I Segreti di Venezia: La flotta ACTV, tra giganti a motore e vaporetti che sfidano la laguna

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi cominciamo ponendoci una domanda: può un “gigante d’acciaio” avere un cuore? Comincio io a rispondere: “Sì, ne sono perfettamente convinto”. Ogni giorno, da decenni, con qualche evoluzione e qualche sottile ironia, la laguna è solcata da mezzi grandi e piccoli, giovani o “con le rughe”, ma dotati di un’anima che in qualche modo è connessa a quella della città di cui sono servitori. È affascinante notare come, in un mondo che corre frenetico, qui il tempo sembri essersi cristallizzato: i tempi di navigazione tra oggi e gli anni ’60 non sono poi così cambiati. È la prova che Venezia impone il proprio passo anche alla tecnologia. Dunque oggi non parliamo di una storia d’amore, ma di un viaggio nel viaggiare veneziano.

Il Fascino del Quotidiano (I Vaporetti)

«Dai, prendiamo la Linea 1 per andare a San Marco!» «Ma sei pazzo? Con la Linea 2 ci mettiamo la metà del tempo!».

Quante gite, viaggi e itinerari sono iniziati così? Immagino tantissimi. Eppure, in questo scambio di battute si cristallizza un sunto universale, una sorta di “regola veneziana” votata alla lentezza a prescindere. Il vaporetto deve il suo nome alla tipologia di motore che montava alle sue origini, con quel fumo bianco che si faceva anticamente nuvola a pochi metri sopra le acque. Oggi, con i motori alimentati da altri carburanti, che senso ha chiamarli ancora così?

Ne ha tantissimo. Perché è un rimanere fedeli alle proprie origini e, in qualche modo, all’essenza di Venezia che, se non di poco, non ha mai mutato i suoi ritmi vitali. Chiamarlo “vaporetto” significa mantenere vivo il ricordo di quella rivoluzione meccanica che, sul finire dell’Ottocento, sfidò per la prima volta la supremazia dei remi. È la dimostrazione che in laguna anche la tecnologia più moderna finisce per essere addomesticata dalla storia, diventando parte di quel sogno senza tempo dove i nomi sopravvivono alle macchine e il viaggio conta sempre più della meta.

I Giganti della Laguna (Motonavi e Ferry-boat)

Se il vaporetto è il battito quotidiano che pulsa nei canali, le Motonavi e i Ferry-boat sono i polmoni di Venezia, giganti d’acciaio che respirano con il ritmo delle maree. Vederli sfilare davanti a San Marco ha sempre qualcosa di surreale: enormi masse di metallo che sembrano sfidare le leggi della fisica e del buonsenso, scivolando placide a pochi metri dai fragili merletti di Palazzo Ducale con le loro chiglie progettate per mitigare il moto ondoso.

Il Ferry-boat è forse il mezzo più incredibile di tutti, un vero “ponte mobile” che permette l’assurdo: vedere file di auto, camion e autobus sospesi sull’acqua, come se la terraferma avesse deciso di mettersi in viaggio in fila indiana su una zattera di metallo. C’è un momento preciso, quando il portellone d’acciaio si abbatte sul pontile con un boato soffocato, in cui capisci che il confine tra strada e mare qui non esiste. È un rito di passaggio che trasforma il passeggero in un navigatore solitario, anche se sta solo andando a fare una passeggiata al Lido o a Pellestrina. Un filo conduttore invisibile cucito dai natanti.

E poi ci sono le Motonavi, le cattedrali della flotta. Grandi, lente, solenni, come i ferryboat alcune di esse avevano anche il bar di bordo: snack, caffè, caramelle, poco, ma di tutto. Salire su una di esse diretta a Punta Sabbioni o Lido significa lasciare che la città diventi un profilo sottile all’orizzonte, mentre il rumore profondo del motore ti vibra sotto i piedi come il cuore di un mostro sorridente. Questi mezzi non corrono; loro dominano la laguna pacatamente, offrendo dai loro ponti una prospettiva che nessun altro può regalare. In quel momento, tra il vento che sferza il viso e l’odore della salsedine che si mescola al gasolio, capisci che questi giganti non sono estranei a Venezia: ne sono i custodi d’acciaio, necessari affinché la vita in questa città sospesa non si fermi mai.

La Sfida agli Elementi: tra il nulla del “Caìgo” e la furia della Bora

In laguna, la tecnologia deve piegarsi agli umori della natura. Quando cala il caìgo, la nebbia fitta che cancella ogni riferimento, il capitano naviga alla cieca affidandosi solo all’occhio verde del radar: un viaggio metafisico nel bianco assoluto. Ma la vera prova di forza arriva con la Bora. Attraversare la bocca di porto tra Cà Roman e Chioggia con il mare mosso significa sentire tutta la potenza dell’acciaio che schiaffeggia l’acqua. Mentre il vaporetto rolla e la salsedine sbatte sui vetri, capisci che questi giganti non sono semplici mezzi di trasporto, ma gusci d’acciaio che sfidano l’infinito della laguna che si affaccia intrepida verso il mare per tenere unita la città.

Una caricatura dell’autore del blog presso la fermata San Giorgio

La ragnatela d’acqua: dalle rotte dei Dogi ai confini della Laguna

Navigare con i mezzi ACTV non significa solo spostarsi, ma scegliere quale volto di Venezia si vuole incontrare. Esiste una geografia dei trasporti che ricalca antiche rotte e nuove necessità, una rete che collega il marmo della città storica alla sabbia delle isole più lontane, trasformando ogni tragitto in un’esplorazione.

  • Le destinazioni “famose”: Sono quelle della Linea 1 e della Linea 2, le regine del Canal Grande, dove il vaporetto è un teatro itinerante che sfila tra Rialto e San Marco. Ci sono poi i collegamenti per Murano (linee 3, 4.1, 4.2) e l’immancabile Linea 12, il “treno” della Laguna Nord che unisce le Fondamente Nove al vetro, ai merletti di Burano e al silenzio millenario di Torcello.
  • Le rotte inusitate e segrete: Per chi cerca il battito lento della Venezia “minore”, esistono linee che sembrano dimenticare la fretta. La Linea 13 vi porterà alle Vignole e a Sant’Erasmo, l’orto della Serenissima, dove il ritmo è dettato dai campi. O la Linea 20, che scivola verso l’isola di San Servolo e la mistica San Lazzaro degli Armeni, frammenti di storia sospesi nel tempo.

L’epica del viaggio integrato: la “Gran Combinata” verso Sud

Se volete vivere la vera essenza del “viaggio nel viaggiare veneziano”, dovete provare le grandi trasversali, dove il mezzo pubblico diventa un’avventura degna di un esploratore d’altri tempi. La combinazione più incredibile è quella che unisce il cuore della città alla punta estrema della laguna:

  1. Si parte da Piazzale Roma con la Linea 5.1 (o la 5.2 a seconda del senso di marcia del “Gira Città”): un viaggio veloce che costeggia le fondamenta esterne, passando davanti all’isola-cimitero di San Michele e all’Ospedale, per approdare al Lido (S.M.E.).
  2. Qui avviene la magia della Linea 11: non una semplice linea, ma un’epopea integrata. Salirete su un autobus che percorre tutta la spina dorsale del Lido fino agli Alberoni; qui, l’autobus stesso (o i passeggeri) sale sul Ferry-boat per attraversare il canale e sbarcare a Santa Maria del Mare, sull’isola di Pellestrina.
  3. Dopo aver costeggiato i murazzi e le case colorate dei pescatori, l’ultimo balzo avviene in motonave foranea, che vi depositerà infine a Chioggia, la “Piccola Venezia”.

Allo stesso modo, le Linee 14 e 15 creano un ponte invisibile tra San Zaccaria e Punta Sabbioni, dove la laguna si arrende finalmente al litorale di Cavallino-Treporti. Muoversi qui non è logistica, è libertà pura, un modo per capire che Venezia non finisce dove finiscono i palazzi, ma si estende finché l’occhio riesce a scorgere una bricola all’orizzonte.

Qui trovate tutte le linee di trasporto e i relativi orari.

Dalle spiagge della guerra al silenzio della Laguna: chi si ricorda il San Giorgio?

Sotto la vernice bianca e verde di alcuni vecchi traghetti batteva il cuore di un guerriero. Nel dopoguerra, con i cantieri navali stremati e una città che urlava voglia di ripartire, l’ACNIL (l’antenata dell’ACTV) compì un’operazione che oggi definiremmo di un riciclo creativo e geniale. Acquistò dai residuati bellici alleati due imponenti LCT (Landing Craft Tank): mezzi da sbarco nati per trasportare carri armati e truppe sulle spiagge della Normandia e della Sicilia. Ribattezzati “San Giorgio” e “San Marco”, questi giganti d’acciaio subirono una metamorfosi incredibile.

Le rampe di prua, che un tempo si abbassavano sotto il fuoco nemico per liberare i cingolati, iniziarono a schiudersi placidamente tra le bricole per far scendere le prime Fiat 600 e le vespe dei turisti diretti al Lido. Immaginate il contrasto: scafi nati per la distruzione che diventavano i traghetti della ricostruzione veneziana, trasformando l’eco della guerra in un lento e rassicurante dondolio lagunare. È forse questo il segreto più profondo del nostro viaggiare: sapere che anche un mezzo nato per la battaglia può trovare la sua pace diventando un silenzioso servitore della bellezza.

immagine generata da scatti originali per dare l’dea del prima e del dopo

Per concludere:

Il viaggio tra i giganti d’acciaio inizia dove l’acqua si fa unico sentiero. Abbiamo scoperto che un vaporetto non è solo un mezzo, ma un custode di memorie che sfida la fretta restando fedele alla propria anima. Dai ferry-boat che trasportano autobus, auto, bici, persone verso la terraferma e le isole, alle vecchie navi da sbarco convertite alla pace e pubblica utilità, ogni scafo narra la resilienza di Venezia. Navigare qui significa accettare il ritmo delle maree e capire che il vero lusso non è arrivare primi, ma godersi l’orizzonte tra le bricole scandito dal canto dei gabbiani. Finché un motore vibrerà nel caìgo, l’anima della Regina dell’Adriatico continuerà a viaggiare fiera su questi ponti invisibili tra passato e futuro. Salire a bordo di questa città non è mai un semplice spostamento, ma l’inizio di una nuova scoperta continua.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito e quale vorresti vedere raccontato su queste pagine!

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Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Quello che credi di aver visto (e non esiste)

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi visiteremo Venezia attraverso un espediente narrativo: sfioreremo segreti già raccontati, ma li metteremo in discussione, uno dopo l’altro. Perché ciò che abbiamo visto — o crediamo di aver visto — non sempre coincide con ciò che ricordiamo.

effetto mandela - i segreti di venezia

Cos’è l’Effetto Mandela?

L’Effetto Mandela è quel fenomeno per cui più persone condividono lo stesso ricordo… anche quando quel ricordo non è mai esistito davvero e non è corretto. Un cortocircuito della memoria, studiato in psicologia, che prende il nome da Nelson Mandela e che ci ricorda una verità scomoda: la mente non registra, ricostruisce.

E Venezia è il luogo perfetto perché questo accada.

Tra riflessi che deformano, nebbie che cancellano e secoli di storie sovrapposte, la città non si limita a mostrarsi: si lascia interpretare. E mentre camminiamo tra calli e pietra, qualcosa cambia — non fuori, ma dentro di noi.

Oggi non esploreremo solo Venezia.
Esploreremo ciò che crediamo di sapere su di lei.

Hai davvero visto Venezia… o la stai ricordando?

Venezia non è solo una città da vedere.
È una città che filtra, distorce e riscrive ciò che percepiamo.

L’acqua non riflette soltanto: trasforma, allenta e rallenta.
Ogni palazzo si sdoppia, ogni linea si piega, ogni dettaglio diventa instabile. Ciò che osservi non è mai completamente fermo, mai completamente certo ed al crescere delle tue emozioni visive, la lucidità si altera. Un po’ come quando arriva la nebbia, il caligo, e Venezia fa un passo in più: non aggiunge, toglie lasciandoti in balia della tua immaginazione. Cancella contorni, smussa distanze, lascia spazio all’immaginazione. Il cervello, davanti a ciò che manca, fa quello che sa fare meglio: riempie. E infine la storia. Strati su strati, secoli sovrapposti come pagine di un libro immenso, racconti che si intrecciano dentro la salsedine che si occulta e permea in ogni mattone. Venezia non ha una sola versione: ne ha centinaia, tutte plausibili, tutte conviventi. E nella nostra memoria, queste versioni non restano separate… si fondono.

È così che nasce il dubbio. Non perché Venezia nasconda qualcosa. Ma perché ci abitua a non distinguere più nettamente tra ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo immaginato grazie alla sua meraviglia.

Ti sei messo alla prova: cosa ricordi davvero?

Ora fermati. Guarda le immagini qui sotto o poco più in alto, non avere fretta. Non cercare di “capire”, sei all’interno di un gioco che, forse, ti si sta svelando davanti agli occhi.

Osserva. Non analizzare troppo. Quali ti sembrano corrette? Di quali ti ricordi?

Forse penserai di riconoscere ogni dettaglio. Forse ti sembrerà tutto familiare.

Ma c’è una cosa che devi sapere: la familiarità non è una prova di verità.

E dopo tanta verità raccontata sulle pagine di questo blog oggi, mi sono fatto “saboteur” e ti sto ingannando dall’inizio, o forse no, le tue percezioni contano, ma solo alla fine scoprirai quante di queste fossero la verità.

Perché il tuo cervello ti mente (e lo fa benissimo)

La verità è più semplice — e più inquietante — di quanto sembri. La memoria non è un archivio.
Non conserva. Ricostruisce. Ogni volta che ricordi qualcosa, non lo stai recuperando.
Lo stai ricreando. E in questo processo entrano in gioco tre meccanismi:

  • La memoria ricostruttiva: riempie i vuoti con ciò che è plausibile, coerente, credibile.
  • I pattern: Il cervello riconosce schemi e li applica automaticamente, anche quando non dovrebbero esserci.
  • La semplificazione: Riduce la complessità per risparmiare energia, trasformando l’unico in familiare.

Il risultato? Non vediamo il mondo per com’è. Vediamo una versione ottimizzata, interpretata, adattata. La nostra!

E a Venezia… questo processo diventa impercettibile mentre la viviamo, ma visibile, vivido nei ricordi.

Perché qui, più che altrove, la realtà lascia spazio alla mente, facendola navigare in cerca di sogni tra calli, campielli e canali.

L’orologio che il cervello “vuole sempre correggere”

Siamo quasi alla fine di questa avventura, e per una volta voglio essere generoso. Questa immagine ritrae l’inconfondibile Torre dell’Orologio, con il suo quadrante unico che domina la piazza. Eppure, se provi a ricordarlo… probabilmente lo immagini come qualsiasi altro orologio. Dodici ore. Un cerchio familiare. Qualcosa di normale. Ma Venezia, ancora una volta, devia dalla regola. Ed è proprio qui che succede qualcosa di immediato: il cervello corregge ciò che non riconosce. Allora dimmi: qual è l’errore nell’immagine?

Scrivilo nei commenti.

orologio dei mori

Per concludere:

Prima di proseguire alle SOLUZIONI, prova a fare un piccolo esperimento: torna su e scorri rapidamente le immagini che hai appena incontrato. Non analizzarle, non cercare l’errore logico; lascia che scivolino via come una sequenza di sogni o come i palazzi che sfilano veloci durante una corsa in motoscafo.

Poi fermati. In quale di queste la tua mente ha inciampato? Quale dettaglio ti ha costretto a fermarti e a esclamare: “Aspetta, c’è qualcosa che non va”?

Forse è proprio in quel piccolo sussulto, in quel dubbio che increspa la superficie del ricordo, che si nasconde la vera essenza di Venezia: una città che non smette mai di chiederti se ciò che vedi sia reale o se sia tu, con il tuo desiderio di meraviglia, ad averlo appena inventato.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito e quante ne hai indovinate!
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Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

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Ecco a voi le soluzioni:

Anamonè e la bilancia del Natale – Aprile 2026 – La speranza è un morso

Aprile 2026
La speranza è un morso

Patty la topolina bianca e la sua bisaccia di iuta

Si muoveva agile, veloce, pur prestando la massima attenzione, ogni movimento era ponderato e sicuro. Sapeva che quello che stava cercando era lì, a pochi passi, anzi, zampettate da lei. Il suo corpo bianco di topolina sembrava farsi costume da supereroina con quella minuscola bisaccia marrone che faceva svolazzare sulle spalle correndo. Di calle in calle aspettava solo il momento perfetto per saltare a bordo. Dapprima in Campo San Giovanni e Paolo, poi, in un soave zigzagare, lungo Corte Veniera, infine, sul Ponte dei Conzafelzi. Cosa stava inseguendo? Si trattava di un carro metallico grigio chiaro che veniva trainato da un operatore ecologico vestito con una divisa giallo fluo. Come una polena sulla nave dei pirati, così sul carro vi era appeso un peluche malconcio a cui era rimasto un gran sorriso ed un solo occhio marrone. Patty aveva sentito di questa usanza di alcuni netturbini che, con una tenerezza tanto profonda quanto a volte involontaria, appendevano i peluche abbandonati ai loro carri, salvandoli da un amaro destino. Lei però non voleva il peluche, bensì sapeva, lo aveva visto e percepito, che qualcosa di luminoso, al di là della sua sostanza, era lì, a bordo di quel carro. Finalmente si era fermato, proprio appena dopo il ponte, lì dove poco più a sinistra alcuni gradini digradavano verso il canale innanzi Palazzo Tetta. Con un balzo Patty raggiunse il peluche, quasi facendosi abbracciare, un bambino mosse l’indice verso quella scena passando di lì, mano nella mano con la madre che, persa a fissare il telefonino, non colse la meraviglia. Patty sussurrò qualcosa al peluche, forse delle scuse, poi gli balzò sulla testa e, da lì, sul bordo alto di quel carro metallico. Da lassù scorse il suo obiettivo. Scivolò lungo uno dei sacchi neri e raccolse quanto desiderava. Con un gesto pieno di rispetto e con le pupille che si fecero grandissime lo infilò nella sacca che portava sulle spalle e, usando i sacchi come trampolini, tornò fino in cima al bordo e poi, piano piano, scivolò lungo il peluche, che parve salutarla flettendo il capo, fino a terra. Il bambino, passato poco prima, salutò Patty con la manina, lei contrasse i baffetti per ricambiare. L’operatore ecologico non si accorse di nulla, canticchiando riprese il suo percorso e lei, passando davanti ad un’osteria lì sulla riva scorse una barca con dei segni sul legno che le risuonavano dentro alla sola vista. Non aveva però tempo per riflettere, doveva compiere la sua missione segreta e, da lì, attraverso Calle Bressana, tornò in Campo San Giovanni e Paolo. Fu lì che la vide, anzi, che li vide. Un gatto nero, elegante e, a modo suo, luminoso. Era insieme, quasi col passo sincronizzato, con la sua padrona, nel vederli Patty capì che non erano su livelli diversi, ma alla pari tra loro. “Un sodalizio!” sussurò la topolina. Li seguì discreta, sentiva che in loro si celava un’opportunità utile al suo piano. Li seguì fin sotto l’ombra della scalinata acquea. Vide Artemisia salire con grazia sulla barca di Matteo delle Maree, mentre Elio si accomodava con un balzo nel marsupio a tracolla. Per la topolina, quella sacca non era un accessorio, ma un vascello nel vascello. Aspettò il momento in cui Matteo accese il motore — quel Vrrrr che per lei era un ruggito primordiale — e, approfittando della nuvola di smog che distrasse l’operatore, balzò dentro la tela. L’oscurità lì dentro era viva. Patty si ritrovò schiacciata tra la fodera calda e il fianco vibrante di Elio. Il gatto non si mosse, ma lei sentì le sue fusa cambiare frequenza: non erano più un suono di piacere, ma un codice. Elio stava comunicando alla “scintilla” che ora erano nella stessa missione. Patty strinse la bisaccia; il frammento di carota, a contatto con l’energia di Artemisia che filtrava attraverso la stoffa, iniziò a scaldarsi. Era come se quel frammento segreto riconoscesse la purezza della donna. Patty ascoltò ammirata la voce di Artemisia che descriveva a Matteo i profumi di Murano e delle barene, Patty viveva un’altra laguna. Sentiva il rollio della barca non come un fastidio, ma come il respiro di Venezia. Ogni volta che la prua tagliava un’onda, Patty percepiva il “piatto della luce” della Bilancia di Anamonè, l’entità che aveva rapito Santa, sollevarsi di un millimetro. Sapeva che Artemisia non era solo il suo mezzo di trasporto, ma lo scudo umano che Anamonè non avrebbe mai osato colpire in questa fitta trama dove le connessioni rivelano l’essenziale senza svelarsi agli occhi di tutti. Quando la barca urtò dolcemente la bricola dell’isola, Patty sentì il cuore di Artemisia fare un balzo. Era il segnale. Mentre la donna scendeva e salutava Matteo, Patty dovette lottare contro l’istinto di restare al sicuro in quel calore. Ma il richiamo dal “di sotto” era troppo forte. Sgusciò fuori dalla sacca proprio mentre Elio si stiracchiava, scambiando con il gatto un primo e ultimo sguardo d’intesa: un patto silenzioso tra chi vede l’invisibile e ha rispetto di ciò che per natura non è necessariamente fraterno. Patty non aveva scelto una barca, aveva inseguito un battito di cuore e quella connessione inconsapevole l’aveva tratta dove serviva. Scattò, lontana da sguardi indiscreti, ma abbastanza vicina ad Artemisia ed Elio, la prima non poteva vederla, ma percepì una entità positiva e portatrice di luce, seppur minuta, nelle vicinanze e, volgendosi nella direzione di Patty di cui sentiva la presenza con il suo sesto senso, le sorrise amorevolmente, pur non capendo che quelle zampette facessero parte della stessa storia. La topolina aprì la bisaccia e estrasse quel qualcosa che aveva tenuto segreto persino al cielo fino a poco prima. Era un frammento di carota. La parte col ciuffo verde, ma non era una carota qualsiasi, era un frammento che, addentato da Rudolf a casa di Artemisia, era caduto per terra. Elio, giocandoci, lo aveva portato fino a fuori dalla porta di casa di Artemisia e, da lì, l’operatore ecologico aveva fatto il resto, raccogliendolo. Patty aveva una missione e, quel filo rosso del destino, era un minuscolo ingrediente che l’avrebbe aiutata a compierla. Vide Luca, il frate chiacchierare con Artemisia, lei si appartò su un gradino bianco in pietra d’istria a pelo d’acqua, non distante, diede un morso al frammento di carota e poi, tenendola stretta, si tuffò nelle acque smeraldo: “Plop!” Artemisia e Luca si voltarono, videro solo dei cerchi concentrici nelle acque, lui disse: “Sarà il solito pesce salterino” ridendo. Era Patty, ma nessuno, nemmeno Elio che si era fiondato lì sul bordo in marmo bianco, poteva vederla. Lei vedeva tutti da lì: Artemisia, Luca, Elio, perfino Matteo delle Maree ormai lontanissimo. Era riuscita a tornare lì, in quel mondo dove i riflessi che noi percepiamo occultano il di sotto. Patty correva, ma fu vista. Anamonè le si fece vicino e disse: “Io vedo, so, soppeso e pondero ogni cosa. Minuta o no che sia. Sono giudice e non carceriere, dunque prosegui e compi la tua azione. Non sta a me fermarti, ma al mondo, agli umani, dimostrare che non ne sarà valsa la pena”. Patty non si fece dire altro, nemmeno si fece scoraggiare, lasciò Anamonè tornare sul suo seggio da cui scrutava ogni minima variazione del suo piano e dell’inclinazione della bilancia che variava di momento in momento. Infine, la piccola Patty, tornò lì, ai piedi del prigioniero, Santa. Ormai evanescente, quasi privo di colore come una vecchia pellicola di un film ormai sbiadita. Non era legato, non era incatenato. Era seduto, bloccato dall’idea stessa che, impressa da Anamonè in lui, non fosse più utile al mondo, svuotato dunque della sua energia “linfa” vitale. Vide la topolina, sua compagna da tempo, le si rivolse con un sorriso dolcissimo e sussurrò, con un filo di voce: “Anamonè verrà smentita da coloro che l’hanno delusa e amareggiata. Ma tu, Patty, sei tanto piccola quanto determinata, cosa serbi di così luminoso in quella sacca?” e lei: “Santa, ecco, questo frammento di carota arriva da Venezia, è passato dalle mani di Rudolf e sappi che nessuno di coloro dei quali ti fidi e affidi ha smesso o pensato di smettere di cercarti”. La bilancia, rumorosamente, cigolò pendendo verso il bene. Contestualmente le gote di Santa acquisirono un pizzico di rossore. Lui sorrise, posando nuovamente lo sguardo su Patty che, come aveva fatto mille volte in passato, cominciò ad arrampicarsi su di lui. Salì lentamente, guidata da quegli occhi deboli ma infinitamente benevoli. Superò il petto, che al tatto le parve gelido come una statua dimenticata, e raggiunse la spalla; da lì, con un gesto solenne, gli porse il frammento di carota. Santa lo sgranocchiò lentamente e un brivido di commozione parve scuoterlo mentre ringraziava la sua piccola amica. Infine, dopo aver accarezzato Patty con un dito stanco, sollevò lo sguardo verso la sua carceriera. Anamonè pareva fatta di corallo e inchiostro: i suoi capelli fluttuavano nell’aria densa come tentacoli vibranti, rivelandola per ciò che era: una creatura bellissima e terribile, nata un tempo dall’amore stesso di Santa, ma ormai prigioniera di un’idea di perfezione algida e priva di perdono. Santa la fissò negli occhi d’argento e disse: “Vedi, Anamonè? Il mondo non è perduto finché esiste qualcuno disposto ad attraversare l’abisso per riportare a casa anche solo una briciola di ciò che serba una flebile luce”.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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I Segreti di Venezia: Lo sapevi che i veneziani trasformarono in bitte dei cannoni? – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.
Nelle nostre esplorazioni abbiamo attraversato le molteplici sfaccettature della città e della sua laguna, scoprendo tesori nascosti e dettagli che spesso sfuggono allo sguardo distratto.
Tra le immagini che restano più impresse nella memoria ci sono i segni della guerra incastonati nella pietra: palle di cannone che, ad imperitura memoria, sono state lasciate conficcate sulle pareti di diversi edifici veneziani.
Le abbiamo incontrate presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino e sulla facciata dell’Hotel San Fantin.

Storicamente, le palle di cannone visibili in città risalgono soprattutto all’assedio austriaco del 1849. Sarebbe però bello pensare che alcune di esse abbiano attraversato i mari prima di conficcarsi, ahinoi, tra le pietre veneziane, portando con sé l’eco lontana di altre battaglie.

Quando un’arma diventa parte dell’arredo urbano della città

Nel raccontare i segni lasciati dalla storia tra le pietre di Venezia, emerge anche un tema sorprendentemente attuale: quello del riutilizzo.
Oggi lo associamo alla tutela dell’ambiente, alla riduzione degli sprechi e alla capacità di dare nuova vita a ciò che sembrerebbe aver esaurito la propria funzione. Eppure, molto prima che questi concetti entrassero nel linguaggio contemporaneo, l’ingegno umano li metteva già in pratica con naturalezza.

Anche Venezia ne è testimonianza. La città ha spesso trasformato necessità e ferite in soluzioni concrete, integrandole nel proprio tessuto urbano.
Per questo appare quasi poetico che strumenti nati per colpire e distruggere possano diventare elementi funzionali e durevoli dello spazio cittadino.

È il caso dei cannoni trasformati in bitte d’ormeggio: oggetti bellici che, privati della loro funzione offensiva, hanno trovato una nuova identità utile alla vita quotidiana della laguna. Un esempio antico di economia circolare, dove il passato non viene scartato, ma trasformato.

Cosa sono le bitte e perché erano fondamentali a Venezia

Le bitte non sono semplici pali di legno o ferro conficcati sui moli: sono punto di ancoraggio della città, il modo in cui Venezia si lega all’acqua e offre accoglienza ai suoi visitatori. Ogni imbarcazione, dal battello più piccolo alla nave mercantile, dipendeva dalla sicurezza delle bitte per sostare senza essere trascinata via dalle correnti della laguna.
Nel contesto urbano veneziano, dove le calli sono canali e le piazze s’incontrano con l’acqua, le bitte diventano strumenti essenziali, invisibili ma indispensabili, testimoni silenziose di traffici, mercati e vite quotidiane.
Trasformare un cannone in una bitta significava dunque unire ingegno e pragmatismo, dare nuova vita a un oggetto di guerra e inserirlo nella rete di legami che rende Venezia unica al mondo.

bitta cannone venezia

L’ingegno veneziano: cannoni piantati nella fondamenta

Venezia è utopia, una città costruita con l’approccio della sfida e della necessità: sull’acqua, sulla foresta capovolta, tra terra e mare. Eppure, anche gli oggetti della guerra qui trovano un destino diverso. Le palle di cannone conficcate nelle facciate delle chiese e sugli edifici, rimaste dai bombardamenti austriaci del 1849, non sono semplici curiosità: sono testimonianze tangibili di coraggio e memoria, dei post it ferrosi che si fanno memorandum del dolore inflitto dalle guerre. Ciò che colpisce è come la città le abbia “quasi” accolte e reinterpretate, trasformando strumenti concepiti per ferire in elementi di memoria urbana, quasi a incastonarle nelle fondamenta immateriali della città. In questo modo, ogni arma, ogni pallottola, diventa parte integrante della vita quotidiana, unendo storia, ingegno e resilienza in un segno visibile che racconta il passato senza cancellarlo.

Inoltre, e in pochi ci fanno davvero caso, lungo le dighe presso tutte le bocche di porto da nord a sud, Venezia ha saputo trasformare strumenti di guerra in elementi concreti della vita urbana. Cannoni, ormai dismessi, venivano incastonati nelle banchine e nelle dighe, diventando bitte d’ormeggio. Durante i lavori per il MOSE, alcuni di questi cannoni sono stati riportati alla luce, dimostrando come la città sappia riutilizzare le tracce del passato trasformandole in soluzioni utili e durature.

Dove si possono vedere ancora oggi

Vederle è più facile di quanto si pensi e, sono convinto, per molti basterebbe osservare senza semplicemente guardare — scusate il gioco di parole. Prendete come riferimento il Sestiere di Castello e il Ponte de San Domenego, in Riva dei Sette Martiri. Da lì, dirigendovi verso Piazza San Marco, le incontrerete tutte. Potrete sedervi sulle vicine panchine marmoree, godere del paesaggio e di un canto speciale: quello dei gabbiani. Un luogo classico da innamorati — se lo siete, se ambite a esserlo o semplicemente se volete innamorarvi della vita.

Per chi volesse una guida completa, ne parlo più nel dettaglio nel mio articolo “I 10 Posti Più Segreti e Romantici di Venezia per Dire ‘Sì, Ti Sposo’ (Elopement & Proposte) + Mappa con 100+ Angoli Nascosti 💍🔥

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Per concludere: quando la città ricicla la storia

A Venezia persino la guerra diventa materia da reinterpretare. Cannoni, palle di ferro e strumenti concepiti per ferire vengono trasformati in elementi funzionali della vita quotidiana, dalle facciate delle chiese alle banchine della laguna. In questa città, il passato non si cancella, si riutilizza, si reinventa: ogni oggetto racconta la storia e insieme sostiene la vita, unendo memoria, ingegno e resilienza in un segno visibile che continua a vivere tra le pietre e sull’acqua.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito!
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Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Marzo 2026 – Sono ancora qui, sotto la neve

Marzo 2026
Sono ancora qui, sotto la neve

Amelia, la sorella gemella di Nico

“Vrrrr… vrrr… vrrr…” Il motore borbottava piano, facendo tremare lievemente sia i piedi di Artemisia che le zampine di Elio, il tutto mentre la prua della barca tagliava in due le acque smeraldine della laguna costeggiando una soporosa Murano dal suo versante Est. Matteo sorrise, scuotendo appena la testa: “Sai, questo viaggio non è solo per la marea o per la barca… è il modo migliore per ripagarti un debito morale che porto da anni. Oggi come allora, ti fidi di me e io non posso tirarmi indietro.” Le ciminiere di alcune vetrerie cominciavano a mostrare i primi segni di attività in quello che, tutt’intorno, appariva come un silenzio surreale. Un gabbiano sorvolò vicinissimo alla barca di Matteo delle Maree, quasi sfiorando il capo di Artemisia che, in segno di difesa, udì un miagolio veemente di Elio a sua tutela. La barca proseguì oltre, Murano era già alle loro spalle e, ad Artemisia, sollecitata dal beccheggiare sulle acque del natante, venne in mente un parallelismo sottile. Esclamò: “Elio, ma ti rendi conto? Noi dovremo riuscire far pendere la bilancia verso la luce, ma passiamo l’intera esistenza tentennando, un poco a sinistra, un poco a destra. Un poco avanti, un poco indietro. Sempre in equilibrio tra il tutto bene e il tutto male. Sarà difficile andare contro la nostra natura, così parziale, così affine alla pratica stabilità. Per fortuna, in assenza di Rudolf, possiamo contare su Luca”. L’espressione del gatto, da dentro quel marsupio, colpì nel profondo Matteo, che rimase in silenzio e fu felice del potervi assistere. Poi disse: “Artemisia, quella creatura sembra capire ogni tua parola” e lei: “Matteo, credimi, comunica più di quanto si possa immaginare, anche nel silenzio. Io e lui facciamo dei discorsi meravigliosi”. Il viaggio, nonostante un filo di brezza che sferzava e irretiva le acque, proseguiva lineare. Ad un certo punto Artemisia sembrò voler catturare col naso più aria di quanta le fosse necessaria, Matteo lo notò e disse: “Artemisia, che succede? Tutto bene?” e lei: “Sì, ero solo colpita da un mix di stimoli olfattivi che non mi aspettavo, c’è il salmastro, ma anche il terroso, l’algoso, l’umido e, soprattutto una sferzata muschiata e pungente, perchè hai deviato attraverso le barene?” e lui, esterrefatto: “Perchè ancora una volta volevo sperimentare il miracolo del tuo percepire Artemisia. Conosci la laguna e la sai riconoscere attraverso segnali, indizi, vibrazioni, cui solo tu finora hai saputo attribuire un senso, sono davvero felice di conoscerti, per la persona che sei e perchè se mi raccontassero di te, beh, lo ammetto, non ti crederei possibile”. Artemisia arrossì, sentì il sangue rincorrersi nei capillari e concentrarsi in un girotondo velocissimo proprio sulle gote. Elio cominciò a grattare il tessuto del marsupio, pareva irrequieto, Artemisia lo coccolò con delle carezze lente e prolungate. Fu colta da un’improvvisa, quanto intensa, pelle d’oca e, al contempo, le narici furono solleticate da un profumo così definibile: muschiato, verde, umido, etereo. Artemisia lo capì subito, Elio anche prima di lei. L’entità la stava controllando, ma non pareva una minaccia, pareva una verifica del fatto che si stesse attenendo ad un compito preciso. Matteo: “Artemisia, stupiscimi!” e lei: “Nove, otto, sette… uno..” al suo dire uno la barca sfiorò una bricola e, lei sorridente esclamò: “San Francesco del Deserto, eccoci!”. Sbarcò, aiutata da Matteo che, non vedendo nessun frate farsi avanti le disse: “Sicura che non vuoi che attenda prima di tornare indietro? Il trasporto lo offre la ditta eh” e lei, sorridente: “Tranquillo Matteo, la bilancia del tuo debito ora è in equilibrio, ma anche non lo fosse stata, stai sereno, torna pure a casa. Qui sono al sicuro”. Lui: “Grazie, ma ricorda, se hai bisogno, ci sarò sempre” e lei: “E io per te, ricordalo”. Matteo tornò a bordo, riaccese il motore: “Vrrrr… vrrr… vrrr…” e allontanandosi urlò: “A presto Artemisia” e lei ricambiò il saluto con ampi gesti della mano nell’aria in direzione della sua voce. Stranamente nessun frate si fece avanti, nessun suono pareva provenire dall’isola, altresì nota per il suo silenzio degno di un “deserto”, fisico e spirituale in cui trovare ristoro. Artemisia ne approfittò così per aggirarsi nel verde di quell’eremo acqueo. Un venticello leggero le accarezzò il volto e le mani. Dal terreno salmastro si sprigionava un aroma intenso, in cui il verde dei pioppi e dei salici, muschiato e umido, sembrava amplificare il sentore salino della laguna traendolo dalla terra su cui poneva le proprie fondazioni e amplificandolo traverso le fronde. Ogni respiro era un intreccio di terra e acqua, di muschio e sale, e Artemisia percepì subito una vibrazione sottile, come se la presenza si manifestasse nuovamente, anche attraverso quell’aria profumata, vigile ma discreta, a vegliare sul suo primo passo sull’isola e, specialmente, sulle sue motivazioni. Non le era chiaro se fosse istinto o profumo a guidarla, ma accadeva. Si lasciò guidare e, sorprendentemente, giunse presso quello che pareva un attracco secondario. Sentì un canticchiare lontano e soave, che si faceva eco e spesso veniva coperto dal rumore delle acque che, mosse dal vento, si amplificavano in uno spazio vuoto, una sorta di cavana in muratura. Trovò una porta e una maniglia fredda, il canticchiare parve farsi voce familiare all’udito, girò la maniglia, Elio sbadigliò rilassato, come chi, dopo un lungo viaggio, è consapevole di essere in procinto di riabbracciare un amico. Per la prima volta Artemisia avrebbe voluto poter vedere, glielo si leggeva sul volto quando capì che il canticchiare non era quello di un frate qualsiasi, ma quello di Luca, appena tornato da Malamocco, che al vederla fu colto così di sorpresa da perdere il tratto del proprio respiro. “Artemisia, ma, come sei arrivata? Cosa ti porta qui? Ma soprattutto, che bella sorpresa!” Lei: “Luca, non potevo attendere il tuo consueto ritorno, siamo consapevoli che Rudolf ci abbia affidato un compito, ma credimi, non avrei mai creduto che il destino avrebbe saputo bussare così forte alla soglia delle nostre vite”. E lui: “Andiamo ad accomodarci nella Cappelletta, così mi racconti ogni cosa”. Artemisia si sedette di fronte a Luca, Elio ora gigioneggiava acciambellato ai suoi piedi apparentemente senza trovar ristoro e risistemandosi di continuo. Lei: “Luca… stanotte ho sognato qualcosa che… non so spiegare con parole normali. Era come se la laguna stessa mi parlasse, guidasse il mio tatto. Ho visto una figura… alta, regale, avvolta in un abito scuro che sembrava acqua e luce insieme. I piedi sparivano nel buio, e una corona, sembravano anemoni le circondava il capo, irradiando rami eterei…” Luca la guardava, silenzioso, mentre Artemisia tracciava con le mani nell’aria i movimenti dei piatti di una bilancia, su e giù, leggeri come piume. “Questa bilancia… pendente tra luce e ombra… pesava tutto ciò che accade nel mondo. Sul piatto del buio c’era la cenere e il fumo, sul piatto della luce una fiamma calda e vibrante. E quando la bilancia si è inclinata verso la luce… la figura ha indicato un punto preciso sulla mappa, e poi si è dissolta.” Fece ampi cenni, come a immaginare di scorrere lentamente i palmi sopra la superficie tattile, seguendo le linee della laguna, e Luca percepì la cura dei suoi gesti, la precisione quasi reverente. “Al risveglio… questo punto sulla mappa che conosci era diventato reale. Non è solo un sogno… c’erano parole, appunti che non avevo mai scritto, e persino la sagoma della bilancia. Diceva che chi è trattenuto… chi soffre, chi è nascosto… dipende dall’equilibrio tra luce e ombra. È un compito… una sfida che… è stata affidata a me e che sento di non poter portare in solitudine.” Artemisia si fermò, respirando profondamente, sentendo il cuore accelerare per l’importanza di ciò che stava raccontando. “Non so perché… perché a me, Luca, che per la prima volta percepisco un limite in me, laddove dove di solito immaginavo soluzioni. Ogni gesto, ogni respiro del sogno, ogni linea della mappa… tutto mi dice che dobbiamo agire. E non posso più aspettare. Ti chiedo di aiutarmi a capire, a seguirlo. Perché se la bilancia pende, anche solo di poco, verso il buio… sento che il mondo potrà perdere qualcosa che non potrà più ritrovare.” Luca rimase in silenzio, la testa leggermente inclinata, le mani che seguivano i movimenti di Artemisia sulla mappa che gli aveva fatto immaginare lì nell’aria, sentendo la vibrazione della sua urgenza e della sua delicatezza nell’inflessione della voce. “Va bene…”, disse infine, con voce decisa eppure rispettosa. “Ti credo, Artemisia. Dovessi limitarmi al mio credo rinnegherei quanto vissuto con te, a partire da Santa, da Rudolf e Krampus. Faremo insieme tutto ciò che serve per interpretare questo sogno… e interpretare i moti edotti a noi dalla mappa, agiremo unisono, in attesa che Rudolf torni a poter essere dei nostri”. Elio, come a sottolineare la promessa, sfiorò il piede di Luca con la testolina, emettendo un miagolio sommesso di pace. Artemisia sorrise, accarezzandolo, e per un attimo il tempo parve fermarsi, sospeso tra la luce del mattino e l’ombra del mistero che li attendeva. Luca, prima di andare a recuperare alcune cose utili nella sua cella fratesca, la aiutò ad accomodarsi a bordo del Moro di Venezia, la barca solamente omonima di quella gloriosa, ma che dopo qualche sapiente ritocco, pareva esser tornata ad un livello decoroso di affidabilità e sicurezza. Tornò poco dopo e, salito a bordo, tolse gli ormeggi. Artemisia si era accomodata a prua, Elio, uscito dal marsupio, si era acciambellato sulle sue ginocchia. Il sole riflesso sulle acque lagunari sembrava stimolare oltremodo il canto dei gabbiani, qui e lì, nel tragitto, profumo di salsedine e tamerici. Luca non sfidò i sensi di Artemisia e lei, lungo il tragitto di ritorno non si fermò a riflettere su dove si trovassero. Per quanto dotata nei sensi infatti non amava abusarne, ma tenerli pronti per il bisogno reale. Ad un tratto disse: “Stiamo transitando davanti a Murano vero?” e Luca con un sorriso enorme: “Si, esattamente, ma da cosa l’hai capito stavolta?” e lei, con aria furba: “Un sentore, di fumo vetroso, mare salmastro e fuoco vivo”. Da lì, non ci volle molto per giungere all’attracco, quello consueto, davanti all’osteria. Ad attenderli però non vi era l’oste o qualche viandante, ma una sorpresa diversa che Artemisia percepì in un flashback prima ancora di poterla comprendere del tutto. Luca lo riconobbe subito, aveva quegli occhi che, ancora, parevano illuminati da un bagliore lontano, ma Nico non era da solo, teneva per mano una ragazzina minuta, una goccia d’acqua a livello di viso, solo con lineamenti più femminili e un look antitetico rispetto al fratello. Il ragazzino esordì: “Volevo presentarvi Amelia, mia sorella”. Amelia era lì, minuta come una fiamma che trema prima di spegnersi, eppure risoluta nella postura, quasi seccata di essere lì, sottoposta all’inevitabile rito di essere presentata. La treccia rossa, di quel rosso cupo che pareva ispirato al tramonto d’estate, si era disfatta a metà, ciocche ribelli le incorniciavano il viso pallido. Il nastrino nero, annodato storto, sembrava l’unico filo a trattenerla dal dissolversi nel vento. Al collo portava un cuoricino di vetro nero di Murano che pendeva spezzato a metà: opaco, crepato, eppure integro, come se la frattura facesse parte della sua natura. Non rifletteva la luce; la beveva. E in quel momento, mentre Nico parlava con occhi ancora accesi da un bagliore lontano, quasi inspiegabile, un bagliore che era stato di tutti i presenti per un istante parve essere solo suo. Il pendente di Amelia sembrava assorbire l’eco di quella stessa luce, trasformandola in ombra quieta, in silenzio che pesa comunicando a suo modo ogni cosa, senza emanare verbo. Lei era semplicemente se stessa, una ragazzina che, specchiata su di una goccia d’acqua, rifletteva ciò che era il fratello, ma al contrario: dove lui emanava calore, lei era più fredda, distaccata. Eppure, in quel preciso istante dell’attracco, con il sentore di vetro fuso ancora nelle narici, Artemisia volgendosi verso la voce di Nico sorrise, Amelia timidamente ricambiò, brevissimamente, timidamente, un po’ spezzato come il suo ciondolo – e fu come se la tenebra che custodiva, ignara, sussurrasse per la prima volta: “Eccomi. Sono tornata. Sono ancora qui, sotto la neve”. Gli occhi di Nico parvero brillare più forte per un istante, come se riconoscessero, senza capire, il contrappunto oscuro che, nell’insieme completava, aggiungendo ombra, la loro luce. Nico si voltò verso la sorella e disse: “Dai, andiamo! Ora che te li ho presentati possiamo tornare a casa” e lei: “Ma mi avevi detto che avrei rivisto anche quello barbuto con gli abiti consunti di quel Natale..” e Nico: “Ho mentito, Amelia, ma se non ti avessi detto questa bugia non saresti mai venuta con me” e lei: “Certo, non avere dubbi”. Si allontanarono bisticciando rumorosamente lungo la calle, però senza che lei mai provasse a liberarsi dalla mano del fratello. Luca li osservò sorridendo, poi guardò verso Artemisia, che parve colta da una rivelazione e le disse: “Artemisia, dimmi, che succede?” e lei: “Luca, ricordi che Rudolf raccontava dei due gemelli che avevano salvato il Natale con un biscotto?” e lui: “Si, ricordo bene, perchè?” lei incalzò con la voce un filo spezzata dopo un colpo di tosse emotiva: “Luca, Nico e Amelia, sono loro i due gemelli. Quelli che hanno fatto salvare, per la prima volta, il Natale donando un biscotto a Santa. Rudolf li ha visti. Io invece li ho sentiti. Nico era sempre da solo, ma ora erano vicini, avevano un’aura fortissima insieme”. Luca non trovò le parole, Elio miagolò e, Artemisia, si volse verso l’acqua, consapevole che la scena aveva avuto una osservatrice occulta che, ad insaputa di tutti i presenti aveva annotato un dettaglio: esiste una luce che agisce senza possedere ed un’ombra che vuol trattenere per sé tutto ciò che non può essere protetto altrimenti.

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