I Segreti di Venezia: Carlo Scarpa, l’architetto che sussurrava alla laguna

carlo scarpa biglietteria biennale

La marea come respiro

Il calpestio dei passi sulle passerelle, i riflessi delle architetture dei palazzi sui rii. Balaustre che si fanno panchine per i gabbiani e comignoli che, fumanti, ci indicano che il pane sta arrivando.

Non sapremo mai se e quale aspetto di Venezia, tra i molteplici possibili, abbia dato ispirazione a Scarpa, ma una cosa è certa: controllava l’acqua lasciandola entrare, veicolandola, trasformandola in un suo personalissimo tratto identitario. La fragilità di Venezia la lasciava filtrare sin dentro le sue opere. In totale armonia, calando e crescendo come respiro ogni 6 ore.

La marea che sale.
La marea che sale.

Sappiamo oramai che Venezia poggia su una foresta capovolta per rimanere in piedi, probabilmente Scarpa aveva colto la necessità di accogliere l’acqua come scambio poetico in cui tutti gli elementi traevano equilibrio dalla loro coesistenza utopistica.

Il varco dell’arte: La Biglietteria della Biennale, l’Ingresso dello IUAV e della facoltà di lettere

Biglietteria della Biennale (Sestiere di Castello – giardini): parlavamo di gabbiani, di leggerezza, suggestioni riferibili al volo. Questa biglietteria richiama i tratti Vinciani delle macchine volanti con la sua tettoia, mentre il vetro ed il cemento si lasciano plasmare, quasi fluidi, in linee che non vogliono farsi influenzare dallo scorrere del tempo.

Ingresso IUAV (Sestiere di Santa Croce – Tolentini): Qui Scarpa si supera, osa, dialoga. Questo spazio è un invito a guardare e passare e viceversa. Una volta varcata la soglia, giunge ulteriore stupore. Nella tradizione i portali si attraversano, qui invece diviene uno spazio estetico orizzontale: Scarpa lo affranca dalla sua funzione e lo esalta, fermandone il tempo e alterandone la posizione spaziale. Dove il cemento armato disegna prospettive, quel portale trova riposo e diventa eterno nella sua sospensione.

Ingresso facoltá di Lettere (Sestiere di Dorsoduro – San Sebastiano): qui Scarpa ripete le sue gesta, valorizzando con raffinata semplicità la facciata. Disegna una cornice in marmo d’Istria che cambia la lettura del portale, staccando la pietra antica dal nuovo con tagli netti e linee geometriche. È una sorta di “quadro marmoreo” che invita alla scoperta della bussola interna in legno e vetro: un diaframma trasparente che regola la luce, toglie per un istante il respiro con la bellezza e predispone la mente al silenzio dello studio.

La marea dentro: Il Negozio Olivetti e Fondazione Querini Stampalia

Negozio Olivetti (Piazza San Marco): Qui il marmo e la tecnologia meccanica delle macchine da scrivere e calcolatrici Olivetti, concettualmente elementi freddi e distaccati, si riscaldano. Lo fanno in perfetta armonia tra pavimenti mosaico e elementi marmorei sospesi nello spazio e nel tempo. Il legno caldo si fa accento nei dettagli e, la boutique si fa palcoscenico del prodotto e dell’esperienza che essa stessa rende tangibile.

Fondazione Querini Stampalia (Castello): Qui Scarpa sintetizza il dizionario del linguaggio lagunare e della coesistenza degli elementi in un dialogo supremo. Si tratta di un capolavoro in cui paratie permeabili intentanto dialoghi attraverso l’acqua che entra nel piano terra, scorre nei canali interni di cemento e pietra, pulisce ed evapora. I dettagli in ottone e cemento non combattono il fango, lo assecondano cercando di non farlo prevalere mai. Un luogo in cui architettura ed arte si fanno unisono e raccontano come Venezia potesse rendersi tradizionale e cosmopolita senza cambiare il suo vestito. Ogni vetrata, ogni ringhiera e cancello non si fanno limite, si traducono in portali e, come i segreti sussurrati, i cortili interni esplodono di giardini inaspettati.

La genialità: Il fascino non nasce in maniera esplosiva, ci colpisce con la discrezione delle linee nette, delle ombre dosate e della capacità di far parlare tra di loro elementi eterogenei: acqua, natura, cemento, metallo ed altri elementi. La marea non diventa un pericolo, ma un ulteriore elemento di suspense, un dialogo ininterrotto tra la città, le sue sfide e la sua eterna arguzia. L’architettura di Scarpa si fa liquida per permeare nei segreti della laguna.

Il marmo e il pianto: Il Monumento alla Partigiana

Un’esplosione nel silenzio: Lungo la riva dei Sette Martiri vi imbatterete in una scultura in bronzo di una donna distesa, quasi adagiata a galleggiare o riposare a seconda della marea sul pelo dell’acqua. Si trova sopra un basamento di cassoni in cemento. A seconda della marea appunto, la Partigiana viene sommersa, scompare per poi riaffiorare, come se la laguna stessa la cullasse o cercasse di nasconderla dal tempo per non farci scordare del suo sacrificio. Il cemento qui si fa custode della memoria e del dolore che l’acqua, grazie a quest’opera, non potrà mai cancellare.

Per concludere: La lezione di Scarpa alla Venezia di oggi

Viviamo in un’epoca di barriere: abbiamo il MOSE, l’isolamento sociale, la città che si fa fortino col ticket d’accesso, ma rimane espugnabile. In questo contesto la lezione di Carlo Scarpa resta rivoluzionaria e lapalissiana: Venezia forse si può salvare solo assecondando la sua natura anfibia, generando equilibrio in ciò che la tormenta.

Fosse ancora in vita lo immagino con un taccuino in mano e gli stivali a sfidare l’acqua alta, tracciando nuovi dialoghi sulle eccezionali frequenze e intensità di questi anni. Forse dal suo lapis nascerebbe finalmente una pietra in grado di nuotare.

La prossima volta che visiterete Venezia cercate la sua firma invisibile, quel suo tratto identitario. Quel dettaglio che vi farà esclamare: lo ha pensato Lui!

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Archivio Progetti IUAVFondo Carlo Scarpa (per i disegni e le soluzioni dell’Ingresso dei Tolentini e della facoltà di San Sebastiano).
  • Fondazione Querini StampaliaArchivio storico e rilievi del restauro del Piano Terreno e Giardino di Carlo Scarpa.
  • FAI (Fondo Ambiente Italiano)Documentazione e schede storiche del Negozio Olivetti di Piazza San Marco.
  • Archivio Storico della Biennale di Venezia (ASAC)Progetti e modelli per la Biglietteria e il Padiglione del Libro ai Giardini.
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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: la logistica invisibile, tra facchini, corrieri e carrelli a mano

Come una città senza ruote ha imparato, da secoli, a far viaggiare ogni cosa?

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio tra le affascinanti curiositá della città lagunare. Oggi il segreto non è un luogo, da qualche tempo ho teso un filo conduttore alternativo, in questo caso facendo palesare nella mia cronaca un movimento continuo che attraversa la città ogni giorno, dall’alba fino a sera, e che quasi nessuno considera come merita: la logistica di Venezia, l’arte antichissima e tutt’ora viva di far viaggiare una merce da un imbarcadero a una corte nascosta, magari in una calle dove non esistono, e non sono mai esistite, prospettive e soluzioni comuni al resto del pianeta.

logistica

I bastasi: quando il facchino era un mestiere ereditario

Per capire quanto sia radicata questa vocazione bisogna tornare indietro di secoli, fino alla Repubblica Serenissima, quando il trasporto delle merci non era un servizio qualunque, ma un’arte regolata da corporazioni rigidissime. I facchini, chiamati a Venezia “bastasi” (deriva dal greco bastàzo = sollevare/trasportare e indicava anticamente il facchino), erano organizzati in vere e proprie confraternite con sede propria, patrono proprio, regole di ammissione ferree. I bastasi della Dogana da Mar, per esempio, avevano sede a San Giacomo di Rialto, proprio nel cuore commerciale della città — ma la cosa più sorprendente è un’altra: per un antico privilegio, potevano esercitare quel mestiere solo i nativi di tre villaggi della Val Brembana, in provincia di Bergamo — Zogno, Dossena e Sorisole.

Pensateci un istante: per secoli, il trasporto materiale delle merci più preziose della Serenissima — spezie, tessuti, oro — è passato quasi esclusivamente per le spalle di uomini che venivano da tre paesi di montagna, a centinaia di chilometri dalla laguna. Una filiera lavorativa che si tramandava di padre in figlio, quasi una casta lavorativa legata a doppio filo con una geografia lontanissima da quella veneziana. Anche il Fondaco dei Tedeschi, il centro del commercio con i mercanti di lingua tedesca, aveva i propri bastasi dedicati, con sede nella Chiesa di San Bortolomio: un’intera economia costruita su corporazioni di trasportatori specializzati, ciascuna legata a un magazzino, a una merce, a un patrono.

Una città che non ha mai avuto bisogno dei camion… ma dei burci!

Quello che i bastasi hanno insegnato a Venezia, senza saperlo, è un principio che la città non ha mai più abbandonato: qui, ogni oggetto che si sposta lo fa sulle spalle di qualcuno, su un carrello a mano, o su una barca. Non esiste altra via. Ed è un principio che vale oggi esattamente come cinque secoli fa, con l’unica differenza che al posto delle spezie viaggiano i pacchi di Amazon, i bagagli di turisti, le casse di verdura per i banchi di Rialto o per le botteghe cittadine sparse per i sestieri.

Chi cammina per le calli nelle prime ore del mattino, quando la città si sveglia e l’aria è ancora fresca di laguna, incrocia continuamente questo movimento silenzioso. Sono i carrelli a mano dei corrieri. Affrontano la pietra, ponte dopo ponte, con un ritmo che sembra una danza di pura resistenza: sollevare, spingere, superare il dislivello, ripartire. Un anacronismo totale che resiste al tempo. Ogni consegna a domicilio, ogni cassa di bevande per un bar, ogni scatolone destinato a un negozio, deve fare i conti con la stessa variabile che nessun altro corriere al mondo deve affrontare: dove attracco con la barca? Quante calli dovrò attraversare? Quanti ponti ci sono tra il punto di carico e la destinazione e quanti gradini per ognuno di essi?

I bagagli dei turisti: un’industria a parte

C’è poi un capitolo di questa logistica che riguarda direttamente milioni di visitatori ogni anno, e che pochi si fermano a considerare: il trasporto bagagli. Chi arriva a Venezia da Piazzale Roma, dal Tronchetto, dalla stazione di Santa Lucia o dall’aeroporto, spesso si scontra per la prima volta con la vera natura della città — nessun taxi può raggiungere la porta dell’hotel, nessun bagagliaio su ruote può accompagnarvi fino in camera.

Da qui è nata, già a partire dal secondo dopoguerra, una vera e propria industria dedicata: cooperative specializzate nel trasporto bagagli, attive ininterrottamente dal 1947, che ogni giorno smistano valigie dai terminal della città verso alberghi del centro storico, del Lido, delle isole. Un servizio che collabora da decenni con le agenzie di viaggio internazionali, proprio perché organizzare comitive di turisti a Venezia significa, prima di ogni altra cosa, risolvere il problema più elementare: dove va a finire il bagaglio, se il pullman non può arrivare oltre Piazzale Roma?

Per concludere:

C’è qualcosa di profondamente veneziano in questo lavoro che quasi nessuno fotografa: il corriere che solleva il carrello sul primo gradino di un ponte, lo tiene in equilibrio con il ginocchio, lo fa scivolare fino in cima e poi lo lascia scendere dall’altra parte, controllandone la velocità con il solo peso del corpo. È un gesto che si ripete identico da Cannaregio a Castello, da Dorsoduro a San Polo, centinaia di volte al giorno, ed è probabilmente uno dei mestieri più fisicamente esigenti che la città custodisca ancora — eppure quasi invisibile, dato per scontato, esattamente come lo erano un tempo i bastasi che arrivavano dalla Val Brembana per issare sulle spalle le casse della Serenissima.

La prossima volta che sentirete il rumore metallico di un carrello che rimbalza sui gradini di un ponte o la voce che, possente, chiede permesso o di fare attenzione, fermatevi un istante a guardare chi lo spinge. State assistendo a un mestiere che a Venezia non ha mai smesso di esistere: solo gli oggetti trasportati sono cambiati, non la fatica, non l’ingegno, non la necessità di inventarsi ogni giorno un modo per far viaggiare qualcosa in una città che ha scelto, fin dall’inizio, di fare a meno delle ruote e di far sudare chi la abita e chi vi trova lavoro.

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane — Ovvero: Origine delle denominazioni stradali di Venezia, 1863.
  • Archivio Storico della Repubblica di Venezia (Scuole d’Arte e Mestieri: Bastasi).
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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Francobolli in un mondo di email…

Quante notifiche hai ricevuto nell’ultima ora?

È vero, nessuno le conta, qualcuno comincia a farlo solo quando la vibrazione o il suono diventano troppo frequenti, trasformando una forma di relazione in un tedio digitale. Una catena robusta che ci canalizza verso questi contenitori dalle infinite possibilità, ma delle sottili fattezze.

La nostra vita scorre al ritmo di pixel luminosi. Riceviamo centinaia di email fredde, che ci fanno sentire scelti, giusto per il tempo di capire che quel tono si rivolge ad altre migliaia di individui, identico, suadente, veloce. Messaggi istantanei che evaporano un secondo dopo essere stati letti, come le prime gocce di pioggia sul cofano delle auto dopo una lunga corsa al sole. Sentiamo nei polpastrelli, che prudono, la fretta di rispondere, nell’illusoria idea che nel farlo si amplifichi l’essere connessi con tutti. Tutto questo però si traduce nel non essere vicini a nessuno. La nostra casella di posta è un’accozzaglia di scadenze, promozioni irripetibili e newsletter di quei corsi a cui non ci siamo mai iscritti e, se lo abbiamo fatto, non ne ricordiamo il perché.

Ora, prova a fare una cosa insolita: respira ed ascolta quel silenzio. Chiudi gli occhi per un secondo e immagina un rumore diverso, un silenzio che si fa suono.

Immagina una calle veneziana la mattina presto, il silenzio interrotto solo dal battere ritmico dei tuoi passi sulla pietra d’Istria. Il profumo di sale e di carta densa, di quella che il tipografo tiene in un vano nascosto per le occasioni speciali. Ora, specialmente se sei nato dopo il 2000, viene il difficile: visualizza una cassetta delle lettere, quelle di un rosso antico, lo stesso dei cuori disegnati dagli innamorati. È incastonata in un muro scrostato dal tempo e, pure lei, non sta messa così bene. È qui che inizia la mia “resistenza analogica”.

Il Manifesto della Lentezza: Perché una cartolina (e perché ora)

Scrivere una cartolina nel 2026 non è un’operazione di marketing, anche se ci somiglia molto lo ammetto. Il mio nasce come un atto di ribellione.

Un tempo la cartolina era il fulcro del viaggio, era la dedica rivolta a chi era importante per noi o chi ci dava il batticuore. Oggi somiglia a un reperto archeologico e a tale pare assurgere pure chi vuole spedirle ancora.

Immaginate la scena: “guardate! Ha spedito una cartolina, imballatelo e speditelo ad un museo che lo esponiamo”.

Quando hai scritto a mano, non vale contare le firme, per l’ultima volta?

C’è una magia ancestrale nella scrittura a mano: non esiste il tasto cancella. C’è l’errore, c’è la sbavatura d’inchiostro, c’è la grafia che cambia ritmo a seconda dell’umore o del tavolo traballante di un caffè o dell’emozione che cervello e cuore trasmettono alla punta della penna. Scrivere a mano significa dedicare lo spazio più prezioso che abbiamo — il tempo — a una persona specifica. Trasferire un pezzo di anima attraverso i tratti della china.

Non sto cercando follower, sto cercando i complici di una nostalgia folle e affascinante. Quella di un’attesa. Voglio riabilitare il diritto di aspettare il postino, di rattristarci perché la cassetta è ancora vuota, non per un acquisto online di un robot da cucina o per una bolletta.

Il Rituale: Come nasce un frammento di Venezia

Questo progetto non nascerà dietro lo schermo di un computer, ma tra le pieghe della città più magica del mondo. Il mio dietro le quinte sarà un rituale lento, diviso in tre atti:

La Ricerca:

Non userò cartoline commerciali e lucide, almeno ci proverò. Ognuna avrà già una storia prima ancora che io inizi a scrivere, magari nello spazio per la dedica troverete una poesia tratta dal mio ciclo “Komorebi”.

L’Ispirazione:

Mi siederò sul bordo di una fondamenta, con i piedi quasi a sfiorare l’acqua, o al tavolino di un vecchio locale. Guarderò la luce riflettersi sui canali e cercherò le parole giuste.

Il Sigillo:

Il francobollo, il timbro postale, il gesto di affidare la carta al metallo della cassetta rossa. Da quel momento, l’oggetto viaggerà fisicamente, prendendo pioggia, vento e assorbendo le scintille di vita di coloro che gli saranno vicini, fino a te.

La Regola della Singolarità: Da Venezia a Londra, Messina, Roma, Parigi, Berlino o a casa tua

Siamo abituati alla produzione di massa, agli algoritmi che replicano i messaggi all’infinito. Ricolmi di una gratitudine dispensata per necessità e non per animo. Per questo ho deciso che ci sarà una sola, determinata quantità di cartoline all’anno. Una, due, venti, destinate a pochi lettori in qualsiasi angolo del pianeta (limiti di spedizione permettendo). Da Venezia a Tokyo, la distanza non conta.

Non c’è niente da comprare. Non è un concorso a premi. È un regalo, un ponte gettato tra la mia realtà (e il mio sogno) e la tua quotidianità.

Vuoi essere tu a ricevere il prossimo frammento di laguna?

La cartolina è sul mio tavolo, intonsa, in attesa di un nome e di un indirizzo. Se senti il bisogno di rallentare, se la tua cassetta delle lettere ha fame di qualcosa di usuale, ma inusitato, candidati per riceverla.

Scegli la tua strada:

1. Il mezzo:

Instagram: Clicca sull’immagine qui sotto (ti porterà sul mio profilo ⁠@Trarealtaesogno⁠), seguimi e inviami un messaggio privato.

Email: Se preferisci la lentezza e la riservatezza della posta elettronica, puoi scrivermi direttamente a trarealtaesogno.com@gmail.com.

2. Non scrivermi solo “la voglio”. Raccontami, anche solo con tre parole, perché hai bisogno di un sussurro da Venezia nella tua vita in questo momento.

Ti farò sapere se sarai scelto. Io sono pronto a scrivere, ma tu, sei pronto ad aspettare?

Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Giugno 2026: l’amore non è un calcolo

Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Amelia ed Elio, solitari nella calle

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.

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