I Segreti di Venezia: Francobolli in un mondo di email…

Quante notifiche hai ricevuto nell’ultima ora?

È vero, nessuno le conta, qualcuno comincia a farlo solo quando la vibrazione o il suono diventano troppo frequenti, trasformando una forma di relazione in un tedio digitale. Una catena robusta che ci canalizza verso questi contenitori dalle infinite possibilità, ma delle sottili fattezze.

La nostra vita scorre al ritmo di pixel luminosi. Riceviamo centinaia di email fredde, che ci fanno sentire scelti, giusto per il tempo di capire che quel tono si rivolge ad altre migliaia di individui, identico, suadente, veloce. Messaggi istantanei che evaporano un secondo dopo essere stati letti, come le prime gocce di pioggia sul cofano delle auto dopo una lunga corsa al sole. Sentiamo nei polpastrelli, che prudono, la fretta di rispondere, nell’illusoria idea che nel farlo si amplifichi l’essere connessi con tutti. Tutto questo però si traduce nel non essere vicini a nessuno. La nostra casella di posta è un’accozzaglia di scadenze, promozioni irripetibili e newsletter di quei corsi a cui non ci siamo mai iscritti e, se lo abbiamo fatto, non ne ricordiamo il perché.

Ora, prova a fare una cosa insolita: respira ed ascolta quel silenzio. Chiudi gli occhi per un secondo e immagina un rumore diverso, un silenzio che si fa suono.

Immagina una calle veneziana la mattina presto, il silenzio interrotto solo dal battere ritmico dei tuoi passi sulla pietra d’Istria. Il profumo di sale e di carta densa, di quella che il tipografo tiene in un vano nascosto per le occasioni speciali. Ora, specialmente se sei nato dopo il 2000, viene il difficile: visualizza una cassetta delle lettere, quelle di un rosso antico, lo stesso dei cuori disegnati dagli innamorati. È incastonata in un muro scrostato dal tempo e, pure lei, non sta messa così bene. È qui che inizia la mia “resistenza analogica”.

Il Manifesto della Lentezza: Perché una cartolina (e perché ora)

Scrivere una cartolina nel 2026 non è un’operazione di marketing, anche se ci somiglia molto lo ammetto. Il mio nasce come un atto di ribellione.

Un tempo la cartolina era il fulcro del viaggio, era la dedica rivolta a chi era importante per noi o chi ci dava il batticuore. Oggi somiglia a un reperto archeologico e a tale pare assurgere pure chi vuole spedirle ancora.

Immaginate la scena: “guardate! Ha spedito una cartolina, imballatelo e speditelo ad un museo che lo esponiamo”.

Quando hai scritto a mano, non vale contare le firme, per l’ultima volta?

C’è una magia ancestrale nella scrittura a mano: non esiste il tasto cancella. C’è l’errore, c’è la sbavatura d’inchiostro, c’è la grafia che cambia ritmo a seconda dell’umore o del tavolo traballante di un caffè o dell’emozione che cervello e cuore trasmettono alla punta della penna. Scrivere a mano significa dedicare lo spazio più prezioso che abbiamo — il tempo — a una persona specifica. Trasferire un pezzo di anima attraverso i tratti della china.

Non sto cercando follower, sto cercando i complici di una nostalgia folle e affascinante. Quella di un’attesa. Voglio riabilitare il diritto di aspettare il postino, di rattristarci perché la cassetta è ancora vuota, non per un acquisto online di un robot da cucina o per una bolletta.

Il Rituale: Come nasce un frammento di Venezia

Questo progetto non nascerà dietro lo schermo di un computer, ma tra le pieghe della città più magica del mondo. Il mio dietro le quinte sarà un rituale lento, diviso in tre atti:

La Ricerca:

Non userò cartoline commerciali e lucide, almeno ci proverò. Ognuna avrà già una storia prima ancora che io inizi a scrivere, magari nello spazio per la dedica troverete una poesia tratta dal mio ciclo “Komorebi”.

L’Ispirazione:

Mi siederò sul bordo di una fondamenta, con i piedi quasi a sfiorare l’acqua, o al tavolino di un vecchio locale. Guarderò la luce riflettersi sui canali e cercherò le parole giuste.

Il Sigillo:

Il francobollo, il timbro postale, il gesto di affidare la carta al metallo della cassetta rossa. Da quel momento, l’oggetto viaggerà fisicamente, prendendo pioggia, vento e assorbendo le scintille di vita di coloro che gli saranno vicini, fino a te.

La Regola della Singolarità: Da Venezia a Londra, Messina, Roma, Parigi, Berlino o a casa tua

Siamo abituati alla produzione di massa, agli algoritmi che replicano i messaggi all’infinito. Ricolmi di una gratitudine dispensata per necessità e non per animo. Per questo ho deciso che ci sarà una sola, determinata quantità di cartoline all’anno. Una, due, venti, destinate a pochi lettori in qualsiasi angolo del pianeta (limiti di spedizione permettendo). Da Venezia a Tokyo, la distanza non conta.

Non c’è niente da comprare. Non è un concorso a premi. È un regalo, un ponte gettato tra la mia realtà (e il mio sogno) e la tua quotidianità.

Vuoi essere tu a ricevere il prossimo frammento di laguna?

La cartolina è sul mio tavolo, intonsa, in attesa di un nome e di un indirizzo. Se senti il bisogno di rallentare, se la tua cassetta delle lettere ha fame di qualcosa di usuale, ma inusitato, candidati per riceverla.

Scegli la tua strada:

1. Il mezzo:

Instagram: Clicca sull’immagine qui sotto (ti porterà sul mio profilo ⁠@Trarealtaesogno⁠), seguimi e inviami un messaggio privato.

Email: Se preferisci la lentezza e la riservatezza della posta elettronica, puoi scrivermi direttamente a trarealtaesogno.com@gmail.com.

2. Non scrivermi solo “la voglio”. Raccontami, anche solo con tre parole, perché hai bisogno di un sussurro da Venezia nella tua vita in questo momento.

Ti farò sapere se sarai scelto. Io sono pronto a scrivere, ma tu, sei pronto ad aspettare?

Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Giugno 2026: l’amore non è un calcolo

Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Amelia ed Elio, solitari nella calle

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.

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I Segreti di Venezia: Cosa accadrà quando il contatore dei residenti toccherà lo zero?

Se camminerai attraverso Campo San Bartolomeo, a pochi passi dal ponte di Rialto e proprio lì, dove si posa lo sguardo fiero della statua di Goldoni, il tuo occhio verrà fatalmente catturato da un dettaglio che ti gelerà il sangue. È un display luminoso, incastonato nella vetrina della Farmacia Morelli. Non segna l’ora, non indica la temperatura, né tantomeno il traffico. Eppure, con i suoi numeri a LED a cifre rosse, è l’orologio più spietato della Serenissima: un contatore clinico che, provando a sensibilizzarci, cerca disperatamente di curare un male forse più grande di tutti noi.

Quel display mostra un numero che scende, costantemente, da anni. E quando giungerà allo zero, nessuna bottiglia di prosecco o champagne sarà rivolta al cielo. Anzi. Si tratta del contatore dei residenti rimasti nella Venezia insulare. Oggi che quella cifra affonda pericolosamente sotto la soglia psicologica dei 50.000 abitanti — basti pensare che se ne contavano ben 76.000 nel 1991 —, quel piccolo schermo ha smesso di essere una semplice statistica medica o demografica.

Aggiornato giorno dopo giorno, nel silenzio generale, quel display custodisce un messaggio inequivocabile: conta quante tessere dell’anima di questa città sono ancora incollate al suo mosaico originale. È diventato un timer. Un conto alla rovescia che scandisce, con la spietatezza dei numeri, il tempo che ci rimane prima che l’ultimo testimone di una Venezia reale decida di spegnere la luce, fare i suoi bagagli fisici e morali, per poi andarsene per sempre.

La linea d’ombra e il codice sorgente

Quel 1991 non è una cifra estratta a sorte da un archivio anagrafico. È l’anno in cui avevo 8 anni, quell’età magica e vulnerabile in cui la memoria si scolpisce di ricordi indelebili. Per chi è cresciuto qui, quell’epoca pone un confine temporale ideale, un ponte sospeso tra chi ha fatto in tempo a respirare l’autenticità della laguna e l’eco di eventi tanto belli quanto destabilizzanti — primo tra tutti, il leggendario concerto dei Pink Floyd in Bacino San Marco il 15 luglio 1989.

Pink Floyd in Bacino San Marco il 15 luglio 1989
Pink Floyd in Bacino San Marco il 15 luglio 1989

C’è una linea d’ombra invisibile che attraversa le calli, ed è quella che isola i venti-trentenni di oggi, i nati tra il 1980 e il 2000. Siamo noi l’ultima generazione della transizione, la vera generazione anfibia cresciuta a cavallo di due mondi. L’ultimo avamposto umano capace di ricordare com’era questa città prima che l’intera laguna venisse recintata per diventare un palcoscenico universale. Siamo gli ultimi a custodire il codice sorgente di una Venezia reale, prima che la metamorfosi compisse il suo disegno, trasformando i residenti in comparse mute di un turismo che divora e non paga. Quando anche la nostra memoria si sarà sbiadita, le calli non avranno più nessuno in grado di tradurre i loro segreti.

L’alfabeto di una città analogica

Cosa c’è davvero in gioco mentre quel contatore rosso continua a scalare numeri? Non è solo una questione di codici fiscali, di spesa pubblica, di anagrafica. Quando un veneziano fa le valigie per trasferirsi altrove — spinto fuori da affitti impossibili, case trasformate in Airbnb e una quotidianità resa invivibile — si porta via un pezzo di memoria che non potrà mai essere replicato da nessuna guida turistica (professionisti esemplari ai quali non volgo polemica alcuna) o dai video patinati degli influencer su TikTok.

Noi siamo gli ultimi a possedere la memoria dei gesti, dei profumi, dei modi di dire, della goliardia e della cultura di una Venezia nata analogica e viva:

  • I campielli liberi dai plateatici, dove si poteva ancora giocare a pallone usando la vera da pozzo come porta, senza che nessuno minacciasse di chiamare i vigili.
  • Le chiacchiere delle nonne sedute sulle sedie impagliate fuori dalla porta di casa, custodi di storie di quartiere che legavano indissolubilmente un nome a una calle. Io stesso ricordo le passeggiate estive con i miei genitori da Portosecco a San Pietro in Volta, le lucciole nei cespugli nelle sere d’estate e i vecchi del paese che ti salutavano e commentavano quanto fossi diventato grande, ogni singola sera.
  • I codici non scritti della laguna: il tono esatto della voce per chiamarsi da una riva all’altra superando il rombo dei motori, l’arte di camminare schivando le pozzanghere di acqua alta senza mai abbassare lo sguardo, l’odore salmastro della marea che cambia e ti dice, prima di qualsiasi app meteo, che tempo farà domani, o quello denso e fangoso delle giornate di estrema bassa marea.

Quando l’ultima generazione che ha vissuto questa normalità — oggi percepita quasi come aliena — se ne sarà andata, la trasmissione di questa memoria orale si interromperà per sempre. Sarà un corto circuito storico imperdonabile.

Il paradosso della cura e la finzione di pietra

La farmacia che ospita il contatore è, ironicamente, il luogo dove si va a cercare una cura. Ma per lo spopolamento di Venezia non esistono ricette mediche che tengano. I turisti ci passano davanti scattando foto distratte, scambiando quel numero per un’attrazione come un’altra, per un recapito della farmacia stessa o per l’ennesimo “segreto” da immortalare in una storia che durerà ventiquattro ore prima di scomparire per sempre.

Per chi resta, invece, quel display è un confessionale laico. Ci passi davanti, stringi i denti, guardi se il numero è sceso ancora rispetto alla settimana scorsa e continui a camminare nella tua città, sentendoti ogni giorno di più un fantasma tra i fantasmi, con la speranza silenziosa di non diventare, un giorno, il prossimo sottraendo di quella cifra.

Il vero dramma dell’erosione della memoria è che Venezia rischia di subire una mutazione genetica definitiva. Senza una generazione di giovani a popolarla, a viverla, a incazzarsi per essa, le calli perderanno la loro anima. Diventeranno un guscio vuoto, una bellissima scenografia di pietra in cui ogni cosa sarà apparentemente identica, ma profondamente finta. Proprio come le maschere di plastica lucida in vendita a pochi euro nei banchetti dei souvenir.

immagine distopica sul futuro di Venezia
immagine distopica sul futuro di Venezia

Atto di resistenza prima del tramonto

La vera fine di Venezia non sarà un numero che tocca lo zero su uno schermo luminoso. Sarà il silenzio definitivo delle calli quando l’ultimo veneziano avrà dimenticato come si raccontano.

Ecco perché scrivere di questo countdown e guardare quel contatore rosso a San Bartolomeo non significa arrendersi alla nostalgia fine a se stessa, ma compiere un atto di resistenza culturale. Significa ricordare che Venezia non è un museo, anche se fanno di tutto per convincerci del contrario.

Finché ci sarà anche un solo veneziano della nostra generazione a camminare per queste calli, a usare i vecchi idiomi per nascondere la malinconia e a guardare con una rabbia livorosa quel display scendere, la memoria della città sarà salva. Quel numero rosso non ha ancora vinto. Siamo a un battito di ciglia dal tramonto, è vero. Ma il tempo non è ancora scaduto, e le calli non possono permettersi di dimenticare chi sono.

Il mio video sul tema
Un mio video sul tema

Per concludere:

Nonostante la spietata precisione di quel display a LED rossi, Venezia resta, in fondo, qualcosa di assolutamente incalcolabile. Possiamo censire i residenti, misurare i chilometri di fondamenta o contare i masegni, ma è impossibile quantificare le emozioni che ogni singolo angolo nascosto è capace di generare. Venezia non è un semplice guscio di pietra: è un cuore pulsante, irrorato da acque e calli in cui scorrono incessantemente arte, poesia e millenni di storia. Camminarvi non è solo un esercizio fisico, ma un modo per entrare in questo circolo vitale, per sintonizzarsi con la sua frequenza analogica e lasciarsi trasportare, finalmente, dentro le pagine di una storia unica al mondo.

Dopo questo viaggio a volo di gabbiano sopra il dedalo della Serenissima, la parola passa a te che leggi. Tocca a te difendere questo mosaico: qual è il punto di questo immenso labirinto che chiami “casa”?

Scrivimi nei commenti il tuo angolo segreto e suggeriscimi quale scorcio di questa infinita maratona di pietra vorresti vedere approfondito nei prossimi articoli!

#dedalo #Venezia #SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Maggio 2026 – Quel millimetro di speranza

Maggio 2026
Quel millimetro di speranza

Erano giorni che le mani di Artemisia, ogni volta che passava di lì, toccavano quel preciso punto della mappa tattile della laguna. La bilancia, impressa sulla tela, si era mossa verso la luce, pendeva emanando speranza, ma il percorso verso l’epilogo era ben lungi dall’essere definito. Così fu anche quella mattina in cui il profumo di maggio permeava attraverso i balconi socchiusi. Nonostante la sua condizione infatti Artemisia spalancava i balconi tutte le mattine, sia per non influenzare il ritmo circadiano di Elio, che per avere una routine definita ogni giorno. Ripassò vicino alla mappa, un’ultima volta prima di uscire, la bilancia era sempre posizionata lì. Prese il marsupio a tracolla, vi infilò Elio che miagolò felice, quasi ad esaltarsi per la nuova gita. Lei era pervasa da un’urgenza silenziosa che arrivava quasi a premere nel petto. Doveva raggiungere Luca, dirgli che forse in questa folle danza del destino un fiammifero, una flebile luce, si era accesa nella notte circostante. Uscì dunque nella luce di maggio, lo capì dal calore che si sprigionò istantaneamente dalle sue gote e da quello assorbito dalla sua chioma corvina. I suoi passi toccavano con precisione il selciato di Castello, ma percepì un’anomalia. Tutt’intorno infatti quel via vai infinito di valigie, carrelli, schiamazzi, persone non era totalmente fatto di sostanza. Percepiva sottopelle che un’ampia parte d’essi si faceva vuoto, in grado di riempire ogni cosa. Una grande e minacciosa onda d’urto rumorosa, composta da trolley che parevano gareggiare sulla pista cittadina, coprendo la voce ed il respiro millenario delle calli. Un vuoto spirituale che ad ogni passo affonda le tradizioni alla stregua di istantanee da cartolina, rendendole scevre del valore umano che, di padre in figlio, avevano rappresentato per secoli. Sorrise amaramente, puntando il volto verso il marsupio, sussurrando: “Elio, caro Elio, capisci perchè il mondo sta perdendo il diritto ai miracoli?”. Non fece in tempo a finire la frase che qualcuno la urtò sulla spalla e la colpì ad una gamba, forse con un trolley, urlando: “Ma spostati!”. Lei mantenne con la medesima fatica equilibrio e calma, riuscendo però in entrambe le cose. Elio soffiò, arrabbiatissimo, ma le mani di Artemisia sapevano come calmarlo con le giuste carezze. Lei non è il tipo di persona che si perde d’animo, continuò a camminare, schivando con i sensi come suo solito il turbinio che maggio portava in dote in seno alla città. Sembrava talvolta che i leoni di marmo soffrissero di asma, per fortuna avevano vinto sfide ben peggiori di questa invasione disarmata. Nel giro di qualche minuto l’aria si era fatta leggermente più salmastra, era arrivata alle Fondamente Nuove, il tratto di Venezia che guarda verso Murano e all’isola di San Michele, il cimitero di Venezia. Mosse quache passo, superando il Ponte dei Mendicanti, verso le fermate dei vaporetti ACTV. Sapeva bene a che imbarcadero andare, Matteo delle Maree sostava lì di solito in quel giorno della settimana per offrire i suoi servigi. Artemisia peró si fermò di colpo, isolandosi dai rumori della laguna per ascoltare ció che la circondava. Poco distanti, due anime giovani si muovevano, legate e distanti, come fossero un ossimoro perfetto: lui procedeva a balzi leggeri, spettinato dal vento e con la giacca aperta per catturare i riflessi del sole, mentre Amelia rasentava i muri in silenzio, ordinata nelle sue trecce scure, stringendo tra le mani qualcosa che portava al collo e godendo di tutta la penombra proiettata giù dagli edifici lungo la fondamenta. Artemisia non poteva vederli, ma qualcosa le bisbigliava segreti incomprensibili all’orecchio più acuto, quello della sua anima. Percepiva un sussurro che si faceva frastuono dentro di lei: proveniva dalla ragazzina, che sotto le mani nascondeva un oggetto dall’aura potentissima, un magnetismo oscuro capace di risuonare solo con sensibilità come la sua. Il tempo parve rallentare e, di colpo, la memoria della sua anima compì un balzo all’indietro. Capì che una parte di quell’energia non le era nuova, l’aveva già sfiorata mesi prima; in particolare quella del ragazzino, in cui riconobbe il nucleo di una delle voci che, cantando a bocca chiusa nell’oscurità della Serra, aveva fatto tremare il sottomondo e sconfitto Krampus. Il pensiero emerso in Artemisia, questo filo rosso del destino, si era fatto bolla di sapone; cresceva al ritmo del respiro, avvolgendo tutto, tutti, ogni cosa. Poi, esplose. “Artemisia!” Una voce familiare la fece uscire di colpo da quella bolla: era Matteo delle Maree, che l’aveva intravista mentre si avvicinava. Lei rispose prontamente: “Matteo, che piacere sentire la tua voce! Sei impegnato?”. “No, ma anche lo fossi stato, per te una soluzione l’avrei trovata e, come sempre, offre la ditta!”, replicò lui. Artemisia sorrise. I commercianti e gli imprenditori veneziani sanno sempre essere generosi con le donne, ma il sospetto era che la smodata generosità di Matteo godesse di ambizioni superiori — romantiche, per carità — che in quel momento non erano affatto di suo interesse. “Devo andare a San Francesco del Deserto”, disse lei, salendo sul pontile. “A questo punto il tuo libretto del credito cresce in numero di pagine, ma intanto tieni”. Frugò nella bisaccia e ne estrasse una confezione di zaeti all’uvetta: “Questi sono per te, non posso fare a meno di ricompensare la tua disponibilità”. Lui arrossì; lei lo poté capire solo dal tono della sua voce, improvvisamente meno cristallina. Matteo accettò il dono e poi, quasi a voler approfittare di quel momento, chiese: “Ma, già che ci siamo… domani dovrei andare a recuperare delle persone all’aeroporto Marco Polo per portarle a Venezia. Accetto il servizio o è meglio declinare?”. Artemisia si fece seria. Cominciò a fare dei grattini sul pancino di Elio, che rispose con fusa pigre, senza particolare foga. “Domani ci saranno temporali”, rispose lei, sollevando il mento verso il vento. “Quando Elio non apprezza le carezze, significa che in mezza giornata il quadro del clima cambierà drasticamente”. Matteo la aiutò a salire a bordo e la ringraziò, slegando le cime: “Allora ci mando il mio socio. A lui l’acqua piace anche dall’alto”. Rise grossolanamente, e risero entrambi mentre il motore della barca prendeva giri, lasciandosi le Fondamente Nuove alle spalle. Sembrò quasi che il viaggio, di circa quaranta minuti, fosse durato il tempo di smettere di ridere. Matteo aiutò Artemisia nella discesa, Elio miagolò felice, il profumo di quell’isola infatti gli ricordava Luca. Lui le disse: “Ti aspetto?” e lei “Non ancora” arrossì capendo il lapsus e aggiunse “Non serve, poi ritorno con Luca” sorridendo. Lei mosse qualche passo lungo il pontile dell’isola, per la prima volta Elio saltò frettolosamente fuori dal marsupio, corse verso la cavana, come a scappare veloce, e saltò a bordo della barca di Luca che, fortunatamente, era ormeggiata lì. Quello che stiamo vivendo è il medesimo istante in cui in un inusitato altrove Santa addentava la carota portata da Patty. In fondo non esiste luogo più nascosto di ciò che ci appare come la superficie su cui si allungano le ombre dei nostri passi. Artemisia uscì dal pontile, mosse i primi passi lungo il selciato, d’un tratto un capogiro e un brivido, lei fece un sospiro e proseguì. Luca fece capolino, salvò Elio infilandolo in una apposita tasca che aveva ricavato sul suo saio e, accolta Artemisia, la invitò ad incamminarsi lungo i filari di cipressi per discutere d’ogni questione. Patty guardò in giù, proiettando occhi, naso e baffi verso il pavimento che ora pareva d’acqua composto. Fu in quel momento Anamonè fece capolino e posò il suo passo concentricamente a quello di Artemisia. Poi il secondo, il terzo, tutti. Le gote di Santa si erano roseggiate, Anamonè sogghignò, convinta che le sfumature non fossero colori e, dunque, segnali di presagi a lei negativi. Di contro, Artemisia, sente il suo passo farsi liquido, profondo, lento. Avvertiva che una gravità opposta la usava come tramite e, al contempo, la soppesava. Anamonè non era mai stata così vicina ad alcuno, Artemisia la poteva vedere con la mente, sentire col cuore, ogni senso era travolto. Tre parole le attraversarono la mente: “Santa, bilancia, giudizio”. Luca la fissava da un minuto esterrefatto dall’improvvisa catatonicità, ma udite quelle parole sussurrate, capì che qualcosa fosse accaduto. Artemisia tornò in sé, Luca le propose di andare a trovare Alfredo e continuare il dialogo in barca, al sicuro. Lei annuì. Il motore del Moro manteneva un ritmo costante mentre l’isola di San Francesco sbiadiva alle loro spalle. Artemisia, con i capelli mossi dal vento della laguna aperta, ruppe il silenzio: “Quei passi mi hanno fatto percepire la soglia di due mondi sotto i piedi, ma c’è un’anomalia. La bilancia sulla mappa ha oscillato a causa di qualcosa accaduto di recente, poi oggi alle Fondamente Nuove ho incrociato due fratelli. Uno dei due emanava la stessa frequenza dei bambini che cantavano con le candele in mano”. Luca strinse il timone, lo sguardo fisso sulle bricole: “Allora il millimetro di speranza non è un’illusione. Il quadro sta cambiando più velocemente del previsto, forse siamo un millimetro più vicini o ad un millimetro di distanza da Santa”. Sul fondo della barca, Elio non trovava pace. Non cercava i grattini, ma continuava a grattare con le unghie il legno dello scafo, lo sguardo puntato verso il basso, oltre la chiglia. “Guardalo”, sussurrò Artemisia, stringendosi la bisaccia al fianco. “Non ha mai fatto così. Sente l’acqua sdoppiarsi sotto di noi, come se stessimo navigando sul soffitto di un’altra Venezia, ma è impossibile”. Luca diede un’occhiata al gatto, poi di nuovo alla ragazza: “Gli animali non mentono mai, Artemisia. Pensa alla fuga di Krampus, qualcosa di misterioso si snoda sotto la superficie di ciò che possiamo comprendere”. Giunsero presso la casa di Alfredo a Malamocco, stavolta profumava di salmastro, olio di gomito e metallo vecchio. Li accolse con la moka già sul fuoco e quel modo di fare ruvido di chi passa più tempo a parlare con gli ingranaggi che con i cristiani. Mentre versava il caffè in tre tazzine sbeccate, l’artigiano si pulì le mani su uno straccio e indicò il banco da lavoro, dove una vecchia Lanterna poggiava mezza smontata. “Luca, Artemisia… dovete sapere una cosa. È successo poco prima che arrivaste, mentre finivo di sigillare il secondo occhiello”, disse Alfredo, la voce insolitamente bassa. “Ho toccato il vetro. Era freddo di officina, eppure ho sentito un brivido caldo venir fuori dal metallo, un calore strano… e poi un sentore nell’aria, fin su nelle narici, sapeva di carota e di neve, giuro su Dio. E per un istante, contro il muro, la luce ha proiettato, come ombra cinese la sagoma di una ragazzina, forse con le trecce. È sparita in un soffio, ma è come se quel vetro avesse fatto da messa a terra per qualcosa che sta da un’altra parte. Mi faccio vedere da uno bravo che dite?” Luca ascoltava affascinato, carezzandosi il mento, rapito dal racconto. Artemisia, invece, rimase in silenzio. Il cuore le aveva accelerato il battito sotto la camicia. Dentro di sé, riconobbe immediatamente la natura di quel fenomeno: era la stessa identica dinamica legata al calore e agli ingredienti della luce che un tempo univa Rudolf e Santa Claus, ma soprattutto vi era l’eco di quella ragazzina che camminava raso muro che si era riverberata fin lì, la prova che la spinta del mondo invisibile stava iniziando a squarciare il velo della realtà. Non disse nulla. Per proteggere quella sensazione immensa, scelse il silenzio, ma cercò gli occhi di Luca. Gli lanciò uno sguardo complice, un’intesa muta che valeva più di mille parole: un millimetro di speranza che misurava chilometri. Il sole di maggio stava tramontando alle Fondamente Nuove quando Artemisia scese dalla barca di Luca, con Elio stretto nella bisaccia. Fu subito avvicinata da Pietro e Margherita, due sconosciuti che si erano presentati come studenti di informatica arrivati da Roma: “Ti abbiamo vista stamattina vicino alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo”, le dissero, accennando alla valigiata subita. “Ti abbiamo riconosciuta e volevamo sapere se stai bene, ci siamo vergognati noi al posto di quel turista”. Artemisia ringraziò, confortando i due gentili ragazzi con un sorriso pulito. Loro risposero dicendole che, dato che per un periodo per motivi di studio universitario sarebbero stati in città e avevano l’alloggio a dieci metri dal suo, se avesse avuto bisogno li avrebbe trovati lì. Artemisia ringraziò ed ebbe l’ennesimo brivido gelato; Luca le prese il braccio per darle equilibrio mentre i movimenti dei due ragazzi, nel congedarsi, si facevano improvvisamente distanti, quasi rigidi. Quello che nessuno colse, tranne Elio che soffiò verso il selciato, è che da una pozzanghera, dal basso, qualcuno controllava ogni cosa. Krampus? No, affatto. Era la sagoma di Anamonè: una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Il mondo infatti cominciava ad irrigidirsi sotto il suo sguardo vitreo, e il Natale che tanti avevano strenuamente difeso, rischiava di diventare, definitivamente, superfluo.

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