Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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I Segreti di Venezia: Lo sapevi che i veneziani trasformarono in bitte dei cannoni? – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.
Nelle nostre esplorazioni abbiamo attraversato le molteplici sfaccettature della città e della sua laguna, scoprendo tesori nascosti e dettagli che spesso sfuggono allo sguardo distratto.
Tra le immagini che restano più impresse nella memoria ci sono i segni della guerra incastonati nella pietra: palle di cannone che, ad imperitura memoria, sono state lasciate conficcate sulle pareti di diversi edifici veneziani.
Le abbiamo incontrate presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino e sulla facciata dell’Hotel San Fantin.

Storicamente, le palle di cannone visibili in città risalgono soprattutto all’assedio austriaco del 1849. Sarebbe però bello pensare che alcune di esse abbiano attraversato i mari prima di conficcarsi, ahinoi, tra le pietre veneziane, portando con sé l’eco lontana di altre battaglie.

Quando un’arma diventa parte dell’arredo urbano della città

Nel raccontare i segni lasciati dalla storia tra le pietre di Venezia, emerge anche un tema sorprendentemente attuale: quello del riutilizzo.
Oggi lo associamo alla tutela dell’ambiente, alla riduzione degli sprechi e alla capacità di dare nuova vita a ciò che sembrerebbe aver esaurito la propria funzione. Eppure, molto prima che questi concetti entrassero nel linguaggio contemporaneo, l’ingegno umano li metteva già in pratica con naturalezza.

Anche Venezia ne è testimonianza. La città ha spesso trasformato necessità e ferite in soluzioni concrete, integrandole nel proprio tessuto urbano.
Per questo appare quasi poetico che strumenti nati per colpire e distruggere possano diventare elementi funzionali e durevoli dello spazio cittadino.

È il caso dei cannoni trasformati in bitte d’ormeggio: oggetti bellici che, privati della loro funzione offensiva, hanno trovato una nuova identità utile alla vita quotidiana della laguna. Un esempio antico di economia circolare, dove il passato non viene scartato, ma trasformato.

Cosa sono le bitte e perché erano fondamentali a Venezia

Le bitte non sono semplici pali di legno o ferro conficcati sui moli: sono punto di ancoraggio della città, il modo in cui Venezia si lega all’acqua e offre accoglienza ai suoi visitatori. Ogni imbarcazione, dal battello più piccolo alla nave mercantile, dipendeva dalla sicurezza delle bitte per sostare senza essere trascinata via dalle correnti della laguna.
Nel contesto urbano veneziano, dove le calli sono canali e le piazze s’incontrano con l’acqua, le bitte diventano strumenti essenziali, invisibili ma indispensabili, testimoni silenziose di traffici, mercati e vite quotidiane.
Trasformare un cannone in una bitta significava dunque unire ingegno e pragmatismo, dare nuova vita a un oggetto di guerra e inserirlo nella rete di legami che rende Venezia unica al mondo.

bitta cannone venezia

L’ingegno veneziano: cannoni piantati nella fondamenta

Venezia è utopia, una città costruita con l’approccio della sfida e della necessità: sull’acqua, sulla foresta capovolta, tra terra e mare. Eppure, anche gli oggetti della guerra qui trovano un destino diverso. Le palle di cannone conficcate nelle facciate delle chiese e sugli edifici, rimaste dai bombardamenti austriaci del 1849, non sono semplici curiosità: sono testimonianze tangibili di coraggio e memoria, dei post it ferrosi che si fanno memorandum del dolore inflitto dalle guerre. Ciò che colpisce è come la città le abbia “quasi” accolte e reinterpretate, trasformando strumenti concepiti per ferire in elementi di memoria urbana, quasi a incastonarle nelle fondamenta immateriali della città. In questo modo, ogni arma, ogni pallottola, diventa parte integrante della vita quotidiana, unendo storia, ingegno e resilienza in un segno visibile che racconta il passato senza cancellarlo.

Inoltre, e in pochi ci fanno davvero caso, lungo le dighe presso tutte le bocche di porto da nord a sud, Venezia ha saputo trasformare strumenti di guerra in elementi concreti della vita urbana. Cannoni, ormai dismessi, venivano incastonati nelle banchine e nelle dighe, diventando bitte d’ormeggio. Durante i lavori per il MOSE, alcuni di questi cannoni sono stati riportati alla luce, dimostrando come la città sappia riutilizzare le tracce del passato trasformandole in soluzioni utili e durature.

Dove si possono vedere ancora oggi

Vederle è più facile di quanto si pensi e, sono convinto, per molti basterebbe osservare senza semplicemente guardare — scusate il gioco di parole. Prendete come riferimento il Sestiere di Castello e il Ponte de San Domenego, in Riva dei Sette Martiri. Da lì, dirigendovi verso Piazza San Marco, le incontrerete tutte. Potrete sedervi sulle vicine panchine marmoree, godere del paesaggio e di un canto speciale: quello dei gabbiani. Un luogo classico da innamorati — se lo siete, se ambite a esserlo o semplicemente se volete innamorarvi della vita.

Per chi volesse una guida completa, ne parlo più nel dettaglio nel mio articolo “I 10 Posti Più Segreti e Romantici di Venezia per Dire ‘Sì, Ti Sposo’ (Elopement & Proposte) + Mappa con 100+ Angoli Nascosti 💍🔥

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Per concludere: quando la città ricicla la storia

A Venezia persino la guerra diventa materia da reinterpretare. Cannoni, palle di ferro e strumenti concepiti per ferire vengono trasformati in elementi funzionali della vita quotidiana, dalle facciate delle chiese alle banchine della laguna. In questa città, il passato non si cancella, si riutilizza, si reinventa: ogni oggetto racconta la storia e insieme sostiene la vita, unendo memoria, ingegno e resilienza in un segno visibile che continua a vivere tra le pietre e sull’acqua.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito!
#SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Torrefazione Girani, il Caffè di Venezia – Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Oggi vi accompagnerò alla scoperta di profumi in cui pietra, legno, storia, aria salmastra e caffè si intrecciano in un angolo dal sapore magico..
Venezia, la Serenissima, frontiera e baluardo di commerci, spezie, preziosi, ma anche di tradizioni che da secoli e decenni si dipanano e vivono lungo calli e campielli.
Siete pronti ad assaporare un nuovo articolo? Partiamo!

La Torrefazione Girani: l’ultima vera torrefazione artigianale di Venezia – dove trovarla?

Ci troviamo in uno dei sestieri veneziani che preferisco. Tantissime, infatti, sono le storie, le leggende e la venezianità che scorrono lungo queste calli. Piazza San Marco non è distantissima, ma lo è abbastanza per lasciare spazio a un’autenticità fatta di piccoli dettagli. Quei dettagli, tramandati di generazione in generazione fin dal 1928, che con profumi e sapienza hanno trasformato un piccolo laboratorio in una eccellenza resiliente, dove ogni chicco viene selezionato, tostato e miscelato sul posto. Un’eccellenza che va oltre il contesto in cui la troviamo, e che si rivela anche nella capacità di raccontare un aroma o consigliare una varietà. Io stesso sono entrato da quell’uscio: fuori era il 2025, ma lì dentro ho respirato un’atmosfera senza tempo. La stessa che, da bambino che ancora non apprezzava quella bevanda, mi faceva però annusare la bustina di caffè appena macinato in una rivendita della mia città. Aggiungiamo una nota di mistero: se guarderete sulla borsetta che vi verrà consegnata, dopo aver scelto il loro prezioso caffè appena macinato, troverete un indirizzo preciso: Campo della Bragora 3727. Cercate pure sulle mappe: difficilmente troverete un riscontro. Infatti, oggi quel campo si chiama Campo Bandiera e Moro.

L’interno della bottega ed il bancone della Torrefazione Girani

Per quale motivo il Campo ha due nomi?

Campo Bandiera e Moro e Campo della Bragora non sono due campi diversi, bensì lo stesso luogo, e l’indirizzo Castello 3727 li accomuna per questo motivo. Campo Bandiera e Moro è il nome moderno e ufficiale, ma nella tradizione locale è anche noto come Campo della Bragora, soprattutto per la presenza della Chiesa di San Giovanni in Bragora, che dà il nome alla parrocchia storica. A Venezia, la numerazione civica non segue vie o campi, ma l’intero sestiere di appartenenza. Questo significa che Castello 3727 è un numero univoco all’interno del sestiere, e può essere riferito a zone che portano nomi differenti, anche se indicano la stessa area urbanistica. Talvolta, un’attività o un edificio può essere descritto in modi diversi:
“Campo Bandiera e Moro 3727” come nome toponomastico attuale,
oppure “Campo della Bragora 3727” come nome storico o ecclesiastico. Se cerchi Castello 3727 su una mappa, troverai lo stesso punto: è l’edificio della Torrefazione Girani, che si affaccia proprio su quel campo, in uno degli angoli più autentici e silenziosi del sestiere.
Infine la chiesa di San Giovanni in Bragora, che dava il nome al campo, tra l’altro, è nota anche per aver visto svolgersi il battesimo Antonio Vivaldi.

I caffè “perduti”: miscela e memoria

Un tempo non raro, oggi quasi un’eccezione. Le torrefazioni artigianali a Venezia erano realtà vive, profumate, quotidiane. Caffè Roma in Strada Nova, Torrefazione Cannaregio alle Ormesini, botteghe senza insegna dove bastava chiedere “mezzo etto per moka” per uscire con le dita impregnate d’aroma.

Molte si sono spente, altre migrate in terraferma. Rimane il ricordo: un sacchetto di carta sottile, il suono del macinino, la voce che suggeriva la miscela giusta. Luoghi di fiducia, dove il caffè non si beveva: si sceglieva. La speranza è che possa risorgere dalle sue polveri, se mi passate l’analogia, la Torrefazione Cannaregio, fallita solo nel 2024. Forse, con nuova linfa e mani attente, potrà tornare a tostare per la città.

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In conclusione:

In questo itinerario tra profumi tostati e Segreti di Venezia, la Torrefazione Girani si rivela non solo come bottega, ma come presidio di tradizione. In un tempo in cui la città si affida sempre più al ricordo, qui il caffè è ancora un gesto lento, sapiente, quotidiano. Le torrefazioni scomparse, i nomi che resistono nei racconti delle persone più che sulle insegne, ci parlano di una Venezia fatta di riti domestici, di mani che scelgono e nasi che riconoscono. Un tempo in cui la qualità non era una moda, ma un’abitudine. E allora, in questo angolo del sestiere di Castello, il caffè non è solo una miscela: è una forma di resistenza, un racconto che profuma di passato ma vive nel presente. E, nel mio piccolo, sono felice di aver comprato del caffè, proprio lì, oggi. La moka ormai la uso di rado, ma poter aprire la miscela, annusare e lasciar impregnare le dita del suo profumo… non ha prezzo. E chissà, magari anche voi, passando di lì, sentirete quel profumo nell’aria e vi fermerete. Non solo per comprare del caffè, ma per portare via con voi un frammento di Venezia che non si può raccontare. Solo vivere. E che, una volta sentito, non vi lascerà mai.

torrefazione girani sulla mappa

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: Bepi, il Fantasma di Venezia – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi vi voglio raccontare una storia che pone le sue radici nel Sestiere di Castello, presso i Giardini Napoleonici.

Chi era Bepi e dove ci troviamo?

Bepi, al secolo Giuseppe Zolli (un approfondimento per i cuoriosi lo trovate QUI), era un soldato veneziano nato nel 1838, fedele a Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla celebre Spedizione dei Mille e si distinse per la sua dedizione al generale. La vicenda trova ambientazione a pochi passi dall’unica “Via” di Venezia, Via Garibaldi, e a 300m dal Caffè della Serra, nel contesto dei Giardini Napoleonici.

monumento a Garibaldi in via garibaldi a venezia vicino ai giardini della biennale

Venezia e le sue leggende affascinanti:

Venezia è universalmente riconosciuta come una culla di cultura, storia, tradizioni e un folklore ricchissimo. Ogni angolo della città custodisce storie affascinanti, come quella delle Statue in Campo dei Mori, tra cui spicca “El Sior Rioba”, oppure della leggendaria Pietra Rossa, che si dice segnare il punto dove la Peste del 1630 venne sconfitta e inghiottita dalla terra. Non meno intrigante è la storia della Sveglia stregata, o la struggente leggenda di Orio, il pescatore, e della Sirena Melusina, un amore impossibile sospeso tra mare e terra. E ancora, il misterioso Mascherone di pietra che veglia sulla torre campanaria della Chiesa di Santa Maria Formosa, simbolo di protezione e di enigmi irrisolti. Infine, non ultimo, oggi scopriremo la storia di Bepi, Giuseppe Zolli, il Fantasma.

Quale storia leggendaria riguarda Bepi il Garibaldino?

Bepi morì nel 1921. In vita, si era promesso di difendere ad ogni costo il suo Generale, Giuseppe Garibaldi. Tale promessa divenne praticamente un’ossessione, al punto che, anche dopo la morte, Bepi continuò incessantemente il suo compito, difendendo, come fantasma dispettoso, vestito con una camicia rossa, la statua di Garibaldi presso i Giardini della Biennale, importunando o facendo addirittura inciampare chiunque si avvicinasse al monumento. Riconosciuto dagli abitanti come “Bepi el garibaldin”, il quartiere decise di onorarne la devozione erigendo una statua in suo nome alle spalle del generale, proprio sul medesimo monumento. Da quel momento, il fantasma di Bepi trovò pace, e la sua storia rimane un simbolo di fedeltà eterna.

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In conclusione:

Ogni angolo di Venezia nasconde storie affascinanti, e quella di Bepi, il fedele fantasma garibaldino, è un frammento unico di questo patrimonio senza tempo. Camminando tra i Giardini della Biennale e la Via Garibaldi, si percepisce l’eco di un passato che ancora vive, un intreccio di leggende, tradizioni e passioni che rendono Venezia un luogo da sentire, vivere e respirare.

mappa di venezia che indica come trovare "bepi il fantasma"

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: La Chiesa Murata tra le Case, San Giovanni Elemosinario a San Polo

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti vicende della città lagunare. Preparatevi a scoprire oggi una delle chiese più uniche di Venezia: San Giovanni Elemosinario, la chiesa “murata” dalle case che la circondano.

Dove ci troviamo esattamente?
Siamo nel cuore pulsante di Venezia, a soli due minuti a piedi dal Ponte di Rialto, ma sul lato del Sestiere di San Polo. Questa zona è famosa per il Mercato di Rialto, con i suoi innumerevoli venditori di verdura, frutta e, poco distante, il celebre Mercato del Pesce.
Il luogo di cui vi parlo si nasconde al civico 479 di Ruga Vecchia San Giovanni (per scoprire cosa sono le “rughe”, vi rimando a un articolo precedente).

La Ruga Vecchia San Giovanni e la porta della torre
campanaria che funge da cabina elettrica

Come riconosciamo la Chiesa se è circondata da palazzi?
Oltre al numero civico 479, la torre campanaria ospita il portone d’ingresso di una cabina elettrica, una destinazione d’uso quantomeno singolare. L’ingresso della chiesa si rende visibile grazie a un ampio portale ad arco con volta, racchiuso da un cancello in ferro scuro da cui si intravede (foto 3) il portone del luogo di culto “nascosto”.

Il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni

Le vicende che hanno portato a questa scelta inconsueta:
Quest’area fu una delle più colpite da un’incendio che, nel gennaio del 1514 spazzò una larga parte dell’Isola di Rialto, quella maggiormente contraddistinta da una cospicua presenza di botteghe e mercanzie.

Dal mio canale youtube

La ricostruzione dell’intera area fu affidata all’architetto Abbondi, chiamato lo Scarpagnino. Fu lui a progettare una chiesa in stile rinascimentale e perfettamente integrata in un contesto di palazzi contigui in armonia con il contesto.

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Si tratta di un luogo di culto pensato con pianta a Croce Greca, prevedendo che i vani antistanti la Chiesa potessero divenire delle realtà commerciali per gli ambulanti, tramite il cui affitto si sarebbero potuti ricavare fondi per il sostentamento della Chiesa. La ricostruzione fu ultimata intorno al 1531, durante il dogato di Andrea Gritti (1523-1538). La chiesa fu impreziosita attraverso le arti di: Tiziano, Jacopo Palma il Giovane e Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone.

In conclusione:

Concludendo questo viaggio tra i segreti di Venezia, ci troviamo immersi in una storia tanto affascinante quanto peculiare. La chiesa di San Giovanni Elemosinario, “murata” tra le case, rappresenta un esempio unico dell’ingegnosità architettonica e delle complesse dinamiche urbane della Serenissima. Questa vicenda ci ricorda come Venezia sia un mosaico di storie e misteri, dove ogni pietra racconta una storia e ogni angolo nasconde un segreto. È un invito a esplorare con occhi nuovi una città che, nonostante il passare dei secoli, continua a incantare e sorprendere.

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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