Anamonè e la bilancia del Natale – Aprile 2026 – La speranza è un morso

Aprile 2026
La speranza è un morso

Patty la topolina bianca e la sua bisaccia di iuta

Si muoveva agile, veloce, pur prestando la massima attenzione, ogni movimento era ponderato e sicuro. Sapeva che quello che stava cercando era lì, a pochi passi, anzi, zampettate da lei. Il suo corpo bianco di topolina sembrava farsi costume da supereroina con quella minuscola bisaccia marrone che faceva svolazzare sulle spalle correndo. Di calle in calle aspettava solo il momento perfetto per saltare a bordo. Dapprima in Campo San Giovanni e Paolo, poi, in un soave zigzagare, lungo Corte Veniera, infine, sul Ponte dei Conzafelzi. Cosa stava inseguendo? Si trattava di un carro metallico grigio chiaro che veniva trainato da un operatore ecologico vestito con una divisa giallo fluo. Come una polena sulla nave dei pirati, così sul carro vi era appeso un peluche malconcio a cui era rimasto un gran sorriso ed un solo occhio marrone. Patty aveva sentito di questa usanza di alcuni netturbini che, con una tenerezza tanto profonda quanto a volte involontaria, appendevano i peluche abbandonati ai loro carri, salvandoli da un amaro destino. Lei però non voleva il peluche, bensì sapeva, lo aveva visto e percepito, che qualcosa di luminoso, al di là della sua sostanza, era lì, a bordo di quel carro. Finalmente si era fermato, proprio appena dopo il ponte, lì dove poco più a sinistra alcuni gradini digradavano verso il canale innanzi Palazzo Tetta. Con un balzo Patty raggiunse il peluche, quasi facendosi abbracciare, un bambino mosse l’indice verso quella scena passando di lì, mano nella mano con la madre che, persa a fissare il telefonino, non colse la meraviglia. Patty sussurrò qualcosa al peluche, forse delle scuse, poi gli balzò sulla testa e, da lì, sul bordo alto di quel carro metallico. Da lassù scorse il suo obiettivo. Scivolò lungo uno dei sacchi neri e raccolse quanto desiderava. Con un gesto pieno di rispetto e con le pupille che si fecero grandissime lo infilò nella sacca che portava sulle spalle e, usando i sacchi come trampolini, tornò fino in cima al bordo e poi, piano piano, scivolò lungo il peluche, che parve salutarla flettendo il capo, fino a terra. Il bambino, passato poco prima, salutò Patty con la manina, lei contrasse i baffetti per ricambiare. L’operatore ecologico non si accorse di nulla, canticchiando riprese il suo percorso e lei, passando davanti ad un’osteria lì sulla riva scorse una barca con dei segni sul legno che le risuonavano dentro alla sola vista. Non aveva però tempo per riflettere, doveva compiere la sua missione segreta e, da lì, attraverso Calle Bressana, tornò in Campo San Giovanni e Paolo. Fu lì che la vide, anzi, che li vide. Un gatto nero, elegante e, a modo suo, luminoso. Era insieme, quasi col passo sincronizzato, con la sua padrona, nel vederli Patty capì che non erano su livelli diversi, ma alla pari tra loro. “Un sodalizio!” sussurò la topolina. Li seguì discreta, sentiva che in loro si celava un’opportunità utile al suo piano. Li seguì fin sotto l’ombra della scalinata acquea. Vide Artemisia salire con grazia sulla barca di Matteo delle Maree, mentre Elio si accomodava con un balzo nel marsupio a tracolla. Per la topolina, quella sacca non era un accessorio, ma un vascello nel vascello. Aspettò il momento in cui Matteo accese il motore — quel Vrrrr che per lei era un ruggito primordiale — e, approfittando della nuvola di smog che distrasse l’operatore, balzò dentro la tela. L’oscurità lì dentro era viva. Patty si ritrovò schiacciata tra la fodera calda e il fianco vibrante di Elio. Il gatto non si mosse, ma lei sentì le sue fusa cambiare frequenza: non erano più un suono di piacere, ma un codice. Elio stava comunicando alla “scintilla” che ora erano nella stessa missione. Patty strinse la bisaccia; il frammento di carota, a contatto con l’energia di Artemisia che filtrava attraverso la stoffa, iniziò a scaldarsi. Era come se quel frammento segreto riconoscesse la purezza della donna. Patty ascoltò ammirata la voce di Artemisia che descriveva a Matteo i profumi di Murano e delle barene, Patty viveva un’altra laguna. Sentiva il rollio della barca non come un fastidio, ma come il respiro di Venezia. Ogni volta che la prua tagliava un’onda, Patty percepiva il “piatto della luce” della Bilancia di Anamonè, l’entità che aveva rapito Santa, sollevarsi di un millimetro. Sapeva che Artemisia non era solo il suo mezzo di trasporto, ma lo scudo umano che Anamonè non avrebbe mai osato colpire in questa fitta trama dove le connessioni rivelano l’essenziale senza svelarsi agli occhi di tutti. Quando la barca urtò dolcemente la bricola dell’isola, Patty sentì il cuore di Artemisia fare un balzo. Era il segnale. Mentre la donna scendeva e salutava Matteo, Patty dovette lottare contro l’istinto di restare al sicuro in quel calore. Ma il richiamo dal “di sotto” era troppo forte. Sgusciò fuori dalla sacca proprio mentre Elio si stiracchiava, scambiando con il gatto un primo e ultimo sguardo d’intesa: un patto silenzioso tra chi vede l’invisibile e ha rispetto di ciò che per natura non è necessariamente fraterno. Patty non aveva scelto una barca, aveva inseguito un battito di cuore e quella connessione inconsapevole l’aveva tratta dove serviva. Scattò, lontana da sguardi indiscreti, ma abbastanza vicina ad Artemisia ed Elio, la prima non poteva vederla, ma percepì una entità positiva e portatrice di luce, seppur minuta, nelle vicinanze e, volgendosi nella direzione di Patty di cui sentiva la presenza con il suo sesto senso, le sorrise amorevolmente, pur non capendo che quelle zampette facessero parte della stessa storia. La topolina aprì la bisaccia e estrasse quel qualcosa che aveva tenuto segreto persino al cielo fino a poco prima. Era un frammento di carota. La parte col ciuffo verde, ma non era una carota qualsiasi, era un frammento che, addentato da Rudolf a casa di Artemisia, era caduto per terra. Elio, giocandoci, lo aveva portato fino a fuori dalla porta di casa di Artemisia e, da lì, l’operatore ecologico aveva fatto il resto, raccogliendolo. Patty aveva una missione e, quel filo rosso del destino, era un minuscolo ingrediente che l’avrebbe aiutata a compierla. Vide Luca, il frate chiacchierare con Artemisia, lei si appartò su un gradino bianco in pietra d’istria a pelo d’acqua, non distante, diede un morso al frammento di carota e poi, tenendola stretta, si tuffò nelle acque smeraldo: “Plop!” Artemisia e Luca si voltarono, videro solo dei cerchi concentrici nelle acque, lui disse: “Sarà il solito pesce salterino” ridendo. Era Patty, ma nessuno, nemmeno Elio che si era fiondato lì sul bordo in marmo bianco, poteva vederla. Lei vedeva tutti da lì: Artemisia, Luca, Elio, perfino Matteo delle Maree ormai lontanissimo. Era riuscita a tornare lì, in quel mondo dove i riflessi che noi percepiamo occultano il di sotto. Patty correva, ma fu vista. Anamonè le si fece vicino e disse: “Io vedo, so, soppeso e pondero ogni cosa. Minuta o no che sia. Sono giudice e non carceriere, dunque prosegui e compi la tua azione. Non sta a me fermarti, ma al mondo, agli umani, dimostrare che non ne sarà valsa la pena”. Patty non si fece dire altro, nemmeno si fece scoraggiare, lasciò Anamonè tornare sul suo seggio da cui scrutava ogni minima variazione del suo piano e dell’inclinazione della bilancia che variava di momento in momento. Infine, la piccola Patty, tornò lì, ai piedi del prigioniero, Santa. Ormai evanescente, quasi privo di colore come una vecchia pellicola di un film ormai sbiadita. Non era legato, non era incatenato. Era seduto, bloccato dall’idea stessa che, impressa da Anamonè in lui, non fosse più utile al mondo, svuotato dunque della sua energia “linfa” vitale. Vide la topolina, sua compagna da tempo, le si rivolse con un sorriso dolcissimo e sussurrò, con un filo di voce: “Anamonè verrà smentita da coloro che l’hanno delusa e amareggiata. Ma tu, Patty, sei tanto piccola quanto determinata, cosa serbi di così luminoso in quella sacca?” e lei: “Santa, ecco, questo frammento di carota arriva da Venezia, è passato dalle mani di Rudolf e sappi che nessuno di coloro dei quali ti fidi e affidi ha smesso o pensato di smettere di cercarti”. La bilancia, rumorosamente, cigolò pendendo verso il bene. Contestualmente le gote di Santa acquisirono un pizzico di rossore. Lui sorrise, posando nuovamente lo sguardo su Patty che, come aveva fatto mille volte in passato, cominciò ad arrampicarsi su di lui. Salì lentamente, guidata da quegli occhi deboli ma infinitamente benevoli. Superò il petto, che al tatto le parve gelido come una statua dimenticata, e raggiunse la spalla; da lì, con un gesto solenne, gli porse il frammento di carota. Santa lo sgranocchiò lentamente e un brivido di commozione parve scuoterlo mentre ringraziava la sua piccola amica. Infine, dopo aver accarezzato Patty con un dito stanco, sollevò lo sguardo verso la sua carceriera. Anamonè pareva fatta di corallo e inchiostro: i suoi capelli fluttuavano nell’aria densa come tentacoli vibranti, rivelandola per ciò che era: una creatura bellissima e terribile, nata un tempo dall’amore stesso di Santa, ma ormai prigioniera di un’idea di perfezione algida e priva di perdono. Santa la fissò negli occhi d’argento e disse: “Vedi, Anamonè? Il mondo non è perduto finché esiste qualcuno disposto ad attraversare l’abisso per riportare a casa anche solo una briciola di ciò che serba una flebile luce”.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Marzo 2026 – Sono ancora qui, sotto la neve

Marzo 2026
Sono ancora qui, sotto la neve

Amelia, la sorella gemella di Nico

“Vrrrr… vrrr… vrrr…” Il motore borbottava piano, facendo tremare lievemente sia i piedi di Artemisia che le zampine di Elio, il tutto mentre la prua della barca tagliava in due le acque smeraldine della laguna costeggiando una soporosa Murano dal suo versante Est. Matteo sorrise, scuotendo appena la testa: “Sai, questo viaggio non è solo per la marea o per la barca… è il modo migliore per ripagarti un debito morale che porto da anni. Oggi come allora, ti fidi di me e io non posso tirarmi indietro.” Le ciminiere di alcune vetrerie cominciavano a mostrare i primi segni di attività in quello che, tutt’intorno, appariva come un silenzio surreale. Un gabbiano sorvolò vicinissimo alla barca di Matteo delle Maree, quasi sfiorando il capo di Artemisia che, in segno di difesa, udì un miagolio veemente di Elio a sua tutela. La barca proseguì oltre, Murano era già alle loro spalle e, ad Artemisia, sollecitata dal beccheggiare sulle acque del natante, venne in mente un parallelismo sottile. Esclamò: “Elio, ma ti rendi conto? Noi dovremo riuscire far pendere la bilancia verso la luce, ma passiamo l’intera esistenza tentennando, un poco a sinistra, un poco a destra. Un poco avanti, un poco indietro. Sempre in equilibrio tra il tutto bene e il tutto male. Sarà difficile andare contro la nostra natura, così parziale, così affine alla pratica stabilità. Per fortuna, in assenza di Rudolf, possiamo contare su Luca”. L’espressione del gatto, da dentro quel marsupio, colpì nel profondo Matteo, che rimase in silenzio e fu felice del potervi assistere. Poi disse: “Artemisia, quella creatura sembra capire ogni tua parola” e lei: “Matteo, credimi, comunica più di quanto si possa immaginare, anche nel silenzio. Io e lui facciamo dei discorsi meravigliosi”. Il viaggio, nonostante un filo di brezza che sferzava e irretiva le acque, proseguiva lineare. Ad un certo punto Artemisia sembrò voler catturare col naso più aria di quanta le fosse necessaria, Matteo lo notò e disse: “Artemisia, che succede? Tutto bene?” e lei: “Sì, ero solo colpita da un mix di stimoli olfattivi che non mi aspettavo, c’è il salmastro, ma anche il terroso, l’algoso, l’umido e, soprattutto una sferzata muschiata e pungente, perchè hai deviato attraverso le barene?” e lui, esterrefatto: “Perchè ancora una volta volevo sperimentare il miracolo del tuo percepire Artemisia. Conosci la laguna e la sai riconoscere attraverso segnali, indizi, vibrazioni, cui solo tu finora hai saputo attribuire un senso, sono davvero felice di conoscerti, per la persona che sei e perchè se mi raccontassero di te, beh, lo ammetto, non ti crederei possibile”. Artemisia arrossì, sentì il sangue rincorrersi nei capillari e concentrarsi in un girotondo velocissimo proprio sulle gote. Elio cominciò a grattare il tessuto del marsupio, pareva irrequieto, Artemisia lo coccolò con delle carezze lente e prolungate. Fu colta da un’improvvisa, quanto intensa, pelle d’oca e, al contempo, le narici furono solleticate da un profumo così definibile: muschiato, verde, umido, etereo. Artemisia lo capì subito, Elio anche prima di lei. L’entità la stava controllando, ma non pareva una minaccia, pareva una verifica del fatto che si stesse attenendo ad un compito preciso. Matteo: “Artemisia, stupiscimi!” e lei: “Nove, otto, sette… uno..” al suo dire uno la barca sfiorò una bricola e, lei sorridente esclamò: “San Francesco del Deserto, eccoci!”. Sbarcò, aiutata da Matteo che, non vedendo nessun frate farsi avanti le disse: “Sicura che non vuoi che attenda prima di tornare indietro? Il trasporto lo offre la ditta eh” e lei, sorridente: “Tranquillo Matteo, la bilancia del tuo debito ora è in equilibrio, ma anche non lo fosse stata, stai sereno, torna pure a casa. Qui sono al sicuro”. Lui: “Grazie, ma ricorda, se hai bisogno, ci sarò sempre” e lei: “E io per te, ricordalo”. Matteo tornò a bordo, riaccese il motore: “Vrrrr… vrrr… vrrr…” e allontanandosi urlò: “A presto Artemisia” e lei ricambiò il saluto con ampi gesti della mano nell’aria in direzione della sua voce. Stranamente nessun frate si fece avanti, nessun suono pareva provenire dall’isola, altresì nota per il suo silenzio degno di un “deserto”, fisico e spirituale in cui trovare ristoro. Artemisia ne approfittò così per aggirarsi nel verde di quell’eremo acqueo. Un venticello leggero le accarezzò il volto e le mani. Dal terreno salmastro si sprigionava un aroma intenso, in cui il verde dei pioppi e dei salici, muschiato e umido, sembrava amplificare il sentore salino della laguna traendolo dalla terra su cui poneva le proprie fondazioni e amplificandolo traverso le fronde. Ogni respiro era un intreccio di terra e acqua, di muschio e sale, e Artemisia percepì subito una vibrazione sottile, come se la presenza si manifestasse nuovamente, anche attraverso quell’aria profumata, vigile ma discreta, a vegliare sul suo primo passo sull’isola e, specialmente, sulle sue motivazioni. Non le era chiaro se fosse istinto o profumo a guidarla, ma accadeva. Si lasciò guidare e, sorprendentemente, giunse presso quello che pareva un attracco secondario. Sentì un canticchiare lontano e soave, che si faceva eco e spesso veniva coperto dal rumore delle acque che, mosse dal vento, si amplificavano in uno spazio vuoto, una sorta di cavana in muratura. Trovò una porta e una maniglia fredda, il canticchiare parve farsi voce familiare all’udito, girò la maniglia, Elio sbadigliò rilassato, come chi, dopo un lungo viaggio, è consapevole di essere in procinto di riabbracciare un amico. Per la prima volta Artemisia avrebbe voluto poter vedere, glielo si leggeva sul volto quando capì che il canticchiare non era quello di un frate qualsiasi, ma quello di Luca, appena tornato da Malamocco, che al vederla fu colto così di sorpresa da perdere il tratto del proprio respiro. “Artemisia, ma, come sei arrivata? Cosa ti porta qui? Ma soprattutto, che bella sorpresa!” Lei: “Luca, non potevo attendere il tuo consueto ritorno, siamo consapevoli che Rudolf ci abbia affidato un compito, ma credimi, non avrei mai creduto che il destino avrebbe saputo bussare così forte alla soglia delle nostre vite”. E lui: “Andiamo ad accomodarci nella Cappelletta, così mi racconti ogni cosa”. Artemisia si sedette di fronte a Luca, Elio ora gigioneggiava acciambellato ai suoi piedi apparentemente senza trovar ristoro e risistemandosi di continuo. Lei: “Luca… stanotte ho sognato qualcosa che… non so spiegare con parole normali. Era come se la laguna stessa mi parlasse, guidasse il mio tatto. Ho visto una figura… alta, regale, avvolta in un abito scuro che sembrava acqua e luce insieme. I piedi sparivano nel buio, e una corona, sembravano anemoni le circondava il capo, irradiando rami eterei…” Luca la guardava, silenzioso, mentre Artemisia tracciava con le mani nell’aria i movimenti dei piatti di una bilancia, su e giù, leggeri come piume. “Questa bilancia… pendente tra luce e ombra… pesava tutto ciò che accade nel mondo. Sul piatto del buio c’era la cenere e il fumo, sul piatto della luce una fiamma calda e vibrante. E quando la bilancia si è inclinata verso la luce… la figura ha indicato un punto preciso sulla mappa, e poi si è dissolta.” Fece ampi cenni, come a immaginare di scorrere lentamente i palmi sopra la superficie tattile, seguendo le linee della laguna, e Luca percepì la cura dei suoi gesti, la precisione quasi reverente. “Al risveglio… questo punto sulla mappa che conosci era diventato reale. Non è solo un sogno… c’erano parole, appunti che non avevo mai scritto, e persino la sagoma della bilancia. Diceva che chi è trattenuto… chi soffre, chi è nascosto… dipende dall’equilibrio tra luce e ombra. È un compito… una sfida che… è stata affidata a me e che sento di non poter portare in solitudine.” Artemisia si fermò, respirando profondamente, sentendo il cuore accelerare per l’importanza di ciò che stava raccontando. “Non so perché… perché a me, Luca, che per la prima volta percepisco un limite in me, laddove dove di solito immaginavo soluzioni. Ogni gesto, ogni respiro del sogno, ogni linea della mappa… tutto mi dice che dobbiamo agire. E non posso più aspettare. Ti chiedo di aiutarmi a capire, a seguirlo. Perché se la bilancia pende, anche solo di poco, verso il buio… sento che il mondo potrà perdere qualcosa che non potrà più ritrovare.” Luca rimase in silenzio, la testa leggermente inclinata, le mani che seguivano i movimenti di Artemisia sulla mappa che gli aveva fatto immaginare lì nell’aria, sentendo la vibrazione della sua urgenza e della sua delicatezza nell’inflessione della voce. “Va bene…”, disse infine, con voce decisa eppure rispettosa. “Ti credo, Artemisia. Dovessi limitarmi al mio credo rinnegherei quanto vissuto con te, a partire da Santa, da Rudolf e Krampus. Faremo insieme tutto ciò che serve per interpretare questo sogno… e interpretare i moti edotti a noi dalla mappa, agiremo unisono, in attesa che Rudolf torni a poter essere dei nostri”. Elio, come a sottolineare la promessa, sfiorò il piede di Luca con la testolina, emettendo un miagolio sommesso di pace. Artemisia sorrise, accarezzandolo, e per un attimo il tempo parve fermarsi, sospeso tra la luce del mattino e l’ombra del mistero che li attendeva. Luca, prima di andare a recuperare alcune cose utili nella sua cella fratesca, la aiutò ad accomodarsi a bordo del Moro di Venezia, la barca solamente omonima di quella gloriosa, ma che dopo qualche sapiente ritocco, pareva esser tornata ad un livello decoroso di affidabilità e sicurezza. Tornò poco dopo e, salito a bordo, tolse gli ormeggi. Artemisia si era accomodata a prua, Elio, uscito dal marsupio, si era acciambellato sulle sue ginocchia. Il sole riflesso sulle acque lagunari sembrava stimolare oltremodo il canto dei gabbiani, qui e lì, nel tragitto, profumo di salsedine e tamerici. Luca non sfidò i sensi di Artemisia e lei, lungo il tragitto di ritorno non si fermò a riflettere su dove si trovassero. Per quanto dotata nei sensi infatti non amava abusarne, ma tenerli pronti per il bisogno reale. Ad un tratto disse: “Stiamo transitando davanti a Murano vero?” e Luca con un sorriso enorme: “Si, esattamente, ma da cosa l’hai capito stavolta?” e lei, con aria furba: “Un sentore, di fumo vetroso, mare salmastro e fuoco vivo”. Da lì, non ci volle molto per giungere all’attracco, quello consueto, davanti all’osteria. Ad attenderli però non vi era l’oste o qualche viandante, ma una sorpresa diversa che Artemisia percepì in un flashback prima ancora di poterla comprendere del tutto. Luca lo riconobbe subito, aveva quegli occhi che, ancora, parevano illuminati da un bagliore lontano, ma Nico non era da solo, teneva per mano una ragazzina minuta, una goccia d’acqua a livello di viso, solo con lineamenti più femminili e un look antitetico rispetto al fratello. Il ragazzino esordì: “Volevo presentarvi Amelia, mia sorella”. Amelia era lì, minuta come una fiamma che trema prima di spegnersi, eppure risoluta nella postura, quasi seccata di essere lì, sottoposta all’inevitabile rito di essere presentata. La treccia rossa, di quel rosso cupo che pareva ispirato al tramonto d’estate, si era disfatta a metà, ciocche ribelli le incorniciavano il viso pallido. Il nastrino nero, annodato storto, sembrava l’unico filo a trattenerla dal dissolversi nel vento. Al collo portava un cuoricino di vetro nero di Murano che pendeva spezzato a metà: opaco, crepato, eppure integro, come se la frattura facesse parte della sua natura. Non rifletteva la luce; la beveva. E in quel momento, mentre Nico parlava con occhi ancora accesi da un bagliore lontano, quasi inspiegabile, un bagliore che era stato di tutti i presenti per un istante parve essere solo suo. Il pendente di Amelia sembrava assorbire l’eco di quella stessa luce, trasformandola in ombra quieta, in silenzio che pesa comunicando a suo modo ogni cosa, senza emanare verbo. Lei era semplicemente se stessa, una ragazzina che, specchiata su di una goccia d’acqua, rifletteva ciò che era il fratello, ma al contrario: dove lui emanava calore, lei era più fredda, distaccata. Eppure, in quel preciso istante dell’attracco, con il sentore di vetro fuso ancora nelle narici, Artemisia volgendosi verso la voce di Nico sorrise, Amelia timidamente ricambiò, brevissimamente, timidamente, un po’ spezzato come il suo ciondolo – e fu come se la tenebra che custodiva, ignara, sussurrasse per la prima volta: “Eccomi. Sono tornata. Sono ancora qui, sotto la neve”. Gli occhi di Nico parvero brillare più forte per un istante, come se riconoscessero, senza capire, il contrappunto oscuro che, nell’insieme completava, aggiungendo ombra, la loro luce. Nico si voltò verso la sorella e disse: “Dai, andiamo! Ora che te li ho presentati possiamo tornare a casa” e lei: “Ma mi avevi detto che avrei rivisto anche quello barbuto con gli abiti consunti di quel Natale..” e Nico: “Ho mentito, Amelia, ma se non ti avessi detto questa bugia non saresti mai venuta con me” e lei: “Certo, non avere dubbi”. Si allontanarono bisticciando rumorosamente lungo la calle, però senza che lei mai provasse a liberarsi dalla mano del fratello. Luca li osservò sorridendo, poi guardò verso Artemisia, che parve colta da una rivelazione e le disse: “Artemisia, dimmi, che succede?” e lei: “Luca, ricordi che Rudolf raccontava dei due gemelli che avevano salvato il Natale con un biscotto?” e lui: “Si, ricordo bene, perchè?” lei incalzò con la voce un filo spezzata dopo un colpo di tosse emotiva: “Luca, Nico e Amelia, sono loro i due gemelli. Quelli che hanno fatto salvare, per la prima volta, il Natale donando un biscotto a Santa. Rudolf li ha visti. Io invece li ho sentiti. Nico era sempre da solo, ma ora erano vicini, avevano un’aura fortissima insieme”. Luca non trovò le parole, Elio miagolò e, Artemisia, si volse verso l’acqua, consapevole che la scena aveva avuto una osservatrice occulta che, ad insaputa di tutti i presenti aveva annotato un dettaglio: esiste una luce che agisce senza possedere ed un’ombra che vuol trattenere per sé tutto ciò che non può essere protetto altrimenti.

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