I Segreti di Venezia | Sessioni Analogiche, Pt. 1: L’Architettura, la Pietra, le Ombre e la Struttura della Città

Un viaggio visivo in due tappe attraverso la fotografia analogica, tra il bianco e nero e il colore.

Due rullini da 36 pose: un 100 ASA in bianco e nero e un 200 ASA a colori. Perché questa sessione? In un mondo di possibilità infinite, volevo provare a raccontarvi Venezia in maniera anticamente nuova. In digitale ho realizzato migliaia di fotografie, spesso centinaia per volta; stavolta, ve lo giuro, in due uscite ho faticato a scattare 72 volte in tutto.

Il motivo è semplice: pensare prima di scattare, scegliere senza la possibilità di modificare e non potersi fidare di altro se non del proprio istinto rende ogni fotogramma una scelta consapevole — un algoritmo di possibilità in cui incorniciare solo ciò che risulta davvero meritevole.

Della totalità delle foto vi condividerò qui 10 scatti per tipo, cominciando dal bianco e nero, dove la materia della città si spoglia di ogni distrazione cromatica per rivelare la sua ossatura più pura. Senza la seduzione del colore, la pietra d’Istria levigata dal tempo, le venature dei mattoni a vista, la grana del legno consumato dalla salsedine e i contrasti netti tra luce e ombra emergono con forza, tracciando la vera spina dorsale della città d’acqua.

kodak tmax 100 asa bianco e nero e canon ae-1

Prima di cominciare, vi presento un valido assistente

(Nota: ci tengo a precisarlo, non si tratta di una collaborazione o di un contenuto pubblicitario/ADV, ma solo del racconto sincero degli strumenti usati sul campo e acquistati senza contributi esterni).

Nonostante le fotocamere utilizzate durante le due sessioni fossero già dotate di esposimetro integrato, il Godox C100 si è rivelato un utile supporto esterno per una rapida verifica prima dello scatto. Questo piccolo dispositivo tascabile con mirino trasparente (transparent viewfinder) permette infatti di inquadrare la scena e avere un riscontro immediato sulla quantità di luce globale. Non trattandosi di un esposimetro con lettura spot, ma di una misurazione valutativa sull’intera area, non è uno strumento perfetto nei contrasti più estremi — come i passaggi in ombra nei sotoporteghi con sfondi in pieno sole. Tuttavia, usato con consapevolezza e affiancato all’esposimetro della macchina, offre un secondo parere visivo veloce, perfetto per confermare l’esposizione o ottenere dei parametri affidabili in caso la nostra fotocamera non potesse fornirli, prima di consumare uno dei preziosi 36 fotogrammi del rullino.

Sezione 1: Geometrie, Architettura e Ombre

Sotoportego e campiello. L’oscurità del passaggio coperto fa da cornice al contrasto netto di luce che illumina la piazzetta e le facciate sullo sfondo.
Prospettiva in chiaroscuro. Una lama di luce taglia la calle stretta, guidando lo sguardo lungo i mattoni.

Sezione 2: Il Legno, l’Acqua e l’Artigianato Storico

Rifugio di legno e pece. Lo squero con le gondole in manutenzione a secco; il bianco e nero esalta la grana del legno grezzo e la struttura del cantiere.
L’anima della prua. Il dettaglio dell’imbarcazione “Edera” e del suo occhio vigile, incorniciato dalle increspature scure del canale.
Il piccolo capitano. Un peluche legato sulla prua di una barca da lavoro; il punto di vista raso d’acqua mette in primo piano la quotidianità dei barcaioli.

Sezione 3: La Quotidianità nei Campi e nei Canali

Il mercato d’acqua. La tipica barca di frutta e verdura ormeggiata accanto al ponte, vivaio di incontri e scambi di quartiere.
Grafiche dal passato. L’espositore di cartoline e stampe fuori dalla bottega, una composizione di quadri e contrasti geometrici.

Sezione 4: Silenzi, Soste e Navigazione Lenta

Contemplazione in campo. Due figure sedute di spalle su una panchina in pietra, immerse nel silenzio riparato degli alberi.
Navigazione tra i palazzi. La sagoma scura della gondola scivola sotto il ponte in pietra tra le quinte architettoniche.
Scorcio prospettico. Vista aerea dal ponte lungo il canale, con la barca a remi che traccia la rotta verso lo sfondo.

Per concludere: La forma della pietra, il ritmo della memoria

Guardare Venezia attraverso il bianco e nero non è un semplice esercizio di stile, ma un atto di ascolto. Quando si priva la città del suo colore, quello che resta non è un vuoto, ma la sua sostanza più autentica: la rugosità della pietra d’Istria, il lavoro secolare del legno negli squeri e l’equilibrio fragile tra l’ombra e la luce. Imparare a leggere questa geografia significa superare la superficie da cartolina e iniziare a guardare Venezia con gli occhi dell’ospite attento e consapevole.

Ogni scatto di questa prima sessione è stato un invito a rallentare, a ponderare il gesto prima di premere il pulsante e a rispettare il ritmo di una città che non va consumata di corsa, ma compresa passo dopo passo.

Ma la narrazione di questa esplorazione analogica è solo a metà strada. Se il bianco e nero ne ha tracciato l’architettura e l’anima profonda, domani sarà la luce lagunare a restituirci la sua energia più pulsante. Nella seconda puntata ci tufferemo tra i rossi terrosi dei mattoni, i verdi brillanti dell’edera e i riflessi azzurri dei canali, dove i gesti della quotidianità tornano a vibrare a colori.

L’appuntamento è per domani con la Parte 2: La Luce Lagunare, i Gesti Quotidiani, i Contrasti e l’Atmosfera Viva.

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Clicca qui per leggere la parte 2 sulle foto a colori!

Grazie per aver camminato con me fino a qui.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Carlo Scarpa, l’architetto che sussurrava alla laguna

carlo scarpa biglietteria biennale

La marea come respiro

Il calpestio dei passi sulle passerelle, i riflessi delle architetture dei palazzi sui rii. Balaustre che si fanno panchine per i gabbiani e comignoli che, fumanti, ci indicano che il pane sta arrivando.

Non sapremo mai se e quale aspetto di Venezia, tra i molteplici possibili, abbia dato ispirazione a Scarpa, ma una cosa è certa: controllava l’acqua lasciandola entrare, veicolandola, trasformandola in un suo personalissimo tratto identitario. La fragilità di Venezia la lasciava filtrare sin dentro le sue opere. In totale armonia, calando e crescendo come respiro ogni 6 ore.

La marea che sale.
La marea che sale.

Sappiamo oramai che Venezia poggia su una foresta capovolta per rimanere in piedi, probabilmente Scarpa aveva colto la necessità di accogliere l’acqua come scambio poetico in cui tutti gli elementi traevano equilibrio dalla loro coesistenza utopistica.

Il varco dell’arte: La Biglietteria della Biennale, l’Ingresso dello IUAV e della facoltà di lettere

Biglietteria della Biennale (Sestiere di Castello – giardini): parlavamo di gabbiani, di leggerezza, suggestioni riferibili al volo. Questa biglietteria richiama i tratti Vinciani delle macchine volanti con la sua tettoia, mentre il vetro ed il cemento si lasciano plasmare, quasi fluidi, in linee che non vogliono farsi influenzare dallo scorrere del tempo.

Ingresso IUAV (Sestiere di Santa Croce – Tolentini): Qui Scarpa si supera, osa, dialoga. Questo spazio è un invito a guardare e passare e viceversa. Una volta varcata la soglia, giunge ulteriore stupore. Nella tradizione i portali si attraversano, qui invece diviene uno spazio estetico orizzontale: Scarpa lo affranca dalla sua funzione e lo esalta, fermandone il tempo e alterandone la posizione spaziale. Dove il cemento armato disegna prospettive, quel portale trova riposo e diventa eterno nella sua sospensione.

Ingresso facoltá di Lettere (Sestiere di Dorsoduro – San Sebastiano): qui Scarpa ripete le sue gesta, valorizzando con raffinata semplicità la facciata. Disegna una cornice in marmo d’Istria che cambia la lettura del portale, staccando la pietra antica dal nuovo con tagli netti e linee geometriche. È una sorta di “quadro marmoreo” che invita alla scoperta della bussola interna in legno e vetro: un diaframma trasparente che regola la luce, toglie per un istante il respiro con la bellezza e predispone la mente al silenzio dello studio.

La marea dentro: Il Negozio Olivetti e Fondazione Querini Stampalia

Negozio Olivetti (Piazza San Marco): Qui il marmo e la tecnologia meccanica delle macchine da scrivere e calcolatrici Olivetti, concettualmente elementi freddi e distaccati, si riscaldano. Lo fanno in perfetta armonia tra pavimenti mosaico e elementi marmorei sospesi nello spazio e nel tempo. Il legno caldo si fa accento nei dettagli e, la boutique si fa palcoscenico del prodotto e dell’esperienza che essa stessa rende tangibile.

Fondazione Querini Stampalia (Castello): Qui Scarpa sintetizza il dizionario del linguaggio lagunare e della coesistenza degli elementi in un dialogo supremo. Si tratta di un capolavoro in cui paratie permeabili intentanto dialoghi attraverso l’acqua che entra nel piano terra, scorre nei canali interni di cemento e pietra, pulisce ed evapora. I dettagli in ottone e cemento non combattono il fango, lo assecondano cercando di non farlo prevalere mai. Un luogo in cui architettura ed arte si fanno unisono e raccontano come Venezia potesse rendersi tradizionale e cosmopolita senza cambiare il suo vestito. Ogni vetrata, ogni ringhiera e cancello non si fanno limite, si traducono in portali e, come i segreti sussurrati, i cortili interni esplodono di giardini inaspettati.

La genialità: Il fascino non nasce in maniera esplosiva, ci colpisce con la discrezione delle linee nette, delle ombre dosate e della capacità di far parlare tra di loro elementi eterogenei: acqua, natura, cemento, metallo ed altri elementi. La marea non diventa un pericolo, ma un ulteriore elemento di suspense, un dialogo ininterrotto tra la città, le sue sfide e la sua eterna arguzia. L’architettura di Scarpa si fa liquida per permeare nei segreti della laguna.

Il marmo e il pianto: Il Monumento alla Partigiana

Un’esplosione nel silenzio: Lungo la riva dei Sette Martiri vi imbatterete in una scultura in bronzo di una donna distesa, quasi adagiata a galleggiare o riposare a seconda della marea sul pelo dell’acqua. Si trova sopra un basamento di cassoni in cemento. A seconda della marea appunto, la Partigiana viene sommersa, scompare per poi riaffiorare, come se la laguna stessa la cullasse o cercasse di nasconderla dal tempo per non farci scordare del suo sacrificio. Il cemento qui si fa custode della memoria e del dolore che l’acqua, grazie a quest’opera, non potrà mai cancellare.

Per concludere: La lezione di Scarpa alla Venezia di oggi

Viviamo in un’epoca di barriere: abbiamo il MOSE, l’isolamento sociale, la città che si fa fortino col ticket d’accesso, ma rimane espugnabile. In questo contesto la lezione di Carlo Scarpa resta rivoluzionaria e lapalissiana: Venezia forse si può salvare solo assecondando la sua natura anfibia, generando equilibrio in ciò che la tormenta.

Fosse ancora in vita lo immagino con un taccuino in mano e gli stivali a sfidare l’acqua alta, tracciando nuovi dialoghi sulle eccezionali frequenze e intensità di questi anni. Forse dal suo lapis nascerebbe finalmente una pietra in grado di nuotare.

La prossima volta che visiterete Venezia cercate la sua firma invisibile, quel suo tratto identitario. Quel dettaglio che vi farà esclamare: lo ha pensato Lui!

Vi aspetto con nuovi segreti!

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

Fonti per approfondire:

  • Archivio Progetti IUAV — Fondo Carlo Scarpa (per i disegni e le soluzioni dell’Ingresso dei Tolentini e della facoltà di San Sebastiano).
  • Fondazione Querini Stampalia — Archivio storico e rilievi del restauro del Piano Terreno e Giardino di Carlo Scarpa.
  • FAI (Fondo Ambiente Italiano) — Documentazione e schede storiche del Negozio Olivetti di Piazza San Marco.
  • Archivio Storico della Biennale di Venezia (ASAC) — Progetti e modelli per la Biglietteria e il Padiglione del Libro ai Giardini.
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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

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I Segreti di Venezia: Lo sapevi che i veneziani trasformarono in bitte dei cannoni? – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.
Nelle nostre esplorazioni abbiamo attraversato le molteplici sfaccettature della città e della sua laguna, scoprendo tesori nascosti e dettagli che spesso sfuggono allo sguardo distratto.
Tra le immagini che restano più impresse nella memoria ci sono i segni della guerra incastonati nella pietra: palle di cannone che, ad imperitura memoria, sono state lasciate conficcate sulle pareti di diversi edifici veneziani.
Le abbiamo incontrate presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino e sulla facciata dell’Hotel San Fantin.

Storicamente, le palle di cannone visibili in città risalgono soprattutto all’assedio austriaco del 1849. Sarebbe però bello pensare che alcune di esse abbiano attraversato i mari prima di conficcarsi, ahinoi, tra le pietre veneziane, portando con sé l’eco lontana di altre battaglie.

Quando un’arma diventa parte dell’arredo urbano della città

Nel raccontare i segni lasciati dalla storia tra le pietre di Venezia, emerge anche un tema sorprendentemente attuale: quello del riutilizzo.
Oggi lo associamo alla tutela dell’ambiente, alla riduzione degli sprechi e alla capacità di dare nuova vita a ciò che sembrerebbe aver esaurito la propria funzione. Eppure, molto prima che questi concetti entrassero nel linguaggio contemporaneo, l’ingegno umano li metteva già in pratica con naturalezza.

Anche Venezia ne è testimonianza. La città ha spesso trasformato necessità e ferite in soluzioni concrete, integrandole nel proprio tessuto urbano.
Per questo appare quasi poetico che strumenti nati per colpire e distruggere possano diventare elementi funzionali e durevoli dello spazio cittadino.

È il caso dei cannoni trasformati in bitte d’ormeggio: oggetti bellici che, privati della loro funzione offensiva, hanno trovato una nuova identità utile alla vita quotidiana della laguna. Un esempio antico di economia circolare, dove il passato non viene scartato, ma trasformato.

Cosa sono le bitte e perché erano fondamentali a Venezia

Le bitte non sono semplici pali di legno o ferro conficcati sui moli: sono punto di ancoraggio della città, il modo in cui Venezia si lega all’acqua e offre accoglienza ai suoi visitatori. Ogni imbarcazione, dal battello più piccolo alla nave mercantile, dipendeva dalla sicurezza delle bitte per sostare senza essere trascinata via dalle correnti della laguna.
Nel contesto urbano veneziano, dove le calli sono canali e le piazze s’incontrano con l’acqua, le bitte diventano strumenti essenziali, invisibili ma indispensabili, testimoni silenziose di traffici, mercati e vite quotidiane.
Trasformare un cannone in una bitta significava dunque unire ingegno e pragmatismo, dare nuova vita a un oggetto di guerra e inserirlo nella rete di legami che rende Venezia unica al mondo.

bitta cannone venezia

L’ingegno veneziano: cannoni piantati nella fondamenta

Venezia è utopia, una città costruita con l’approccio della sfida e della necessità: sull’acqua, sulla foresta capovolta, tra terra e mare. Eppure, anche gli oggetti della guerra qui trovano un destino diverso. Le palle di cannone conficcate nelle facciate delle chiese e sugli edifici, rimaste dai bombardamenti austriaci del 1849, non sono semplici curiosità: sono testimonianze tangibili di coraggio e memoria, dei post it ferrosi che si fanno memorandum del dolore inflitto dalle guerre. Ciò che colpisce è come la città le abbia “quasi” accolte e reinterpretate, trasformando strumenti concepiti per ferire in elementi di memoria urbana, quasi a incastonarle nelle fondamenta immateriali della città. In questo modo, ogni arma, ogni pallottola, diventa parte integrante della vita quotidiana, unendo storia, ingegno e resilienza in un segno visibile che racconta il passato senza cancellarlo.

Inoltre, e in pochi ci fanno davvero caso, lungo le dighe presso tutte le bocche di porto da nord a sud, Venezia ha saputo trasformare strumenti di guerra in elementi concreti della vita urbana. Cannoni, ormai dismessi, venivano incastonati nelle banchine e nelle dighe, diventando bitte d’ormeggio. Durante i lavori per il MOSE, alcuni di questi cannoni sono stati riportati alla luce, dimostrando come la città sappia riutilizzare le tracce del passato trasformandole in soluzioni utili e durature.

Dove si possono vedere ancora oggi

Vederle è più facile di quanto si pensi e, sono convinto, per molti basterebbe osservare senza semplicemente guardare — scusate il gioco di parole. Prendete come riferimento il Sestiere di Castello e il Ponte de San Domenego, in Riva dei Sette Martiri. Da lì, dirigendovi verso Piazza San Marco, le incontrerete tutte. Potrete sedervi sulle vicine panchine marmoree, godere del paesaggio e di un canto speciale: quello dei gabbiani. Un luogo classico da innamorati — se lo siete, se ambite a esserlo o semplicemente se volete innamorarvi della vita.

Per chi volesse una guida completa, ne parlo più nel dettaglio nel mio articolo “I 10 Posti Più Segreti e Romantici di Venezia per Dire ‘Sì, Ti Sposo’ (Elopement & Proposte) + Mappa con 100+ Angoli Nascosti 💍🔥

bitta cannone venezia

Per concludere: quando la città ricicla la storia

A Venezia persino la guerra diventa materia da reinterpretare. Cannoni, palle di ferro e strumenti concepiti per ferire vengono trasformati in elementi funzionali della vita quotidiana, dalle facciate delle chiese alle banchine della laguna. In questa città, il passato non si cancella, si riutilizza, si reinventa: ogni oggetto racconta la storia e insieme sostiene la vita, unendo memoria, ingegno e resilienza in un segno visibile che continua a vivere tra le pietre e sull’acqua.

Sussurrami nei commenti: qual è il tuo angolo nascosto di Venezia preferito!
#SussurraVenezia #SalvaLanimaDiVenezia #iSegretidiVenezia #Trarealtaesogno

Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.

Grazie per aver camminato fin qui.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

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I Segreti di Venezia: I Barbacani, ovvero come la Serenissima ha “rubato” spazio alle calli senza stringerle

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Da anni vi porto per mano nei suoi anfratti dimenticati, nei sotoportego che sussurrano storie, nelle piccole meraviglie che solo chi resta qui sa riconoscere. Oggi quel filo rosso si stringe e si fa ombra: un dettaglio sospeso sopra le nostre teste, una sagoma che si allunga sulle calli strette come un abbraccio quasi possessivo. Venezia conserva il suo volto antico – calli levigate, palazzi che specchiano la laguna, riflessi tremuli all’alba – ma sotto quel velo si nasconde un trucco antico, quasi un furto silenzioso: i barbacani. Quelle mensole di legno o pietra che fanno sporgere le case verso il cielo, rubando centimetri preziosi alle calli senza mai chiuderle del tutto. Un ingegno nato dalla fame di spazio in una città senza terra da sprecare, un compromesso tra avidità e prudenza che ha tenuto in piedi Venezia per secoli.

Origine del termine e storia

Il termine barbacane deriva dal francese antico “barbacane”, ma affonda le radici probabilmente in ambito arabo (“bāb al-barrāna” o “bāb al-báqara”, porta esteriore o delle vacche) o germanico-anglosassone (“bergen” + “kenning”, coprire e vedere). In origine indicava strutture difensive medievali: feritoie o antemurali sporgenti sulle mura per colpire i nemici restando al riparo. Diffusi in castelli e fortezze europee dall’alto Medioevo per la loro semplicità e basso costo. Con il tempo evolve in usi civili: a Venezia si trasforma in elemento architettonico “civile” per ottimizzare spazi urbani, perdendo il senso militare e diventando mensole per sporgenze abitative. In sintesi, da componente difensiva diventa “trave sporgente” sfruttata per ampliare le case dai primi piani in su, senza invadere il suolo pubblico al livello del pianterreno.

I barbacani a Venezia: il contesto urbano e l’ingegno della Serenissima

A Venezia, i barbacani sono grosse mensole (in legno o in pietra d’Istria) poste al livello del primo piano, che permettono ai piani superiori di sporgere fino a 1-2 metri oltre il filo del piano terra. Motivo principale: la città nasce su una palude bonificata – quella che abbiamo chiamato “la foresta capovolta” – dove lo spazio a terra è rarissimo e preziosissimo: ogni centimetro conta. I barbacani “rubano” orizzontalmente lo spazio alle calli per guadagnarlo verticalmente, mantenendo le vie praticabili per pedoni e merci. Diffusi soprattutto nei sestieri più densi come Cannaregio, Castello, San Polo, Dorsoduro. Un esempio iconico è Calle del Paradiso con i barbacani su entrambi i lati, quasi un tunnel ligneo gotico, il cortile di Ca’ d’Oro, le zone intorno a Rialto.

Obbligo di distanze e il “barbacane campione”: le regole ferree della Repubblica

Non esisteva una distanza minima fissa tra palazzi (le calli potevano essere larghissime o strettissime, fino a 50-60 cm in alcuni casi), ma un limite massimo di sporgenza per i barbacani. Il metro ufficiale era il “barbacane campione” in pietra d’Istria in Calle della Madonna (Rialto, geoloc. 45.4380905, 12.334756), con l’iscrizione che tradotta letteralmente afferma: “per la giurisdizione dei barbacani”. Se sporgevi di più: multe o demolizione.

Metro ufficiale: il "barbacane campione" in pietra d'Istria in Calle della Madonna (Rialto, geoloc. 45.4380905, 12.334756), con iscrizione "PER LA IVRIDICIOM DI BARBACANI" (per la giurisdizione/misurazione dei barbacani). Se sporgevi di più → multe o demolizione. Ancora visibile oggi!

Venezia, città di particolarità uniche: un parallelo con l’espansione verticale del Ghetto

I barbacani rappresentano l’adattamento orizzontale forzato dallo spazio limitato, Venezia ha trovato infatti altri modi estremi per combattere la scarsità di spazio; un altro esempio geniale (ma più drammatico) è il Ghetto Ebraico: segregato dal 1516 in un’isola ristretta, la comunità ebraica ha dovuto espandersi solo in verticale, arrivando a case di 8 piani – gli unici “grattacieli”. Entrambi sono casi di resilienza urbana: orizzontale con i barbacani (pragmatico e diffuso ovunque), verticale con le torri del Ghetto (forzato dalla segregazione, ma unico al mondo). Mostrano la mentalità veneziana: un’inventiva estrema per “vincere” contro la scarsità di spazio.

Per concludere

In questo momento fragile di Venezia, i barbacani resistono come testimonianza muta di una città che ha sempre saputo rubare spazio al cielo per non arrendersi alla laguna. Oggi, mentre la folla transita senza alzare lo sguardo e i residenti sono 47.652, erosi dalle masse, quelle mensole antiche continuano a sorreggere case che sussurrano un segreto semplice: la vera Venezia non si conquista con i passi veloci, ma si custodisce con gli occhi lenti di chi la vive ogni giorno. La serie I Segreti di Venezia prosegue proprio per questo: per invitare a fermarsi, a guardare in alto nelle calli buie, ad ascoltare il respiro che resta quando il rumore svanisce. Perché solo chi rallenta davvero può ancora sentire il battito di una città che, nonostante tutto, continua a respirare o almeno prova a farlo ancora.

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I Segreti di Venezia: Il Pozzo di Vimini di Calle Gregolina – San Marco

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.

“A Venezia, a volte, è un dettaglio a cambiare tutto.”

Quante volte ci siamo soffermati su un dettaglio? Magari pensando alla sua unicità, a quel qualcosa che lo rende unico e, proprio per questo, degno di essere conosciuto. Bene, il piccolo segreto di oggi risponde a queste caratteristiche. Andiamo a scoprirlo insieme.

Come arrivare e cosa vedere nelle vicinanze

Prendiamoci un punto di riferimento, il Negozio Olivetti a Piazza San Marco. Da lì andando sotto i portici in direzione della Basilica di San Marco incontreremo sulla sinistra la Calle dei Fabbri, percorriamola tutta, in un dedalo meraviglioso che, curva dopo curva, in circa 200 metri ci farà scorgere sulla destra Calle Gregolina. Percorriamola tutta e, tratteniamo il respiro. Eccoci.

Una delle vetrine del Negozio Olivetti a San Marco

Cosa rende unico questo pozzo?

Solitamente i pozzi veneziani seguono canoni estetici molto riconoscibili, quasi dei cliché. Ma questo — e smentitemi nei commenti se necessario — non ha eguali in tutta la città. La sua trama scolpita, intrecciata come vimini, richiama i cesti artigianali e lo rende uno degli esemplari più particolari che possiate incontrare. Avevo già raccontato come funzionassero i pozzi in un articolo precedente, ma questo richiedeva per forza un approfondimento dedicato.

L’importanza dei pozzi in un’isola avvolta dalle acque… salate!

Prima ancora che diventasse una città, Venezia era un’isola utopia costruita sopra acque salmastre. Per questo i pozzi, con il loro ingegnoso sistema di raccolta e filtraggio, rappresentavano una risorsa vitale per la popolazione. Non solo: erano anche luoghi di ritrovo, aperti due volte al giorno dal capo contrada o dal parroco, momenti in cui la comunità si ritrovava attorno all’acqua che garantiva la vita stessa della città.

Perchè nonostante la sua unicità è così poco conosciuto?

La risposta è piuttosto semplice: deriva dall’eccessiva familiarità che abbiamo con questo elemento urbano. Un tempo a Venezia esistevano oltre 6.000 pozzi, e quelli sopravvissuti oggi si mostrano con fierezza nei campi, nelle piazze o nelle corti. Questo invece, pur essendo tra i più particolari, si “nasconde” in una calle chiusa. E lo ammetto: nonostante abbia percorso Venezia in lungo e in largo per raccontarvela, qui non ero mai passato, nemmeno per caso. Eppure il Campanile di San Marco è a meno di 300 metri.

il pozzo di vimini di Calle Gregolina

Per concludere

Cosa ci lascia questo pozzo? Quale insegnamento possiamo trarne? Forse che nella vita — durante un viaggio, un’esplorazione o persino mentre siamo distratti da altro — la meraviglia è sempre pronta a farsi avanti. Tra Realtà e Sogno è proprio questo: restare aperti, in modo sensibile e autentico, a ciò che ci accade o si rivela attorno a noi. John Lennon lo sintetizzava bene: “La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti” (“Life is what happens to you / While you’re busy making other plans”).

Mi piace pensare che chi scelse questo pozzo per quella calle avesse immaginato l’effetto che avrebbe sortito su chi lo avesse incontrato per la prima volta.

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