Anamonè e la bilancia del Natale – Settembre 2026 – Il Rintocco della Memoria

Settembre 2026
Il Rintocco della Memoria

La bora soffiava. Insistente. Veemente. Da nord est verso sud ovest. Portava con sè i primi messaggi sussurrati dall’autunno futuro, ma le foglie stoicamente erano consapevoli che non fosse ancora giunto il loro momento. A proposito di messaggi, il vento, a chi lo sa ascoltare, stava trasmettendo nei suoi flussi una parte delle vicende passate, presenti e future. Anamonè aveva capito che alcune crepe stavano minando il suo castello di certezze, una serie di rintocchi benevolmente speranzosi lanciati dal gruppo composto da Patty, Artemisia e gli altri, le risuonavano nella memoria come una canzone stonata. Non vi diede però un grande peso, sapeva che la sua determinazione l’avrebbe premiata. L’umanitá non meritava, ma soprattutto non desiderava piu il Natale, forse neppure il bene. Ne era certa. Le tradizioni si erano trasformate tutte in pretesti commerciali anaffettivi, le persone continuavano a scegliere l’apatia piuttosto che lanciarsi verso l’esperienza dei sentimenti altrui. Alla stessa maniera non diede peso alla ricomparsa del Libro dei Frammenti di Tenebra a casa di Artemisia, un testo potente, un libro superiore e non ancora compreso appieno, che di certo aveva giá compiuto il suo compito, ma non aveva ancora assolto a tutte le sue missioni. Anamonè rise tra sé e sé e sussurrò: “una goccia non potrà mai spegnere la fiamma che porto dentro” e rise ancora grottescamente. Al contrario Artemisia coi sensi e Luca con lo sguardo si concentravano su quella pagina, sorridenti, si confrontarono sul senso ultimo di quella goccia. Le pagine apparivano spesse, dense, ruvide, di un colore simile a quello del delle assi di legno con cui si ricoprono le pareti delle baite. Luca per consultarlo scelse la strada della lanterna ad olio, forse per il sentore, forse perchè la sua luce si abbinava bene al colore delle pagine, che ne uscivano esaltate. Quel volume forse rappresentava il poco che si confrontava col vasto, il debole col potente. Forse l’unione di intenti. A prescindere da tutto, quel tomo che si mostrava come un frammento di tenebra, ma in realtà aveva acceso di riflesso una fioca luce in quella stanza. Aveva riacceso, come scintilla, protetta da una goccia, il fuoco della speranza che pareva estinto. Si scambiarono opinioni su quanto letto e percepito, fintanto che Artemisia venne distratta da un suono che non sentiva da tempo. “Tac tac tac… sciàff sciàff…” il volto di lei si apparecchiò di un profondo e bello sconcerto, Luca non ne capì il senso. Lei respirò il suo disappunto e gli disse: “Venezia ormai riflette sui masegni l’eco delle ruote dei trolley, quello dei borsoni che si strofinano sul selciato, ma questo suono, no, non è così comune, oggi”. I  bambini erano sbucati dalle calli limitrofe tutti insieme, correndo sul selciato, il gesso era uscito dalle tasche di uno di loro, Luca lo vide dalla finestra, e subito “scrrr scrrr… scric scric…” tracciato il campanon tra i masegni consumati, una linea dopo l’altra, un quadrato dopo l’altro, mentre le voci si accavallano “eheheh… ah ah ah… xe pronto!”; la pietra vola “tloc!”, cade nel primo riquadro e comincia il gioco: “tap… tup… tac… hop!”, un piede solo, l’altro sospeso, salti veloci e risate che rimbalzano tra i muri ahahah!, qualcuno inciampa “ohhh… che male al sedere!”, poi si rialza e riparte “tap tac tup hop”, mentre in lontananza l’acqua fa “sciac sciac”, un gabbiano lancia il suo “criii”, una campana risponde mentre il gesso continua a graffiare piano la pietra man mano che il campo di gioco si consumava: “scrrr… scrrr…”, lasciando al campanon il compito di custodire un altro istante d’infanzia veneziana che pareva perduta. La cosa più incredibile è che tutto quel grattar di gesso per terra non sottraeva, bensì suturava l’anima perduta della città. Luca vedendo questa innocenza rinata dalla pietra che era stata elevata a campo di gioco dopo così tanto tempo fu colto da un morso di gioia così intensa da lacrimare commosso. Elio gli si strusciò consolatoriamente sulle caviglie con la testa, Artemisia gli parlò con il suo silenzio. Tendendo una mano invisibile di fraterna gioia verso di lui. Alla stessa maniera, un’anima molto più giovane piangeva gioia a dirotto. Accadeva ogni volta e, anche in questa occasione, non era andata diversamente. Nico grondava commozione,incontenibile. Lo faceva affacciato dalla balaustra che guarda verso il bacino di San Marco che si faceva smeraldo quasi dalla cima del Campanile di San Giorgio Maggiore. Poco prima si era soffermato con respiro e occhi, ammirando il Labirinto di Borges sul versante opposto. In verità però solo l’altro lato gli avviluppava il cuore di emozioni. Quel luogo, tra tutti, lo rendeva più sensibile, percepiva che nell’aria di Venezia circolava qualcosa di minuto e bello, vedeva i vaporetti bianchi come piccole nuvole sull’acqua, le gondole si facevano rondini e i gabbiani neve. Quello che Artemisia aveva potuto solo percepire e Luca vedere, lui, da lassù, coi capelli arruffati dal vento, lo aveva potuto intuire con uno sguardo d’insieme ed una sensibilità di rara portata. Era libero, ma in cuor suo sentiva che Amelia lo teneva stretto alla sua cinta come con un filo rosso invisibile che li legava indissolubilmente. Gli pareva di avere una sorta di sciarpa di lana rossa intorno al cuore. Era la prima volta che si sentiva felice di averla distante. Amelia d’altro canto era ancora scossa da quanto vissuto laggiù a Malamocco, il suo ciondolo era sempre grande uguale, eppure il suo peso, il suo influsso, la sua massa oscura, parevano sempre maggiori. Quasi come se l’oscurità si sommasse gradualmente e sempre più intensamente al peso dell’anima, trascinandola lungo le pareti dell’invisibile, a fondo, verso il suo oblio più profondo, sul fondo della natura umana. Amelia percepiva quell’oscuritá che oramai usciva oltre la sua aura, sapeva che ne era pervasa, ma non riuscì nemmeno a piangere di questa cosa, tanto era ottenebrata dal desiderio di avvolgere con un manto quella luce emessa dal fratello. Strinse il ciondolo, a fatica, pareva di ghiaccio tanto era freddo e le sue dita nel sfiorarlo si sentivano come intirizzite, immerse nella neve. Sentiva la lontananza di Nico, si disperava che ora brillasse da solo o almeno così lo credeva e immaginava: lontano da lei e obliato dall’ombra ch’ella lanciava verso di lui. Luca infine si era spostato dalla finestra, con Artemisia era tornato a valutare la bilancia sulla mappa tattile della laguna. La luce aveva guadagnato qualche millimetro. Quasi come se in una notte senza luna, fosse stata accesa una candela in lontananza. Non era luce, era speranza. Lo stesso tipo di vantaggio regalato per un effimero istante da una scintilla, offre qualcosa da guardare e distinguere rispetto alle tenebre circostanti. La memoria della meraviglia era stata risvegliata in loro dai bambini che giocavano al campanon. Nel frattempo, nessuno se ne era accorto, la scatola di sardine era rimasta vuota. Patty aveva colto le giuste energie e la distrazione degli altri per andare in giro per i dintorni. Era passata da una crepa sul muro di casa di Artemisia all’esterno, da lì poi si era diretta verso il retro dell’abside della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Arrivò all’interno proprio mentre la luce colpì la magnifica vetrata che guardava verso Corte Veniera. Sospirò. Le sue zampine ora lasciavano impronte luminose, piccole, colorate e dell’intensità pari ad una lucciola, sui masegni e poi sui cuscini dei giovani veneziani più sensibili, quelli che erano ancora capaci di addormentarsi stretti ad un peluche o che tenevano il loro giocattolo preferito sul comodino. Angoli di luce e di sogni appesi pronti a esser fatti volare. Patty sembrava trasfigurata mentre agiva, le sue zampine così piccole stavano producendo una magia così intensa che, così dunque a poco a poco, ogni ricordo ed emozione che emergeva regalava un millimetro di luce che si andava a sommare al piatto benevolo della bilancia di Anamonè. Così che forse il Natale, un giorno, potesse tornare a splendere senza essere un freddo rito da calendario, ma un’identitá viva che potesse ardere nel cuore di tutti.

Torna all’elenco dei capitoli.

Racconta anche tu il tuo viaggio: condividi la tua esperienza con gli hashtag #25IngredientiDellaLuce#chiharapitosantaclaus#labilanciadelnatale e #trarealtaesogno, taggando @trarealtaesogno sui social.

Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Iscriviti al blog — è gratis e lo sarà sempre — per ricevere ogni nuovo contenuto e restare parte di questo viaggio narrativo.

Anamonè e la bilancia del Natale – Agosto 2026 – Lente, lente currite, noctis equi

Agosto 2026
Lente, lente currite, noctis equi

Luca era uscito dalla porta di casa di Artemisia da pochissimi passi, era arrivato davanti all’osteria che, lungo il canale che guardava a Palazzo Tetta, gli permetteva di attraccare ormai da tempo. Il dovere gli imponeva il rientro per trascorrere la notte nella sua cella fratesca, ma l’animo era quanto mai tormentato. Gli accadimenti, la sensazione di girare a vuoto come una vita spanata, l’idea di non poter e forse voler fare qualcosa di più per salvare Santa, magari deludendo Rudolf, lo attanagliava. Faceva su e giù sulla riva, un po’ guardava la barca, quel “Moro di Venezia consumato”, un po’ si guardava dentro. Il cuoio dei suoi sandali cominciava a consumarsi, la pavimentazione veneziana, ruvida stava grattando la suola sotto il peso del passo stanco e tormentato del frate. D’un tratto sollevò lo sguardo al cielo, strinse il primo nodo della corda che faceva da cinta sull suo saio e disse: “Al diavolo l’obbedienza! Adesso, per un pò’, il mio posto è qui!”. Contemporaneamente dentro casa di Artemisia si scatenò il caos. La mappa tattile della laguna cominciò a vibrare sotto il peso di quella bilancia disegnata che continuava a cambiare polarità come una bussola impazzita. Elio, Artemisia, persino Patty si destarono di colpo, chi spaventato, chi disorientato. Il gesto di ribellione di Luca verso i suoi voti non trovava contrappeso su nessuno dei piatti di quella misurazione della giustizia. Anamonè aveva considerato tutto tranne le cose inconsiderabili. La fronte di Luca, del tutto ignaro dell’effetto domino che quel singolo istante stava per scatenare, si rigò di gocce di sudore pesante. Non era solo l’afa spietata di agosto a tormentarlo, ma il peso specifico di una scelta che gli spaccava l’anima in due. Alle parole, però, fece seguire immediatamente i fatti. Voltò le spalle al canale e, mentre muoveva i primi passi lontano dal suo ormeggio sicuro, sussurrò tra i denti i versi di Ovidio, quasi come una esorcizzazione del tempo: “Lente. Lente currite, noctis equi”. Nella sua mente di novizio non c’era l’invocazione d’amore del poeta latino che la scrisse; c’era l’eco disperata del Faust di Christopher Marlowe. Luca stava infatti implorando i cavalli che tiravano il carro della notte di rallentare la loro corsa, di dilatare le tenebre oltre ogni limite umano, affinché quel buio potesse durare abbastanza da portare consiglio, protezione e soprattutto tempo. Tempo per la Brigata, tempo per pensare a Santa, tempo per non perdersi. Un baccano interiore tale si scatenò in lui che persino le pietre di Castello parvero trattenerne l’eco. Eppure, fuori, la notte di agosto rimaneva muta, sorda, pronta a stringersi intorno a lui, avvolgendolo. Anamonè aveva osservato ogni cosa, rabbiosa, cercando di carpire ogni respiro del frate, cosa che si era fatta moto casuale, ella cercava infatti di sfruttare ogni pozza, specchio d’acqua o catino imbibito che fosse in grado di catturare il riflesso del mondo, ma non quello della Luna. Lei si compiaceva di questo logorio, ne traeva forza sottopelle in questo momento di apparente debolezza vacillante del suo sistema pianificato. Il frate, profondamente concio, bussò alla soglia di casa di Artemisia, lei, ancora sconvolta dalla vibrazione della mappa, bofonchiò dalla camera qualcosa di incomprensibile verso chi disturbasse a quell’ora, forse lanciando qualche strale. Elio corse giù da una poltroncina e grattò la porta da dentro. Patty si raggomitolò dentro la scatola di sardine che la stava ancora ospitando cercando protezione dall’ignoto. Una lieve foschia si sollevò su Venezia, era una reazione tradotta sul piano reale dall’umore di Anamonè, così alterno e severo che acque e pietra si fecero vapore nell’aria. Artemisia arrivò alla porta, chiese chi fosse, Luca la confortò: “Sono Luca Artemisia, questa sera ho rotto una delle mie promesse, sento il bisogno di di restare qui, sento che oggi, mai come prima d’ora, il mio posto è qui, con la brigata e non a San Francesco del Deserto”. La porta lo accolse e la foschia restò al di fuori. Dentro quella casa c’era la scintilla di qualcosa di importante. Così importante che Santa, così vicino nell’anima a quel calore, ma così lontano nel fisico, vide arrossire le sue gote e, sospirando nel suo sonno etereo disse: “fè speranfa”. Luca vide Patty, raggomitolata su quel cuscinetto di lavanda, si avvicinò e le carezzò la testolina con un dito. Lei ne fu felice, ma lui si interruppe, aveva notato una cosa, poggiata su uno scaffale, una cosa che non doveva essere dov’era, ma c’era. Artemisia percepì dal silenzio e dal respiro del frate che stesse accadendo qualcosa, glielo sussurrava anche una sottile energia che percepiva, ma non decifrava. Luca afferrò quell’oggetto, lo riconobbe e, quando ne sfogliò le pagine, impenetrabili ai suoi occhi, Artemisia, riconoscendo il fruscio delle pagine e l’aura emanata del tomo disse: “Ma cosa ci fa e chi ha messo in casa mia il libro dei frammenti di tenebra?” e il frate: “Non lo so, ma forse è il segnale che rompere uno dei miei voti aveva un senso maggiore di quanto si potesse immaginare”. Nel medesimo istante Patty parve uscire dal torpore. Sollevò il musetto concio e stanco dal cuscino di lavanda e si guardò intorno. Pareva mossa da una forza magnetica che la stava orientando. Si spostò da quel nido posticcio di alluminio, attraversò il tavolo una zampettata alla volta “tip tap tip tap” facevano le sue zampette sopra quella che le parve una immensa radura, infine giunse alle pendici di quel libro dalle pagine intonse, bianche. Così almeno appariva a tutti i presenti. Vi appoggiò il musetto sopra, annusò, una, due, più volte. Luca: “Artemisia, la topolina sembra osservare il libro” e lei: “Luca, gli animali possono avere sensibilità superiori, talvolta stupefacenti, lei col suo candore poi, sembra una creatura di un luogo migliore del Mondo”. Luca mancò un respiro quando vide la piccolina allungare una zampetta verso il tomo, un tocco minimo, sfiorato sulla pagina destra. Come quello di un granello di sabbia che precipita sopra l’oceano. Fu in quell’istante, quando infinitamente piccolo e immensità si sfiorarono che parve quasi che il grigiore della topolina svanisse, facendosi china sulle pagine man mano che lei riacquisiva la sua forma naturale. Squittì, due volte, posò anche l’altra zampetta. Ora toccava entrambe le pagine, una zampina ciascuna. Apparve a cavallo di queste due facciate un’immagine a china. Era un’icona semplice ma chiarissima. Artemisia: “Cosa vedi Luca, ti prego, dimmelo!” E il frate guardò verso la finestra, poi la topolina, poi Artemisia e infine guardando le due facciate, sbigottito, balbettò: “Una goccia che cade nell’oceano. Questo libro ci ha sempre guidato con Rudolf, ci ha portato a oggi, credo che da qui non si possa più tornare indietro, quella goccia o è parte del problema o sarà parte della sua fine”. Fuori la notte stava facendo il suo corso, Luca non lo sapeva, ma i cavalli di Marlowe avevano realmente rallentato la loro corsa, giusto il tempo di tracciare la rotta e dare la possibilità a Patty di compiere l’azione da lei compiuta consumando meno energie. Patty parve svenire, Artemisia la cercò con le mani e, dolcemente, la riportò nella scatolina che le faceva da letto. Luca osservava attentamente quei tratti emersi nel tomo e, nel silenzio della notte, Venezia forse stava cominciando a svelare alcuni segreti, ma al contempo, quell’immagine aveva fatto metaforicamente entrare nella casa la foschia che era sorta all’esterno.

Torna all’elenco dei capitoli.

Racconta anche tu il tuo viaggio: condividi la tua esperienza con gli hashtag #25IngredientiDellaLuce#chiharapitosantaclaus#labilanciadelnatale e #trarealtaesogno, taggando @trarealtaesogno sui social.

Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Iscriviti al blog — è gratis e lo sarà sempre — per ricevere ogni nuovo contenuto e restare parte di questo viaggio narrativo.

Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

Torna all’elenco dei capitoli.

Racconta anche tu il tuo viaggio: condividi la tua esperienza con gli hashtag #25IngredientiDellaLuce#chiharapitosantaclaus#labilanciadelnatale e #trarealtaesogno, taggando @trarealtaesogno sui social.

Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Iscriviti al blog — è gratis e lo sarà sempre — per ricevere ogni nuovo contenuto e restare parte di questo viaggio narrativo.

I Segreti di Venezia: Quello che credi di aver visto (e non esiste)

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi visiteremo Venezia attraverso un espediente narrativo: sfioreremo segreti già raccontati, ma li metteremo in discussione, uno dopo l’altro. Perché ciò che abbiamo visto — o crediamo di aver visto — non sempre coincide con ciò che ricordiamo.

effetto mandela - i segreti di venezia

Cos’è l’Effetto Mandela?

L’Effetto Mandela è quel fenomeno per cui più persone condividono lo stesso ricordo… anche quando quel ricordo non è mai esistito davvero e non è corretto. Un cortocircuito della memoria, studiato in psicologia, che prende il nome da Nelson Mandela e che ci ricorda una verità scomoda: la mente non registra, ricostruisce.

E Venezia è il luogo perfetto perché questo accada.

Tra riflessi che deformano, nebbie che cancellano e secoli di storie sovrapposte, la città non si limita a mostrarsi: si lascia interpretare. E mentre camminiamo tra calli e pietra, qualcosa cambia — non fuori, ma dentro di noi.

Oggi non esploreremo solo Venezia.
Esploreremo ciò che crediamo di sapere su di lei.

Hai davvero visto Venezia… o la stai ricordando?

Venezia non è solo una città da vedere.
È una città che filtra, distorce e riscrive ciò che percepiamo.

L’acqua non riflette soltanto: trasforma, allenta e rallenta.
Ogni palazzo si sdoppia, ogni linea si piega, ogni dettaglio diventa instabile. Ciò che osservi non è mai completamente fermo, mai completamente certo ed al crescere delle tue emozioni visive, la lucidità si altera. Un po’ come quando arriva la nebbia, il caligo, e Venezia fa un passo in più: non aggiunge, toglie lasciandoti in balia della tua immaginazione. Cancella contorni, smussa distanze, lascia spazio all’immaginazione. Il cervello, davanti a ciò che manca, fa quello che sa fare meglio: riempie. E infine la storia. Strati su strati, secoli sovrapposti come pagine di un libro immenso, racconti che si intrecciano dentro la salsedine che si occulta e permea in ogni mattone. Venezia non ha una sola versione: ne ha centinaia, tutte plausibili, tutte conviventi. E nella nostra memoria, queste versioni non restano separate… si fondono.

È così che nasce il dubbio. Non perché Venezia nasconda qualcosa. Ma perché ci abitua a non distinguere più nettamente tra ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo immaginato grazie alla sua meraviglia.

Ti sei messo alla prova: cosa ricordi davvero?

Ora fermati. Guarda le immagini qui sotto o poco più in alto, non avere fretta. Non cercare di “capire”, sei all’interno di un gioco che, forse, ti si sta svelando davanti agli occhi.

Osserva. Non analizzare troppo. Quali ti sembrano corrette? Di quali ti ricordi?

Forse penserai di riconoscere ogni dettaglio. Forse ti sembrerà tutto familiare.

Ma c’è una cosa che devi sapere: la familiarità non è una prova di verità.

E dopo tanta verità raccontata sulle pagine di questo blog oggi, mi sono fatto “saboteur” e ti sto ingannando dall’inizio, o forse no, le tue percezioni contano, ma solo alla fine scoprirai quante di queste fossero la verità.

Perché il tuo cervello ti mente (e lo fa benissimo)

La verità è più semplice — e più inquietante — di quanto sembri. La memoria non è un archivio.
Non conserva. Ricostruisce. Ogni volta che ricordi qualcosa, non lo stai recuperando.
Lo stai ricreando. E in questo processo entrano in gioco tre meccanismi:

  • La memoria ricostruttiva: riempie i vuoti con ciò che è plausibile, coerente, credibile.
  • I pattern: Il cervello riconosce schemi e li applica automaticamente, anche quando non dovrebbero esserci.
  • La semplificazione: Riduce la complessità per risparmiare energia, trasformando l’unico in familiare.

Il risultato? Non vediamo il mondo per com’è. Vediamo una versione ottimizzata, interpretata, adattata. La nostra!

E a Venezia… questo processo diventa impercettibile mentre la viviamo, ma visibile, vivido nei ricordi.

Perché qui, più che altrove, la realtà lascia spazio alla mente, facendola navigare in cerca di sogni tra calli, campielli e canali.

L’orologio che il cervello “vuole sempre correggere”

Siamo quasi alla fine di questa avventura, e per una volta voglio essere generoso. Questa immagine ritrae l’inconfondibile Torre dell’Orologio, con il suo quadrante unico che domina la piazza. Eppure, se provi a ricordarlo… probabilmente lo immagini come qualsiasi altro orologio. Dodici ore. Un cerchio familiare. Qualcosa di normale. Ma Venezia, ancora una volta, devia dalla regola. Ed è proprio qui che succede qualcosa di immediato: il cervello corregge ciò che non riconosce. Allora dimmi: qual è l’errore nell’immagine?

Scrivilo nei commenti.

orologio dei mori

Per concludere:

Prima di proseguire alle SOLUZIONI, prova a fare un piccolo esperimento: torna su e scorri rapidamente le immagini che hai appena incontrato. Non analizzarle, non cercare l’errore logico; lascia che scivolino via come una sequenza di sogni o come i palazzi che sfilano veloci durante una corsa in motoscafo.

Poi fermati. In quale di queste la tua mente ha inciampato? Quale dettaglio ti ha costretto a fermarti e a esclamare: “Aspetta, c’è qualcosa che non va”?

Forse è proprio in quel piccolo sussulto, in quel dubbio che increspa la superficie del ricordo, che si nasconde la vera essenza di Venezia: una città che non smette mai di chiederti se ciò che vedi sia reale o se sia tu, con il tuo desiderio di meraviglia, ad averlo appena inventato.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito e quante ne hai indovinate!
#SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

banner ritorna a elenco articoli

Ecco a voi le soluzioni:

“Chi ha rapito Santa Claus?” 25 Dicembre – Punta della Dogana 

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

25 Dicembre – Punta della Dogana 

Rudolf aveva smesso di guardare la luce. La cenere gli si era posata sulle maniche, sulle spalle,fin sopra in alto, nei pensieri. “Se questo è il Natale…” mormorò, senza finire la frase. Poi alzò lo sguardo verso Artemisia. “Dimmi la verità. Non quella che consola. Quella che senti.” Artemisia si fece serissima per un istante. Cambió espressione, non c’era paura. C’era attenzione. “Sì. Abbiamo tempo. Poco, ma non è ancora il momento della fine. È l’inizio di qualcosa che sta prendendo fiato per manifestarsi in tutta la sua veemenza”. Rudolf incassó il colpo, come chi accetta una sentenza sospesa. “Allora dobbiamo sfruttarlo se è poco, idee?”. “So dove andare” disse lei, senza esitazione. “Alla Serra dei Giardini. Lì la città respira ancora. Saremo abbastanza lontani da Krampus… e abbastanza vicini da non dimenticarlo”. I loro passi sembravano certi, sicuramente più di quello che stavano vivendo nei loro cuori. Ora che erano riuniti e insieme peró un filo di speranza si dipanava innanzi a loro. Percorsero, con la cenere che cercava di soffocare la loro luce, tutte le rive fino a giungere Riva dei Sette Martiri. Proseguirono fino al Ponte San Domenego e, proprio una volta che l’ebbero superato svoltarono a sinistra. Il locale non era gremito, ma caldo e accogliente come sempre. Presero posto vicino al  pianoforte e cominciarono a discutere. Luca guardava questo spaccato di vita con la curiositá di chi, per fede, vi aveva parzialmente rinunciato e a suo modo, prima di sorseggiare del tè rese grazie. Rudolf guardava preoccupato attraverso le vetrate in perfetto stile liberty che restituivano la vista del giardino e del cielo. Il fascio luminoso che si innalzava da Punta della Dogana era visibile anche da lì. Una luce che pareva gettare ombra su di loro. Mentre Artemisia si confrontava con gli altri un ragazzino si sedette vicino a loro, al pianoforte. Era vestito con un tabarro molto piu grande di lui, il mix gli conferiva l’aria di un adulto. Dalla prima nota peró l’atmosfera cambió. La cenere continuava a scendere, ma la musica ne aveva alterato la percezione. Luca: “Non trovate che la musica sappia farsi medicina a volte?” Artemisia: “Sì, vero, sa anche rimettere ordine nella mente quando fuori il vento bussa forte”. Rudolf invece rimase in silenzio. Ascoltava gli altri, si lasciava cullare dalla musica. Pareva quasi stesse ascoltando un bisbiglio distante che lo stava investendo di una dose di coraggio fondamentale. Proprio per lui che di dubbi per lungo tempo aveva continuato a nutrirsi. Guardó quelle mani generare melodia, c’era una grazia disordinata in lui. La musica si interruppe. Non bruscamente, bensì per necessitá. Il suonatore si diede slancio sullo sgabello e roteó rivelandosi. “Tu?!” Disse Rudolf riconoscendo Nico. E lui: “Vi cercavo” stette in silenzio fissandoli divertito. “Quando c’è buio tutti pensano serva più luce”. Lanció uno sguardo al pianoforte, poi verso la finestra ora ombrizzata dalla cenere depositata. Per un istante sembró che anche Nico ascoltasse un bisbiglio lontano. Poi cadde un tanto casuale quanto improvviso silenzio in cui nemmeno il pianoforte avrebbe suonato: “Dobbiamo ricordarci che è la scintilla la prima crepa delle tenebre”. Disse il ragazzino. Rudolf sentì qualcosa dentro, un bisbiglio era arrivato al suo cuore, forse stava per arrivare alla sua mente. La sua veste reagì tornando a pulsare in alcuni dettagli. Artemisia: “Nico, hai un’anima infinita. Grazie”. Rudolf si alzó in piedi: “Noi soffieremo la cenere e dovremo avere l’ambizione di farci scintilla”. Nico: “A proposito, devo darvi questa”. Frugó lungamente nelle tasche interne del tabarro e si illuminó: “eccola!”. Porse una lanterna cinese in miniatura a Rudolf dicendogli: “Una scintilla per voi”. Nell’anima e nella mente di Rudolf quanto appena vissuto risuonó, come una sorta di deja vu che peró non riusciva a spiegarsi. Si commosse e, quando fu il momento di ringraziarlo… sparito! “Io non capiró mai come faccia, ogni volta che il discorso si fa interessante o curioso, scompare”. Risero tutti portandosi verso l’uscita. Era il momento di tornare fuori. La luminescenza della veste di Rudolf, mentre camminavano, generava piccole particelle di proiezioni luminose che, di tanto in tanto, catturavano l’attenzione di Elio che, da bravo felino, si mise a rincorrere e giocare con quei ciondoli di luce che apparivano, per poi svanire nel nulla, senza un’apparente spiegazione ai suoi occhi. Più andavano avanti, più le impronte generate dai loro passi sulle ceneri rendeva manifesta la possibilità di una fuga all’indietro in caso la minaccia si fosse rivelata troppo alta. Dopo aver percorso la strada a ritroso Luca si lasciò andare ad un commento rivolto al più esperto del gruppo che da qualche tempo si era fatto taciturno: “Dunque? Una volta tornati a San Marco, cosa facciamo?” Non fece in tempo a giungere risposta alcuna, un boato ed una luce azzurra squarciò come un fascio luminoso verticale il cielo. Da quello si propagarono, come una sorta di energia primordiale, miriadi di flussi luminescenti che parevano un’aurora boreale. I nostri erano giunti all’altezza dei Giardini Reali, quasi perfettamente in asse con la sorgente del fascio luminoso. Era difficile da notare data la distanza ancora ampia, ma le porte frontali di Punta della Dogana si spalancarono e ne scaturì Krampus, la sua figura  era attraversata dall’energia assorbita dagli Umbræon e dai Luminæon, mentre il suo bastone tortile emanava un’aura azzurrognola. Inizió ad agitarlo e scuoterlo nell’aria. Venezia si spense. Rudolf si fece forza, guardó i suoi compagni d’avventura e scelse l’unico che avrebbe potuto aiutarlo. Elio si strusció su di loro, Artemisia li abbracció, ognuno dei presenti, a suo modo, infuse forza in loro. “Andiamo”. Disse Rudolf perentorio. Luca: “Prendiamo in prestito una gondola, con tutto ció che sta accadendo nessuno si accorgerà che un frate sta commettendo un peccato grave” e Rudolf: “il fine giustifica la scelta se é maggiore della sua conseguenza”. Luca si voltó peró, colto da un’intuizione folgorante. Corse verso Artemisia, ne guardó il vesito e, sapendo che come tutti i gatti anche Elio usasse le unghie cercó un filo pendente, lo staccó e le disse: “Sarai con noi in un istante speciale”. Luca tornó di corsa, Rudolf era già a prua di una gondola, pronto. Rudolf gli disse: “Cosa hai preso da Artemisia” e lui: “L’ancora per la nostra scintilla” Rudolf tiró fuori la lanterna regalatagli da Nico, Luca vi legó alla base il filo staccato dal vestito di Artemisia, poi cercó un fiammifero e lo accese. La fiamma tremò un istante, come se anche lei avvertisse il peso di ciò che stava per essere fatto. Poi trovò lo stoppino. La minuta lanterna si illuminò dall’interno con una luce calda, fragile, ostinata. Non era potente. Non voleva esserlo. Rudolf la osservò come si guarda qualcosa che si affida al mondo circostante senza difese. Artemisia, rimasta sulla riva, portò una mano al petto: “È legata a me” mormorò. “Lo so” rispose Rudolf senza voltarsi e facendosi udire solo da Luca:. “Ed è per questo che resisterà, perchè ha un frammento di della tua incredibile tenacia con sè”. Assicuró la lanterna a prua e cominciarono a vogare insieme. Il filo si tese appena, poi trovò equilibrio. Venezia si fermó ad osservare, sentendo mancare il respiro, quella gondola che puntava verso il fascio luminoso avvolta dalle tenebre circostanti. In quell’istante Krampus si arrestò e rise nel vederli. Il bastone tortile, ancora pulsante di aura azzurra, esitò peró nel suo movimento. Non si spense. Ma vacillò. Come se la cenere adesso contaminasse anche lui. Non era la luce a rallentarlo. Era il gesto. Altre gondole cominciarono a muoversi, quasi rispondendo a un richiamo antico, c’erano gondolieri, cittadini comuni, forse anche turisti. Dalle rive, qualcuno accese una candela. Le porte della Basilica di San Marco furono spalancate e di lì scaturirono fuori altre candele. Poi altre. Poi altre ancora. Venezia non si illuminò. Smise di essere buia. Elio si fece coraggio e sbucó da sotto il saio di Luca che esclamó: “E tu da dove sbuchi?” Il felino non si curó della domanda e si acquattó sotto la prua. Le gondole che li avevano emulati si disposero a mezzaluna dietro di loro, spinti da non si sa quale istinto a far da guardiani al duo partito in solitaria. Rudolf e Krampus non erano così vicini, in maniera consapevole, da giorni. Krampus pareva attenderlo senza ansia o patema alcuno. Rudolf accostó la gondola sul versante di Punta della Dogana rivolto verso il Canal Grande. Scese, guardó in direzione di Luca ed Elio e disse: “Grazie, non lo dimenticheró”. Si giró e camminó osservando Krampus che lo scrutava. Un passo alla volta, seminando luce ad ogni passo. I dettagli delle sue vesti si illuminarono e crebbero al pari degli effetti che si manifestavano in Krampus. Luce gialla, calda, come emanazione di Rudolf, azzurra e fredda da Krampus. Il loro riflesso fondendosi nel mezzo originava aloni verdi sulle acque circostanti. Krampus: “Bentrovato sapientone, sei pronto a saggiare la mia forza?” E Rudolf, quasi sfrontato: “Non ho attraversato il canale per saggiare la tua forza” il passo di Rudolf si fa luce “bensì per capire quanta te ne rimane”. Krampus reagì sbuffando presuntuosamente e usando il bastone nel tentativo di colpire Rudolf. Lo mancó. Di nuovo. Lo mancó. Andarono avanti per minuti. Ogni attacco trovava placida reazione con una schivata di Rudolf. La rabbia in quello divenne furia. Krampus era giunto al vertice di Punta della Dogana, parte della foresta capovolta che faceva da fondazione alla città fece capolino dalle viscere dei fondali fino a trapelare dalle acque. Il fascio, l’aura di Krampus e il bastone si fecero rosso rubino: “Io ti annienteró Rudolf”. Fu in quel momento che l’imponderabile accadde. Dai due lati che componevano quel tratto veneziano, incuranti del pericolo, decine di ragazzini e ragazzine fecero capolino, circa una trentina. Cantavano a bocca chiusa, una melodia natalizia. C’era chi aveva una candela, chi una lanterna, chi se stesso o se stessa. Un piccolo fiume umano capeggiato da Nico. Il ragazzino che sembrava custodire una luce interiore fuori dal comune. Nico si frappose tra Krampus e Rudolf proprio mentre il primo stava per sferrare l’attacco decisivo. La vista del bambino peró lo fermó. Nico a quel  punto: “tu sei triste, tu sei arrabbiato e deluso perchè sicuramente nessuno ti ha mai fatto un regalo, se tu avessi provato almeno una volta quella gioia, beh, sappilo, oggi non saresti così”.  Fu così che allungó un biscotto, incartato con cura in una carta rossa, proprio vicino alla punta del bastone rubro che, in risposta, emise una scintilla verso l’alto. Krampus fece un ulteriore passo indietro, quel gesto sfrontatamente gentile lo aveva sconvolto. Le lanterne avevano sostituito le stelle in quel momento. Sembrava una notte di agosto ed il loro riflesso sulle acque creava uno scenario commovente. La mezzaluna di barche era ancora più vicina, le luci amplificate dalle tenebre e dalle acque. Le ceneri non precipitavano più. Ancora un passo indietro, Nico disse: “accetta il mio dono, un anno fa lo accettarono e fu bellissimo”. Ora oltre ai bambini anche dalle barche, dalle rive, tutti cantavano la stessa canzone a bocca chiusa. Krampus lanció un urlo agghiacciante. Si giró verso le acque, usó alcuni dei pali di legno affiorati dando la sensazione di camminare sulle acque e poi, proiettando il suo bastone verso il basso, svanì in un vortice d’acqua. Forse per scappare attraverso il suo dedalo sotterraneo. Rudolf guardó verso riva, fece un cenno a chi da lì lo osservava, poi, e se ne accorse per primo, la cima del campanile di San Giorgio emanava luce, pulsante, silente, osservatrice. Nel frattempo Patty tolse il cappuccio a Santa e gli sussurró piano: “Oh Santa, hai parlato tantissimo nel sonno, credevi di essere fuggito, di aver vogato via da qui con un certo Luca, ti ho visto sognare la libertá”. Carezzandogli la mano: “Torneranno. Lo so. Ma quest’anno ogni volta che si sono avvicinati, tu non c’eri mai”. Santa, consapevole che Rudolf lo avrebbe sostituito quella notte come accaduto in rare occasioni lacrimó. Era sospeso, non sapeva dove e non ne capiva il motivo. Ma era vivo. Rudolf intanto, consapevole di doversi sostituire a Santa guardò il cielo e disse, con il volto segnato da lacrime ed emozioni una frase che solo lui aveva potuto leggere dal libro dei frammenti di tenebra: “La luce genera l’ombra, ma solo la luce vera puó riassorbirla.. finchè il mondo non sarà pronto a meritarla di nuovo”.

Torna all’elenco dei capitoli.

Usa gli hashtag #25IngredientiDellaLuce, #chiharapitoSantaClaus e #trarealtaesogno per condividere la tua esperienza con il racconto e tagga il profilo @trarealtaesogno: fai parte del viaggio e ispira altri a scoprire la magia di Venezia!

Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Scopri i 25 capitoli di questa nuova straordinaria avventura o, se non l’hai ancora letta, di quella precedente, clicca sui link per immergerti in ogni episodio e lasciati conquistare dal fascino unico di Venezia. Segui la storia e condividi l’emozione con amici e familiari: ogni giorno, un nuovo tassello illuminerà il tuo cammino verso il Natale.

banner caccia al tesoro fotografica a venezia che linka all'articolo

Attiva le notifiche o iscriviti a questo blog, è gratis e lo sarà sempre!