I Segreti di Venezia | Sessioni Analogiche, Pt. 2: La Luce Lagunare, i Gesti Quotidiani, i Contrasti e l’Atmosfera Viva

Nel primo capitolo di questa esplorazione analogica ci siamo immersi nella struttura pura e geometrica del bianco e nero. Oggi la prospettiva cambia: spazio al colore.

Per questo secondo rullino ho scelto una pellicola 200 ASA a colori, il supporto ideale per raccogliere la gamma cromatica imprevedibile della laguna. In un’epoca dominata dallo scatto digitale compulsivo, affrontare Venezia con soli 36 fotogrammi a colori significa compiere una vera e propria scelta di sintesi. Nessuna modifica a posteriori, nessuna saturazione artificiale: solo la luce naturale che incontra l’emulsione chimica.

Se il bianco e nero ha rivelato la spina dorsale della città, il colore ne restituisce il battito cardiaco. I rossi terrosi dei mattoni scrostati, l’azzurro cangiante dei canali, il verde squillante dell’edera che si arrampica sui muri secolari e le tonalità calde della pietra d’Istria al sole si fondono con i gesti della vita quotidiana, trasformando ogni scorcio in un quadro vivo.

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Prima di cominciare, vi presento un valido assistente

(Nota: ci tengo a precisarlo, non si tratta di una collaborazione o di un contenuto pubblicitario/ADV, ma solo del racconto sincero degli strumenti usati sul campo e acquistati senza contributi esterni).

Nonostante le fotocamere utilizzate durante le due sessioni fossero già dotate di esposimetro integrato, il Godox C100 si è rivelato un utile supporto esterno per una rapida verifica prima dello scatto. Questo piccolo dispositivo tascabile con mirino trasparente (transparent viewfinder) permette infatti di inquadrare la scena e avere un riscontro immediato sulla quantità di luce globale. Non trattandosi di un esposimetro con lettura spot, ma di una misurazione valutativa sull’intera area, non è uno strumento perfetto nei contrasti più estremi — come i passaggi in ombra nei sotoporteghi con sfondi in pieno sole. Tuttavia, usato con consapevolezza e affiancato all’esposimetro della macchina, offre un secondo parere visivo veloce, perfetto per confermare l’esposizione o ottenere dei parametri affidabili in caso la nostra fotocamera non potesse fornirli, prima di consumare uno dei preziosi 36 fotogrammi del rullino.

🎥 Non è finita qui: per chi vuole vivere l’esperienza sul campo e vedere il “dietro le quinte” di queste due uscite con la fotocamera al collo e il rullino inserito, a breve uscirà sul mio canale YouTube un video interamente dedicato a questa sessione analogica. Vi porterò con me tra le calli e i canali per mostrare dal vivo come sono nati questi scatti. Iscrivetevi al canale per non perdervelo!

Sezione 1: La Luce e la Palette dei Sestieri

Ramo del forno – L’edera rampicante, il rosso dell’intonaco scrostato e la figura con la valigia compongono il quadro ideale della vita veneziana.
Trame di colonnati. Il calore della luce dorata filtra tra le colonne illuminando la pietra d’Istria e la porta verde in ombra.
Angoli di quiete. Panchine immerse nel verde di un campiello residenziale, tra mattoni rossi e vestiti stesi.

Sezione 2: I Gesti e il Lavoro sull’Acqua

Manutenzione d’acqua. La gestualità del lavoro quotidiano tra bricole e pali d’ormeggio sotto le finestre storiche.
Incrocio d’imbarcazioni. Inquadratura dall’alto che cattura la perizia e il ritmo dei gondolieri all’intersezione tra due canali stretti.
Passaggio cinematografico. L’uomo con cappello e trolley cammina lungo la fondamenta; il contrasto tra l’azzurro dell’acqua e la pietra crea un dinamismo unico.

Sezione 3: La Vita Lenta e i Dettagli Sospesi

Mani e archeologia industriale. La scultura contemporanea si erge di fronte alla vecchia gru dell’Arsenale sotto un cielo limpido.
Lama di luce nel vicolo. Il sole taglia in diagonale la calle, mettendo in risalto la figura al centro e il rigoglio delle piante a parete, il tutto mentre il passante è vestito come i panni stesi.
Arte sulla fondamenta. Due pittrici affacciate sul canale illuminato dal sole radente che fa risaltare la texture dei mattoni.
Prospettiva classica. Il Rio di Palazzo e il Ponte dei Sospiri; la luce sulla pietra lavorata di Palazzo Ducale contrasta con l’ombra del canale sotto l’arcata.

Epilogo: Riavvolgere il rullino, attende, sperare e ritrovare il tempo di vedere anzichè guardare

Tirare la leva del riavvolgimento alla fine del trentaseiesimo scatto ha un suono inconfondibile. È il click metallico che sancisce la fine di una scommessa: non sapere subito com’è andata, ma sentire di averci messo attenzione, presenza e cura.

Questa doppia immersione analogica mi ha ricordato quanto sia importante, ogni tanto, staccare la spina dalla frenesia del digitale. Quando non puoi verificare lo schermo dopo ogni pressione del pulsante, smetti di guardare la foto e torni a guardare la realtà. Impari di nuovo ad aspettare che l’ombra si sposti della misura giusta, che la barca tagli il riflesso dell’acqua nel punto perfetto, che la persona in calle compia quel passo che trasforma uno scorcio ordinario in una storia.

In fondo, questo ritorno alla pellicola mi ha riportato dritto a un pensiero che appuntai sul blog tempo fa, in quell’articolo acerbo ma sentito del 2022 intitolato Ciribiribì, ricordando gli spot Kodak degli anni ’80/’90: quella sensazione genuina di quando la fotografia era un piccolo rito fatto di attesa, sentimenti e magia. Rileggere quelle righe oggi, dopo aver coperto la città a passo lento con solo 72 possibilità in tasca, chiude un cerchio perfetto tra chi ero, chi sono e come scelgo di raccontare Venezia.

Il colore ci restituisce una laguna viva, cangiante, quotidiana; il bianco e nero ce ne ha mostrato l’architettura eterna, ma con scene che, osservandole bene, in assenza del colore perdono una chiara collocazione temporale. Entrambe le visioni condividono però lo stesso messaggio: Venezia richiede rispetto, tempo e sguardi consapevoli.

Spero che questo viaggio in due puntate vi abbia fatto venire voglia di rallentare i passi la prossima volta che vi perderete tra i suoi sestieri, anche solo per osservare la salsedine che si lega ai mattoni lungo una parete.

Qual è lo scatto di questa serie a colori che vi ha fatto battere di più il cuore? Siete team bianco e nero o team colori? Aspetto i vostri commenti qui sotto!

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia | Sessioni Analogiche, Pt. 1: L’Architettura, la Pietra, le Ombre e la Struttura della Città

Un viaggio visivo in due tappe attraverso la fotografia analogica, tra il bianco e nero e il colore.

Due rullini da 36 pose: un 100 ASA in bianco e nero e un 200 ASA a colori. Perché questa sessione? In un mondo di possibilità infinite, volevo provare a raccontarvi Venezia in maniera anticamente nuova. In digitale ho realizzato migliaia di fotografie, spesso centinaia per volta; stavolta, ve lo giuro, in due uscite ho faticato a scattare 72 volte in tutto.

Il motivo è semplice: pensare prima di scattare, scegliere senza la possibilità di modificare e non potersi fidare di altro se non del proprio istinto rende ogni fotogramma una scelta consapevole — un algoritmo di possibilità in cui incorniciare solo ciò che risulta davvero meritevole.

Della totalità delle foto vi condividerò qui 10 scatti per tipo, cominciando dal bianco e nero, dove la materia della città si spoglia di ogni distrazione cromatica per rivelare la sua ossatura più pura. Senza la seduzione del colore, la pietra d’Istria levigata dal tempo, le venature dei mattoni a vista, la grana del legno consumato dalla salsedine e i contrasti netti tra luce e ombra emergono con forza, tracciando la vera spina dorsale della città d’acqua.

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Prima di cominciare, vi presento un valido assistente

(Nota: ci tengo a precisarlo, non si tratta di una collaborazione o di un contenuto pubblicitario/ADV, ma solo del racconto sincero degli strumenti usati sul campo e acquistati senza contributi esterni).

Nonostante le fotocamere utilizzate durante le due sessioni fossero già dotate di esposimetro integrato, il Godox C100 si è rivelato un utile supporto esterno per una rapida verifica prima dello scatto. Questo piccolo dispositivo tascabile con mirino trasparente (transparent viewfinder) permette infatti di inquadrare la scena e avere un riscontro immediato sulla quantità di luce globale. Non trattandosi di un esposimetro con lettura spot, ma di una misurazione valutativa sull’intera area, non è uno strumento perfetto nei contrasti più estremi — come i passaggi in ombra nei sotoporteghi con sfondi in pieno sole. Tuttavia, usato con consapevolezza e affiancato all’esposimetro della macchina, offre un secondo parere visivo veloce, perfetto per confermare l’esposizione o ottenere dei parametri affidabili in caso la nostra fotocamera non potesse fornirli, prima di consumare uno dei preziosi 36 fotogrammi del rullino.

Sezione 1: Geometrie, Architettura e Ombre

Sotoportego e campiello. L’oscurità del passaggio coperto fa da cornice al contrasto netto di luce che illumina la piazzetta e le facciate sullo sfondo.
Prospettiva in chiaroscuro. Una lama di luce taglia la calle stretta, guidando lo sguardo lungo i mattoni.

Sezione 2: Il Legno, l’Acqua e l’Artigianato Storico

Rifugio di legno e pece. Lo squero con le gondole in manutenzione a secco; il bianco e nero esalta la grana del legno grezzo e la struttura del cantiere.
L’anima della prua. Il dettaglio dell’imbarcazione “Edera” e del suo occhio vigile, incorniciato dalle increspature scure del canale.
Il piccolo capitano. Un peluche legato sulla prua di una barca da lavoro; il punto di vista raso d’acqua mette in primo piano la quotidianità dei barcaioli.

Sezione 3: La Quotidianità nei Campi e nei Canali

Il mercato d’acqua. La tipica barca di frutta e verdura ormeggiata accanto al ponte, vivaio di incontri e scambi di quartiere.
Grafiche dal passato. L’espositore di cartoline e stampe fuori dalla bottega, una composizione di quadri e contrasti geometrici.

Sezione 4: Silenzi, Soste e Navigazione Lenta

Contemplazione in campo. Due figure sedute di spalle su una panchina in pietra, immerse nel silenzio riparato degli alberi.
Navigazione tra i palazzi. La sagoma scura della gondola scivola sotto il ponte in pietra tra le quinte architettoniche.
Scorcio prospettico. Vista aerea dal ponte lungo il canale, con la barca a remi che traccia la rotta verso lo sfondo.

Per concludere: La forma della pietra, il ritmo della memoria

Guardare Venezia attraverso il bianco e nero non è un semplice esercizio di stile, ma un atto di ascolto. Quando si priva la città del suo colore, quello che resta non è un vuoto, ma la sua sostanza più autentica: la rugosità della pietra d’Istria, il lavoro secolare del legno negli squeri e l’equilibrio fragile tra l’ombra e la luce. Imparare a leggere questa geografia significa superare la superficie da cartolina e iniziare a guardare Venezia con gli occhi dell’ospite attento e consapevole.

Ogni scatto di questa prima sessione è stato un invito a rallentare, a ponderare il gesto prima di premere il pulsante e a rispettare il ritmo di una città che non va consumata di corsa, ma compresa passo dopo passo.

Ma la narrazione di questa esplorazione analogica è solo a metà strada. Se il bianco e nero ne ha tracciato l’architettura e l’anima profonda, domani sarà la luce lagunare a restituirci la sua energia più pulsante. Nella seconda puntata ci tufferemo tra i rossi terrosi dei mattoni, i verdi brillanti dell’edera e i riflessi azzurri dei canali, dove i gesti della quotidianità tornano a vibrare a colori.

L’appuntamento è per domani con la Parte 2: La Luce Lagunare, i Gesti Quotidiani, i Contrasti e l’Atmosfera Viva.

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Clicca qui per leggere la parte 2 sulle foto a colori!

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

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I Segreti di Venezia: La mappa invisibile dei panni stesi e perché sono il battito cardiaco della città

Per chi attraversa Venezia con l’occhio vorace del collezionista di istanti, i panni stesi tra le calli appaiono spesso come una nota di colore, un’estetica “pittoresca” da affiancare alle maschere di cartapesta o alle sagome delle gondole. Eppure, questo sguardo manca il cuore della questione. Un lenzuolo che danza tra due finestre non è un ornamento a beneficio dell’obiettivo fotografico; è, al contrario, un dato onesto sulla salute della città. Ciò che sventola sopra le nostre teste è un segreto a cielo aperto: la testimonianza tangibile di una Venezia che, al riparo dai flussi del turismo di massa, insiste nel voler essere una casa prima che un museo.

L’architettura della fiducia: i FILI DEI PANNI STESI come ponti sociali

Osservare la biancheria stesa richiede una comprensione antropologica della verticalità veneziana. Non si tratta di un semplice gesto domestico, ma di un’architettura spontanea di carrucole e cordicine che trasforma il vuoto della calle in un connettore umano. Sono gli strumenti di un rituale che esige collaborazione.

Tendere una corda da una facciata all’altra è un’operazione che implica l’accettazione dell’altro: il vicino deve acconsentire a fissare il gancio al proprio muro, ad accogliere l’ombra temporanea delle lenzuola altrui, a partecipare a una gestione condivisa dello spazio pubblico aereo. Questo atto è accompagnato da una colonna sonora specifica: lo stridore metallico delle carrucole che scorrono fischiettando e il profumo pungente di sapone che scende verso il basso, anticipando la vista dei tessuti. È un sistema che non si limita a far asciugare il cotone, ma costruisce un ponte invisibile tra luoghi privati facendosene variopinta estensione aerea.

“Quel filo teso da una finestra all’altra, sopra la calle, non è un ornamento pensato per essere guardato. È un accordo tra due case che si fidano.“

Panni stesi a Canaregio
Panni stesi a Canaregio

Questa fiducia reciproca è l’equivalente urbano di una stretta di mano silenziosa, un trattato di buon vicinato che viene firmato ogni settimana nell’aria salmastra della laguna.

Il gran pavese della realtà: dove il quotidiano ignora il sacro

La geografia dei panni non conosce il timore reverenziale. A Venezia, la necessità della vita ha sempre avuto il primato sulla solennità, dando vita a quello che gli abitanti potrebbero chiamare un “gran pavese” di indumenti, trasponendo il termine dal linguaggio marinaresco delle bandiere di gala.

L’esempio più folgorante di questa convivenza si trova nel sestiere di Castello, presso la chiesa di San Giuseppe. Qui, la consuetudine ha permesso che i ganci per il bucato venissero ancorati direttamente alle mura dell’edificio sacro. Vedere una fila di calzini e camicie che si appoggia alla pietra consacrata non è un atto di profanazione, ma la prova che la città è un unico organismo vivente. La vita reale non si ferma sulla soglia del tempio; lo integra, lo abita, rivendicando il diritto del quotidiano di esistere accanto a ciò che professiamo come eterno.

L’iride di Burano: dove il movimento incontra la stasi

Spostandosi verso Burano, il rapporto tra panni e architettura raggiunge un’intensità quasi lirica. Le case, dipinte con colori saturi per guidare i pescatori nella nebbia, rappresentano la componente statica, la scenografia immutabile. È il bucato, tuttavia, a fornire la componente cinetica, l’elemento che “umanizza” l’iride cromatica dell’isola.

Mentre il colore della facciata è una cartolina, il movimento dei panni al vento è la prova dell’esistenza umana. È la conferma che dietro quelle pareti si lavora ancora il merletto, che si preparano pasti, che crescono bambini. Senza il bianco delle lenzuola a spezzare l’azzurro o il rosso delle case, Burano rischierebbe di diventare un’installazione artistica senza anima. I panni sono la certificazione che l’isola non è ancora stata completamente museificata.

La mappa del respiro: l’antropologia del vuoto e del pieno

Il filo del bucato è l’indicatore più sincero della desertificazione urbana. Se percorriamo una calle e alziamo lo sguardo, la presenza o l’assenza dei fili ci racconta chi possiede quel pezzo di città. Una calle affollata di biancheria è un luogo dove il capitale sociale è ancora intatto, dove le carrucole cantano e le finestre si aprono per scambiarsi battute tra balconi opposti.

Al contrario, la scomparsa di questi fili è il sintomo di una trasformazione invisibile ma inesorabile: segnala le case acquistate per essere destinate agli affitti brevi, le finestre che rimangono buie per dieci mesi l’anno, la fine della comunità residente. In questo senso, la biancheria traccia una mappa alternativa e sincera: da una parte la città che pulsa di quotidianità, dall’altra quella trasformata in un allestimento impeccabile ma privo di calore umano. Una calle senza panni è una calle che ha smesso di respirare, un corridoio di pietra dove il silenzio ha preso il posto del vociare e del profumo di sapone.

Uno sguardo nuovo verso l’alto

La prossima volta che vi addentrerete tra le calli di Cannaregio o vi perderete nel cuore di Castello, non limitatevi a inquadrare i panni stesi come un dettaglio folcloristico. Osservateli con la consapevolezza di chi sta guardando una scommessa sulla permanenza.

Quei fili non sono solo cordicelle, ma legami sociali tesi verso il futuro. Mantenere vivi quei fili, permettere che continuino a segnare il ritmo del tempo veneziano, è l’unica via per far sì che la città non si riduca a una splendida, ma muta, scenografia. La domanda che Venezia ci sussurra tra lo stridore delle sue carrucole è semplice e al contempo brutale: quanto spazio rimarrà per la fiducia e per la vita vera, prima che l’ultimo filo venga tagliato e il silenzio diventi l’unico abitante delle calli?

Per concludere: Il rispetto per la città che vive

Riconoscere la poesia dei panni stesi tra le calli è un primo passo importante per comprendere Venezia, ma richiede un’ultima, fondamentale lezione: saper passare dallo sguardo del turista a quello dell’ospite consapevole. Alzare gli occhi al cielo e capire il valore di quei fili tesi significa rispettare l’equilibrio sottile di una città fragile e la quotidianità di chi continua a sceglierla come casa.

La prossima volta che vi perderete tra i sestieri, ricordatevi di questo confine: passo lento tra le calli, rispetto per la vita che vi scorre sopra la testa, e la città si aprirà davanti a voi nella sua autenticità più sincera.

Vi aspetto per scoprire nuovi segreti! Raccontare Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si osserva da vicino, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

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I Segreti di Venezia: Carlo Scarpa, l’architetto che sussurrava alla laguna

carlo scarpa biglietteria biennale

La marea come respiro

Il calpestio dei passi sulle passerelle, i riflessi delle architetture dei palazzi sui rii. Balaustre che si fanno panchine per i gabbiani e comignoli che, fumanti, ci indicano che il pane sta arrivando.

Non sapremo mai se e quale aspetto di Venezia, tra i molteplici possibili, abbia dato ispirazione a Scarpa, ma una cosa è certa: controllava l’acqua lasciandola entrare, veicolandola, trasformandola in un suo personalissimo tratto identitario. La fragilità di Venezia la lasciava filtrare sin dentro le sue opere. In totale armonia, calando e crescendo come respiro ogni 6 ore.

La marea che sale.
La marea che sale.

Sappiamo oramai che Venezia poggia su una foresta capovolta per rimanere in piedi, probabilmente Scarpa aveva colto la necessità di accogliere l’acqua come scambio poetico in cui tutti gli elementi traevano equilibrio dalla loro coesistenza utopistica.

Il varco dell’arte: La Biglietteria della Biennale, l’Ingresso dello IUAV e della facoltà di lettere

Biglietteria della Biennale (Sestiere di Castello – giardini): parlavamo di gabbiani, di leggerezza, suggestioni riferibili al volo. Questa biglietteria richiama i tratti Vinciani delle macchine volanti con la sua tettoia, mentre il vetro ed il cemento si lasciano plasmare, quasi fluidi, in linee che non vogliono farsi influenzare dallo scorrere del tempo.

Ingresso IUAV (Sestiere di Santa Croce – Tolentini): Qui Scarpa si supera, osa, dialoga. Questo spazio è un invito a guardare e passare e viceversa. Una volta varcata la soglia, giunge ulteriore stupore. Nella tradizione i portali si attraversano, qui invece diviene uno spazio estetico orizzontale: Scarpa lo affranca dalla sua funzione e lo esalta, fermandone il tempo e alterandone la posizione spaziale. Dove il cemento armato disegna prospettive, quel portale trova riposo e diventa eterno nella sua sospensione.

Ingresso facoltá di Lettere (Sestiere di Dorsoduro – San Sebastiano): qui Scarpa ripete le sue gesta, valorizzando con raffinata semplicità la facciata. Disegna una cornice in marmo d’Istria che cambia la lettura del portale, staccando la pietra antica dal nuovo con tagli netti e linee geometriche. È una sorta di “quadro marmoreo” che invita alla scoperta della bussola interna in legno e vetro: un diaframma trasparente che regola la luce, toglie per un istante il respiro con la bellezza e predispone la mente al silenzio dello studio.

La marea dentro: Il Negozio Olivetti e Fondazione Querini Stampalia

Negozio Olivetti (Piazza San Marco): Qui il marmo e la tecnologia meccanica delle macchine da scrivere e calcolatrici Olivetti, concettualmente elementi freddi e distaccati, si riscaldano. Lo fanno in perfetta armonia tra pavimenti mosaico e elementi marmorei sospesi nello spazio e nel tempo. Il legno caldo si fa accento nei dettagli e, la boutique si fa palcoscenico del prodotto e dell’esperienza che essa stessa rende tangibile.

Fondazione Querini Stampalia (Castello): Qui Scarpa sintetizza il dizionario del linguaggio lagunare e della coesistenza degli elementi in un dialogo supremo. Si tratta di un capolavoro in cui paratie permeabili intentanto dialoghi attraverso l’acqua che entra nel piano terra, scorre nei canali interni di cemento e pietra, pulisce ed evapora. I dettagli in ottone e cemento non combattono il fango, lo assecondano cercando di non farlo prevalere mai. Un luogo in cui architettura ed arte si fanno unisono e raccontano come Venezia potesse rendersi tradizionale e cosmopolita senza cambiare il suo vestito. Ogni vetrata, ogni ringhiera e cancello non si fanno limite, si traducono in portali e, come i segreti sussurrati, i cortili interni esplodono di giardini inaspettati.

La genialità: Il fascino non nasce in maniera esplosiva, ci colpisce con la discrezione delle linee nette, delle ombre dosate e della capacità di far parlare tra di loro elementi eterogenei: acqua, natura, cemento, metallo ed altri elementi. La marea non diventa un pericolo, ma un ulteriore elemento di suspense, un dialogo ininterrotto tra la città, le sue sfide e la sua eterna arguzia. L’architettura di Scarpa si fa liquida per permeare nei segreti della laguna.

Il marmo e il pianto: Il Monumento alla Partigiana

Un’esplosione nel silenzio: Lungo la riva dei Sette Martiri vi imbatterete in una scultura in bronzo di una donna distesa, quasi adagiata a galleggiare o riposare a seconda della marea sul pelo dell’acqua. Si trova sopra un basamento di cassoni in cemento. A seconda della marea appunto, la Partigiana viene sommersa, scompare per poi riaffiorare, come se la laguna stessa la cullasse o cercasse di nasconderla dal tempo per non farci scordare del suo sacrificio. Il cemento qui si fa custode della memoria e del dolore che l’acqua, grazie a quest’opera, non potrà mai cancellare.

Per concludere: La lezione di Scarpa alla Venezia di oggi

Viviamo in un’epoca di barriere: abbiamo il MOSE, l’isolamento sociale, la città che si fa fortino col ticket d’accesso, ma rimane espugnabile. In questo contesto la lezione di Carlo Scarpa resta rivoluzionaria e lapalissiana: Venezia forse si può salvare solo assecondando la sua natura anfibia, generando equilibrio in ciò che la tormenta.

Fosse ancora in vita lo immagino con un taccuino in mano e gli stivali a sfidare l’acqua alta, tracciando nuovi dialoghi sulle eccezionali frequenze e intensità di questi anni. Forse dal suo lapis nascerebbe finalmente una pietra in grado di nuotare.

La prossima volta che visiterete Venezia cercate la sua firma invisibile, quel suo tratto identitario. Quel dettaglio che vi farà esclamare: lo ha pensato Lui!

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Archivio Progetti IUAV — Fondo Carlo Scarpa (per i disegni e le soluzioni dell’Ingresso dei Tolentini e della facoltà di San Sebastiano).
  • Fondazione Querini Stampalia — Archivio storico e rilievi del restauro del Piano Terreno e Giardino di Carlo Scarpa.
  • FAI (Fondo Ambiente Italiano) — Documentazione e schede storiche del Negozio Olivetti di Piazza San Marco.
  • Archivio Storico della Biennale di Venezia (ASAC) — Progetti e modelli per la Biglietteria e il Padiglione del Libro ai Giardini.
caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

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I Segreti di Venezia: la logistica invisibile, tra facchini, corrieri e carrelli a mano

Come una città senza ruote ha imparato, da secoli, a far viaggiare ogni cosa?

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio tra le affascinanti curiositá della città lagunare. Oggi il segreto non è un luogo, da qualche tempo ho teso un filo conduttore alternativo, in questo caso facendo palesare nella mia cronaca un movimento continuo che attraversa la città ogni giorno, dall’alba fino a sera, e che quasi nessuno considera come merita: la logistica di Venezia, l’arte antichissima e tutt’ora viva di far viaggiare una merce da un imbarcadero a una corte nascosta, magari in una calle dove non esistono, e non sono mai esistite, prospettive e soluzioni comuni al resto del pianeta.

logistica

I bastasi: quando il facchino era un mestiere ereditario

Per capire quanto sia radicata questa vocazione bisogna tornare indietro di secoli, fino alla Repubblica Serenissima, quando il trasporto delle merci non era un servizio qualunque, ma un’arte regolata da corporazioni rigidissime. I facchini, chiamati a Venezia “bastasi” (deriva dal greco bastàzo = sollevare/trasportare e indicava anticamente il facchino), erano organizzati in vere e proprie confraternite con sede propria, patrono proprio, regole di ammissione ferree. I bastasi della Dogana da Mar, per esempio, avevano sede a San Giacomo di Rialto, proprio nel cuore commerciale della città — ma la cosa più sorprendente è un’altra: per un antico privilegio, potevano esercitare quel mestiere solo i nativi di tre villaggi della Val Brembana, in provincia di Bergamo — Zogno, Dossena e Sorisole.

Pensateci un istante: per secoli, il trasporto materiale delle merci più preziose della Serenissima — spezie, tessuti, oro — è passato quasi esclusivamente per le spalle di uomini che venivano da tre paesi di montagna, a centinaia di chilometri dalla laguna. Una filiera lavorativa che si tramandava di padre in figlio, quasi una casta lavorativa legata a doppio filo con una geografia lontanissima da quella veneziana. Anche il Fondaco dei Tedeschi, il centro del commercio con i mercanti di lingua tedesca, aveva i propri bastasi dedicati, con sede nella Chiesa di San Bortolomio: un’intera economia costruita su corporazioni di trasportatori specializzati, ciascuna legata a un magazzino, a una merce, a un patrono.

Una città che non ha mai avuto bisogno dei camion… ma dei burci!

Quello che i bastasi hanno insegnato a Venezia, senza saperlo, è un principio che la città non ha mai più abbandonato: qui, ogni oggetto che si sposta lo fa sulle spalle di qualcuno, su un carrello a mano, o su una barca. Non esiste altra via. Ed è un principio che vale oggi esattamente come cinque secoli fa, con l’unica differenza che al posto delle spezie viaggiano i pacchi di Amazon, i bagagli di turisti, le casse di verdura per i banchi di Rialto o per le botteghe cittadine sparse per i sestieri.

Chi cammina per le calli nelle prime ore del mattino, quando la città si sveglia e l’aria è ancora fresca di laguna, incrocia continuamente questo movimento silenzioso. Sono i carrelli a mano dei corrieri. Affrontano la pietra, ponte dopo ponte, con un ritmo che sembra una danza di pura resistenza: sollevare, spingere, superare il dislivello, ripartire. Un anacronismo totale che resiste al tempo. Ogni consegna a domicilio, ogni cassa di bevande per un bar, ogni scatolone destinato a un negozio, deve fare i conti con la stessa variabile che nessun altro corriere al mondo deve affrontare: dove attracco con la barca? Quante calli dovrò attraversare? Quanti ponti ci sono tra il punto di carico e la destinazione e quanti gradini per ognuno di essi?

I bagagli dei turisti: un’industria a parte

C’è poi un capitolo di questa logistica che riguarda direttamente milioni di visitatori ogni anno, e che pochi si fermano a considerare: il trasporto bagagli. Chi arriva a Venezia da Piazzale Roma, dal Tronchetto, dalla stazione di Santa Lucia o dall’aeroporto, spesso si scontra per la prima volta con la vera natura della città — nessun taxi può raggiungere la porta dell’hotel, nessun bagagliaio su ruote può accompagnarvi fino in camera.

Da qui è nata, già a partire dal secondo dopoguerra, una vera e propria industria dedicata: cooperative specializzate nel trasporto bagagli, attive ininterrottamente dal 1947, che ogni giorno smistano valigie dai terminal della città verso alberghi del centro storico, del Lido, delle isole. Un servizio che collabora da decenni con le agenzie di viaggio internazionali, proprio perché organizzare comitive di turisti a Venezia significa, prima di ogni altra cosa, risolvere il problema più elementare: dove va a finire il bagaglio, se il pullman non può arrivare oltre Piazzale Roma?

Per concludere:

C’è qualcosa di profondamente veneziano in questo lavoro che quasi nessuno fotografa: il corriere che solleva il carrello sul primo gradino di un ponte, lo tiene in equilibrio con il ginocchio, lo fa scivolare fino in cima e poi lo lascia scendere dall’altra parte, controllandone la velocità con il solo peso del corpo. È un gesto che si ripete identico da Cannaregio a Castello, da Dorsoduro a San Polo, centinaia di volte al giorno, ed è probabilmente uno dei mestieri più fisicamente esigenti che la città custodisca ancora — eppure quasi invisibile, dato per scontato, esattamente come lo erano un tempo i bastasi che arrivavano dalla Val Brembana per issare sulle spalle le casse della Serenissima.

La prossima volta che sentirete il rumore metallico di un carrello che rimbalza sui gradini di un ponte o la voce che, possente, chiede permesso o di fare attenzione, fermatevi un istante a guardare chi lo spinge. State assistendo a un mestiere che a Venezia non ha mai smesso di esistere: solo gli oggetti trasportati sono cambiati, non la fatica, non l’ingegno, non la necessità di inventarsi ogni giorno un modo per far viaggiare qualcosa in una città che ha scelto, fin dall’inizio, di fare a meno delle ruote e di far sudare chi la abita e chi vi trova lavoro.

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane — Ovvero: Origine delle denominazioni stradali di Venezia, 1863.
  • Archivio Storico della Repubblica di Venezia (Scuole d’Arte e Mestieri: Bastasi).
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