Anamonè e la bilancia del Natale – Ottobre 2026 – La Città Meccanica

Ottobre 2026:
La Città Meccanica

Sospirai profondamente, fino a colmare la misura dei polmoni, forse anche qualcosa oltre. Quel giorno l’acqua dei canali pareva essersi fatta più densa, la barca di Luca galleggiava soporosa e, quando mossa dalle onde, pareva maggiormente statica, lei così come tutte le altre della laguna. I passi delle persone, dei turisti, dei gabbiani, perfino il nuotare dei pesci. Tutto insomma era compassato. Sentivo l’aria salmastra bruciare la mia pelle in questo insensato girovagare. Perfino la ruggine dei chiodi o l’odore della alghe essiccate al sole parevano avere un senso in questo momento. Si respirava una strana sensazione di vuoto, pronto a farsi colmare. Ogni passo si intrideva dell’umidità che trasudava ben oltre le rive dei canali. Sembrava quasi che alle acque non bastasse lo spazio consueto. Era vero, forse un poco mi trascinavo anche io, ma date le circostanze del mio ritorno non poteva che essere così. Non era ancora giunto però il momento di rivelarsi, il basso profilo era fondamentale alla riuscita del piano, senza escludere anche della sana improvvisazione data l’inspiegabile ed improvvisa libertà. D’un tratto si risvegliarono anche le percezioni superiori, serrai i pugni per l’incontenibile gioia e, nel silenzio circostante, cominciai a sentire una guida, un suono ritmico e metallico, distante ma non esageratamente, pareva giungere da sotto la pavimentazione, un po’ come le acque che da sotto vi spingevano per emergere. Ora sapevo dove andare. In questo mondo non era nemmeno più necessario rendersi invisibili, residenti, turisti, vagavano come automi, chi incontro ai propri impegni, chi alla smodata ricerca di un’esperienza da incorniciare in un effimero istante di notorietà online. Tutti avevano una direzione, ma io avevo una meta ed un compito. Dietro questo concetto passava tutta la differenza del mondo. Sia di quello superiore sia di quello inferiore. La barca di Luca era ormai distante, così come la casa di Artemisia, salutai sogghignando il mascherone che vegliava sulla soglia del campanile della chiesa di Santa Maria Formosa, poi affinando l’udito proseguii fino a Piazza San Marco. Passai dalla Merceria Orologio e, prima di passare al di sotto della Torre dell’Orologio dei Mori mi soffermai a guardare quell’altorilievo in alto a destra, raffigurava un’anziana signora “la vecia del morter” nell’intento di rovesciare un mortaio su un gruppo di rivoltosi, fermando sul nascere una congiura contro il Doge. Lei era lì, immortalata nella pietra, vi passavano ogni giorno centinaia, migliaia, ancor più, di persone, eppure nessuno la ricordava o la degnava di uno sguardo. Da lì il suono si era fatto ancora più intenso: “Possibile lo stia sentendo solo io?” sussurai, probabilmente era così. Pian piano giunsi in campo San Moisè, gondole in fila, persone in coda per accaparrarsele, nessun volto però si soffermava sulla chiesa, una delle facciate marmoree più belle della storia. Nel frattempo, Nico muoveva, avvertendo un viscerale disagio, i suoi passi nei pressi della barca di Luca, i masegni gli parevano sottili vetri pronti a sgretolarsi al suo passaggio. Sentiva una morsa fisica figlia del rapporto apparentemente compromesso con la sorella Amelia. Da qualche giorno standole vicino o pensandola provava un freddo innaturale, come se quel ciondolo che lei tanto stringeva fosse un iceberg che, sotto la superficie, nascondeva molti più segreti di quanto la parte visibile fosse in grado di far intuire. Artemisia tracciava segni e toccava leggendola la mappa tattile insieme a Luca che invece la osservava. Erano preoccupati perchè il piatto della bilancia che pareva volersi elevare ora aveva ricominciato a scivolare, inspiegabilmente, verso il basso. Luca disse: “Il crollo non è violento, non è esplosivo, pare inesorabile. Persone vacue e assenza di scopo. E poi manca lui, l’assenza di Rudolf è un buco nero che inghiotte la luce rimasta in eredità nella sua attesa”. Anamonè nel frattempo, attraverso un alone di umidità su uno specchio della stanza, osservava l’irrigidimento della città, delle persone e con curiosità quella presenza nuova tra le calli. Si stava convincendo sempre più che la fine della gratuità e della gioia, attraverso il suo rigore, saranno la forma più alta del nuovo ordine che seguirà per le cose del mondo. Peccato per lei che non poté vedere subito ciò che stava capitando ad Oreste in quel di Torcello. Il capitano della Nettuno si alzò, spinto da non si sa quale desiderio, per scattare una polaroid alla Basilica di Santa Maria Assunta. Aprì la macchina, un modello a soffietto del 1970, avvicinò l’occhio destro al mirino e cliccò. Come uno sberleffo la foto sbucò fuori e, come nelle migliori tradizioni, cominciò a sventolarla con la mano per farla sviluppare prima, cosa peraltro ininfluente, ma bellissima da fare per tutti gli utilizzatori di quella tecnologia, da sempre. I primi tratti comparvero, facendogli strabuzzare gli occhi. La ribaltò sopra un tavolo e si disse rivolgendosi a sé stesso: “Attendiamo, di certo non ho visto bene”. Passarono cinque, forse altri dieci minuti. Oreste sollevò un angolino della foto dal tavolo, sbirciandola come avrebbe fatto un ludopatico al tavolo di una bisca. Si intravedeva la basilica, la foto aveva una dominante blu, molto fredda. Si decise a girarla e rimase sgomento. Lo scatto disegnava uno scenario surreale in cui la Torcello reale era ridotta ad una esigua sfumatura, lui, Oreste, non poteva immaginarlo, ma la sua Polaroid si era fatta veicolo dello sguardo di Anamone sul mondo. Il cuore ed il sentimento stavano evaporando dai cieli, il gelo e degli ingranaggi scuri veleggiavano al di sopra della sagoma della basilica. Oreste ne rimase sgomento, continuò a fissare quell’immagine per istanti interminabili. Non trovava né pace, né spiegazione alcuna. Tornò a sedersi sul trono di Attila e, pensieroso, osservò il circostante. Nel frattempo il ticchettio non trovava sosta in quel di Venezia, oramai ero prossimo al Ponte dell’Accademia. Arrivato alla sua sommitá mi lasciai sferzare dall’aria che, da Nord, sembrava portare un messaggio lontano. Arrivato ai piedi del ponte, vicino all’ingresso delle Gallerie dell’Accademia, quel ticchettio smise di essere solo sonoro. Ora pulsava nelle mie membra, su ogni pietra calpestata cittadina, vetri, legni, colonne, bricole, aria. Possibile che lo sentissi ancora solo e solamente io? Ancora pochi passi e avrei capito, ne ero certo. Giunsi alla Sacca della Toletta, guardai gli avventori della vicina pasticceria e poi, guardando all’insù, eccola. Tracciai qualche segno nell’aria con la mano sinistra, il ticchettare si fece potentissimo, come una grancassa impazzita. Il bastone tortile si era finalmente illuminato di nuovo in punta, tornando di una tonalità rubra. La mia aura si era ristabilita, merito dell’umanità irrimediabilmente corrotta e del gioco di Anamonè. Sogghignai, forte, fortissimo. Così forte che gabbiani e piccioni scapparono da ogni angolo di Venezia per un istante. La sveglia della strega, lì vicino alla Libreria Toletta, messa a tutela del vicinato a protezione dagli influssi nefasti post-mortem della strega che viveva in quella casa, per la prima volta suonò: “Ddddrrrriiiing! Drrrr-iiing! Drrrr-iiing!” e ancora, ancora e ancora. Quel suono era la prova che il mio esilio fosse giunto al termine, il riposo forzato successivo alla mia fuga mi aveva giovato, mi dedicai infine un ghigno, specchiandomi in alcuni souvenir di una vicina vetrina, per poi dirmi: “Krampus, bentornato al mondo! Rudolf ancora dorme, Santa è imprigionato e debole, questa è la tua ora e sta risuonando grottescamente grazie a quella sveglia!”.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Settembre 2026 – Il Rintocco della Memoria

Settembre 2026
Il Rintocco della Memoria

La bora soffiava. Insistente. Veemente. Da nord est verso sud ovest. Portava con sè i primi messaggi sussurrati dall’autunno futuro, ma le foglie stoicamente erano consapevoli che non fosse ancora giunto il loro momento. A proposito di messaggi, il vento, a chi lo sa ascoltare, stava trasmettendo nei suoi flussi una parte delle vicende passate, presenti e future. Anamonè aveva capito che alcune crepe stavano minando il suo castello di certezze, una serie di rintocchi benevolmente speranzosi lanciati dal gruppo composto da Patty, Artemisia e gli altri, le risuonavano nella memoria come una canzone stonata. Non vi diede però un grande peso, sapeva che la sua determinazione l’avrebbe premiata. L’umanitá non meritava, ma soprattutto non desiderava piu il Natale, forse neppure il bene. Ne era certa. Le tradizioni si erano trasformate tutte in pretesti commerciali anaffettivi, le persone continuavano a scegliere l’apatia piuttosto che lanciarsi verso l’esperienza dei sentimenti altrui. Alla stessa maniera non diede peso alla ricomparsa del Libro dei Frammenti di Tenebra a casa di Artemisia, un testo potente, un libro superiore e non ancora compreso appieno, che di certo aveva giá compiuto il suo compito, ma non aveva ancora assolto a tutte le sue missioni. Anamonè rise tra sé e sé e sussurrò: “una goccia non potrà mai spegnere la fiamma che porto dentro” e rise ancora grottescamente. Al contrario Artemisia coi sensi e Luca con lo sguardo si concentravano su quella pagina, sorridenti, si confrontarono sul senso ultimo di quella goccia. Le pagine apparivano spesse, dense, ruvide, di un colore simile a quello del delle assi di legno con cui si ricoprono le pareti delle baite. Luca per consultarlo scelse la strada della lanterna ad olio, forse per il sentore, forse perchè la sua luce si abbinava bene al colore delle pagine, che ne uscivano esaltate. Quel volume forse rappresentava il poco che si confrontava col vasto, il debole col potente. Forse l’unione di intenti. A prescindere da tutto, quel tomo che si mostrava come un frammento di tenebra, ma in realtà aveva acceso di riflesso una fioca luce in quella stanza. Aveva riacceso, come scintilla, protetta da una goccia, il fuoco della speranza che pareva estinto. Si scambiarono opinioni su quanto letto e percepito, fintanto che Artemisia venne distratta da un suono che non sentiva da tempo. “Tac tac tac… sciàff sciàff…” il volto di lei si apparecchiò di un profondo e bello sconcerto, Luca non ne capì il senso. Lei respirò il suo disappunto e gli disse: “Venezia ormai riflette sui masegni l’eco delle ruote dei trolley, quello dei borsoni che si strofinano sul selciato, ma questo suono, no, non è così comune, oggi”. I  bambini erano sbucati dalle calli limitrofe tutti insieme, correndo sul selciato, il gesso era uscito dalle tasche di uno di loro, Luca lo vide dalla finestra, e subito “scrrr scrrr… scric scric…” tracciato il campanon tra i masegni consumati, una linea dopo l’altra, un quadrato dopo l’altro, mentre le voci si accavallano “eheheh… ah ah ah… xe pronto!”; la pietra vola “tloc!”, cade nel primo riquadro e comincia il gioco: “tap… tup… tac… hop!”, un piede solo, l’altro sospeso, salti veloci e risate che rimbalzano tra i muri ahahah!, qualcuno inciampa “ohhh… che male al sedere!”, poi si rialza e riparte “tap tac tup hop”, mentre in lontananza l’acqua fa “sciac sciac”, un gabbiano lancia il suo “criii”, una campana risponde mentre il gesso continua a graffiare piano la pietra man mano che il campo di gioco si consumava: “scrrr… scrrr…”, lasciando al campanon il compito di custodire un altro istante d’infanzia veneziana che pareva perduta. La cosa più incredibile è che tutto quel grattar di gesso per terra non sottraeva, bensì suturava l’anima perduta della città. Luca vedendo questa innocenza rinata dalla pietra che era stata elevata a campo di gioco dopo così tanto tempo fu colto da un morso di gioia così intensa da lacrimare commosso. Elio gli si strusciò consolatoriamente sulle caviglie con la testa, Artemisia gli parlò con il suo silenzio. Tendendo una mano invisibile di fraterna gioia verso di lui. Alla stessa maniera, un’anima molto più giovane piangeva gioia a dirotto. Accadeva ogni volta e, anche in questa occasione, non era andata diversamente. Nico grondava commozione,incontenibile. Lo faceva affacciato dalla balaustra che guarda verso il bacino di San Marco che si faceva smeraldo quasi dalla cima del Campanile di San Giorgio Maggiore. Poco prima si era soffermato con respiro e occhi, ammirando il Labirinto di Borges sul versante opposto. In verità però solo l’altro lato gli avviluppava il cuore di emozioni. Quel luogo, tra tutti, lo rendeva più sensibile, percepiva che nell’aria di Venezia circolava qualcosa di minuto e bello, vedeva i vaporetti bianchi come piccole nuvole sull’acqua, le gondole si facevano rondini e i gabbiani neve. Quello che Artemisia aveva potuto solo percepire e Luca vedere, lui, da lassù, coi capelli arruffati dal vento, lo aveva potuto intuire con uno sguardo d’insieme ed una sensibilità di rara portata. Era libero, ma in cuor suo sentiva che Amelia lo teneva stretto alla sua cinta come con un filo rosso invisibile che li legava indissolubilmente. Gli pareva di avere una sorta di sciarpa di lana rossa intorno al cuore. Era la prima volta che si sentiva felice di averla distante. Amelia d’altro canto era ancora scossa da quanto vissuto laggiù a Malamocco, il suo ciondolo era sempre grande uguale, eppure il suo peso, il suo influsso, la sua massa oscura, parevano sempre maggiori. Quasi come se l’oscurità si sommasse gradualmente e sempre più intensamente al peso dell’anima, trascinandola lungo le pareti dell’invisibile, a fondo, verso il suo oblio più profondo, sul fondo della natura umana. Amelia percepiva quell’oscuritá che oramai usciva oltre la sua aura, sapeva che ne era pervasa, ma non riuscì nemmeno a piangere di questa cosa, tanto era ottenebrata dal desiderio di avvolgere con un manto quella luce emessa dal fratello. Strinse il ciondolo, a fatica, pareva di ghiaccio tanto era freddo e le sue dita nel sfiorarlo si sentivano come intirizzite, immerse nella neve. Sentiva la lontananza di Nico, si disperava che ora brillasse da solo o almeno così lo credeva e immaginava: lontano da lei e obliato dall’ombra ch’ella lanciava verso di lui. Luca infine si era spostato dalla finestra, con Artemisia era tornato a valutare la bilancia sulla mappa tattile della laguna. La luce aveva guadagnato qualche millimetro. Quasi come se in una notte senza luna, fosse stata accesa una candela in lontananza. Non era luce, era speranza. Lo stesso tipo di vantaggio regalato per un effimero istante da una scintilla, offre qualcosa da guardare e distinguere rispetto alle tenebre circostanti. La memoria della meraviglia era stata risvegliata in loro dai bambini che giocavano al campanon. Nel frattempo, nessuno se ne era accorto, la scatola di sardine era rimasta vuota. Patty aveva colto le giuste energie e la distrazione degli altri per andare in giro per i dintorni. Era passata da una crepa sul muro di casa di Artemisia all’esterno, da lì poi si era diretta verso il retro dell’abside della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Arrivò all’interno proprio mentre la luce colpì la magnifica vetrata che guardava verso Corte Veniera. Sospirò. Le sue zampine ora lasciavano impronte luminose, piccole, colorate e dell’intensità pari ad una lucciola, sui masegni e poi sui cuscini dei giovani veneziani più sensibili, quelli che erano ancora capaci di addormentarsi stretti ad un peluche o che tenevano il loro giocattolo preferito sul comodino. Angoli di luce e di sogni appesi pronti a esser fatti volare. Patty sembrava trasfigurata mentre agiva, le sue zampine così piccole stavano producendo una magia così intensa che, così dunque a poco a poco, ogni ricordo ed emozione che emergeva regalava un millimetro di luce che si andava a sommare al piatto benevolo della bilancia di Anamonè. Così che forse il Natale, un giorno, potesse tornare a splendere senza essere un freddo rito da calendario, ma un’identitá viva che potesse ardere nel cuore di tutti.

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I Segreti di Venezia: La Toletta, una libreria dove i libri “attraversano” il tempo – Dorsoduro

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Oggi andiamo a scoprire un luogo iconico, di passaggio e con riferimenti moderni alla storia della città. Siamo nel cuore di Dorsoduro, il sestiere che, solo per citarne alcune, ospita Punta della Dogana, il Ponte dei Pugni e la Barca della Frutta. Oltre a tutto questo però, nei pressi della Sveglia della Strega, c’è un’altra storia da raccontare.

Libreria “La Toletta” – la libreria di Venezia:

Se potessimo viaggiare nel tempo, impostando come anno il 1933, potremmo avere l’onore di assistere all’inaugurazione di quella che, ad oggi, è la libreria indipendente più antica di Venezia. Nacque con lo scopo di gestire la compravendita di libri usati e, col tempo, dopo circa quarant’anni dalla sua fondazione, cambia declinazione e si apre anche alla vendita di testi d’occasione, così da rendere il suo catalogo invidiabile e ricco di sorprese per chi cerca titoli difficili da scovare altrimenti.

la facciata della libreria la toletta in sacca della toletta
la libreria “la Toletta”

Dove si trova e come raggiungerla?

Come anticipato ad inizio articolo ci troviamo nel cuore di Dorsoduro, in una zona di forte passaggio in quanto le Gallerie ed il Ponte dell’Accademia, piuttosto che Punta della Dogana, lo Squero San Trovaso e la Basilica della Salute sono nelle vicinanze.

Indicazioni da Piazzale Roma: procedi verso sud-est per circa 130 metri, poi svolta a destra imboccando Fondamenta Cossetti. Dopo una cinquantina di metri, svolta leggermente a sinistra per rimanere sulla stessa fondamenta e scendi le scale. Prosegui quindi lungo Fondamenta Tre Ponti, supera un altro ponte e continua su Fondamenta Pigan. Svolta a sinistra per attraversare il Ponte del Pagan, poi prosegui lungo Fondamenta del Rio Novo per circa 230 metri. Quando questa svolta a destra, prosegui sulla Fondamenta del Malcanton, e dopo una settantina di metri svolta a sinistra in Calle del Forno, salendo un’altra rampa di scale. Prosegui a destra lungo il Sestiere Dorsoduro, poi svolta a sinistra verso Campo Santa Margherita. Una volta giunto nel campo, svolta a destra e attraversalo, poi svolta a sinistra imboccando Rio Terà Canal. Continua lungo questa via e svolta a destra per rimanere su Rio Terà Canal. Attraversa il suggestivo Ponte dei Pugni, quindi svolta a sinistra su Fondamenta Gherardini, poi a destra in Campo San Barnaba. Da qui, svolta a sinistra in Calle del Traghetto Vecchio, poi a destra attraversa Ponte Malpaga. Procedi ancora a sinistra lungo Calle dei Cerchieri, quindi svolta a destra su Calle della Toletta, che percorri fino alla fine. Infine, svolta a sinistra e attraversa il Ponte de le Maravegie, ritrovandoti nella placida Sacca della Toletta, proprio accanto alla storica libreria che porta il suo nome.

Indicazioni dal Ponte dell’Accademia: scendi le scale e procedi verso sud-ovest. Svolta subito a destra imboccando Calle della Carità, poi continua leggermente a sinistra per restare sulla stessa calle. Dopo pochi passi, gira a destra in Calle Contarini Corfù, quindi svolta a sinistra per proseguire lungo la stessa via. Poco più avanti, svolta ancora a sinistra e, infine, gira a destra attraversando il Ponte de le Maravegie. Ti troverai così nella tranquilla Sacca della Toletta, nel cuore del sestiere di Dorsoduro.

il Rio de la Toletta

L’origine, tutta veneziana, del nome: Il perchè de “La Toletta”

Come ricorderete, qualche tempo fa, vi parlai dell’usanza di attribuire “soprannomi e detti” alle persone, non senza riferimenti anche a casi personali familiari, bene, state per scoprire che anche questa libreria trae il nome da fenomeni sociali similari che, qui a Venezia, acuiscono la loro forza in senso assoluto. La storica libreria, nata nel 1933, deve il suo nome non a una parte del bagno — come qualcuno potrebbe ironicamente pensare — ma alla strada (o meglio, alla sacca) in cui si trova: la Sacca della Toletta, nel cuore del sestiere di Dorsoduro. A far luce sull’origine del nome è Giuseppe Tassini, autore del prezioso libro Curiosità Veneziane (Filippi, Venezia, 1863). Egli scrive infatti:

«Corre tradizione che così si dicessero queste strade perché anticamente una toleta, ossia piccola tavola, faceva l’uffizio di ponte per passare il canale.»

Dunque, la toletta era in origine una piccola e modesta tavola di legno, un passaggio improvvisato che permetteva di attraversare un canale o una riva. Un ponte umile e provvisorio, ma carico di significato simbolico: un legame tra rive, lo stesso che intercorre tra le pagine dei libri, che uniscono pensieri e tempi diversi con semplicità.

Ed è così che, ancora oggi, questa libreria “di passaggio” attraversa il tempo, mantenendo viva la memoria di un nome antico e, a suo modo, poetico. Una metafora reale di come Venezia possa essere incanto, fiaba e meraviglia.

Un’altra prospettiva del Rio de la Toletta
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In conclusione:

La libreria La Toletta non è soltanto un luogo dove acquistare libri, ma un vero e proprio crocevia culturale, un ponte – proprio come la tavola da cui prende il nome – tra epoche, autori e lettori. In un angolo tranquillo di Dorsoduro, lontano dai flussi turistici più intensi, custodisce storie, memoria e passione. Ogni scaffale racconta un frammento di Venezia, ogni volume ha il potere di aprire nuove prospettive. In un mondo che corre veloce, La Toletta resta lì, saldo baluardo di carta e sogni, pronto ad accogliere chiunque cerchi rifugio tra le pagine.

E tu, ci sei mai stato? Oppure ti piacerebbe perderti tra questi scaffali?
Raccontamelo nei commenti!

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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