa, scompare per poi riaffiorare, come se la laguna stessa la cullasse o cercasse di nasconderla dal tempo per non farci scordare del suo sacrificio. Il cemento qui si fa custode della memoria e del dolore che l’acqua, grazie a quest’opera, non potrà mai cancellare.

Per concludere: La lezione di Scarpa alla Venezia di oggi

Viviamo in un’epoca di barriere: abbiamo il MOSE, l’isolamento sociale, la città che si fa fortino col ticket d’accesso, ma rimane espugnabile. In questo contesto la lezione di Carlo Scarpa resta rivoluzionaria e lapalissiana: Venezia forse si può salvare solo assecondando la sua natura anfibia, generando equilibrio in ciò che la tormenta.

Fosse ancora in vita lo immagino con un taccuino in mano e gli stivali a sfidare l’acqua alta, tracciando nuovi dialoghi sulle eccezionali frequenze e intensità di questi anni. Forse dal suo lapis nascerebbe finalmente una pietra in grado di nuotare.

La prossima volta che visiterete Venezia cercate la sua firma invisibile, quel suo tratto identitario. Quel dettaglio che vi farà esclamare: lo ha pensato Lui!

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Archivio Progetti IUAVFondo Carlo Scarpa (per i disegni e le soluzioni dell’Ingresso dei Tolentini e della facoltà di San Sebastiano).
  • Fondazione Querini StampaliaArchivio storico e rilievi del restauro del Piano Terreno e Giardino di Carlo Scarpa.
  • FAI (Fondo Ambiente Italiano)Documentazione e schede storiche del Negozio Olivetti di Piazza San Marco.
  • Archivio Storico della Biennale di Venezia (ASAC)Progetti e modelli per la Biglietteria e il Padiglione del Libro ai Giardini.
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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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I Segreti di Venezia: Il Ponte più importante di Venezia è… provvisorio! – Dorsoduro

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio tra le intriganti vicende della città lagunare, fatta di storie nascoste e piccoli miracoli quotidiani, spesso invisibili agli occhi frettolosi dei turisti. Oggi proviamo a porci questa domanda: Venezia sa incuriosire? La risposta, in particolar modo se state leggendo le mie parole, magari nemmeno per la prima volta, è: “Assolutamente sì!”. A tal proposito, oggi vi racconterò del ponte più importante di Venezia. Questo ponte unisce rive distanti più di 300 metri — ben oltre la misura dei ponti più celebri — e, al tempo stesso, si fonde con la storia cittadina, diventandone parte viva.

isegretidivenezia.com

Chi appare una volta all’anno a Venezia? Il Ponte del Redentore!

Un’opera effimera ma costante nei secoli: da 448 anni (al 2025), ogni terzo sabato di luglio, Venezia celebra la Festa del Redentore e, per l’occasione, viene montato un ponte votivo di 334 metri, il più grande della città se si esclude il Ponte della Libertà, nato però con altre funzioni. Questo passaggio straordinario collega la Fondamenta Zattere alla Basilica del Redentore sull’isola della Giudecca. Nel corso dei secoli il ponte ha assunto forme sempre diverse: in principio galere e zattere, poi un ponte Bailey militare, fino all’attuale struttura in legno e polietilene, lunga come sempre ma ora larga ben 4 metri.

il ponte votivo 2025 e la chiesa del redentore

Un corridoio sull’acqua tra Zattere e Giudecca

Il Canale della Giudecca si trasforma: dove fino a poco prima scorrevano vaporetti, navi e traghetti, ora fluisce un fiume di persone, tra fedeli e curiosi. Il ponte votivo diventa un corridoio sospeso sull’acqua, unendo i due sestieri in un cammino che fonde processione e festa, devozione e stupore. Attraversarlo significa immergersi in una storia che si rinnova ogni anno, al di là della fede personale: la dedicazione al Redentore resta intrecciata al destino di Venezia, che, uscita dalla peste, tornò finalmente a respirare. La basilica nacque come segno tangibile di gratitudine alla fine della terribile peste del 1575-77, e il ponte si rese necessario per garantire l’accesso a tutti coloro che volevano rendere omaggio.

il ponte votivo 2025 e la chiesa del redentore da una fermata actv

Come nasce e scompare un ponte provvisorio

L’assemblaggio del ponte votivo inizia alcuni giorni prima, quando una flotta di chiatte e piattaforme galleggianti viene progressivamente allineata e collegata tra le Zattere e la riva della Giudecca. L’opera richiede una precisione millimetrica: ogni sezione deve combaciare perfettamente per garantire stabilità e sicurezza a migliaia di persone.

Per mantenere la continuità della mobilità lagunare, il ponte è dotato di un rialzo con varco centrale, attraverso il quale possono transitare solo i mezzi pubblici più piccoli, come alcuni vaporetti e motoscafi di servizio. I traghetti di dimensioni maggiori, invece, non riescono a passare: i Ferryboat, che normalmente collegano Tronchetto – Lido San Nicolò, devono modificare il loro percorso, utilizzando la tratta alternativa Punta Sabbioni – Lido San Nicolò e ritorno.

Questa deviazione, ormai parte della tradizione logistica della Festa, mostra come, per un fine settimana all’anno, la città intera si pieghi a un rito collettivo, capace di modificare i ritmi e le abitudini di Venezia e della sua laguna.

L’ingresso principale è alle Zattere, il lungo camminamento assolato di Dorsoduro che conduce a Punta della Dogana. Da qui il ponte si protende verso la Giudecca, dove attende l’abbraccio con la Chiesa del Redentore, cuore pulsante della festa. Ai lati, calli e fondamenta svelano angoli vivi, tra chioschi, barche addobbate e scorci che raccontano la città nel suo momento più intimo e vibrante.

scorcio verso la Giudecca da Dorsoduro in fondamenta zattere

Da Dorsoduro a… Dorsoduro: come arrivare e cosa scoprire ai due capi

Partendo da Campo San Barnaba, cuore vivo del sestiere, si incontra la Bottega Galleggiante della Frutta e Verdura, un’imbarcazione che porta avanti una tradizione antica e pittoresca. Poco distante, sul Ponte dei Pugni “quattro piedi” raccontano storie di sfide e rivalità tra contrade veneziane, un tempo risolte proprio lì a colpi di lotta.

Camminando verso l’acqua, lo sguardo si apre sulla Punta della Dogana, il vero “ombelico del mondo”, dove si incontrano il Canal Grande, la Giudecca e il Bacino di San Marco. Qui, l’arte contemporanea dialoga con la storia millenaria della città. Poco più in là, lo Squero San Trovaso, uno dei pochi ancora attivi, svela l’antico mestiere dei maestri d’ascia, custodi della tradizione gondoliera.

Attraversando il canale, si entra in un’altra dimensione: la Giudecca, con i suoi scorci silenziosi e i racconti di vita sospesi tra fede, lavoro e segreti veneziani, che meritano un viaggio dedicato — come nelle due tappe di Alla Scoperta della Giudecca, parte uno e parte due.

Il Ponte provvisorio… che non è l’unico!

Ogni anno, a novembre, Venezia si prepara a un ulteriore rito temporaneo sul Canal Grande: il ponte in legno della Festa della Madonna della Salute. Questa struttura provvisoria unisce la punta della Dogana con Santa Maria del Giglio e, dunque, Dorsoduro con San Marco, offrendo un passaggio sicuro ai fedeli diretti verso la Basilica della Salute. La tradizione risale al 1630, quando la città, colpita dalla peste, promise di erigere un tempio dedicato alla Madonna per chiedere la fine dell’epidemia. Così, ogni anno, il ponte diventa simbolo di devozione, memoria storica e partecipazione collettiva, proprio come il celebre ponte votivo del Redentore.

il ponte in legno della Festa della Madonna della Salute
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La Giudecca non è un sestiere… ma meriterebbe di esserlo!

Attraversando il ponte, si comprende quanto la Giudecca sia più di un semplice isolotto: la sua storia, le calli, le ville e il respiro dei campi la rendono quasi un sestiere a sé. Eppure, per tradizione, resta “fuori” dai confini ufficiali. Camminare fin lì significa scoprire un piccolo mondo parallelo, sospeso tra acqua, fede e segreti veneziani. Ogni passo diventa un varco tra passato e presente, tra il silenzio di antiche memorie e il fermento di una vita che scorre discreta, lontana dalla folla. Ci si imbatte in atmosfere che parlano di lavoro, di devozione e di una quotidianità autentica, fatta di scorci nascosti, respiri lenti e storie che sembrano emergere dalle pietre stesse.

vista del consorzio cantieristica minore venezia alla giudecca
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In conclusione:

Attraversare il ponte del Redentore non è solo camminare da una sponda all’altra della laguna: è un gesto che unisce storia, fede e curiosità, trasformando ogni passo in un piccolo atto di partecipazione alla vita della città. Come per la Giudecca, spesso invisibile ma piena di meraviglie, anche i dettagli più semplici di Venezia — le calli, le ville, le barche, i ponti provvisori — custodiscono storie preziose che attendono di essere scoperte.

Prendersi il tempo di osservare, fermarsi e ascoltare la città significa diventare custodi del suo patrimonio invisibile, cogliendo l’equilibrio tra vita quotidiana, memoria e celebrazione. Solo così Venezia continua a vivere, tra il passato e il presente, raccontandoci le sue storie senza tempo.

mappa della posizione e vista metaforica del ponte votivo del redentore tra dorsoduro e giudecca (dorsosduro)

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: Lido di Venezia, una guida incompleta tra ville Liberty, natura e cinema

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi lasciamo Venezia — nel senso insulare della questione — e ci spingiamo verso est, attraversando la laguna. Che sia un passaggio reale o immaginato, il nostro viaggio ci conduce in un luogo che ha qualcosa di sospeso, di teatrale, di profondamente autentico. Benvenuti al Lido di Venezia: un’isola lunga e sottile, dove il vento profuma di pini, i viali sanno di cinema d’altri tempi e le ville parlano ancora Liberty. Un luogo davvero speciale che, colpo di scena, in una mattinata tempestosa dell’Agosto del 1983 ha visto venire al mondo anche me, in quello che fu l’Ospedale al Mare.

Come raggiungere il Lido (senza perdersi… troppo)

Esistono tanti modi per arrivare al Lido, ognuno dei quali è, a suo modo, un’esperienza.
Perché? Semplice: si può arrivare “a piedi” — non camminando sulle acque, ovviamente, ma grazie ai vaporetti — oppure in auto, moto o bici imbarcandosi sui ferry boat, e persino a bordo della propria barca o in Taxi acqueo. Il consiglio è di pianificare l’itinerario in base ai vostri tempi e desideri, perché il Lido si raggiunge da più fronti: da Venezia centro, da Punta Sabbioni, e persino da Chioggia, passando per l’incantevole Pellestrina.
Ogni tragitto regala il suo piccolo pezzo del grande spettacolo lagunare — e vale già come primo assaggio del viaggio.

Per comodità narrativa, partiremo da sud, dagli Alberoni, là dove arriva il ferry da Pellestrina e passa la Linea 11 che tra vaporetti e bus porta da Chioggia a Lido. È vero, l’approdo principale per chi arriva da Venezia in vaporetto è Santa Maria Elisabetta, mentre chi trasporta auto con il ferry da Tronchetto sbarca più a nord, a San Nicolò. Ma seguire il Lido dal suo estremo meridionale a quello settentrionale è come attraversarlo con lo sguardo disteso di una passeggiata lenta: un viaggio che, tappa dopo tappa, rende giustizia alla sua natura sottile e sorprendente.

Alberoni – Dove la Laguna si rilassa al sole e gioca a golf

Silenzio e natura: se un racconto dovesse parlare di questi luoghi, partirebbe proprio da qui. Alberoni è un luogo sospeso, dove il borgo si lascia abbracciare dalla natura nella sua massima espressione, e le case sembrano assecondarla. Affacciandosi dall’attracco del ferryboat, si scorge l’Isola di Pellestrina distendersi all’orizzonte con le sue casette colorate. Seguendo la sinuosa strada, si arriva al cospetto di uno dei più antichi golf club italiani. Fondato nel 1928 e inaugurato nel 1930, pare sia nato dall’ispirazione del magnate Henry Ford, desideroso di giocare a golf, un desiderio esaudito da Giuseppe Volpi di Misurata che in pochi mesi realizzò questa piccola utopia. Il Golf Club Venezia è uno dei più prestigiosi d’Italia. Con il suo percorso di 18 buche disegnato dall’architetto C.K. Cotton, si colloca tra i circoli storici di riferimento nel panorama golfistico nazionale, accanto a club come Roma Acquasanta (1903) e Menaggio (1907). La sua storia e la posizione unica nella laguna lo rendono una tappa imperdibile per gli appassionati e un vero fiore all’occhiello del Lido.

Passando oltre, immerso nella fitta vegetazione di Strada della Droma, si incontra un antico baluardo marittimo ormai in disuso: ex faro degli Alberoni , frammento di storia marittima e architettonica ormai silenziosa. Attivo fino a pochi decenni fa, faceva parte di un sistema di segnalazioni luminose che includeva anche il faro Spignon, su una minuscola isola poco distante, e altri punti strategici oggi in stato di abbandono, riadattati dai pescatori locali come riparo e magazzino.

Infine, perché non attendere un tramonto o rilassarsi su una delle tante panchine affacciate sulla laguna, lungo via Alberoni? In un mondo che corre veloce, una pausa con un pizzico di poesia non guasta mai.

Malamocco – Il borgo che non ha fretta (e nemmeno motivo di averla)

Tra calli di pietra, cortili sonnolenti e gatti più antichi delle barche, Malamocco è una Venezia parallela. Senza folla, senza tempo, e senza il bisogno di dimostrare nulla. Qui la vita scorre piano, tra i muretti fioriti e le ombre lunghe del pomeriggio. Il nome Malamocco sembra derivare dall’antico Metamauco, toponimo che risale all’epoca tardo-romana o bizantina, e che indicava un importante insediamento costiero: fu uno dei primi centri del dogado veneziano, anzi per un periodo ne fu persino la capitale, prima che il cuore del potere si spostasse a Rivo Alto (l’attuale Rialto). Poco lontano, anche Portosecco — oggi placido e quasi dimenticato — racconta una storia simile: un tempo era una vera e propria bocca di porto sull’isola di Pellestrina, tra Albiola e la stessa Pellestrina, ma con il passare dei secoli si interrò, probabilmente per i detriti trasportati dal fiume Medoaco, diventando letteralmente un “porto secco”.

Il ponte d’accesso a Malamocco

Camminare per Malamocco è come aprire una parentesi nel tempo: ci si sente altrove, eppure a casa. Un piccolo mondo sospeso tra pietra e acqua, dove il tempo non si è fermato — ha semplicemente deciso di camminare più piano. Le case sussurrano, come chi sa ma non ha bisogno di dire. Il canale centrale taglia il borgo con eleganza e quiete, mentre la piazza, la chiesa, il campo e i muretti assolati sembrano condividere un accordo segreto con il silenzio. Non per niente uno dei capitoli più intensi del mio “Calendario dell’avvento – Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” si è svolto proprio qui!

Excelsior, Mostra del Cinema e l’ex Casinò – I palazzi che sognano ancora di essere delle star

L’ex Casinò ha visto di tutto, in un continuo rincorrersi tra Dea bendata e aspiranti vincitori. Il Liberty si veste da red carpet, passando dalle suggestioni moresche dell’Excelsior al razionalismo severo dell’ex Casinò. L’eco delle dive si confonde con il suono lontano dei ventilatori vintage, e l’edificio — oggi chiuso, malinconico e maestoso — sembra trattenere ancora l’eleganza sussurrata degli anni d’oro, quando il Lido era la Hollywood italiana e il jet set, nazionale ed estero, batteva tra vaporetti e corse in Vespa. Poco più in là, il Palazzo del Cinema resiste con orgoglio: ogni settembre torna ad essere il cuore pulsante della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E accanto, come un fratello maggiore pieno di fascino vissuto, l’Hotel Excelsior continua a raccontare una storia fatta di ombrelloni, smoking e notti illuminate da cineprese che sanno di champagne. Passeggiare qui, fuori stagione, è come entrare in un set addormentato: aspetta solo la prossima scena per destarsi — o il prossimo sognatore per accendersi alla ribalta.

Una piccola curiosità in diretta dalla spiaggia: le capannine che si noleggiano lungo le grandi spiagge dorate del Lido, soprattutto all’Excelsior, non sono solo numerate… ma anche battezzate come costellazioni. Da Orione a Cassiopea, passando per Andromeda, ogni cabina sembra voler evocare una notte stellata anche sotto il sole cocente. Ma attenzione: in perfetto equilibrio tra eleganza e scaramanzia, il numero 17 manca all’appello. Sarà forse per l’influenza del vicino ex Casinò, o semplicemente per quel buon senso balneare che invita a non sfidare la sorte proprio mentre ci si rilassa al sole. Alcune voci popolari attribuiscono questa scelta alla tradizione latina: 17 = XVII, anagrammato diventa VIXI, ovvero “ho vissuto”. Espressione tipica delle epigrafi funebri dell’antica Roma. E insomma… meglio un tuffo che un epitaffio no?

Infine, proprio qui, l’Excelsior custodisce un approdo segretamente famoso: è quello riservato ai taxi acquei e, soprattutto, ai VIP che arrivano direttamente via laguna, lontano da sguardi indiscreti. Un piccolo molo privato, nascosto alla vista e collegato da un canale laterale silenzioso, che sbuca su due uscite d’acqua: una guarda verso il Lazzaretto Vecchio, l’altra alle vicinanze di San Lazzaro degli Armeni. Un passaggio discreto e suggestivo, degno delle più eleganti fughe cinematografiche — tra lusso, mistero e un pizzico di leggenda.

Gran Viale – Tra ville Liberty, canali discreti e quella strana atmosfera da Europa del Nord…

Ponticelli eleganti, case affacciate sull’acqua e la sensazione che Amsterdam e il Lido si siano scambiate una cartolina negli anni ’30 — o magari siano state amiche di penna, tra uno stile floreale e un viale alberato. In certi angoli, il silenzio è così pieno che sembra trattenere parole non dette. Alcune facciate decorate, certi giardini nascosti, ti osservano come se sapessero raccontare storie migliori delle tue. Ma non ti giudicano: ti invitano a restare un po’, a osservare con calma e perderti nello scorrere di un tempo che pareva passato da un’eternità.

Guarda qui sotto: è vero, l’impronta veneziana si sente tutta — nelle persiane scolorite, nei muretti in mattoni, nelle volte alla veneziana e nei ponticelli discreti. Ma c’è qualcosa, nei riflessi sull’acqua, nelle facciate che si specchiano silenziose nei canali, in quei ponti con ringhiere sottili, che ricorda da vicino Amsterdam. Come se il Lido, per un istante, parlasse anche olandese. O forse è solo che, in certi giorni, la luce lagunare ha il potere di trasformare tutto: e i riflessi, invece di essere semplici duplicati, si fanno portali verso altri mondi.

Lido o Nord Europa?

Piazzale Santa Maria Elisabetta: tutte le strade portano qui

Se il Lido fosse un corpo, Piazzale Santa Maria Elisabetta sarebbe senza dubbio il suo cuore pulsante. Qui si incrociano viaggiatori, residenti e turisti, tutti uniti dalla necessità di prendere un vaporetto o semplicemente di respirare un po’ dell’aria lagunare prima di tuffarsi nelle dune o tra le ville Liberty. Il piazzale è un curioso mix di modernità e nostalgia: da un lato, l’efficienza degli imbarchi e la frenesia degli arrivi e delle partenze; dall’altro, qualche vecchio caffè che resiste al tempo e i ricordi di chi, magari, ha fatto il bagno a Malamocco da bambino.

A pochi passi, si ergono il maestoso Tempio Votivo della Pace, monumento imponente e silenzioso che veglia sull’isola, e la minuscola, raccolta chiesa di Santa Maria Elisabetta, piccola gemma nascosta tra le case, testimone discreta di una spiritualità antica e semplice. È il punto in cui il Lido si apre al mondo, senza però perdere la sua anima. Il contrasto tra il brusio degli arrivi e il silenzio delle pinete poco distanti è forse il modo migliore per capire quanto questa isola sia capace di sorprendere chi la visita — anche in una guida come questa, volutamente incompleta.

Saint-Tropez ha gli alberi degli yacht, il Lido invece ha i pini marittimi (e vince facile)

Nel mondo delle località di lusso, spesso il verde è un accessorio curato a tavolino, fatto di palme esotiche messe in posa ad arte e aiuole tanto perfette quanto innaturali. Al Lido di Venezia, invece, la natura si prende il suo spazio con una calma disarmante. Qui i pini marittimi sono padroni di casa da generazioni, creando ombre fresche e profumate che accompagnano passeggiate e riflessioni. Le dune si stendono libere, modellate dal vento e dal tempo, senza l’ansia di dover apparire perfette su Instagram (ma abbiamo anche quelle se vi servissero eh).

Questo verde spontaneo e vivido si fa lusso vero, perchè autentico, senza bisogno di filtri né di agghindamenti. L’aria profuma di resina e salsedine, un invito naturale a rallentare, a fermarsi su una panchina e lasciarsi attraversare dal silenzio. Nel confronto con altre località del Mediterraneo e non, il Lido si distingue per la sua natura “sospesa”, selvaggia ma accogliente e curata, un’oasi di pace in cui la vera star sono gli alberi e la luce che filtra tra i loro rami in un Komorebi in salsa lagunare.

San Nicolò – Il Faro che si fa via del mare e… spazio poetico!

Luce, mare e storia. Il Faro di San Nicolò si erge maestoso, una sentinella verticale che scruta l’orizzonte senza fretta sul finire della diga marittima. A volte basta uno scatto, un attimo fermato nel tempo, per capire che un luogo vale davvero il viaggio. E questo faro lo vale eccome.

È il punto più isolato del Lido, persino più silenzioso e spumeggiante del faro degli Alberoni, e si spinge nel mare nei pressi dell’aeroporto Nicelli, ma con un’atmosfera tutta sua, sospesa tra natura e storia. Qui, lungo il cammino verso la lanterna, piccoli versi ermetici si nascondono tra oggetti dimenticati, blocchi di cemento e scogli, sussurrando brevi poesie che aprono il cuore e allargano lo sguardo, invitandoci a perderci nella meraviglia di un tempo e di uno spazio che sembrano fuori dal mondo.

Adesso concentriamoci su… Come? Davvero dubitate ci sia stato davvero alla diga? Incredibile, eppure con molti ci conosciamo da anni… ma eccovi la prova:

faro di san nicolò al lido
Edoardo alias Trarealtaesogno al faro di San Nicolò al Lido

E poi c’è Pellestrina, dove la laguna si fa poesia (ma non ditelo troppo in giro sarà il nostro segreto)

E se il Lido ti sembrasse già troppo mondano (spoiler: non lo è, o lo è solo quando arrivano gli eventi internazionali…), sappi che da qui puoi spingerti ancora più lontano. Un vaporetto, una bicicletta e un pizzico di voglia di meraviglia ti condurranno fino a Pellestrina: una striscia di terra dove affondano le mie radici che pare sospesa tra cielo, terra e mare, fatta di case colorate, reti da pesca al sole, silenzi autentici e scorci che sembrano usciti da un delicato acquerello.

Nota a piè di pagina (non richiesta, ma ve l’ho scritta lo stesso)

So che non ho parlato dell’aeroporto Nicelli con i suoi hangar déco, del Palazzo del Cinema in dettaglio, della Chiesa di San Nicolò o dei bunker abbandonati sul litorale. Non ho menzionato gli stabilimenti storici, i bagni Belle Époque, i cinema d’essai, il mercatino settimanale o il profumo di frittura nella notte. Nemmeno di ristoranti vista laguna o mare, o della cabina riservata a Liz Taylor, dei risciò, le bici a quattro posti, e dei tandem cigolanti, i gelati del Titta o la dolce vita sulle Vespa 50.

Nei miei articoli, video e contenuti distribuiti qui su WordPress, Instagram, TikTok, YouTube e nel canale Telegram, volutamente non mostro sempre tutto. Questo perché voglio trasmettere un vero senso di scoperta, invitando chi mi segue a immergersi con curiosità in ciò che faccio con passione e a scovare con i propri occhi quei dettagli nascosti che rendono speciale ogni luogo di cui vi parlo.

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Conclusione… di guida volutamente incompleta… come tutte le cose davvero vissute:

Abbiamo camminato lungo un’isola sottile e sospesa (mai sottile come la vicina Pellestrina), tra silenzi, luci e storie che si intrecciano tra ville liberty, fari dimenticati e spiagge punteggiate di costellazioni. Il Lido non è solo uno scenario da cartolina, ma un luogo da scoprire con calma e attenzione. Non tutto è stato detto o mostrato: ciò che resta fuori campo è il cuore pulsante dell’isola. Ogni dettaglio è un invito a rallentare, ascoltare e lasciarsi sorprendere. Questa guida è volutamente incompleta, come la vita: fatta di attimi sfuggenti e scoperte per chi ha pazienza. Il vero segreto del Lido? Guardare oltre e trovare dentro di noi la risposta.

E comunque, una cosa voglio dirvela: “Amo le montagne, ma preferisco il rumore del mare”

E voi, cosa amate di più del Lido?
Fatemi sapere qui sotto nei commenti, sono curioso di scoprire le vostre impressioni e i vostri angoli segreti di quest’isola speciale!

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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