Le interviste di Trarealtaesogno….

Sono passati poco più di due anni dalla prima intervista pubblicata su questo blog, il fine, oggi come allora è quello di scoprire e raccontare le Persone nella loro forma più autentica, collocandole però nel loro contesto speciale, professionale o creativo.

Una preziosa opportunità di raccontare autenticità ed insolito mentre si tengono per mano.

Perchè in fondo non c’è nulla di più coraggioso, al giorno d’oggi, che essere sé stessi.

Partiamo con questo viaggio attraverso i punti salienti delle interviste, riportando le risposte più belle di ciascuna:

Per esempio vi ricordate di Claudia, la consulente relazionale del Gatto?
E’ stato il mio esordio assoluto e l’emozione credo sia stata tangibile per entrambi dato anche il legame di amicizia che ci lega, ma prima di darvi un assaggio di quando edotto, cosa fa una consulente relazionale del Gatto?

le sue aree di competenza

Ecco un estratto della sua intervista, forse la domanda più articolata e dalla quale è uscito il meglio:
Siamo in un’epoca dove lo scambio di informazioni interpersonale è sempre più povero, la gente si affida a google, ai forum, dimenticando il faccia a faccia, perché dovrebbero tornare a scegliere un consulente, perché sceglierti Claudia? Perché avere un esperto a cui chiedere consiglio su ogni dubbio, con risposte frutto dell’esperienza, è sicuramente più motivante per imparare cose nuove; non sempre internet ha ragione, è colmo di persone critiche, che hanno da ridire circa qualsiasi altrui pensiero, tutto questo rende insicure le persone, porta disagio ed imbarazzo; invece con un consulente sai di avere di fronte una persona che ha studiato apposta per risolvere con professionalità e passione quei problemi, cercando di entrare in empatia con te e con il tuo gatto. Il consulente diventa così una persona di fiducia, disponibile per te e per il tuo felino, senza pregiudizi.

Dopo Claudia è stata la volta di un personaggio, davvero eclettico, si tratta di Gregorio, titolare di “Volta Pagina” a Lorenzago di Cadore, si tratta di una edicola, tabaccheria, libreria, un vero e proprio scrigno di attività ed eventi.

Lui è una forza della natura, ci ha subito conquistato quando, durante delle ferie, siamo passati nel suo negozio. Qui il pezzo più brillante dove si affronta uno dei temi a me più cari, il legame col proprio territorio di origine:
Quale legame hai con il territorio in cui operi e quale risulta essere il legame più forte?Il mio legame col territorio ha una storia abbastanza altalenante. Come ogni ragazzo, finiti gli studi superiori, sono partito per l’università con la chiara idea di non tornare più tra le montagne. Troppe difficoltà, troppi pochi servizi, troppo poco movimento. Sono rimasto lontano per circa 7 anni con sporadici rientri per il weekend o qualche festività ma, con mia estrema sorpresa, mi mancavano le mie cime, i miei paesi e, più in generale, i miei montanari! Quindi ho deciso di rientrare e cercare di rimboccarmi le maniche per offrire, nel mio piccolo, tutto quello che da ragazzo mi era mancato e che mi aveva spinto a lasciarmi la casetta di Heidi alle spalle per raggiungere la città. Questi territori sono nostri, e se non ci diamo una mossa noi per primi per revitalizzarli non possiamo certo sperare che le cose migliorino da sole, come per magia…

E dopo il legame con un territorio non poteva mancare il suo opposto, ovvero l’intervista ad un caro amico che è andato a cercare fortuna in Francia e, da quel che mi risulta, l’ha trovata!

Parlo dell’intervista ad Enrico degli Hangarten, ecco uno dei loro segreti:
Nei vostri brani percepisco molta riflessione e contemplazione del circostante, sbaglio? Ricordo anche il viaggio in Mongolia per il precedente videoclip, cosa vi lega a posti e culture remote?
Sicuramente l’idea di emigrare altrove (in Francia a Parigi) ha giocato molto nelle nostre ispirazioni, per quanto mi riguarda, adoro l’idea di poter visitare dei posti insoliti come la Mongolia per arricchirmi personalmente e artisticamente con le esperienze che si possono vivere in tali luoghi.

Abbiamo attraversato già vari mondi: animali, servizi, musica, ma abbiamo avuto anche il coraggio di attraversare un capitolo familiare doloroso, infatti tra le interviste c’è stata anche quella a mia moglie, Silvia, la guerriera. Ecco la domanda più toccante:
I capelli, per una donna sono un legame inscindibile con la femminilità, ricordi l’istante in cui  si è staccato il primo ciuffo? Quanta forza hai dovuto avere in quell’istante? Com’è stato poi vederli tornare?
Non lo dimenticherò mai. Ero fuori a pranzo con Edoardo e ho cominciato a sentire
improvvisamente la testa che mi andava a fuoco, nel toccarmi con la mano ho sentito che i capelli non stavano attaccati e ho capito che era arrivato il momento. Devo essere sincera, sono stata malissimo, ma anni prima avevo avuto l’esperienza con mia mamma ed ero stata io a rasarle i capelli quindi sapevo a cosa stavo andando incontro quindi ho chiesto a Edoardo di portarmi a casa e li con calma mi sono chiusa in bagno e ho cominciato il “lavoro”. La forza l’ho dovuta avere ogni volta che uscivo col foulard in testa e ricevevo gli sguardi della gente, li ho dovuto avere tanta forza e non è stato semplice. Beh vederli tornare è stato bello avere diverse acconciature man mano che crescevano, si devo dire molto bello.

Io e Silvia il Natale successivo alla “Guerra”

A seguire ci siamo tuffati nell’universo creativo e fantasy con un’artista unico nel suo genere, conoscete la pasta polimerica? Sapreste farne qualcosa? Bene, ella saprebbe trasformarla in qualsiasi cosa! Lei è Irene di BeryLand

Il tratto più bello di quella intervista secondo me, senza nulla togliere all’intervista è stata la domanda finale, la pongo sempre a tutti, è una domanda aperta che lascia grande libertà, il messaggio che Lei decide di veicolarci è cristallino e prezioso:
Grazie Irene per le tue parole e per la tua disponibilità, ti regalo una grande opportunità, ti chiedo: cosa vuoi dire a chi ci sta leggendo?
Prego e grazie a te per questa intervista. Non è stato facile rispondere alle domande: ho scelto le arti figurative anche per la mia difficoltà nell’esprimermi a parole.  
A chi mi sta leggendo voglio dire di non arrendersi mai e di cercare di imparare il più possibile da qualsiasi tipo di situazione. Qualsiasi strada non è non sarà facile anche se la si è scelta. Seguite sempre la vostra fantasia e immaginazione e mettete sempre passione in quello che fate : in questo modo non perderete mai il bambino che è in ognuno di voi.

Dopo il mondo fantasy, nel luglio 2020 ho aperto un pagina personalissima, realizzando una intervista immaginaria al me stesso dell’anno 2000: Intervista a me stesso.

Il ritorno post ricovero alla diga di Santa Maria del Mare, uno dei luoghi a me più cari (San Pietro in Volta – ora non più esistente a seguito della costruzione del MOSE)

  • Quando hai realizzato cosa ti fosse successo? In cosa ha migliorato la tua vita?
    Quando dopo circa 30 giorni di ricovero mi son guardato allo specchio perchè volevo farmi la barba e ho visto la cicatrice, lì ho realizzato che era successo qualcosa di di cui non ero consapevole, mi girai verso mia madre e le dissi: “E questa cos’è? A me non piace la riga nella pettinatura…” Perchè in fondo tra antidolorifici e altro, i processi logici non mi avevano fatto realizzare del tutto cosa mi fosse accaduto, lì dentro in lungodegenza era tutto ovattato. Quando vidi la cicatrice capii la grande fortuna che avevo avuto, come se fossi rinato, era il segno della mia seconda chance. Quando vennero gli psicologi dissi che quell’Edoardo che trasudava dolore nelle sue parole era “morto”, la depressione a rigor di logica dopo ciò che avevo vissuto non aveva senso, non sentivo bisogno di loro, ero consapevole di essere cambiato.
  • Dalla introspezione siamo passati poi a qualcosa di più “poliedrico e creativo”, ovvero il progetto “Venice in Pattern”, un progetto davvero unico e davvero da scoprire di due giovani veneziane, Ilaria & Ilaria.

    Le birre e/a Venezia (:

    Ho scelto questa domanda e relativa risposta per la forza con cui testimonia la loro passione:
    L’altra domanda che lega tutte le interviste è quella della macchina fotografica magica, ve ne affido una a testa, potete fare una sola foto, ritraendo un solo soggetto, chi o cosa ritrarreste e perchè? Vi piacciono le domande difficili! Cerchiamo di rispondervi anche qui come Venice in Pattern! Si tratta di una domanda che ci poniamo spesso, arrivando ovviamente a risposte sempre differenti. Tutte però hanno in comune qualcosa: l’unica fotografia one shot che vorremmo fare non sarebbe ad una persona, o ad un luogo preciso. Ci piacerebbe fotografare un istante. E ovviamente sarebbe un bellissimo istante che poi verrebbe patternizzato 🙂 

    Infine, ultima ma non meno importante, anzi! L’intervista ad un personaggio unico, vi dico solo che avremo di fronte un Ingegnere aerospaziale (si già così suona “Wow”) che al contempo è un pianista e compositore e, dimenticavo, molto molto di più. Ovvero “Leo, the Space Pianist”.

    – Viviamo in un’epoca dove internet e la tecnologia hanno eroso molte abitudini, il covid è stato una leva che ci ha ulteriormente spinti verso il mondo virtuale, quanto ha inciso tutto ciò sulle tue attività lavorative e creative? Trovi delle analogie con il modus operandi analogico o sei maggiormente colpito dalle differenze? Per esempio la tua formazione musicale nasce in seno al pianoforte ma ad oggi abbraccia stili e tecnologie, nonché forme comunicative, tra le più disparate.
    La pandemia globale ha avuto anche un effetto pesantissimo su tutto il mondo dell’arte, spettacoli musicali dal vivo compresi. Sto vivendo questo periodo storico e le conseguenze, che suppongo saranno a lungo termine, come una opportunità’ per sperimentare cose nuove e migliorare le mie capacità in attività’ che prima non avevo mai esplorato in modo sistematico. Con il primo lockdown (iniziato a Malta poco dopo quello italiano) ho iniziato a fare regolarmente streaming di performance musicali su Twitch. All’inizio il tutto risultava molto strano e innaturale, soprattutto l’interazione con le persone dall’altra parte dello schermo. Come per ogni cosa ci si impara ad adattare e a prenderne il buono, come ad esempio la possibilità di suonare per persone letteralmente dall’altra parte del mondo o per amici che non si rivedono dal vivo da lungo tempo. Sicuramente il modo di rapportarsi con altri essere umani online e’ molto diverso che dal vivo e sono convinto che gli effetti di questa pandemia ci porteranno più velocemente verso ciò che spesso si vede nei film di fantascienza, dove le persone si parlano attraverso ologrammi 3D. Credo siamo fortunati a essere nati in una ‘generazione di mezzo’, di transizione dal mondo analogico verso quello digitale. Ciò permette di vedere le cose in modo più completo e profondo a mio avviso e secondo me porta anche la responsabilità verso le generazioni più giovani, nel supportarle a distinguere tra realtà virtuale dei social e mondo reale. Tra l’altro è assurdo per me parlarne ora sentendomi anziano al riguardo! Tempus fugit vecio.

    Ed ecco quindi, per ora, chiuso il capitolo delle interviste, spero di avervi fatto scoprire o ri-scoprire qualcosa di nuovo, spero di avervi suscitato delle emozioni e di avervi fatto capire, fosse servito, una volta ancora “uno dei perchè per cui ho cominciato a scrivere”.

    Un abbraccio, alla prossima e… condividete!

    Quando (e perchè) ho cominciato a scrivere

    Sono nato nell’agosto del 1983, alla radio a quei tempi passavano di continuo I just called to say I love you di Stevie Wonder, il Mondo correva veloce, ieri come oggi, certo la percezione è cambiata, ma ogni epoca corre a modo suo.

    Sono cresciuto circondato dall’embrione delle tecnologie che, oggi, ci permettono di comunicare a 360° in pochi istanti, ma dove, forse, il valore di ogni singola parola “spesa” era diverso, maggiore, più ponderato.

    Una telefonata variava di costo a seconda della durata, Voltron trionfava in tv, una canzone si ascoltava sul vinile o in musicassetta o si aspettava per giorni che passassero i Queen alla radio per registrare il brano, maledicendo prontamente il Dj in questione che, ovviamente, avrà parlato all’inizio od alla fine del brano, rovinando il nostro capolavoro. Le pendrive non si poteva immaginare cosa fossero e Super Mario era il nostro eroe del cuore.

    C’è chi dice “cosa ne sanno i 2000?” e forse non ha del tutto torto, ma, senza dilungarmi oltre, mi aggancio proprio a questo numero per parlarvi di me e di quando ho cominciato a scrivere.

    Correva il 1999, avevo 16 anni, crescere a prescindere dal contesto in cui si è inseriti non è mai facile, accettarsi per ciò che si è, di certo, non è da tutti ed eccoci dunque alla grande ricerca di una valvola di sfogo.

    Agosto 2000

    Il mindset di un teenager non è mai “omogeneo”, vi sono scoperte, cambiamenti, collisioni e successi. Si diventa come una pentola a pressione dove, senza la giusta valvola, si rischia di esplodere. E il botto spesso è interiore, specie per chi ha una sensibilità maggiore di altri.

    Fu così che, fortuna volle, provai a scrivere una poesia, figlia delle sensazioni che mi portavo dentro, uno sfogo che, come la valvola della pentola a pressione appunto, mi ha permesso di scoprire un modo di rendere manifeste a me stesso e ad una cerchia ristretta di persone le mie emozioni, nel bene e nel male.

    Da questo momento il mio “flow” poetico non si è più fermato, ecco la primissima che scrissi:

    IL GUARDIANO DEL FARO
    Il guardiano del faro
    uomo solo e abbandonato
    a sé; a cui nulla è più caro
    e che tutto del suo passato ha dimenticato.

    Vecchio e stanco
    scruta il mare
    rumoroso e bianco
    che le nuvole stanno a guardare.

    Già le nuvole
    che vedono questo cielo in Terra
    che vorrebbero coprire, invano.

    Così il vecchio non si lascia coprire
    dalle nubi della solitudine
    che lo circondano.

    In quest’opera, acerba ma intensa, si intravedono le crepe delle insicurezze, dell’accettazione, ma al contempo il senso del viatico obbligato verso il domani, di certo più sereno, grazie alla consapevolezza che, oggi riesco a definire in tal senso, ma che all’epoca era solo un vaporoso orizzonte di incognite.

    Le poesie dunque sin da allora sono diventate il mio modo di scrivere a e di me stesso, del bene che percepivo e del male che vivevo.

    Allego altri esempi di queste acerbe poesie, più di 100 in archivio, che forse un giorno ritroverò il coraggio di condividere come ho fatto con il mio “nuovo ciclo” cioè i: KOMOREBI.

    Ve ne faccio assaggiare sei, solo per voi:

    PARTECIPE DEL TUTTO
    com’è bello aprire gli occhi
    e vedere il mondo
    come nessuno
    l’ha potuto vedere prima
    com’è bello respirare
    un’aere nuova
    e sentire nuvole
    ricolme di sole
    entrare dal naso
    ed uscire come luce
    da tutto il mio essere
    sentirsi leggeri
    volare tra gli stormi
    e udir il lor cantare
    com’è bello
    carezzare i prati in fiore
    e sentire
    il lieve palpito naturale
    scorrere tra mano e mondo
    abbracciato dal profumo dell’infinito
    com’è bello arcobaleno
    inizia in terra
    finisce in cielo
    dove gli angeli alati
    lo sorreggono per noi
    vorrei essere
    solo occhi e sensazioni
    solo così
    sarei partecipe del tutto.

    LAGUNA
    luogo incantevole
    a parole indescrivibile
    in cui si tuffa il sole
    del quale rifletti il colore
    mentre tramonta
    e ci fa l’occhiolino dal pelo dell’acqua;
    ci son giorni in cui sembri oro
    altri in cui sei smeraldo
    altri in cui non c’Ë orizzonte
    e tu sei azzurra come il cielo
    e gli stormi di candidi gabbiani
    son le tue nuvole
    una cosa in te non cambia mai
    è la tua bellezza…

    FELICITA’
    Dopo aver bevuto Questo drink di felicitá
    Scrivo versi controvento giá bruciati al sole
    Senza sapere come Sono caduto in questa situazione
    Solo agire col cuore Senza far passare dalla mente
    Qualunque azione o decisione
    Stringo nel mio pugno forte il cuore
    Che ha preso spontaneamente a volare
    Senza sapere realmente dove voleva andare
    Mi pingo la faccia di un colorato sguardo
    E faccio esplodere cromia ov’era apatia
    Mi perdo di me alla ricerca di alcunchè
    Giaccio felice nel fluire della vita
    E sorrido, perché il sorriso in volto
    È la porta aperta alla felicitá ventura

    SILENZIO
    prova a fare silenzio dentro di te
    prova ad ascoltare ciò che il silenzio sa dire
    solo nel silenzio interiore troverai
    le risposte che cerchi
    perchè nel silenzio parla il cuore
    e il cuore sa cosa è bene per te
    ascolta il silenzio
    cerca di cogliere il passare delle emozioni
    fatti travolgere dai ricordi
    poi trova quegli istanti
    che han lasciato i solchi più profondi
    nel tuo cuore
    e segui la via indicata
    se ti condurrà alla luce
    urla al mondo la tua gioia

    SOGNI VAGABONDI
    guardo alla mia vita
    sogni e desideri
    scorrono nello specchio dei ricordi
    poi d’un tratto mi rendo conto
    che un’immagine nuova
    ha sconvolto un giorno
    nel quale scorgo un istante
    tra tutti gli altri
    un frammento di vita
    ha cambiato tutto
    Rivelandosi fondamentale
    così come nel vuoto si creano prospettive
    così nella mia vita si genera amore
    i sogni dapprima vagabondi
    ora sanno tutti dove andare
    in un luogo tra battito e cuore
    a pochi passi dall’anima
    alla velocità della luce
    vorrei avere dei ricordi con te
    perché ora che ti ho scoperto
    sei già il sogno del mio destino
    e sento quanto manchi
    in tutti i ricordi che ti precedono

    SEDUTO SULLA LUNA
    seduto sulla luna
    circondato di vuoto
    e candide polveri
    sono
    guardo intorno
    cerco il sole
    ma mi è nascosto
    la mia vecchia dimora
    lo eclissa; è la terra
    la guardo da lontano
    il mondo che un tempo
    mi apparteneva
    il mondo cui io stesso appartenevo
    seduto sono
    sulla luna
    forse sto sognando
    eppure non sento nostalgia
    perchè la terra
    che da qui vedo
    pienamente in luci
    e tante ombre
    non era più casa mia.

    Cari Amici e care amiche, grazie per la vostra attenzione, spero di avervi raccontato ancora una volta qualcosa di me, senza filtri, senza censure e, con un pizzico di poesia.

    Intervista a me stesso
    KOMOREBI
    19 anni, 19 anni dopo… 17-7-2000 l’ultima pagina, per fortuna strappata.
    Ogni cicatrice puó essere un sentiero che conduce al lato migliore di noi… – intervista a me stesso
    Kintsugi, una metafora esistenziale…

    Ogni cicatrice puó essere un sentiero che conduce al lato migliore di noi… – intervista a me stesso

    Oggi sono passati 20 anni da quel giorno estivo da cui la mia vita è rimasta sospesa nel vuoto per qualche tempo… per me è sempre come un secondo compleanno, a quella data infatti seguì un lento e graduale ritorno alla vita, circondato dagli affetti che mi hanno sempre sostenuto, che mi ha portato ad essere la migliore versione possibile di me.

    Oggi intendo raccontarvi una pagina fondamentale della mia vita, in un viaggio immaginario, attraverso gli occhi del me stesso dell’anno 2000, uno degli anni più importanti della mia vita.. l’anno che mi ha cambiato più nel profondo tra tutti.

    agosto 2000

    Il ritorno post ricovero alla diga di Santa Maria del Mare, uno dei luoghi a me più cari                                  (San Pietro in Volta – ora non più esistente a seguito della costruzione del MOSE)

    1. Ciao, mi permetto di darti del tu, so che sei in un periodo delicato della tua vita, che succede?
      In questo preciso momento della vita io sto combattendo con l’incapacità di accettare ciò che sono, mi sento a tratti emarginato dagli altri, passo molto tempo a scrivere, riflettere, diciamo che sento la mancanza di una valvola di sfogo e qualche sorriso, non riesco a trovare il mio spazio nel mondo, il mio stesso senso, un senso di afflizione.
    2. I 16/17 anni si immaginano come l’età della gioia, della spensieratezza, tu invece mi parli di dolore, apatia, senso di inadeguatezza, cosa ha appesantito così tanto i tuoi pensieri? La colpa è di qualcuno?
      La colpa è sita negli stereotipi che la società, oggi come domani a quanto pare, (sarebbe ieri come oggi, ma sto pur sempre parlando col mio passato ndr) colpiscono le persone dall’animo più sensibile. E’ impossibile incolpare qualcuno di specifico, perchè in fine dei conti i problemi nella maggior parte dei casi ce li creiamo da soli e proprio il loro accumularsi nei pensieri forma delle, metaforicamente parlando, matasse inestricabili e grigie. 
    3. Mi hai riferito della tua passione per la scrittura, particolarmente pensieri e poesie, in che senso ti hanno aiutato con la tua situazione? C’è stato un momento di svolta?
      Non trovando una strada al di fuori, nelle cerchie delle amicizie o altrove, ho provato, spontaneamente, ad affidare i miei pensieri, soavi o cupi che fossero, a carta e penna… fu istintivo; a scuola poi affrontammo il dolce stilnovo, i poeti giocosi, ho capito che in fondo scrivere da sempre rappresenta una valvola per veicolare se stessi al mondo circostante. La svolta è stato il sentirmi meglio dopo aver affidato alla carta i miei pensieri, perchè così il carbone interiore aveva uno scopo per cui bruciare e non accumularsi.
    4. Edo, qual’è stato il momento chiave?
      Indubbiamente la chiave di volta della nostra vita è stata l’estate del 2000, l’estate in cui tutto ha acquisito un senso maggiore, anche grazie all’esperienza di animatore in Oratorio a Mogliano.
    5. Quindi siamo arrivati al giugno del 2000 come punto di svolta, in che senso? Cosa è cambiato?
      Poco prima di giugno arrivò la svolta, ricordo bene che fui consigliato da Don Nicola e da un’amica, ad entrare nel gruppo degli animatori dell’oratorio don Bosco di Mogliano; in particolare oltre ai giochi pomeridiani, al mattino avrei seguito il giornalino dell’oratorio, una piccola, ma bella responsabilità. Stare a contatto con altri giovani, coetanei o meno, conoscere nuove persone, avere delle responsabilità, quell’avventura fu l’incipit di qualcosa di ancora più grande, fu l’inizio di una presa di coscienza su quanto valesse la mia vita. E… chissenefrega ma in quel giugno arrivò anche la mia bocciatura della terza superiore… succede anche ai migliori (: . 
    6. Edo, esiste un libro a cui non rinunceresti per nulla al mondo?
      Anche se amo la scrittura, per me la lettura è qualcosa di particolare, devo essere catturato dal testo, dallo stile e dalla trama, leggo poco, ma quando leggo non mi stacco dal volume che ho in mano quasi compulsivamente.
      Ho letto svariate volte “Un americano alla corte di re Artù”, un libro leggero ma con un finale con morale che mi ha sempre dato l’impressione di essere il valore aggiunto ad una storia di per sé leggera
      .
    7. Hai una macchina fotografica speciale in mano, un solo scatto, una sola foto, un solo soggetto, chi ritrarresti e perché?
      All’epoca in questione non la sapevo usare, dettagli, ma c’è un ricordo che non ho modo di serbare con me e dunque vorrei poter rivivere: l’istante in cui sono uscito dal coma e tornato alla vita; io non posso ricordare quel momento e dato quanto mi ha cambiato in positivo posso solo che essere felice di aver avuto la mia seconda chance dalla vita.
    8. Quale soddisfazione ruberesti al tuo io futuro?
      Sono due piccoli sogni realizzati, la pubblicazione del Libro: Komorebi e quella di una poesia intitolata “Laguna” e dedicata all’isola di Pellestrina che ha fatto il giro del web negli ultimi vent’anni.
    9. Con quale personaggio del mondo fantasy senti un legame particolare?
      Vorrei dire Batman, ma non ho il fisico, in realtà io sono Paperino, la sua simpatia, tenacia davanti anche alle avversità più grandi sono l’emblema di come col sorriso tutto possa diventare più leggero.
    10. Ti sei mai trovato davanti ad una situazione all’apparenza impossibile? Se si, come hai risolto il problema?
      Assolutamente si, due ricordi in particolare, durante il ricovero del luglio/agosto 2000 quando iniziai a “tornare al mondo” beh, lì ricominciare a re-imparare a camminare e parlare non è stato uno scherzo, tanta fisioterapia, tanta tenacia e tanta logopedia… la mia memoria inizialmente era diventata poco elastica, instabile e circa il camminare, beh non ci riuscivo e per un breve periodo usavo una sedia a rotelle per muovermi.
    11. Quando hai realizzato cosa ti fosse successo? In cosa ha migliorato la tua vita?
      Quando dopo circa 30 giorni di ricovero mi son guardato allo specchio perchè volevo farmi la barba e ho visto la cicatrice, lì ho realizzato che era successo qualcosa di di cui non ero consapevole, mi girai verso mia madre e le dissi: “E questa cos’è? A me non piace la riga nella pettinatura…” Perchè in fondo tra antidolorifici e altro, i processi logici non mi avevano fatto realizzare del tutto cosa mi fosse accaduto, lì dentro in lungodegenza era tutto ovattato. Quando vidi la cicatrice capii la grande fortuna che avevo avuto, come se fossi rinato, era il segno della mia seconda chance.
      Quando vennero gli psicologi dissi che quell’Edoardo che trasudava dolore nelle sue parole era “morto”, la depressione a rigor di logica dopo ciò che avevo vissuto non aveva senso, non sentivo bisogno di loro, ero consapevole di essere cambiato.
    12. Siamo in un’epoca dove internet ha iniziato ad erodere molte abitudini che avevamo prima di questo periodo, quanto ha inciso tutto questo sul tuo modo di vivere?
      Sono cambiate tantissime cose, io già prima del 2000 avevo un mio piccolo sito di poesie su “geocities”, chattavo con persone di tutto il mondo in inglese tramite ICQ (ricordo ancora il mio id utente: 49269898), si poteva comunicare a distanze siderali quasi come fai tu oggi, ma all’epoca tutto aveva un gusto più bello, perchè includeva poco pregiudizio e molta scoperta del nuovo. Alcune persone le ho sentite per un lungo tratto della vita anche al di fuori di quei mezzi di comunicazione. Ricordo che molti si erano spaventati dal non sentirmi più nel periodo del ricovero, alcuni mi chiamavano sul primo cellulare (nokia 3210 – articolo correlato) per sentire come stessi. In sintesi il mondo internet all’epoca è stato il big bang di una infinita gamma di possibilità che forse oggi, come tutte le cose, inizia ad avere declinazioni così diverse dal diventare talvolta negative, ma non tutto è da buttare, fa parte dello spettro d’azione di ogni cosa avere zone d’ombra.
    13. Chi ha incentivato maggiormente la tua passione per la scrittura? Hai avuto una sorta di mentore?
      Quarta superiore, il mio insegnante di lettere, fu il mio più grande stimolo a seguire, perseverare e costruire il mio stile di scrittura. Un rapporto franco e sincero con una persona che stimo tuttora per la sua grande cultura umanistica. All’epoca scrissi una poesia che tuttora annovero tra le più intense della mia raccolta.

      Una panchina in riva al lago
      Noi due, seduti, vicini
      Nell’ora che s’avvia al desinare
      Il vento, che con dolce carezza
      abbraccia il nostro amore,
      gli ultimi spicchi di sole
      mi fan contemplare il tuo viso
      dolce e chiaro, resto senza parole
      i secondi durano ore
      questi sentimenti durano tutta la vita
    14. Quanto Edoardo c’è in ciò che scrivi? Come si intitola il tuo primo romanzo?
      In ogni poesia ci sono io, il mio vissuto, la mia visione del mondo o semplicemente delle emozioni che ho cristallizzato a parole. Nei prima metà del 2000 scrissi un breve romanzo ambientato tra Mogliano, Mestre e Treviso intitolato “Devo dirti una cosa”
    15. Tutti noi abbiamo dei sogni nel cassetto, raccontaci se ne hai ancora qualcuno nel cassetto:
      Allo stato attuale guardando a cosa, direi che il sogno nel cassetto lo realizzerò con Silvia. Dunque l’unico augurio è che il nostro cammino sia sempre costellato da piccole, ma importanti gioie.
    16. Ora voglio farti un’ultima domanda, alla luce di tutto e della tua esperienza, cosa speri sia cambiato tra 15 anni nella fase di crescita e sviluppo della personalità dei più giovani?
      Mi auguro che ci sia maggiore integrazione, comprensione, meno bullismo e più partecipazione e condivisione, ma temo che anche per il mondo futuro non ci sia spazio per questi valori, anzi, da quello che intravedo potranno solo peggiorare. Spero ad ogni modo di sbagliarmi.

    Ti regalo, come in tutte le mie interviste, una grande opportunità e ti chiedo: cosa vuoi dire a chi ci sta leggendo?
    Mai demordere, mai mollare, avere più fiducia in sé stessi e badare meno al giudizio altrui che, per quanto conti, non deve mai arrivare a renderci vulnerabili.
    Perchè, come dico sempre: “Nessuno crederà in te, se non sarai tu il primo a farlo”.

    Edoardo

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