Ogni cicatrice puó essere un sentiero che conduce al lato migliore di noi…

Oggi sono passati 20 anni da quel giorno estivo da cui la mia vita è rimasta sospesa nel vuoto per qualche tempo… per me è sempre come un secondo compleanno, a quella data infatti seguì un lento e graduale ritorno alla vita, circondato dagli affetti che mi hanno sempre sostenuto, che mi ha portato ad essere la migliore versione possibile di me.

Oggi intendo raccontarvi una pagina fondamentale della mia vita, in un viaggio immaginario, attraverso gli occhi del me stesso dell’anno 2000, uno degli anni più importanti della mia vita.. l’anno che mi ha cambiato più nel profondo tra tutti.

agosto 2000

Il ritorno post ricovero alla diga di Santa Maria del Mare, uno dei luoghi a me più cari                                  (San Pietro in Volta – ora non più esistente a seguito della costruzione del MOSE)

  1. Ciao, mi permetto di darti del tu, so che sei in un periodo delicato della tua vita, che succede?
    In questo preciso momento della vita io sto combattendo con l’incapacità di accettare ciò che sono, mi sento a tratti emarginato dagli altri, passo molto tempo a scrivere, riflettere, diciamo che sento la mancanza di una valvola di sfogo e qualche sorriso, non riesco a trovare il mio spazio nel mondo, il mio stesso senso, un senso di afflizione.
  2. I 16/17 anni si immaginano come l’età della gioia, della spensieratezza, tu invece mi parli di dolore, apatia, senso di inadeguatezza, cosa ha appesantito così tanto i tuoi pensieri? La colpa è di qualcuno?
    La colpa è sita negli stereotipi che la società, oggi come domani a quanto pare, (sarebbe ieri come oggi, ma sto pur sempre parlando col mio passato ndr) colpiscono le persone dall’animo più sensibile. E’ impossibile incolpare qualcuno di specifico, perchè in fine dei conti i problemi nella maggior parte dei casi ce li creiamo da soli e proprio il loro accumularsi nei pensieri forma delle, metaforicamente parlando, matasse inestricabili e grigie. 
  3. Mi hai riferito della tua passione per la scrittura, particolarmente pensieri e poesie, in che senso ti hanno aiutato con la tua situazione? C’è stato un momento di svolta?
    Non trovando una strada al di fuori, nelle cerchie delle amicizie o altrove, ho provato, spontaneamente, ad affidare i miei pensieri, soavi o cupi che fossero, a carta e penna… fu istintivo; a scuola poi affrontammo il dolce stilnovo, i poeti giocosi, ho capito che in fondo scrivere da sempre rappresenta una valvola per veicolare se stessi al mondo circostante. La svolta è stato il sentirmi meglio dopo aver affidato alla carta i miei pensieri, perchè così il carbone interiore aveva uno scopo per cui bruciare e non accumularsi.
  4. Edo, qual’è stato il momento chiave?
    Indubbiamente la chiave di volta della nostra vita è stata l’estate del 2000, l’estate in cui tutto ha acquisito un senso maggiore, anche grazie all’esperienza di animatore in Oratorio a Mogliano.
  5. Quindi siamo arrivati al giugno del 2000 come punto di svolta, in che senso? Cosa è cambiato?
    Poco prima di giugno arrivò la svolta, ricordo bene che fui consigliato da Don Nicola e da un’amica, ad entrare nel gruppo degli animatori dell’oratorio don Bosco di Mogliano; in particolare oltre ai giochi pomeridiani, al mattino avrei seguito il giornalino dell’oratorio, una piccola, ma bella responsabilità. Stare a contatto con altri giovani, coetanei o meno, conoscere nuove persone, avere delle responsabilità, quell’avventura fu l’incipit di qualcosa di ancora più grande, fu l’inizio di una presa di coscienza su quanto valesse la mia vita. E… chissenefrega ma in quel giugno arrivò anche la mia bocciatura della terza superiore… succede anche ai migliori (: . 
  6. Edo, esiste un libro a cui non rinunceresti per nulla al mondo?
    Anche se amo la scrittura, per me la lettura è qualcosa di particolare, devo essere catturato dal testo, dallo stile e dalla trama, leggo poco, ma quando leggo non mi stacco dal volume che ho in mano quasi compulsivamente.
    Ho letto svariate volte “Un americano alla corte di re Artù”, un libro leggero ma con un finale con morale che mi ha sempre dato l’impressione di essere il valore aggiunto ad una storia di per sé leggera
    .
  7. Hai una macchina fotografica speciale in mano, un solo scatto, una sola foto, un solo soggetto, chi ritrarresti e perché?
    All’epoca in questione non la sapevo usare, dettagli, ma c’è un ricordo che non ho modo di serbare con me e dunque vorrei poter rivivere: l’istante in cui sono uscito dal coma e tornato alla vita; io non posso ricordare quel momento e dato quanto mi ha cambiato in positivo posso solo che essere felice di aver avuto la mia seconda chance dalla vita.
  8. Quale soddisfazione ruberesti al tuo io futuro?
    Sono due piccoli sogni realizzati, la pubblicazione del Libro: Komorebi e quella di una poesia intitolata “Laguna” e dedicata all’isola di Pellestrina che ha fatto il giro del web negli ultimi vent’anni.
  9. Con quale personaggio del mondo fantasy senti un legame particolare?
    Vorrei dire Batman, ma non ho il fisico, in realtà io sono Paperino, la sua simpatia, tenacia davanti anche alle avversità più grandi sono l’emblema di come col sorriso tutto possa diventare più leggero.
  10. Ti sei mai trovato davanti ad una situazione all’apparenza impossibile? Se si, come hai risolto il problema?
    Assolutamente si, due ricordi in particolare, durante il ricovero del luglio/agosto 2000 quando iniziai a “tornare al mondo” beh, lì ricominciare a re-imparare a camminare e parlare non è stato uno scherzo, tanta fisioterapia, tanta tenacia e tanta logopedia… la mia memoria inizialmente era diventata poco elastica, instabile e circa il camminare, beh non ci riuscivo e per un breve periodo usavo una sedia a rotelle per muovermi.
  11. Quando hai realizzato cosa ti fosse successo? In cosa ha migliorato la tua vita?
    Quando dopo circa 30 giorni di ricovero mi son guardato allo specchio perchè volevo farmi la barba e ho visto la cicatrice, lì ho realizzato che era successo qualcosa di di cui non ero consapevole, mi girai verso mia madre e le dissi: “E questa cos’è? A me non piace la riga nella pettinatura…” Perchè in fondo tra antidolorifici e altro, i processi logici non mi avevano fatto realizzare del tutto cosa mi fosse accaduto, lì dentro in lungodegenza era tutto ovattato. Quando vidi la cicatrice capii la grande fortuna che avevo avuto, come se fossi rinato, era il segno della mia seconda chance.
    Quando vennero gli psicologi dissi che quell’Edoardo che trasudava dolore nelle sue parole era “morto”, la depressione a rigor di logica dopo ciò che avevo vissuto non aveva senso, non sentivo bisogno di loro, ero consapevole di essere cambiato.
  12. Siamo in un’epoca dove internet ha iniziato ad erodere molte abitudini che avevamo prima di questo periodo, quanto ha inciso tutto questo sul tuo modo di vivere?
    Sono cambiate tantissime cose, io già prima del 2000 avevo un mio piccolo sito di poesie su “geocities”, chattavo con persone di tutto il mondo in inglese tramite ICQ (ricordo ancora il mio id utente: 49269898), si poteva comunicare a distanze siderali quasi come fai tu oggi, ma all’epoca tutto aveva un gusto più bello, perchè includeva poco pregiudizio e molta scoperta del nuovo. Alcune persone le ho sentite per un lungo tratto della vita anche al di fuori di quei mezzi di comunicazione. Ricordo che molti si erano spaventati dal non sentirmi più nel periodo del ricovero, alcuni mi chiamavano sul primo cellulare (nokia 3210 – articolo correlato) per sentire come stessi. In sintesi il mondo internet all’epoca è stato il big bang di una infinita gamma di possibilità che forse oggi, come tutte le cose, inizia ad avere declinazioni così diverse dal diventare talvolta negative, ma non tutto è da buttare, fa parte dello spettro d’azione di ogni cosa avere zone d’ombra.
  13. Chi ha incentivato maggiormente la tua passione per la scrittura? Hai avuto una sorta di mentore?
    Quarta superiore, il mio insegnante di lettere, fu il mio più grande stimolo a seguire, perseverare e costruire il mio stile di scrittura. Un rapporto franco e sincero con una persona che stimo tuttora per la sua grande cultura umanistica. All’epoca scrissi una poesia che tuttora annovero tra le più intense della mia raccolta.

    Una panchina in riva al lago
    Noi due, seduti, vicini
    Nell’ora che s’avvia al desinare
    Il vento, che con dolce carezza
    abbraccia il nostro amore,
    gli ultimi spicchi di sole
    mi fan contemplare il tuo viso
    dolce e chiaro, resto senza parole
    i secondi durano ore
    questi sentimenti durano tutta la vita
  14. Quanto Edoardo c’è in ciò che scrivi? Come si intitola il tuo primo romanzo?
    In ogni poesia ci sono io, il mio vissuto, la mia visione del mondo o semplicemente delle emozioni che ho cristallizzato a parole. Nei prima metà del 2000 scrissi un breve romanzo ambientato tra Mogliano, Mestre e Treviso intitolato “Devo dirti una cosa”
  15. Tutti noi abbiamo dei sogni nel cassetto, raccontaci se ne hai ancora qualcuno nel cassetto:
    Allo stato attuale guardando a cosa, direi che il sogno nel cassetto lo realizzerò con Silvia. Dunque l’unico augurio è che il nostro cammino sia sempre costellato da piccole, ma importanti gioie.
  16. Ora voglio farti un’ultima domanda, alla luce di tutto e della tua esperienza, cosa speri sia cambiato tra 15 anni nella fase di crescita e sviluppo della personalità dei più giovani?
    Mi auguro che ci sia maggiore integrazione, comprensione, meno bullismo e più partecipazione e condivisione, ma temo che anche per il mondo futuro non ci sia spazio per questi valori, anzi, da quello che intravedo potranno solo peggiorare. Spero ad ogni modo di sbagliarmi.

Ti regalo, come in tutte le mie interviste, una grande opportunità e ti chiedo: cosa vuoi dire a chi ci sta leggendo?
Mai demordere, mai mollare, avere più fiducia in sé stessi e badare meno al giudizio altrui che, per quanto conti, non deve mai arrivare a renderci vulnerabili.
Perchè, come dico sempre: “Nessuno crederà in te, se non sarai tu il primo a farlo”.

Edoardo

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Oggi compio 19 anni, 19 da quando sono tornato alla vita. Potrà sembrare stucchevole, noioso forse, guardare indietro e ricordare, scavare a ritroso, ma per me il 17 luglio 2000 rimane e rimarrà la svolta, la possibilità, il jolly di una intera, all’epoca breve, esistenza. Ero un ragazzo normale, con tutte le debolezze di un’età in cui urliamo di essere pronti a tutto, ma in realtà non siamo ancora pronti a nulla. Depresso e rinato grazie alla sommatoria di esperienze di un anno tanto atteso quanto doloroso.

Quella che è seguita al malore che poteva chiudere il mio capitolo a questo mondo, è una persona nuova, che, un’esperienza alla volta, ha imparato ad amare la vita e, perchè no, anche se stesso. Perchè in fondo scegliamo ogni giorno con chi trascorrere i nostri giorni felici, ma spesso scordiamo che con noi stessi, passeremo tutta la vita. Se non impareremo a ridere dei nostri difetti, a perdonarci gli errori, a tenere il sorriso davanti a chi ha il muso, non avremo perso nulla, se non l’opportunità di essere felici per quello che siamo e per ció che abbiamo.

Prossimamente su questo blog, intervisteró me stesso, l’io di oggi proverá a chiedere al me di allora cos’era successo e cosa sia poi cambiato.

Un abbraccio e grazie a tutti voi, a chi c’era e a chi c’è ora. In attesa di farvi scoprire qualcosa di più dell’itinerario che mi ha portato ad essere chi sono.

Kintsugi, metafora esistenziale

#trarealtaesogno #intervista #17-7-2000

Kintsugi, una metafora esistenziale…

Cari Amici ed Amiche,
oggi vi voglio raccontare un altro pezzo della mia esistenza, istanti di cui, chi ben mi conosce, sa i dettagli. Non sarò stucchevole nel peregrinare attorno all’argomento, ma lo farò calzare all’interno di una metafora fotografica.
Il tutto parte da una meravigliosa cultura, quella giapponese, contraddistinta da un modo di esprimersi e comunicare dove un singolo lemmo, spesso, contiene un significato più complesso, emozionale talvolta; la cosa più affascinante di questa lingua è che una parola, nella sua singolarità, è in grado di esprimere concetti complessi ed articolati (ad esempio Komorebi, la parola peraltro da me scelta per racchiudere dei pensieri e delle immagini da me prodotte, la quale significa letteralmente “la luce che filtra attraverso gli alberi” [scoprili tutti Qui!]). La musa ispiratrice di quest’opera è il termine KINTSUGI (o kintsukuroi) che significa: letteralmente “riparare con l’oro”; che attinenza avrà mai quest’arte millenaria con la mia vita? Quante volte nell’arco dell’esistenza siamo stati pervasi da un senso d’impotenza, quante volte il dipanarsi dei fatti sembrava inesorabilmente accompagnarci ad un tracollo, anche solo emozionale? Vi confesso, io a sedici anni non ero caratterialmente una persona fortissima, ma la vita mi ha sottoposto ad una prova e ne sono uscito più forte di prima. Diciamo che citando Jovanotti quell’episodio: “Ha preso la mia vita, facendone molto di più”.
Era il 17 luglio del 2000, davanti ad una schiera di amici ed amiche, la mia esistenza è andata in stand-by, quasi definitivamente. Un intenso percorso ospedaliero e circa 40 giorni dopo, re-imparando a camminare e comunicare tra le altre cose, sono tornato alla vita di tutti i giorni, era il 24 agosto, il mio compleanno.
Da quel giorno di luglio porto una cicatrice, un segno che mi ricorda tutte le volte che la debolezza interiore vuole prendere il sopravvento, di quanto devo ringraziare il cielo di essere ancora qui, di quanta fatica ho fatto per tornare a galla, un passo alla volta.
La mia anima nel 2000 si stava corrompendo, giaceva stantia in un periodo negativo giovanile che, a posteriori, era assolutamente privo di senso.
Io tuttora benedico quella traumatica esperienza di quel giorno, perché ha “riparato con l’oro” le crepe che si stavano formando nella mia esistenza.
Da qui, da questo concetto, testimonianza, deriva l’idea della foto che finalmente vi mostro.

Kintsugi – Edoardo Scarpa – riparare (l’esistenza) con l’oro.

Kintsugi


Credits:

https://it.wikipedia.org/wiki/Kintsugi
https://studiaregiapponese.com/2017/03/19/parole-forti-komorebi/