
Novembre 2026 – Atto I:
Il gelo assoluto

Anamonè venne travolta dal destarsi di quella sveglia e fece in modo di fermarne il suono, dopo giorni in cui nessun intervento umano era riuscito a staccarla né a zittirla. Non potendo manifestarsi, né trovando una superficie su cui riflettersi per interagire, dovette attendere che una turista vanitosa si specchiasse nei pressi del luogo. Quello che Anamonè scoprì solo successivamente — non avendolo calcolato nel suo rigido piano di giudizio — era che ogni atto sovrannaturale ha un prezzo, e che il debito aumenta quando si interferisce con la magia di un’altra creatura. L’energia residua della maledizione non si ritorse su Krampus, e neppure su di lei: andò a colpire direttamente l’ambiente che aveva fatto da palcoscenico a tutta la vicenda, scatenando un cortocircuito che impattò sul clima dell’intera laguna. Il motivo era semplice: quando Santa Claus aveva iniziato il suo viaggio attraversando la laguna da cima a fondo, la sua presenza aveva impregnato le acque di un’energia sottile. Ora, quella stessa traccia invisibile faceva da catalizzatore al contraccolpo di Anamonè, congelando l’intero specchio d’acqua. Le temperature cominciarono a scendere con il calar del sole. Krampus, appollaiato su un pontile che guardava il Canal Grande e si affacciava sul mercato di Rialto, pregustava l’inaspettato esito della sua discesa in campo consapevole di cosa stesse accadendo: “1709, 1929, 1956, 1985 e 2026; 1709, 1929, 1956, 1985 e 2026; 1709, 1929, 1956, 1985 e 2026;” lo ripetè più e più volte spaventando chi passava lì vicino per uno scatto panoramico. Numeri che nella sua testa presagivano ciò che stava accadendo. Anamonè spiava senza comprendere. Artemisia e Luca rimasero stupiti dagli strani rumori provenienti da pavimento e muri domestici della casa di lei. Amelia sorrideva e Nico, al contrario, si era fatto serio. Krampus esultò: “2026! La laguna torna a gelare!” Tutti chiusero gli occhi, senza saperlo, unisono. Fecero altrettanto riaprendoli immersi in una Venezia polare. Canali, Rii, Sacche e la Laguna nella sua interezza erano congelate. I meno pavidi cominciarono a camminarvi sopra. Krampus, sotto un cielo trapunto di stelle, scese dal pontile ligneo e cominciò a camminare sullo strato di ghiaccio che aveva coperto il Canal Grande. Alcuni cittadini scesero dal vaporetto, intrappolato poco distante nel ghiaccio raggiungendo la riva a piedi. Il bastone tortile brillava intensamente, pareva un rubino la sua sommità. Krampus non desistette, tutto questo non faceva parte del suo piano, ma lo stava agevolando. Anamonè era bloccata, nel suo di sotto alternativo e senza superfici acquee con cui spiare l’esterno. Le erano rimasti solo gli specchi, ma dove passava Krampus non ve ne era alcuno. Quest’ultimo passò sotto al Ponte di Rialto, pareva trovare forza maggiore ad ogni passo. Giunse all’ansa del canale compresa tra Palazzo Grassi e Cà Rezzonico. Salutò poi coloro i quali attraversavano il Ponte dell’Accademia, passandovi sotto. Infine giunse lì. Proprio nel punto, innanzi a Punta della Dogana in cui circa un anno prima i bambini con le candele lo avevano costretto alla fuga. Quello che nessuno poteva sapere è che in quella fuga aveva seminato un lascito per il suo ritorno, improbabile ma possibile. Si guardò intorno. Nessun residente. Nessun turista. Nessuna barca. Solo Venezia e il ghiaccio. Solo lui avrebbe conosciuto il suo medesimo segreto. Battè. Forte. Fortissimo. Usò il vertice basso del bastone tortile, scaraventandolo verso il basso. Fece tre passi indietro e un’ombra luminescente si palesò sotto al manto ghiacciato. Questa spinse, forte, pareva rispondere ai colpi di Krampus bussando a sua volta dal basso. Cominciò a formarsi una crepa nel ghiaccio. Si udì un rumore sordo: “Crrrrack!”. Krampus s’illuminò, avvolto da tutta quella tenebra. Quell’oggetto ricambiò. Riconoscendolo. Trovando un’ulteriore forza propulsiva sfondò quello che rimaneva di quella glaciale barriera, la vinse e con un “plof!” galleggiò baldanzosamente nelle gelide acque che si intravedevano in quello squarcio. Era un umbræon, giaceva nascosto nelle acque dal momento in cui Krampus era fuggito. Non era il solito formato, grande come un mandarino. Questo misurava almeno come un’anguria. Era cresciuto assorbendo chissà come energia oscura nei pressi di un luogo dove in tantissimi solitamente si promettono amori eterni. Krampus si inginocchiò sulla laguna, quasi a riconoscere potesse aver avuto un ruolo materno per la forza oscura da lui lasciata ivi sedimentare. Afferrò l’umbræon con le mani, questo parve quasi riconoscere la sua forza generatrice vibrando piano. Krampus sentì nei suoi palmi una sensazione di calore primordiale, un’energia governabile ma selvatica, notò il colore di quella enorme sfera, un nero profondissimo, la ruotò tenendola tra le mani. Per un attimo gli mancò il respiro. Quell’energia era profonda, oscura, potente. Mancava però un dettaglio, minuscolo, vi era un bozzo, una concavità, ricordava la forma di un cuore a guardarla bene, borbottò rivolgendosi a sé stesso: “Possibile ne manchi un pezzo? Devo assolutamente trovarlo”. Mentre Krampus fissava la lacuna del suo umbræon gigante Amelia si destò d’improvviso, così come Nico, angosciato, Elio, Patty, Luca, Artemisia. Ognuno collegato alle energie ed alle forze che stavano entrando in gioco a modo proprio. Amelia sentì un nodo alla gola e un calore fortissimo provenire dal ciondolo. Elio e Patty rizzarono i rispettivi baffi spaventati dall’energia che li aveva travolti. Luca ed Artemisia invece sussultarono perché vibrò la parete su cui si stagliava la mappa tattile della laguna. L’unica assente in questo simposio di sensazioni era Anamonè. Isolata dal suo stesso artificio. Lei era il deus ex machina di tutto questo, ma per mantenere il controllo sulle dinamiche del gioco lo aveva, momentaneamente perso. Krampus avvolse con paterna delicatezza l’umbræon nel suo mantello, risalì sulla riva di Punta della Dogana e tornò a nascondersi nel dedalo della foresta capovolta sotto Venezia come un anno prima. Raggiunse una piccola pira di alghe secche e, con uno schioccar di dita, appiccò le fiamme, generando una flebile fiamma blu da quel mucchietto che, ardendo, proiettava i suoi riflessi bluastri sulle pareti del sotterraneo facendolo sembrare un mondo subacqueo anzichè un universo sotteraneo. Tracciò dei segni nell’aria. La fiamma crebbe. Ne fece altri. Crebbe nuovamente. Poi si fermò. Guardò con attenzione tra i lembi di quelle fiamme. A chiunque sarebbe parsa un’azione insensata. Ma a lui no, ci credeva, sapeva e aveva uno scopo. La fiamma illuminò, con decisione maggiore, un’ultima volta i suoi occhi. Sembrò quasi entrare a contatto con la sua anima, ammesso che ne avesse ancora una. Rimase poi solo la luce rubra del vertice del suo bastone a solcare il suo volto arcigno. Borbottò: “Ora so chi sei, so cosa intendi fare e ti fermerò, Anamonè”. Nel frattempo Artemisia tornò a coricarsi, lei e Luca avevano controllato rispettivamente la parte tattile e quella visiva della mappa tattile della laguna. Elio andò a riposare sull’addome di lei, sopra le coperte. Luca riverso su una poltrona e Patty, coi baffi che facevano capolino, in un taschino del suo saio. Tutto sembrò placarsi, tranne la furia di Anamonè che però non riusciva ad attraversare la crosta gelida che la divideva lei dal tutto il resto e che dunque si trovava ad urlare esagitata la sua rabbia in quello che per gli altri rimaneva solo silenzio. Fu proprio in quello spazio generato dall’energia distruttiva di lei e di quel silenzio che si creò una falla nello spazio e nel tempo. Lì inconsapevolmente entrarono i sogni di Artemisia, il suo spirito era giunto in un luogo che, le pareva familiare, riusciva a vederlo, fu un vero cortocircuito per lei che mai aveva potuto vedere. Sembrava un corridoio lunghissimo, più lungo di qualsiasi altro lei avesse mai potuto immaginare o percorrere. Ad ogni suo passo delle lanterne, ai lati del tunnel, cominciarono ad accendersi. Non capiva come potesse sapere cosa fossero le cose che per la prima volta vedeva. Una. Due. Tre. Tantissime, una dopo l’altra, tutte si accendevano, quanti erano i suoi passi. Arrivò, sempre sognando, innanzi all’ultima. Lì vi erano una sedia ed una porta. Si sedette e osservò la scritta sopra la soglia: “Non serve proteggere ciò che nessuno cerca più”. Fu in quel momento che si ricordò che quella scena l’aveva vissuta e raccontata Rudolf! Era nel corridoio delle lanterne di Natale e quella soglia era la porta di accesso al “Magazzino delle creature dimenticate”. Come ombre cinesi vide l’ultima lanterna proiettare una sagoma di una renna e poi di un giovane. “Rudolf!” esclamò lei. Si alzò di scatto e spingendo la porta che conduceva alla sala delle creature dimenticate, vi entrò. Vide vecchi giocattoli, pupazzi logori, cavalli a dondolo spezzati, trenini elettrici deragliati, palloni bucati. Camminò. Si addentrò. Vide in lontananza un trono di lego sbiaditi ed infine lui. Un’immagine che le entrò dentro, sembrò comunicarle qualcosa interiormente. Ed infatti, proprio in quel momento, avrebbe potuto avere una delle più grandi rivelazioni della sua vita. Tornò il buio. Si svegliò. Lo capì perché per vedere, ahilei, aveva smesso di usare gli occhi, tornando ad usare i polpastrelli come terminale per scoprire il circostante. Sospirò, consapevole che stavolta forse non avrebbe mai dato un senso a quanto accaduto, ma sperando di tornare a sognare da dove si era interrotto tutto.
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