Anamonè e la bilancia del Natale – Giugno 2026: l’amore non è un calcolo

Giugno 2026
l’amore non è un calcolo

Amelia ed Elio, solitari nella calle

Venezia, sul finire della primavera, regala cieli notturni capaci di liberare l’energia di una stagione in cui vele, profumi e convivialità esplodono letteralmente tra le calli. Eppure, nonostante le promesse appese al cielo dell’estate ventura, un gelo innaturale attraversa ogni campiello: la laguna sembra cristallizzarsi, immobile, al ritmo di un evento che nessuno pare in grado di controllare o, forse, persino di percepire. Dal fondo di un pozzo, quello vicino alla statua di Bartolomeo Colleoni in Campo Santi Giovanni e Paolo, forse anche Artemisia, da casa sua, potrebbe percepire la risata sogghignante di Anamonè. Il fondo lucido, come uno specchio di vetro, le pareti interne gelate e lei, a fissare gli astri dal basso, sicura, impavida, certa che gli eventi le avrebbero dato, infine, ragione dato com’era iniziata la sua opera. Pietro e Margherita non erano molto distanti, né dalla casa di Artemisia, né da quel pozzo. Stavano brindando, ebbri di felicità, al loro successo, anche se lei in cuor suo sapeva che la loro invenzione, figlia della genialità dell’amico Luca rimasto a Roma, gettava un seme di anestesia verso il comune modo di intendere i sentimenti. La coppia aveva infatti presentato quel pomeriggio in aula magna a Ca’ Foscari i risultati dell’incredibile sviluppo di un software che, attraverso un mix di statistica, intelligenza artificiale e dati personali creava delle opportunità statisticamente senza precedenti di scoprire persone davvero affini. Un po’ come se la freccia di cupido fosse diventata la punta del cursore del mouse o, peggio, il dito con cui si interagisce con i display touch dei cellulari. Margherita: “Ma secondo te Pietro, senza quelle interazioni, senza quel sistema, il destino ci avrebbe fatto legare?” e lui: “Non posseggo una risposta ad una domanda tanto semplice, quanto complessa, ma perché farcene un cruccio quando siamo qui, ora, a Venezia, sotto un cielo fantastico?” lei rise, ma in cuor suo continuava a porsi quella domanda, in un loop che, nel darle gioia vedendolo vicino a lei, al contempo la tormentava a livello ideologico. Dal fondo del caffè americano di lei Anamonè ascoltava, percepiva, gioiva, perché senza volerlo quei due avevano dato il la al suo potenziale trionfo. Poco distante, l’ombra di Amelia aveva tagliato quel campiello a passo lento, sfiorando i tavolini del bar senza che i due amanti la notassero. Nel silenzio della notte, il suo transito all’indietro riavvolgeva i fili invisibili della giornata, ricalpestando le stesse pietre su cui, poche ore prima, si era consumato il loro trionfo. Il crepuscolo aveva rinfrescato le calli, ma, proprio in una di quelle limitrofe all’aula magna vi era un’anima vagabonda e senza pace, quella di una ragazzina che, ascoltando di nascosto la conferenza di Pietro e Margherita, aveva trovato un impulso psicologico violento che rafforzava le idee del mondo che si era fatta ed aveva interiorizzato negli ultimi mesi, fin da quel 25 dicembre in cui una parte di lei sembrava essere stata rapita dentro sé stessa. Un lato oscuro che giaceva nascosto nell’ombra e che, al contrario, pareva aver donato al suo gemello Nico una luce diversa. Da quel giorno, le faceva compagnia appeso al collo quel ciondolo nero fatto a cuore spezzato che, nei momenti più cupi, lei cercava con le dita, spasmodicamente, carezzandolo per trovare conforto, forse anche risposte. Talvolta, stringendo quella pietra tra le mani, le pareva di sentire una voce guida, quella di un folletto delle ceneri, un tale Grintolo. Un’entità che da tempo immemore si narra abiti in quel di Malamocco e che, se interpellata sul suo ruolo sovente pare risponda così: “ambisco ad ogni cosa, se poi detiene del potere, ancor di più”. Era stata quella voce, o forse il peso asfissiante di quel pomeriggio, a spingerla a muoversi. Cucendo insieme le ore con la sua camminata solitaria, Amelia era sgattaiolata fuori dalle ombre dell’università mentre l’eco del successo risuonava ancora sotto le volte gotiche. Una marea scrosciante di applausi, di brindisi, di congratulazioni. Così come le voci che in coro, da destra e da manca, li invitavano a porre per un istante lo sguardo in questa, oppure quella o l’altra direzione. Pietro e Margherita erano frastornati dall’entusiasmo che li stava avvolgendo con le sue fitte spire, portando anche a Venezia il successo già incassato a Roma con il loro ‘Algoritmo dell’Amore’. Sullo schermo dell’aula magna di Ca’ Foscari, le slide scorrevano con una pulizia geometrica spietata, proiettando grafici e stringhe di codice che pretendevano di poter addomesticare l’imprevedibile. Pietro e Margherita avevano appena dimostrato, cifre alla mano, che un algoritmo può calcolare le affinità umane, eliminando nei rapporti il rischio del rifiuto, del caos e del dolore. Potevano anestetizzare il dolore, renderlo dormiente, letargico, inutile. Per la platea era il miracolo della modernità: la promessa di un’esistenza senza più il brivido del vuoto nello stomaco, senza l’umiliazione di un “no”, senza lo strazio di un addio improvviso. Ma proprio in quel momento di esaltazione collettiva, mentre l’applauso scoppiava fragoroso e unanime tra le pareti storiche dell’università, Anamonè aveva riconosciuto in quella perfezione artificiale la versione umana del suo Rigore, la prova che il cuore stava perdendo contro la mente. Non c’era bisogno di incantesimi antichi quando gli uomini creavano da soli le proprie gabbie e mura dentro cui recludersi. Usando l’entusiasmo cieco della folla come un ponte esoterico, il Giudice non aveva violato i computer, né alterato i server del software; si era semplicemente nutrito della rinuncia volontaria degli uomini al proprio libero arbitrio. Più la gente si convinceva che affidarsi a un algoritmo fosse la via più sicura per non soffrire, più quel ghiaccio invisibile si estendeva fuori dall’aula, iniziando a pietrificare i comportamenti dei veneziani. Nelle calli, i primi sguardi complici tra sconosciuti si spegnevano sul nascere, sostituiti dal riflesso dei display touch; coppie si mandavano messaggi su whatsapp anziché parlarsi, stando schiena contro schiena, i passi perdevano la loro anarchica spontaneità, piegandosi alla traiettoria rassicurante e asettica di un calcolo che aveva già deciso la loro felicità. Ma ogni cammino a ritroso deve pur trovare il suo inizio, il punto esatto in cui l’ago ha forato per la prima volta la tela del giorno. Ore prima, quando la luce del mattino faticava ancora a farsi largo tra le tende di Castello, quasi anche il sole dovesse stiracchiarsi appena desto, il silenzio della casa era già stato violato da un brivido sottile. Artemisia aveva allungato le dita sulla superficie levigata della mappa tattile della laguna, giusto per un controllo, ma il calore del legno era svanito sotto i suoi polpastrelli, sostituito da una consistenza rigida, metallica, glaciale. Percepire la bilancia crollata improvvisamente nel versante negativo era stato un colpo al petto: un peso freddo, asettico e privo di sfaccettature umane aveva azzerato, in pochi istanti, quel millimetro di speranza che fino a poco prima era faticosamente fiorito tra le calli. Accanto a lei, Elio aveva sollevato la testa di scatto; avvertendo la prima scossa invisibile e matematica di quel codice che da Roma stava per invadere la laguna e forse, da lì, il mondo. Il gatto aveva soffiato inquieto verso le finestre spalancate, come a voler scacciare la nebbia geometrica che si preparava a inghiottire Venezia. Ma la città, fuori, stava già uscendo di casa, pronta a consegnarsi al calcolo. Proprio in quel momento Amelia faceva capolino lungo la calle Luigi Torelli, fermandosi davanti alle finestre di Artemisia trovandosi ad osservare ed essere a sua volta scrutata da Elio, affacciato sul balcone. Nelle orecchie aveva le cuffie che suonavano le note di Nothing Else Matters dei Metallica: una melodia che, traducendosi letteralmente in ‘nient’altro importa’, era ormai diventata il suo manifesto personale.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Maggio 2026 – Quel millimetro di speranza

Maggio 2026
Quel millimetro di speranza

Erano giorni che le mani di Artemisia, ogni volta che passava di lì, toccavano quel preciso punto della mappa tattile della laguna. La bilancia, impressa sulla tela, si era mossa verso la luce, pendeva emanando speranza, ma il percorso verso l’epilogo era ben lungi dall’essere definito. Così fu anche quella mattina in cui il profumo di maggio permeava attraverso i balconi socchiusi. Nonostante la sua condizione infatti Artemisia spalancava i balconi tutte le mattine, sia per non influenzare il ritmo circadiano di Elio, che per avere una routine definita ogni giorno. Ripassò vicino alla mappa, un’ultima volta prima di uscire, la bilancia era sempre posizionata lì. Prese il marsupio a tracolla, vi infilò Elio che miagolò felice, quasi ad esaltarsi per la nuova gita. Lei era pervasa da un’urgenza silenziosa che arrivava quasi a premere nel petto. Doveva raggiungere Luca, dirgli che forse in questa folle danza del destino un fiammifero, una flebile luce, si era accesa nella notte circostante. Uscì dunque nella luce di maggio, lo capì dal calore che si sprigionò istantaneamente dalle sue gote e da quello assorbito dalla sua chioma corvina. I suoi passi toccavano con precisione il selciato di Castello, ma percepì un’anomalia. Tutt’intorno infatti quel via vai infinito di valigie, carrelli, schiamazzi, persone non era totalmente fatto di sostanza. Percepiva sottopelle che un’ampia parte d’essi si faceva vuoto, in grado di riempire ogni cosa. Una grande e minacciosa onda d’urto rumorosa, composta da trolley che parevano gareggiare sulla pista cittadina, coprendo la voce ed il respiro millenario delle calli. Un vuoto spirituale che ad ogni passo affonda le tradizioni alla stregua di istantanee da cartolina, rendendole scevre del valore umano che, di padre in figlio, avevano rappresentato per secoli. Sorrise amaramente, puntando il volto verso il marsupio, sussurrando: “Elio, caro Elio, capisci perchè il mondo sta perdendo il diritto ai miracoli?”. Non fece in tempo a finire la frase che qualcuno la urtò sulla spalla e la colpì ad una gamba, forse con un trolley, urlando: “Ma spostati!”. Lei mantenne con la medesima fatica equilibrio e calma, riuscendo però in entrambe le cose. Elio soffiò, arrabbiatissimo, ma le mani di Artemisia sapevano come calmarlo con le giuste carezze. Lei non è il tipo di persona che si perde d’animo, continuò a camminare, schivando con i sensi come suo solito il turbinio che maggio portava in dote in seno alla città. Sembrava talvolta che i leoni di marmo soffrissero di asma, per fortuna avevano vinto sfide ben peggiori di questa invasione disarmata. Nel giro di qualche minuto l’aria si era fatta leggermente più salmastra, era arrivata alle Fondamente Nuove, il tratto di Venezia che guarda verso Murano e all’isola di San Michele, il cimitero di Venezia. Mosse quache passo, superando il Ponte dei Mendicanti, verso le fermate dei vaporetti ACTV. Sapeva bene a che imbarcadero andare, Matteo delle Maree sostava lì di solito in quel giorno della settimana per offrire i suoi servigi. Artemisia peró si fermò di colpo, isolandosi dai rumori della laguna per ascoltare ció che la circondava. Poco distanti, due anime giovani si muovevano, legate e distanti, come fossero un ossimoro perfetto: lui procedeva a balzi leggeri, spettinato dal vento e con la giacca aperta per catturare i riflessi del sole, mentre Amelia rasentava i muri in silenzio, ordinata nelle sue trecce scure, stringendo tra le mani qualcosa che portava al collo e godendo di tutta la penombra proiettata giù dagli edifici lungo la fondamenta. Artemisia non poteva vederli, ma qualcosa le bisbigliava segreti incomprensibili all’orecchio più acuto, quello della sua anima. Percepiva un sussurro che si faceva frastuono dentro di lei: proveniva dalla ragazzina, che sotto le mani nascondeva un oggetto dall’aura potentissima, un magnetismo oscuro capace di risuonare solo con sensibilità come la sua. Il tempo parve rallentare e, di colpo, la memoria della sua anima compì un balzo all’indietro. Capì che una parte di quell’energia non le era nuova, l’aveva già sfiorata mesi prima; in particolare quella del ragazzino, in cui riconobbe il nucleo di una delle voci che, cantando a bocca chiusa nell’oscurità della Serra, aveva fatto tremare il sottomondo e sconfitto Krampus. Il pensiero emerso in Artemisia, questo filo rosso del destino, si era fatto bolla di sapone; cresceva al ritmo del respiro, avvolgendo tutto, tutti, ogni cosa. Poi, esplose. “Artemisia!” Una voce familiare la fece uscire di colpo da quella bolla: era Matteo delle Maree, che l’aveva intravista mentre si avvicinava. Lei rispose prontamente: “Matteo, che piacere sentire la tua voce! Sei impegnato?”. “No, ma anche lo fossi stato, per te una soluzione l’avrei trovata e, come sempre, offre la ditta!”, replicò lui. Artemisia sorrise. I commercianti e gli imprenditori veneziani sanno sempre essere generosi con le donne, ma il sospetto era che la smodata generosità di Matteo godesse di ambizioni superiori — romantiche, per carità — che in quel momento non erano affatto di suo interesse. “Devo andare a San Francesco del Deserto”, disse lei, salendo sul pontile. “A questo punto il tuo libretto del credito cresce in numero di pagine, ma intanto tieni”. Frugò nella bisaccia e ne estrasse una confezione di zaeti all’uvetta: “Questi sono per te, non posso fare a meno di ricompensare la tua disponibilità”. Lui arrossì; lei lo poté capire solo dal tono della sua voce, improvvisamente meno cristallina. Matteo accettò il dono e poi, quasi a voler approfittare di quel momento, chiese: “Ma, già che ci siamo… domani dovrei andare a recuperare delle persone all’aeroporto Marco Polo per portarle a Venezia. Accetto il servizio o è meglio declinare?”. Artemisia si fece seria. Cominciò a fare dei grattini sul pancino di Elio, che rispose con fusa pigre, senza particolare foga. “Domani ci saranno temporali”, rispose lei, sollevando il mento verso il vento. “Quando Elio non apprezza le carezze, significa che in mezza giornata il quadro del clima cambierà drasticamente”. Matteo la aiutò a salire a bordo e la ringraziò, slegando le cime: “Allora ci mando il mio socio. A lui l’acqua piace anche dall’alto”. Rise grossolanamente, e risero entrambi mentre il motore della barca prendeva giri, lasciandosi le Fondamente Nuove alle spalle. Sembrò quasi che il viaggio, di circa quaranta minuti, fosse durato il tempo di smettere di ridere. Matteo aiutò Artemisia nella discesa, Elio miagolò felice, il profumo di quell’isola infatti gli ricordava Luca. Lui le disse: “Ti aspetto?” e lei “Non ancora” arrossì capendo il lapsus e aggiunse “Non serve, poi ritorno con Luca” sorridendo. Lei mosse qualche passo lungo il pontile dell’isola, per la prima volta Elio saltò frettolosamente fuori dal marsupio, corse verso la cavana, come a scappare veloce, e saltò a bordo della barca di Luca che, fortunatamente, era ormeggiata lì. Quello che stiamo vivendo è il medesimo istante in cui in un inusitato altrove Santa addentava la carota portata da Patty. In fondo non esiste luogo più nascosto di ciò che ci appare come la superficie su cui si allungano le ombre dei nostri passi. Artemisia uscì dal pontile, mosse i primi passi lungo il selciato, d’un tratto un capogiro e un brivido, lei fece un sospiro e proseguì. Luca fece capolino, salvò Elio infilandolo in una apposita tasca che aveva ricavato sul suo saio e, accolta Artemisia, la invitò ad incamminarsi lungo i filari di cipressi per discutere d’ogni questione. Patty guardò in giù, proiettando occhi, naso e baffi verso il pavimento che ora pareva d’acqua composto. Fu in quel momento Anamonè fece capolino e posò il suo passo concentricamente a quello di Artemisia. Poi il secondo, il terzo, tutti. Le gote di Santa si erano roseggiate, Anamonè sogghignò, convinta che le sfumature non fossero colori e, dunque, segnali di presagi a lei negativi. Di contro, Artemisia, sente il suo passo farsi liquido, profondo, lento. Avvertiva che una gravità opposta la usava come tramite e, al contempo, la soppesava. Anamonè non era mai stata così vicina ad alcuno, Artemisia la poteva vedere con la mente, sentire col cuore, ogni senso era travolto. Tre parole le attraversarono la mente: “Santa, bilancia, giudizio”. Luca la fissava da un minuto esterrefatto dall’improvvisa catatonicità, ma udite quelle parole sussurrate, capì che qualcosa fosse accaduto. Artemisia tornò in sé, Luca le propose di andare a trovare Alfredo e continuare il dialogo in barca, al sicuro. Lei annuì. Il motore del Moro manteneva un ritmo costante mentre l’isola di San Francesco sbiadiva alle loro spalle. Artemisia, con i capelli mossi dal vento della laguna aperta, ruppe il silenzio: “Quei passi mi hanno fatto percepire la soglia di due mondi sotto i piedi, ma c’è un’anomalia. La bilancia sulla mappa ha oscillato a causa di qualcosa accaduto di recente, poi oggi alle Fondamente Nuove ho incrociato due fratelli. Uno dei due emanava la stessa frequenza dei bambini che cantavano con le candele in mano”. Luca strinse il timone, lo sguardo fisso sulle bricole: “Allora il millimetro di speranza non è un’illusione. Il quadro sta cambiando più velocemente del previsto, forse siamo un millimetro più vicini o ad un millimetro di distanza da Santa”. Sul fondo della barca, Elio non trovava pace. Non cercava i grattini, ma continuava a grattare con le unghie il legno dello scafo, lo sguardo puntato verso il basso, oltre la chiglia. “Guardalo”, sussurrò Artemisia, stringendosi la bisaccia al fianco. “Non ha mai fatto così. Sente l’acqua sdoppiarsi sotto di noi, come se stessimo navigando sul soffitto di un’altra Venezia, ma è impossibile”. Luca diede un’occhiata al gatto, poi di nuovo alla ragazza: “Gli animali non mentono mai, Artemisia. Pensa alla fuga di Krampus, qualcosa di misterioso si snoda sotto la superficie di ciò che possiamo comprendere”. Giunsero presso la casa di Alfredo a Malamocco, stavolta profumava di salmastro, olio di gomito e metallo vecchio. Li accolse con la moka già sul fuoco e quel modo di fare ruvido di chi passa più tempo a parlare con gli ingranaggi che con i cristiani. Mentre versava il caffè in tre tazzine sbeccate, l’artigiano si pulì le mani su uno straccio e indicò il banco da lavoro, dove una vecchia Lanterna poggiava mezza smontata. “Luca, Artemisia… dovete sapere una cosa. È successo poco prima che arrivaste, mentre finivo di sigillare il secondo occhiello”, disse Alfredo, la voce insolitamente bassa. “Ho toccato il vetro. Era freddo di officina, eppure ho sentito un brivido caldo venir fuori dal metallo, un calore strano… e poi un sentore nell’aria, fin su nelle narici, sapeva di carota e di neve, giuro su Dio. E per un istante, contro il muro, la luce ha proiettato, come ombra cinese la sagoma di una ragazzina, forse con le trecce. È sparita in un soffio, ma è come se quel vetro avesse fatto da messa a terra per qualcosa che sta da un’altra parte. Mi faccio vedere da uno bravo che dite?” Luca ascoltava affascinato, carezzandosi il mento, rapito dal racconto. Artemisia, invece, rimase in silenzio. Il cuore le aveva accelerato il battito sotto la camicia. Dentro di sé, riconobbe immediatamente la natura di quel fenomeno: era la stessa identica dinamica legata al calore e agli ingredienti della luce che un tempo univa Rudolf e Santa Claus, ma soprattutto vi era l’eco di quella ragazzina che camminava raso muro che si era riverberata fin lì, la prova che la spinta del mondo invisibile stava iniziando a squarciare il velo della realtà. Non disse nulla. Per proteggere quella sensazione immensa, scelse il silenzio, ma cercò gli occhi di Luca. Gli lanciò uno sguardo complice, un’intesa muta che valeva più di mille parole: un millimetro di speranza che misurava chilometri. Il sole di maggio stava tramontando alle Fondamente Nuove quando Artemisia scese dalla barca di Luca, con Elio stretto nella bisaccia. Fu subito avvicinata da Pietro e Margherita, due sconosciuti che si erano presentati come studenti di informatica arrivati da Roma: “Ti abbiamo vista stamattina vicino alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo”, le dissero, accennando alla valigiata subita. “Ti abbiamo riconosciuta e volevamo sapere se stai bene, ci siamo vergognati noi al posto di quel turista”. Artemisia ringraziò, confortando i due gentili ragazzi con un sorriso pulito. Loro risposero dicendole che, dato che per un periodo per motivi di studio universitario sarebbero stati in città e avevano l’alloggio a dieci metri dal suo, se avesse avuto bisogno li avrebbe trovati lì. Artemisia ringraziò ed ebbe l’ennesimo brivido gelato; Luca le prese il braccio per darle equilibrio mentre i movimenti dei due ragazzi, nel congedarsi, si facevano improvvisamente distanti, quasi rigidi. Quello che nessuno colse, tranne Elio che soffiò verso il selciato, è che da una pozzanghera, dal basso, qualcuno controllava ogni cosa. Krampus? No, affatto. Era la sagoma di Anamonè: una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Il mondo infatti cominciava ad irrigidirsi sotto il suo sguardo vitreo, e il Natale che tanti avevano strenuamente difeso, rischiava di diventare, definitivamente, superfluo.

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I Segreti di Venezia: Torcello e il leggendario trono di Attila

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. La settimana scorsa abbiamo camminato insieme per la centesima volta: come dicevo, forse in futuro questa “serie positiva” potrebbe interrompersi, ma non il progetto nella sua complessità. Ho sempre avuto un rapporto trasparente con voi, sin dal primissimo articolo, e vi confesso dunque che l’eventuale dilatazione delle uscite su questo segmento porterà a nuovi orizzonti, magari in città diverse. Ora basta anticipazioni: tempo al tempo. Proseguiamo il nostro viaggio con una delle isole più affascinanti e, insieme a Burano, tra le più isolate dalle acque che la abbracciano in tutta la laguna. Benvenuti a Torcello, l’isola del Trono Leggendario, dove si narra che Attila stesso avrebbe trovato riposo tra le sue acque silenziose, lasciando un segreto custodito da secoli.

Verso Torcello: tra Burano e la laguna

Il viaggio può iniziare da Venezia, partendo dalle Fondamente Nove, ma basta un battello per sentirsi già altrove. Attraversando la laguna la natura si rivelerà nella sua interezza, tra acque e barene. A pochi minuti da Burano, l’isola di Torcello si svela lentamente, e la fermata ACTV in legno, unica nel suo genere, funge da preambolo a un mondo sospeso nel tempo, diverso da ogni altro approdo della laguna. Per raggiungerla si può prendere la Linea 12, che attraversa Murano e Mazzorbo fino a Burano e prosegue fino a Treporti, offrendo un percorso panoramico tra le isole della laguna: la fermata a Torcello è su richiesta, il diretto vale per poche corse al giorno, e va prenotata almeno 20 minuti prima a questo numero 800845065. Le corse principali coprono le fasce mattina, pomeriggio e sera. Chi parte invece da Burano può usare la Linea 9, collegando le due isole in pochi minuti con corse frequenti. Per tutti gli orari aggiornati e le modalità di prenotazione, consultate il sito ufficiale ACTV.

Il silenzio dei canali e il Ponte del Diavolo

Un ricordo preciso ed intenso della mia prima visita a Venezia durante la pandemia di Covid-19 nel maggio del 2020 è l’estremo silenzio, anche a Piazza San Marco o Rialto (se vuoi saperne di più clicca qui), che aveva avvolto una città dove silenzi e paesaggi normalmente non vanno di pari passo. Perché ve ne parlo? Perché, pur con motivazioni diverse, quello stesso silenzio, profondo e ininterrotto se non per il vociare dei gabbiani o il cicaleccio degli insetti, l’ho rivissuto una volta giunto a Torcello.

La strada si apre innanzi lastricata di mattoni a spina di pesce tipici della Venezia più antica, parendo quasi disegnata dal canale che scorre alla sua destra, e non viceversa. Dopo circa 300 metri compare lui, un ponte affascinante e poetico, privo di parapetti come il Ponte Chiodo di Cannaregio: il Ponte del Diavolo. Il suo nome, avvolto nel mistero, è al centro di numerose leggende: alcuni sostengono che derivi dal cognome di una famiglia veneziana, altri lo collegano a un antico racconto. Si dice che, durante il periodo della dominazione austriaca a Venezia, una giovane innamorata di un ufficiale fu sopraffatta dal dolore dopo la sua tragica scomparsa, probabilmente per mano della propria famiglia. Disperata, si rivolse a una maga, che la convocò sul ponte, lontano da occhi indiscreti. La maga invocò il diavolo per riportare in vita il giovane, in cambio della promessa delle anime di sette bambini. Poco dopo, tuttavia, la strega trovò la morte in un incendio e non poté rispettare l’accordo. Ancora oggi, la leggenda racconta che, ogni 24 dicembre, il diavolo si manifesti sul ponte sotto forma di un grande gatto nero, venendo simbolicamente a reclamare quanto gli era stato promesso.

Chiese, case ed edere: il cuore antico di Torcello

Al centro di Torcello, tra silenzi e canali sospesi nel tempo, si ergono due chiese, quasi siamesi, unite da un porticato che le abbraccia frontalmente, e che raccontano l’anima dell’isola. La basilica di Santa Maria Assunta domina la piazza con la sua imponenza antica e la bellezza semplice della pianta basilicale, mentre accanto, quasi in un dialogo silenzioso, la chiesa di Santa Fosca, circolare e raccolta, svela armonie veneto-bizantine e decori pieni di storia. Intorno, tra le rade case, le edere rampicanti e gli angoli verdi, emergono la canonica, la fonte battesimale e i resti dell’antico battistero, mentre il Museo di Torcello racconta tempi passati e culture intrecciate. Passeggiando qui, ogni passo sembra sospeso tra fede e mito, storia e leggenda, in una luce che sembra ferma nella laguna.

Il Trono di Attila: leggenda e mistero

Ed eccoci al Trono di Attila: questo manufatto conserva secoli di storia, leggende e misteri: viene fatto risalire al V secolo, periodo di fondazione di Torcello, rappresentava il il seggio del governatore dell’isola, il magister militum e, deludendovi, vi confesso che “il Flagello di Dio” – Attila, in realtà non vi si sedette mai. Le voci popolari però corroborano un’altra leggenda, cioè che chi si sieda su questo trono possa trovare fortuna e fertilità.

Edoardo L’autore, visibile come mai, sul trono di Attila tra leggende e dicerie, 
in attesa di una fortuna che, di fatto, vive solo nei miti.
L’autore, visibile e regale come mai, sul trono di Attila tra leggende e dicerie,
in attesa di una fortuna che, di fatto, vive solo nei miti.

Intorno, la Basilica di Santa Maria Assunta e la raccolta Santa Fosca, unite da un porticato e circondate da edere e case rade, raccontano l’arte bizantina e veneto-bizantina. Tra resti del battistero, fonte e Museo di Torcello, ogni passo sembra sospeso tra mito e storia, in una luce che ferma il tempo nella laguna.

Torcello oggi: un’isola sospesa nel tempo e da rispettare

Visitare Torcello significa immergersi in un luogo sospeso nel tempo, dove ogni passo invita alla calma e alla contemplazione. Rispettare l’isola e la sua natura, le sue storie e chi la abita vuol dire ridurre il nostro impatto, valorizzare la sua unicità e scegliersi di muoversi con attenzione, cogliendo dettagli che sfuggono a chi corre e facendo sì che nemmeno l’ombra che proietteremo possa danneggiarla. Scegliere un turismo consapevole significa privilegiare percorsi sostenibili, muoversi lentamente, sostenere le attività locali: così ogni visitatore diventa custode attivo di Torcello, di Venezia, dell’Italia tutta, contribuendo a preservarne la bellezza e a mantenerne intatta la magia.

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Per concludere

Siete pronti a viaggiare nel tempo? Perché visitare Torcello significa camminare sospesi, Tra Realtà e Sogno, in un luogo che, a ogni passo mosso, ci sussurra storie e leggende, anche solo da immaginare (come per esempio ho fatto nella tappa locale del calendario dell’avvento 2024). Ogni scorcio, ogni canale, ogni edera diventano pretesto per sospirare di bellezza. Così Torcello, come tutta la laguna, resta magica, intatta e pura, pronta a sorprendere chi sa guardare con occhi e cuore semplici.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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