Anamonè e la bilancia del Natale – Agosto 2026 – Lente, lente currite, noctis equi

Agosto 2026
Lente, lente currite, noctis equi

Luca era uscito dalla porta di casa di Artemisia da pochissimi passi, era arrivato davanti all’osteria che, lungo il canale che guardava a Palazzo Tetta, gli permetteva di attraccare ormai da tempo. Il dovere gli imponeva il rientro per trascorrere la notte nella sua cella fratesca, ma l’animo era quanto mai tormentato. Gli accadimenti, la sensazione di girare a vuoto come una vita spanata, l’idea di non poter e forse voler fare qualcosa di più per salvare Santa, magari deludendo Rudolf, lo attanagliava. Faceva su e giù sulla riva, un po’ guardava la barca, quel “Moro di Venezia consumato”, un po’ si guardava dentro. Il cuoio dei suoi sandali cominciava a consumarsi, la pavimentazione veneziana, ruvida stava grattando la suola sotto il peso del passo stanco e tormentato del frate. D’un tratto sollevò lo sguardo al cielo, strinse il primo nodo della corda che faceva da cinta sull suo saio e disse: “Al diavolo l’obbedienza! Adesso, per un pò’, il mio posto è qui!”. Contemporaneamente dentro casa di Artemisia si scatenò il caos. La mappa tattile della laguna cominciò a vibrare sotto il peso di quella bilancia disegnata che continuava a cambiare polarità come una bussola impazzita. Elio, Artemisia, persino Patty si destarono di colpo, chi spaventato, chi disorientato. Il gesto di ribellione di Luca verso i suoi voti non trovava contrappeso su nessuno dei piatti di quella misurazione della giustizia. Anamonè aveva considerato tutto tranne le cose inconsiderabili. La fronte di Luca, del tutto ignaro dell’effetto domino che quel singolo istante stava per scatenare, si rigò di gocce di sudore pesante. Non era solo l’afa spietata di agosto a tormentarlo, ma il peso specifico di una scelta che gli spaccava l’anima in due. Alle parole, però, fece seguire immediatamente i fatti. Voltò le spalle al canale e, mentre muoveva i primi passi lontano dal suo ormeggio sicuro, sussurrò tra i denti i versi di Ovidio, quasi come una esorcizzazione del tempo: “Lente. Lente currite, noctis equi”. Nella sua mente di novizio non c’era l’invocazione d’amore del poeta latino che la scrisse; c’era l’eco disperata del Faust di Christopher Marlowe. Luca stava infatti implorando i cavalli che tiravano il carro della notte di rallentare la loro corsa, di dilatare le tenebre oltre ogni limite umano, affinché quel buio potesse durare abbastanza da portare consiglio, protezione e soprattutto tempo. Tempo per la Brigata, tempo per pensare a Santa, tempo per non perdersi. Un baccano interiore tale si scatenò in lui che persino le pietre di Castello parvero trattenerne l’eco. Eppure, fuori, la notte di agosto rimaneva muta, sorda, pronta a stringersi intorno a lui, avvolgendolo. Anamonè aveva osservato ogni cosa, rabbiosa, cercando di carpire ogni respiro del frate, cosa che si era fatta moto casuale, ella cercava infatti di sfruttare ogni pozza, specchio d’acqua o catino imbibito che fosse in grado di catturare il riflesso del mondo, ma non quello della Luna. Lei si compiaceva di questo logorio, ne traeva forza sottopelle in questo momento di apparente debolezza vacillante del suo sistema pianificato. Il frate, profondamente concio, bussò alla soglia di casa di Artemisia, lei, ancora sconvolta dalla vibrazione della mappa, bofonchiò dalla camera qualcosa di incomprensibile verso chi disturbasse a quell’ora, forse lanciando qualche strale. Elio corse giù da una poltroncina e grattò la porta da dentro. Patty si raggomitolò dentro la scatola di sardine che la stava ancora ospitando cercando protezione dall’ignoto. Una lieve foschia si sollevò su Venezia, era una reazione tradotta sul piano reale dall’umore di Anamonè, così alterno e severo che acque e pietra si fecero vapore nell’aria. Artemisia arrivò alla porta, chiese chi fosse, Luca la confortò: “Sono Luca Artemisia, questa sera ho rotto una delle mie promesse, sento il bisogno di di restare qui, sento che oggi, mai come prima d’ora, il mio posto è qui, con la brigata e non a San Francesco del Deserto”. La porta lo accolse e la foschia restò al di fuori. Dentro quella casa c’era la scintilla di qualcosa di importante. Così importante che Santa, così vicino nell’anima a quel calore, ma così lontano nel fisico, vide arrossire le sue gote e, sospirando nel suo sonno etereo disse: “fè speranfa”. Luca vide Patty, raggomitolata su quel cuscinetto di lavanda, si avvicinò e le carezzò la testolina con un dito. Lei ne fu felice, ma lui si interruppe, aveva notato una cosa, poggiata su uno scaffale, una cosa che non doveva essere dov’era, ma c’era. Artemisia percepì dal silenzio e dal respiro del frate che stesse accadendo qualcosa, glielo sussurrava anche una sottile energia che percepiva, ma non decifrava. Luca afferrò quell’oggetto, lo riconobbe e, quando ne sfogliò le pagine, impenetrabili ai suoi occhi, Artemisia, riconoscendo il fruscio delle pagine e l’aura emanata del tomo disse: “Ma cosa ci fa e chi ha messo in casa mia il libro dei frammenti di tenebra?” e il frate: “Non lo so, ma forse è il segnale che rompere uno dei miei voti aveva un senso maggiore di quanto si potesse immaginare”. Nel medesimo istante Patty parve uscire dal torpore. Sollevò il musetto concio e stanco dal cuscino di lavanda e si guardò intorno. Pareva mossa da una forza magnetica che la stava orientando. Si spostò da quel nido posticcio di alluminio, attraversò il tavolo una zampettata alla volta “tip tap tip tap” facevano le sue zampette sopra quella che le parve una immensa radura, infine giunse alle pendici di quel libro dalle pagine intonse, bianche. Così almeno appariva a tutti i presenti. Vi appoggiò il musetto sopra, annusò, una, due, più volte. Luca: “Artemisia, la topolina sembra osservare il libro” e lei: “Luca, gli animali possono avere sensibilità superiori, talvolta stupefacenti, lei col suo candore poi, sembra una creatura di un luogo migliore del Mondo”. Luca mancò un respiro quando vide la piccolina allungare una zampetta verso il tomo, un tocco minimo, sfiorato sulla pagina destra. Come quello di un granello di sabbia che precipita sopra l’oceano. Fu in quell’istante, quando infinitamente piccolo e immensità si sfiorarono che parve quasi che il grigiore della topolina svanisse, facendosi china sulle pagine man mano che lei riacquisiva la sua forma naturale. Squittì, due volte, posò anche l’altra zampetta. Ora toccava entrambe le pagine, una zampina ciascuna. Apparve a cavallo di queste due facciate un’immagine a china. Era un’icona semplice ma chiarissima. Artemisia: “Cosa vedi Luca, ti prego, dimmelo!” E il frate guardò verso la finestra, poi la topolina, poi Artemisia e infine guardando le due facciate, sbigottito, balbettò: “Una goccia che cade nell’oceano. Questo libro ci ha sempre guidato con Rudolf, ci ha portato a oggi, credo che da qui non si possa più tornare indietro, quella goccia o è parte del problema o sarà parte della sua fine”. Fuori la notte stava facendo il suo corso, Luca non lo sapeva, ma i cavalli di Marlowe avevano realmente rallentato la loro corsa, giusto il tempo di tracciare la rotta e dare la possibilità a Patty di compiere l’azione da lei compiuta consumando meno energie. Patty parve svenire, Artemisia la cercò con le mani e, dolcemente, la riportò nella scatolina che le faceva da letto. Luca osservava attentamente quei tratti emersi nel tomo e, nel silenzio della notte, Venezia forse stava cominciando a svelare alcuni segreti, ma al contempo, quell’immagine aveva fatto metaforicamente entrare nella casa la foschia che era sorta all’esterno.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Luglio 2026 – Il Possesso che Accieca

Luglio 2026
Il Possesso che Accieca

I tetti delle case a Malamocco emanavano un calore quasi spietato, dai canali si sollevava un’aria umida e densa, salmastra, quasi soffocante. Non vi era sollievo alcuno, perfino le ombre scagliate dalle fronde delle tamerici che parevano ribollire al suolo. Ciononostante c’era un’anima che non riusciva a scaldarsi. Amelia camminava lungo il margine esterno di Malamocco, quello che per intenderci guarda al Forte di Malamocco. Si guardava intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Tracciava dei segni nell’aria con una mano, la sinistra, con l’altra sfiorava il ciondolo nero che portava al collo. Si fermò di colpo, sentendo una voce provenire da dietro una siepe vicino al cancello che precludeva l’accesso al forte: “Se io sono io, tra i tanti tu laggiù, tu, sei tu?” e lei, stranita: “Se tu sei tu, ed io sono io, rivelami chi sei ed io ti dirò chi sono”. E lui, facendo capolino tra gli arbusti: “Tu sei Amelia, io sono Grintolo, aggiungere parole non serve, poiché tu mi conosci da prima di incontrarmi e so che lo sai”. La cosa più incredibile era che, a differenza d’ogni altra situazione, in questa Amelia non provava timore alcuno. Da quando l’influsso di Anamonè aveva influenzato le vite delle persone infatti lei era scivolata in un gelido e muto terrore, una paranoia che aveva reso taglienti i confini d’ogni cosa. Il mondo reale, persino suo fratello Nico, le parevano talvolta elementi ostili. Lei vedeva nel gemello la scintilla da cui poteva generarsi una luce che, per quanto radiosa e pura, genuina, lei sentiva di non meritare, confinata com’era in un anfratto interiore oscuro. Grintolo tutto questo poteva percepirlo, sentiva le crepe che attanagliavano il cuore della ragazzina e quello che portava al collo. Il suo essere un folletto delle ceneri lo rendeva abile nel manipolare e tendere tranelli e probabilmente il suo piano nasceva ad un livello più alto. Il folletto sparì di colpo, sorridendole prima di evaporare in una nuvola grigia di fumo. La pietra che portava al collo però, nel medesimo momento, si era fatta portale attraverso cui le intenzioni di Grintolo si erano fatte ancora più prominenti e influenti in lei. Non lo vedeva, ma poteva sentirlo distintamente, le diceva: “Se Nico resta nel mondo, resta là fuori, la logica e la dinamica di questo mondo lo spegneranno. Portalo da me”. Lei annuì, suscitando lo sguardo stranito di una anziana passante che, col passo incerto, le era passata vicino. Poi strinse tra le mani il ciondolo, come a volerlo sentire meglio, come a canalizzarne la voce, un bisbiglio ulteriore, forse due o tre. Lei annuì ancora stringendo la pietra nera quasi fino a farsi male. Si era convinta, l’unico modo di proteggere Nico dal mondo esterno e preservare la sua luce era far precipitare anche lui in una scatola di tenebra assoluta, in modo da poterla estrarre, quasi come un fulmine nella notte, al momento del bisogno. “La salvezza passa dalla privazione” sussurrò Amelia convintamente, infatti già da tempo stava rinunciando alla benevolenza di Nico per adempiere al ruolo di sua prima protettrice che sentiva dentro. Amelia si allontanò da una pozzanghera che le stava sfiorando la punta delle scarpe. Un paio di converse bianche e nere. Anamonè aveva potuto assistere a tutta la scena di lei e Grintolo, aveva annuito, quasi ripetuto a braccetto ogni parola di Grintolo mentre si rivolgeva ad Amelia. Da lì sotto l’entità percepiva gli spostamenti dell’equilibrio globale che passavano dai minuti dettagli della quotidianità che Santa, Rudolf e gli altri tanto hanno lottato per giungere alla salvezza. In qualità di Giudice non aveva bisogno di muovere guerra alla superficie, e dunque, al mondo. Le bastava sentire l’energia accumularsi come polvere stantia nei punti giusti. Lei aveva messo le tessere del domino dove dovevano stare, non stava a lei tirare la schicchera per generare il precipizio. La deriva sempre più irreversibile di Amelia che, accecata da un amore fraterno e protettivo, stava compiendo il male attraverso il bene era la prova perfetta che anche nella luce l’umanità sapeva generare tenebre. Amore e possesso sono gli estremi che, pur combaciando generano diverse ed opposte polarità. Tutto questo le confermava che l’umanità senza il rigore che lei, solo lei avrebbe potuto imporre, si sarebbe reclusa dentro mura invisibili di isolamento di gruppo. Un passo alla volta questa contaminazione del buono strariperà come acqua alta in ogni angolo della laguna e poi del mondo. Fu in quel momento che, percependo la tensione massima e la distrazione di Anamonè, Patty fece capolino, scendendo dalle ginocchia di un evanescente ed esausto Santa e prese la rincorsa per saltare fuori dal Sottomondo. Si lanciò. Velocissima. Silenziosa. Agile. Santa tossì, Anamonè si girò apostrofandolo con tono rancoroso, il tutto mentre Patty le passò tra i piedi, saltò nella pozzanghera da cui scrutava la scena e fu così che giunse ad un palmo da Amelia agganciandosi ad i lacci neri con stelle bianche delle sue converse per rallentare, slacciandole. Ora era lì, una singola occasione, era pronta ad un sacrificio per un fine più alto. Patty voleva bere le tenebre che avvolgevano Amelia. Salì sulla punta della scarpa destra, risalì fino alla spalla di lei. Amelia percepì, la osservò, sorrise timidamente, come chi viene visto ma non desiderava essere scorto. Patty allungò le zampine anteriori verso il ciondolo, sembrò passare un’eternità in un istante, le poggiò entrambe, una su un emisfero, una oltre la crepa. Amelia sospirò, non si capiva cosa pensasse in quel momento. Sicuramente sentiva la luce nella topolina. Quest’ultima però cominciò a vibrare convulsamente. Di più, ancora, sempre di più. Il ciondolo non si stava indebolendo. Si stava nutrendo della luce di Patty per trarre ancora più tenebre a sé. Forse così stava facendo anche con Amelia, ma con meno intensità. Forse perché la sua luce era forte, ma più fioca di quella di Patty. Patty mollò la presa, scappò lontano, spaventata, col fiatone, indebolita oltremodo. Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, non ricordava benissimo nemmeno cosa fosse successo, ma Patty si risvegliò su un tavolo da hobbisti, adagiata su un sacchettino di lavanda per armadi usato a mo di cuscino dentro ad una scatola di alluminio di quelle per sardine, usata a mo di culla. Si stiracchiò e dopo pochi istanti si accorse che due facce bonarie la stavano osservando con curiosa tenerezza. Uno era Alfredo, l’altro Luca, il frate. Il primo disse al secondo: “Te l’ho detto che questa topolina era invincibile” e il frate: “Alfredo, io sono il frate, ma la vera fede appartiene a te, mi occuperò io di lei ora e so a chi affidarla per un controllo in più, grazie per aver salvato questa creatura”. Patty venne presa a mo di culla nella mani di Luca e lei si affidò ciecamente, lo guardò e, quasi annuendo, si lasciò deporre nel taschino del suo saio. La brezza le sfiorò i baffetti mentre navigavano da Malamocco verso il Sestiere di Castello, Luca le carezzò la testolina, in cuor suo gli sembrava di conoscerla da una vita e, forse, in parte era così. Luca attraccò davanti alla solita Osteria in Fondamenta dei Felzi. Si incamminò lungo le calli ormai rese fresche dall’imbrunire e, dopo pochi passi bussò alla porta di Artemisia. Sentì Elio grattare la porta da dentro, Artemisia arrivò e disse: “Luca, che sorpresa, cosa ti porta qui?” e lui: “Metti le mani a ciotola e tieni” mettendole Patty sui palmi. La topolina sobbalzò, ritrovando un’energia e una vitalità non comuni. Artemisia rimase a bocca aperta, sentì una connessione enorme e riconobbe un’energia familare in quella topolina. Ne percepì il candore al tatto e l’animo dal respiro. I rispettivi cuori parvero battere unisono per minuti. Anche Elio si avvicinò alla creaturina, riconobbe l’ospite clandestino salito sulla barca di Matteo delle Maree e si strusciò, testa a testa, su di lei. Artemisia prese per il braccio, cercandolo, Luca e disse: “Hai compiuto un miracolo” e lui “Merito di Alfredo, l’ha salvata lui” ma lei insistendo “No, tu l’hai compiuto! Questa topolina è un’emanazione di qualcosa che va oltre il nostro piano, in lei percepisco l’energia di Santa e molto di più” Luca rimase sbigottito, nel mentre Artemisia se la portò vicino al volto, non poteva vederla, ma voleva sentirla vicina, più che poteva. Patty riprese colore, ora era tornata la solita, scese dalle mani di Artemisia, ne percorse verso il basso il corpo fino a scendere sul pavimento. Elio la seguì, ma Patty non aveva bisogno di guide, sapeva dove andare. Arrivò alla mappa tattile della laguna, ne aveva percepito l’energia. Si soffermò all’altezza di San Francesco del Deserto e Luca disse: “Artemisia, non ci credo, sta indicando col musetto il punto da cui provengo, pazzesco”. La realtà era un’altra, ma forse il destino non aveva aperto per qualche motivo il sensto senso di Artemisia. Patty stava indicando il non luogo in cui era recluso Santa. Elio aveva capito, ma poco poteva fare se non avvolgerla nelle sue fusa infondendole la forza di credere nell’attesa di una comprensione superiore da parte dei loro amici bipedi. Luca si congedò, Artemisia si mise a danzare felice e i due animali si misero a dormire insieme, avviluppati uno sull’altra. Nel frattempo Anamonè si rese conto dell’accaduto e il suo grido di rabbia si diffuse come un’onda d’urto sotterranea invisibile. Molte creature la percepirono, una di queste fu un pappagallo di Burano che per un istante smise di canzonare i passanti, come fece con Santa, per urlare: “Paura, paura, tentacoli crudeli su di noi! Santa! Santa! Serve Santa!”. 

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I Segreti di Venezia: Burano, la Casa dei colori

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio affascinante tra le peculiarità della cultura lagunare veneziana. Due settimane fa eravamo andati a Sud lungo la Laguna Veneta, precisamente a Pellestrina, oggi ci sposteremo più a nord rispetto a Venezia, ma non abbiate paura, anche stavolta lo faremo per una valida ragione. Partiamo con qualche indizio: Il nome di quest’isola comincia con la “B”, è un’isola ricca di storia e fascino, le sue case sono coloratissime… so che conoscete già la risposta, quindi cominciamo.

Burano è una delle isole più remote della Laguna Veneta, se vi trovate a Venezia è facilmente raggiungibile, basta raggiungere la fermata Actv “Fondamente Nove – pontile A”.
Le partenze sono più frequenti tra le 8 del mattino e fino alle 23. Il tempo di navigazione è di circa 50 minuti e tra le varie fermate c’è quella di Murano che, dal mio punto di vista conviene visitare di ritorno, in modo di gustarla appieno e senza dover pensare al tempo da dedicare per raggiungere l’isola di Burano.

Canali buranelli e imbarcazioni a riposo

L’itinerario offre dal punto di vista naturalistico molti spunti di osservazione di quelle che sono la flora e la fauna della Laguna, quindi a bordo del natante, ove possibile, occupate dei posti all’aperto, specialmente in bella stagione.

Orizzonti azzurri e prospettive arcobaleno

Ecco qui una visuale del punto da cui partirete e dove arriverete:
Venezia – Burano – Linea 12 dal satellite

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Ma se siete delle persone che amano la velocità, partite dalla terraferma e disponete di una macchina esiste un altro metodo per raggiungere Burano: questo.

Un video a spasso per Burano

Qualche cenno storico: l’isola fu colonizzata già in epoca remota e, dunque, ha origini molto antiche, certamente deve molto agli esuli di Altino, che fuggirono dalle scorribande barbariche di Attila e del suo esercito. Le prime attestazioni scritte dell’isola risalgono all’840 d.c. in un patto stipulato tra Venezia e il Sacro Romano Impero.

Colori vivacissimi

Una voce popolare narra che all’origine delle case variopinte vi fosse la necessità da parte dei pescatori di riconoscere la propria abitazione anche in condizioni di pessima visibilità, nebbia o da lontano.

un tipico scorcio buranello e dei panni stesi al sole

Un’altra tradizione legata a questo minuto territorio riguarda il celeberrimo “Merletto”, una delle più antiche tradizioni tramandate di madre in figlia e di cui vi allego un video interessante: il merletto di Burano di cui nell’isola esiste un Museo.

Altra curiosità che regala unicità a questo territorio è il collegamento, tramite un ponte, all’isola di Mazzorbo, famosa patria di Monasteri e che, insieme a Sant’Erasmo, viene ricordata come una dei due “Orti di Venezia”.
Mazzorbo
è celebre particolarmente per i suoi vigneti, che regalano vini di alta qualità e di cui si parla in questo articolo per un approfondimentoVini di Mazzorbo e ristorazione.

A Burano ho avuto l’opportunità di realizzare gli scatti per un mio progetto personale, il quale ha ispirato il titolo di questo articolo: “Burano, la Casa dei Colori”. Mi sono dedicato, mosso dalla passione, a fotografare le diverse finestre dell’isola, cercando di catturare ogni sfumatura e dettaglio che le rendessero uniche, al fine di portarvi un racconto vibrante e vivido di quanto ho potuto osservare attraverso la mia sensibilità. L’obiettivo era offrirvi uno sguardo completo sui vivaci colori che potreste incontrare una volta giunti in questo luogo unico al mondo.

pantone a burano wordpress

“Burano, la Casa dei Colori”, un concetto semplice dall’impatto straordinario.
Grazie di cuore a questa incantevole isola, in cui ogni angolo riserva nuove scoperte.
Continuate a sognare, ad esplorare il mondo che vi circonda, magari abbracciandone ogni prospettiva.
Che si tratti di un breve viaggio o di un lungo cammino, ciò che conta è che la vostra macchina fotografica sia in perfetta sintonia col vostro cuore.
Sarà proprio questa connessione speciale a trasparire e unicizzare ogni vostro scatto.

Edoardo – @trarealtaesogno

Cosa aspetti dunque? Sei nei dintorni di Venezia? Oppure cerchi una pausa dalla frenesia che ti circonda? Non attendere oltre! Visita questa meravigliosa gemma della laguna nord.

Continua a seguire la serie “I Segreti di Venezia” per scoprire altri luoghi affascinanti e curiosità nascoste che rendono questa città così straordinaria. Venezia e la sua laguna sono pronte ad aprirti le porte per rivelarti ancora di più dei loro segreti.

A venerdì prossimo!

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I Segreti di Venezia: Soprannomi e Detti, Storie Familiari e Curiosità Lagunari.

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio affascinante tra le peculiarità della cultura lagunare veneziana. Oggi, ci immergeremo nell’antica usanza di dare soprannomi alle famiglie, una tradizione unica che si intreccia con la storia e le vicende personali delle comunità lagunari. Questa usanza non coinvolge la sola Venezia, ma anche Murano, Burano, Chioggia, Pellestrina, solo per citarne alcune.

Questa narrazione non sarà un semplice excursus sulla tradizione dei soprannomi, ma rivelerà anche due storie bonus che affondano le radici nel mio albero genealogico. Scopriremo infatti, grazie ai miei avi, come nel corso degli anni i loro soprannomi particolari siano diventati un elemento distintivo e divertente nella storia delle rispettive famiglie. Tuttavia, ciò avrà origine non soltanto nelle vicende personali, bensì, in una delle due situazioni, anche in un caso giudiziario verificatosi tra il 1927 e il 1931, il quale suscitò un grande stupore nell’intera nazione italiana.

Piazza San Marco

Mettetevi comodi dunque, stiamo per esplorare un affascinante intreccio di tradizioni familiari e storie segrete che, insieme a tante altre, rendono unica la cultura veneziana.

Partiamo dunque!

Perchè nel veneziano i soprannomi sono usanza così comune?

Inizia tutto da un dato di fatto curioso: Rispetto al resto d’Italia a Venezia e dintorni l’arguzia popolare ha spesso assegnato a singoli abitanti o, addirittura, a intere famiglie, soprannomi (o “detti”), così da renderle distinguibili le une dalle altre. Questi soprannomi, che variano tra il serio e il faceto, diventano autentici marchi distintivi, trasmessi con orgoglio attraverso le generazioni. Alla base di tutto questo la necessità di risolvere un problema cruciale: le TROPPE OMONIMIE. Dati alla mano nel solo Comune di Venezia si contano almeno: 4000 Vianello e 2500 Scarpa; allargando la nostra ricerca a tutta la laguna veneta compaiono anche altri 6000 Boscolo e, altri 2000, sommando i Tiozzo con i Penzo, ma ci sono anche interi manipoli di Busetto, Ballarin, Ghezzo, Rossi, Zennaro, Doria, Tiozzo e chi più ne ha più ne metta.

Scorcio Veneziano

Piccola pausa per farti una domanda: “mi segui giá su instagram?” – “No?! Clicca qui!”

Storie di soprannomi e “detti”, celebri o semplicemente curiosi e “alchimie” degne di nota:

Nel corso della mia vita ho memoria diretta di svariate persone che, nell’isola di Pellestrina – San Pietro in Volta, hanno “indossato” tutta la vita un soprannome pittoresco, originale o distintivo. Questo gli venica attribuito perlopiù da conoscenti o familiari. Volete qualche esempio vero?

Stemma dell’isola di Pellestrina con i simboli dei 4 sestieri che compongono il borgo.

Eccovelo: Nane Padella, Nane Charles o Charlie (soprannominato così perchè calcisticamente innamorato del calciatore Gallese John Charles, che militava nella Juventus), Nane Chebe, Nane Postin, Nane Canton (si, quello del famoso ristorante di San Pietro in Volta), Mario Dormi, Nane Umido, Rosa Bambola, Nane Settemenocinque, Mario Bragozzo, Angelino delle Canarine, Sante Spaccabicchieri, Beppi Ciuccion, solo per citarne una piccola parte.

Il video sul tema


Ogni soprannome si rifà ad un connotato, ad un aneddoto, ad una serie infinita di possibilità. Ad esempio, prima storia delle due bonus, il nonno di mia madre era soprannominato, a causa di un carattere facile alla collera e peperino, “Marubio”: sinonimo di forte temporale. La casistica più particolare sulla “ereditarietà” di questi soprannomi la riconosciamo inoltre in una differenza tra San Pietro in Volta e Pellestrina: a Pellestrina, il soprannome si accompagna al Padre, a San Pietro in Volta alla Madre. Dunque troveremo Toni della Mora, Nane della Mira, Nani della Gigia, Angelo della Pitta o Bruno della Rosaria giusto per darvi qualche esempio.

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Connessione con la Mia Vita:

Ma ora, come antipasto della seconda storia bonus, vi racconto una cosa personale e unica tra le tante, mi chiamo Edoardo, figlio di Daniele ‘dei Nicoli’ e di Daniela detta ‘Lollo’, ma la cosa sorprendente è che i miei genitori, prima del matrimonio, avevano già anche lo stesso cognome, entrambi Scarpa! Incredibile no?

Scorcio di Pellestrina

Finalmente ecco a voi la seconda, incredibile, storia bonus: nel corso dei travolgenti anni tra il 1927 e il 1931, accadde una vicenda giudiziaria nota come la Bruneri/Canella, meglio conosciuta come il caso dello ‘Smemorato di Collegno’. Si tratta della una storia di un uomo rivendicato da due famiglie, rispettivamente come il professor Giulio Canella, disperso nella prima guerra mondiale, e come il latitante Mario Bruneri. La questione interessò tutta Italia come una soap opera e, mio nonno Nane, nato nel 1920, e suo cugino Angelino, del 1922, non fecero eccezione a questo smodato interesse. Un giorno decisero di andare a trovare il Nonno Fortunato Vianello, soprannominato Catullo (giusto perchè di soprannomi si parla), un abile ortolano e padre della “Nonna Nene” (la mia bisnonna) che dedicò la sua vita ad una bottega di frutta e verdura. Quella giornata diventò improvvisamente memorabile quando, immersi nella fervente atmosfera del caso giudiziario, nonno Fortunato prese una decisione repentina, spontanea e divertente. ‘Tu, Nane, da oggi sarai Canella,’ disse, ‘mentre tu, Angelino, sarai Bruneri.’ Così nacque lo specialissimo soprannome di mio nonno, una tradizione giocosa che, nel tempo, si radicò nella storia della nostra famiglia e che lo rese “El Nane Canella” fino alla fine dei suoi giorni, mentre io, Edoardo, sono “El Nevodo del Nane Canella” cioè suo nipote come si intuisce.

Pellestrina dall’approdo ACTV


Chioggia e la soluzione unica nel suo genere:

Fino al novembre del 2009, per alcuni cittadini di Chioggia, in particolare per gli appartenenti alle famiglie Boscolo e Tiozzo, che costituiscono circa un terzo della popolazione totale di 50.000 abitanti, situazioni quotidiane diventavano improvvisamente complicate e frustranti. L’utilizzo della tessera sanitaria in farmacia per ottenere farmaci o il semplice atto di essere correttamente identificati tramite carta d’identità o codice fiscale si trasformavano in autentici incubi. In una città in cui i cognomi Boscolo e Tiozzo dominano la scena, con casi estremi di sovrapposizioni perfette tra nome, cognome e data di nascita, l’omonimia totale raggiungeva livelli a dir poco impressionanti. La soluzione, tanto semplice quanto geniale, è giunta, come è giusto che fosse, attraverso le tradizioni locali, cioè aggiungendo come secondo cognome il “detto” familiare che dunque, non solo viene riconosciuto ai fini dell’identificazione dei cittadini da parte dello stato, ma lo rende “tramandabile” di generazione in generazione. Dunque, immaginando i nomi di alcuni cittadini locali potremmo scoprire: Boscolo Andrea Baicolo, Tiozzo Giovanni Moretto, Boscolo Luca Bocca o Tiozzo Marco Bacchetto.

Chioggia, la vista da un ponte lungo Canal Vena

In breve, abbiamo esplorato le affascinanti tradizioni dei soprannomi dei veneziani, risalendo alle storie uniche delle famiglie coinvolte. Dalle complicazioni delle troppe omonimie alla soluzione geniale di Chioggia, ogni aneddoto raccontato ha contribuito a dipingere un quadro vivido della cultura lagunare.

Vi lascio infine con questa riflessione: quali altri segreti potrebbero emergere dall’intricato labirinto delle tradizioni veneziane? Ditemelo nei commenti!

Continuate a seguire la serie “I Segreti di Venezia” per scoprire altri luoghi affascinanti e curiosità nascoste che rendono questa città così straordinaria. Venezia e la sua laguna sono pronte ad aprirti le porte per rivelarti ancora di più dei loro segreti.

A venerdì prossimo!

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Burano e le sue casette coloratissime

Burano, impossibile non riconoscerla. Ogni isola della Laguna Veneta ha la sua peculiarità, il tratto distintivo che la rende unica. Inutile ribadirlo, ma lo facciamo, Burano è famosa per le sue casette colorate, anzi, coloratissime, per la produzione di merletti e per l’atmosfera fiabesca che si vive camminandoci dentro.

Tanta unicità non poteva che sorgere in un luogo che, cartine geografiche alla mano, si potrebbe definire intimo e remoto. Burano infatti si trova a nord di Venezia, a circa 40′ di navigazione con la linea 12 di ACTV e vicinissima all’altrettanto famosa Torcello e praticamente agli antipodi di Pellestrina e San Pietro in Volta.

Un mio video su Burano

Burano è raggiungibile solo attraverso mezzi acquei, dunque a differenza di Venezia, dove in una infinitesimale parte l’auto può circolare, qui dobbiamo affidarci totalmente alla navigazione, avendo così modo di scoprire la fantastica cornice naturale lagunare.

Arcobaleni alternativi

Burano è stata fondata dagli esuli della città romana di Altino, fuggiti in laguna per fuggire agli Unni di Attila e dai Longobardi.

Perché le sue case sono colorate?
Si attribuisce l’origine di questa tradizione al fatto che i pescatori, spinti dalle fitte nebbie, volessero rendere ben riconoscibili le proprie abitazioni in caso di rientro in condizioni meteo avverse.

La quiete

Esiste un modo più comodo per arrivare a Burano?
Certo che sì! E’ sufficiente partire in auto (ma anche in bici non pare una cattiva idea) alla volta di Treporti e impostare come meta il parcheggio auto (a pagamento con tariffe che variano dai 5 ai 15€ fino alle 24h) di via della ricevitoria, nei pressi della Darsena Marina Fiorita.
Di lì, in pochi passi potrete raggiungere la fermata ACTV Treporti che, seguendo l’itinerario in senso opposto a quello che fareste da Venezia, in meno di 15′ di navigazione vi porterà a Burano in totale comfort. Circa i costi, consultare il sito dell’Associazione dei Trasporti qui.

Ma una volta giunti, cosa fare?
Potrete visitare il Museo del Merletto, degustare cibo lagunare e vini tipici (in particolare quelli originari della vicina Isola di Mazzorbo collegata a Burano da un ponte), scoprire souvenir unici, visitare la Chiesa di San Martino col suo particolare campanile pendente.

Ma secondo te, quando visitarla?
Consiglio la primavera o i primi giorni di marzo, quando le giornate cominciano ad allungarsi, magari la mattina, arrivando prima delle 11 vi eviterete i flussi maggiori in arrivo da Venezia e potrete godere dell’isola in maniera ancor più autentica. Senza dimenticare però che anche al tramonto ed alla sera Burano saprà essere una cornice favolosa per le vostre foto e momenti speciali.

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