Anamonè e la bilancia del Natale – Maggio 2026 – Quel millimetro di speranza

Maggio 2026
Quel millimetro di speranza

Erano giorni che le mani di Artemisia, ogni volta che passava di lì, toccavano quel preciso punto della mappa tattile della laguna. La bilancia, impressa sulla tela, si era mossa verso la luce, pendeva emanando speranza, ma il percorso verso l’epilogo era ben lungi dall’essere definito. Così fu anche quella mattina in cui il profumo di maggio permeava attraverso i balconi socchiusi. Nonostante la sua condizione infatti Artemisia spalancava i balconi tutte le mattine, sia per non influenzare il ritmo circadiano di Elio, che per avere una routine definita ogni giorno. Ripassò vicino alla mappa, un’ultima volta prima di uscire, la bilancia era sempre posizionata lì. Prese il marsupio a tracolla, vi infilò Elio che miagolò felice, quasi ad esaltarsi per la nuova gita. Lei era pervasa da un’urgenza silenziosa che arrivava quasi a premere nel petto. Doveva raggiungere Luca, dirgli che forse in questa folle danza del destino un fiammifero, una flebile luce, si era accesa nella notte circostante. Uscì dunque nella luce di maggio, lo capì dal calore che si sprigionò istantaneamente dalle sue gote e da quello assorbito dalla sua chioma corvina. I suoi passi toccavano con precisione il selciato di Castello, ma percepì un’anomalia. Tutt’intorno infatti quel via vai infinito di valigie, carrelli, schiamazzi, persone non era totalmente fatto di sostanza. Percepiva sottopelle che un’ampia parte d’essi si faceva vuoto, in grado di riempire ogni cosa. Una grande e minacciosa onda d’urto rumorosa, composta da trolley che parevano gareggiare sulla pista cittadina, coprendo la voce ed il respiro millenario delle calli. Un vuoto spirituale che ad ogni passo affonda le tradizioni alla stregua di istantanee da cartolina, rendendole scevre del valore umano che, di padre in figlio, avevano rappresentato per secoli. Sorrise amaramente, puntando il volto verso il marsupio, sussurrando: “Elio, caro Elio, capisci perchè il mondo sta perdendo il diritto ai miracoli?”. Non fece in tempo a finire la frase che qualcuno la urtò sulla spalla e la colpì ad una gamba, forse con un trolley, urlando: “Ma spostati!”. Lei mantenne con la medesima fatica equilibrio e calma, riuscendo però in entrambe le cose. Elio soffiò, arrabbiatissimo, ma le mani di Artemisia sapevano come calmarlo con le giuste carezze. Lei non è il tipo di persona che si perde d’animo, continuò a camminare, schivando con i sensi come suo solito il turbinio che maggio portava in dote in seno alla città. Sembrava talvolta che i leoni di marmo soffrissero di asma, per fortuna avevano vinto sfide ben peggiori di questa invasione disarmata. Nel giro di qualche minuto l’aria si era fatta leggermente più salmastra, era arrivata alle Fondamente Nuove, il tratto di Venezia che guarda verso Murano e all’isola di San Michele, il cimitero di Venezia. Mosse quache passo, superando il Ponte dei Mendicanti, verso le fermate dei vaporetti ACTV. Sapeva bene a che imbarcadero andare, Matteo delle Maree sostava lì di solito in quel giorno della settimana per offrire i suoi servigi. Artemisia peró si fermò di colpo, isolandosi dai rumori della laguna per ascoltare ció che la circondava. Poco distanti, due anime giovani si muovevano, legate e distanti, come fossero un ossimoro perfetto: lui procedeva a balzi leggeri, spettinato dal vento e con la giacca aperta per catturare i riflessi del sole, mentre Amelia rasentava i muri in silenzio, ordinata nelle sus trecce scure, stringendo tra le mani qualcosa che portava al collo e godendo di tutta la penombra proiettata giù dagli edifici lungo la fondamenta. Artemisia non poteva vederli, ma qualcosa le bisbigliava segreti incomprensibili all’orecchio più acuto, quello della sua anima. Percepiva un sussurro che si faceva frastuono dentro di lei: proveniva dalla ragazzina, che sotto le mani nascondeva un oggetto dall’aura potentissima, un magnetismo oscuro capace di risuonare solo con sensibilità come la sua. Il tempo parve rallentare e, di colpo, la memoria della sua anima compì un balzo all’indietro. Capì che una parte di quell’energia non le era nuova, l’aveva già sfiorata mesi prima; in particolare quella del ragazzino, in cui riconobbe il nucleo di una delle voci che, cantando a bocca chiusa nell’oscurità della Serra, aveva fatto tremare il sottomondo e sconfitto Krampus. Il pensiero emerso in Artemisia, questo filo rosso del destino, si era fatto bolla di sapone; cresceva al ritmo del respiro, avvolgendo tutto, tutti, ogni cosa. Poi, esplose. “Artemisia!” Una voce familiare la fece uscire di colpo da quella bolla: era Matteo delle Maree, che l’aveva intravista mentre si avvicinava. Lei rispose prontamente: “Matteo, che piacere sentire la tua voce! Sei impegnato?”. “No, ma anche lo fossi stato, per te una soluzione l’avrei trovata e, come sempre, offre la ditta!”, replicò lui. Artemisia sorrise. I commercianti e gli imprenditori veneziani sanno sempre essere generosi con le donne, ma il sospetto era che la smodata generosità di Matteo godesse di ambizioni superiori — romantiche, per carità — che in quel momento non erano affatto di suo interesse. “Devo andare a San Francesco del Deserto”, disse lei, salendo sul pontile. “A questo punto il tuo libretto del credito cresce in numero di pagine, ma intanto tieni”. Frugò nella bisaccia e ne estrasse una confezione di zaeti all’uvetta: “Questi sono per te, non posso fare a meno di ricompensare la tua disponibilità”. Lui arrossì; lei lo poté capire solo dal tono della sua voce, improvvisamente meno cristallina. Matteo accettò il dono e poi, quasi a voler approfittare di quel momento, chiese: “Ma, già che ci siamo… domani dovrei andare a recuperare delle persone all’aeroporto Marco Polo per portarle a Venezia. Accetto il servizio o è meglio declinare?”. Artemisia si fece seria. Cominciò a fare dei grattini sul pancino di Elio, che rispose con fusa pigre, senza particolare foga. “Domani ci saranno temporali”, rispose lei, sollevando il mento verso il vento. “Quando Elio non apprezza le carezze, significa che in mezza giornata il quadro del clima cambierà drasticamente”. Matteo la aiutò a salire a bordo e la ringraziò, slegando le cime: “Allora ci mando il mio socio. A lui l’acqua piace anche dall’alto”. Rise grossolanamente, e risero entrambi mentre il motore della barca prendeva giri, lasciandosi le Fondamente Nuove alle spalle. Sembrò quasi che il viaggio, di circa quaranta minuti, fosse durato il tempo di smettere di ridere. Matteo aiutò Artemisia nella discesa, Elio miagolò felice, il profumo di quell’isola infatti gli ricordava Luca. Lui le disse: “Ti aspetto?” e lei “Non ancora” arrossì capendo il lapsus e aggiunse “Non serve, poi ritorno con Luca” sorridendo. Lei mosse qualche passo lungo il pontile dell’isola, per la prima volta Elio saltò frettolosamente fuori dal marsupio, corse verso la cavana, come a scappare veloce, e saltò a bordo della barca di Luca che, fortunatamente, era ormeggiata lì. Quello che stiamo vivendo è il medesimo istante in cui in un inusitato altrove Santa addentava la carota portata da Patty. In fondo non esiste luogo più nascosto di ciò che ci appare come la superficie su cui si allungano le ombre dei nostri passi. Artemisia uscì dal pontile, mosse i primi passi lungo il selciato, d’un tratto un capogiro e un brivido, lei fece un sospiro e proseguì. Luca fece capolino, salvò Elio infilandolo in una apposita tasca che aveva ricavato sul suo saio e, accolta Artemisia, la invitò ad incamminarsi lungo i filari di cipressi per discutere d’ogni questione. Patty guardò in giù, proiettando occhi, naso e baffi verso il pavimento che ora pareva d’acqua composto. Fu in quel momento Anamonè fece capolino e posò il suo passo concentricamente a quello di Artemisia. Poi il secondo, il terzo, tutti. Le gote di Santa si erano roseggiate, Anamonè sogghignò, convinta che le sfumature non fossero colori e, dunque, segnali di presagi a lei negativi. Di contro, Artemisia, sente il suo passo farsi liquido, profondo, lento. Avvertiva che una gravità opposta la usava come tramite e, al contempo, la soppesava. Anamonè non era mai stata così vicina ad alcuno, Artemisia la poteva vedere con la mente, sentire col cuore, ogni senso era travolto. Tre parole le attraversarono la mente: “Santa, bilancia, giudizio”. Luca la fissava da un minuto esterrefatto dall’improvvisa catatonicità, ma udite quelle parole sussurrate, capì che qualcosa fosse accaduto. Artemisia tornò in sé, Luca le propose di andare a trovare Alfredo e continuare il dialogo in barca, al sicuro. Lei annuì. Il motore del Moro manteneva un ritmo costante mentre l’isola di San Francesco sbiadiva alle loro spalle. Artemisia, con i capelli mossi dal vento della laguna aperta, ruppe il silenzio: “Quei passi mi hanno fatto percepire la soglia di due mondi sotto i piedi, ma c’è un’anomalia. La bilancia sulla mappa ha oscillato a causa di qualcosa accaduto di recente, poi oggi alle Fondamente Nuove ho incrociato due fratelli. Uno dei due emanava la stessa frequenza dei bambini che cantavano con le candele in mano”. Luca strinse il timone, lo sguardo fisso sulle bricole: “Allora il millimetro di speranza non è un’illusione. Il quadro sta cambiando più velocemente del previsto, forse siamo un millimetro più vicini o ad un millimetro di distanza da Santa”. Sul fondo della barca, Elio non trovava pace. Non cercava i grattini, ma continuava a grattare con le unghie il legno dello scafo, lo sguardo puntato verso il basso, oltre la chiglia. “Guardalo”, sussurrò Artemisia, stringendosi la bisaccia al fianco. “Non ha mai fatto così. Sente l’acqua sdoppiarsi sotto di noi, come se stessimo navigando sul soffitto di un’altra Venezia, ma è impossibile”. Luca diede un’occhiata al gatto, poi di nuovo alla ragazza: “Gli animali non mentono mai, Artemisia. Pensa alla fuga di Krampus, qualcosa di misterioso si snoda sotto la superficie di ciò che possiamo comprendere”. Giunsero presso la casa di Alfredo a Malamocco, stavolta profumava di salmastro, olio di gomito e metallo vecchio. Li accolse con la moka già sul fuoco e quel modo di fare ruvido di chi passa più tempo a parlare con gli ingranaggi che con i cristiani. Mentre versava il caffè in tre tazzine sbeccate, l’artigiano si pulì le mani su uno straccio e indicò il banco da lavoro, dove una vecchia Lanterna poggiava mezza smontata. “Luca, Artemisia… dovete sapere una cosa. È successo poco prima che arrivaste, mentre finivo di sigillare il secondo occhiello”, disse Alfredo, la voce insolitamente bassa. “Ho toccato il vetro. Era freddo di officina, eppure ho sentito un brivido caldo venir fuori dal metallo, un calore strano… e poi un sentore nell’aria, fin su nelle narici, sapeva di carota e di neve, giuro su Dio. E per un istante, contro il muro, la luce ha proiettato, come ombra cinese la sagoma di una ragazzina, forse con le trecce. È sparita in un soffio, ma è come se quel vetro avesse fatto da messa a terra per qualcosa che sta da un’altra parte. Mi faccio vedere da uno bravo che dite?” Luca ascoltava affascinato, carezzandosi il mento, rapito dal racconto. Artemisia, invece, rimase in silenzio. Il cuore le aveva accelerato il battito sotto la camicia. Dentro di sé, riconobbe immediatamente la natura di quel fenomeno: era la stessa identica dinamica legata al calore e agli ingredienti della luce che un tempo univa Rudolf e Santa Claus, ma soprattutto vi era l’eco di quella ragazzina che camminava raso muro che si era riverberata fin lì, la prova che la spinta del mondo invisibile stava iniziando a squarciare il velo della realtà. Non disse nulla. Per proteggere quella sensazione immensa, scelse il silenzio, ma cercò gli occhi di Luca. Gli lanciò uno sguardo complice, un’intesa muta che valeva più di mille parole: un millimetro di speranza che misurava chilometri. Il sole di maggio stava tramontando alle Fondamente Nuove quando Artemisia scese dalla barca di Luca, con Elio stretto nella bisaccia. Fu subito avvicinata da Pietro e Margherita, due sconosciuti che si erano presentati come studenti di informatica arrivati da Roma: “Ti abbiamo vista stamattina vicino alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo”, le dissero, accennando alla valigiata subita. “Ti abbiamo riconosciuta e volevamo sapere se stai bene, ci siamo vergognati noi al posto di quel turista”. Artemisia ringraziò, confortando i due gentili ragazzi con un sorriso pulito. Loro risposero dicendole che, dato che per un periodo per motivi di studio universitario sarebbero stati in città e avevano l’alloggio a dieci metri dal suo, se avesse avuto bisogno li avrebbe trovati lì. Artemisia ringraziò ed ebbe l’ennesimo brivido gelato; Luca le prese il braccio per darle equilibrio mentre i movimenti dei due ragazzi, nel congedarsi, si facevano improvvisamente distanti, quasi rigidi. Quello che nessuno colse, tranne Elio che soffiò verso il selciato, è che da una pozzanghera, dal basso, qualcuno controllava ogni cosa. Krampus? No, affatto. Era la sagoma di Anamonè: una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Il mondo infatti cominciava ad irrigidirsi sotto il suo sguardo vitreo, e il Natale che tanti avevano strenuamente difeso, rischiava di diventare, definitivamente, superfluo.

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