Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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