Racconto di Natale…

Il sentore dello zenzero si era diffuso velocemente, intriso ne era il paesaggio che, bianco e candido, si dipanava in una lieve monotonia di tonalità.  Ciononostante lui seguitava a guardare fuori dalla finestra, con lo sguardo teso, fiero, sicuro. L’attesa si miscelava alla speranza, alimentata da quel profumo che addolciva l’aria. Nessuno capiva cosa facesse ogni anno quell’uomo alla finestra, per ore, un solo giorno all’anno, il giorno di Natale. Fissava la via, oltre quella siepe spogliata dall’inverno, guardava oltre, quasi a nascondere in quel campo visivo una distanza incolmabile, alcuni dicevano potesse addirittura diradare la neve. Attese ancor più a lungo quel giorno, d’un tratto sembrò convinto che la modernità avesse vinto, che quell’anno non sarebbe accaduto, per la prima volta. Bofonchiando qualcosa si andò a sedere sulla poltrona, ma, in realtà, non manifestò alcun segno di resa, perchè la stessa era rivolta verso la medesima finestra. Lo sguardo rimase lì, fisso. Arrivò, presso di lui , la moglie che gli disse: “Non ti sei ancora rassegnato vero?” E lui con uno sguardo torvo: “Giammai!”. Passò qualche istante, bussarono alla porta coperta di ghiaccio. Corse alla porta, quasi saltellando, aprì, tirò fuori dalla tasca qualche soldino, sul suo viso la gioia più grande, sussurrò Buon Natale a quei ragazzini, carezzando sulla gota il più vicino, chiuse la porta e si girò verso sua moglie dicendole: “Vedi tesoro, non rinuncerò mai a questo istante. Cinquant’anni fa tu bussasti a quella porta ed io ti vidi per la prima volta, la mia felicità di oggi deriva da una scatola di biscotti che ho comprato dalle tue mani tanto tempo fa”.

Buon Natale Amici e che  il Natale o anche solo una scatola di biscotti possano illuminare le vostre vite. Vi regalo il racconto in Pdf e un’anteprima del mio libro di poesie che, forse, già conoscete: Komorebi.

Edoardo

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Prof. Maler ed i Maya: un viaggio nel surreale attraverso un racconto.

Questi giorni di isolamento forzato e doveroso portano a riscoprire quei dettagli che lo scorrere vitale avevano oscurato. Sistemando delle carte con mia moglie ho rinvenuto un tema/racconto di una sessione interdisciplinare di lettere-arte delle superiori. Risale al 2001, quando avevo 18 anni e penso possa essere tuttora una buona lettura per il pubblico di questo blog.

Ecco a Voi:

Il prof. Maler ed i Maya

“Buonasera esimi colleghi, sono il Prof. Maler, archeologo di fama mondiale; ho convocato questa conferenza stampa per rivelare al Mondo l’incredibile esperienza vissuta in prima persona. Ebbene, quella che sto per raccontare è senza dubbio la vicenda più affascinante della mia vita, infatti circa sei mesi fa, per motivi tuttora ignoti, subii uno spostamento spaziotemporale e mi ritrovai in una città Maya, quella che oggi è conosciuta come Tikal.
Lo so può sembrare incredibile, ma è tutto vero, per cui vi prego di ascoltarmi.
Correva il 15 dicembre del 2000 e, mentre compivo degli studi su alcuni reperti di un cartiglio Maya di cui mancava un pezzo, caddi in un forte torpore, al risveglio ero in una foresta dalla vegetazione  fittissima e a me inconsueta, con un clima totalmente diverso da quello europeo, assai più caldo. In un primo momento non capivo nulla, ero disorientato, mi credevo pazzo, poi però realizzai che quello che stavo vivendo era qualcosa di incredibile e probabilmente unico nella storia dell’umanità.
Decisi di muovere qualche passo in quella foresta, giusto per cercare altri uomini e capire dove mi trovassi…
Incrociai un uomo a torso nudo, mi vide e diffidente venne verso di me, poi si inginocchiò e mi guidò devotamente fino alla città, che giaceva in una zona pianeggiante senza alberi al centro della foresta, appariva tipicamente Maya, e piena di vita.
Quest’uomo mi fece capire che si chiamava Artiglio di Giaguaro, simbolo che portava al collo, per comodità per il resto del racconto lo chiamerò Tim.
Tim intuì la mia curiosità, forse da come mi guardavo intorno meravigliato, forse per l’espressione del mio volto, così cominciò quello che potrei definire un vero e proprio, con le dovute virgolette, “giro turistico”. In primis mi guidò al mercato cittadino, costituito da una doppia cine muraria nella quale si creavano gli spazi vari commercianti. Nelle vicinanze si trovava l’acropoli, assai ricca di monumenti e anch’essa dalla forma quadrangolare, questa domina la piazza che si trovava poco più a est, brulicava di persone tutte più o meno vestite allo stesso modo della mia “guida” Tim, quindi seminudi, coperti quel tanto che bastava.
Vicino a questa piazza è posto il primo tempio cittadino, che Tim mi mostra orgogliosamente, infatti era il tempio che in un certo qual modo portava il suo nome, era il Tempio del Giaguaro, costruito a gradini, sul retro del quale c’era un’altra grande piazza anche questa brulicante di persone.
Più a ovest si vedeva sorgere in lontananza un altro tempio, ancora più grande ed appariscente del primo, con dei gradini enormi e, sul lato a nord est, una scalinata imponente che permetteva di raggiungerne la sommità.
Man mano che salivami sembrava di avvicinarmi a Dio, era emozionante, e da qui potevo vedere anche la cima del tempio di un villaggio vicino, alla cui sommità ardeva un grande focolare celebrativo.
Per concludere il giovane Tim mi portò in un edificio ludico, in cui si praticava il gioco della palla, lo raggiungemmo attraverso una strada lastricata, veramente ben concepita e assai pulita.
Dopo aver visto tutto ciò però l’indigeno mi riaccompagnò, mio malgrado, alla foresta, dove mi consegnò un sacchetto contenente qualcosa di rigido e spigoloso, pareva pietra, lui mi sorrise e arrivato al punto in cui lo incontrai mi salutò ancora una volta con un inchino e io ricaddi nel torpore, per risvegliarmi nel mio studio…
Ero convinto di aver fatto un bel sogno, nulla di più, invece ad un tratto mi cadde a terra da una tasca, che io credevo vuota, un sacchetto uguale a quello che mi aveva dato Tim, lo aprii, ebbene, dentro c’era proprio la parte mancante di cartilio con inciso in basso un nome… Artiglio di Giaguaro, già proprio Tim, lui era uno scultore e mi aveva fatto vedere le sue opere.
Detto ciò concludo questa conferenza stampa, per ulteriori notizie potrete ritirare all’uscita un volumetto con il resoconto della vicenda, buonasera a tutti”.

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Ecco il dattiloscritto del 2001

Il misterioso sorriso di Madonna del Giocondo

La pioggia imperversava violenta e spietata ormai da giorni, la natura sembrava voler annunciare la tenebra che stava per calare su Parigi e dalla capitale francese su tutto il mondo, ma per fortuna non è accaduto ciò… sarà meglio però per voi lettori che io vi narri la storia sin dal suo principio.

Correva l’anno 1506 circa e Leonardo Da Vinci stava lavorando ad una delle sue innumerevoli opere, sicuramente la più famosa e soprattutto misteriosa che lui avesse creato, vi parlo, infatti, della Gioconda quadro stupendo e inquietante in cui il tempo sembra sia stato fermato all’istante in cui Leonardo dipingeva, proprio questo è il punto centrale della storia, quel quadro non è una semplice tela dipinta, è qualcosa di più, anzi è qualcuno oserei dire, qualcuno per cui il tempo non scorre da quasi 500 anni, quel dipinto racchiude in sé uno spirito malvagio e selvaggio, assetato di vendetta verso l’umanità intera, che se venisse liberato dalla tela darebbe inizio ad un’era di terrore governata dal male e dalla legge del più forte, tale spirito venne imprigionato in quella tela da un apprendista stregone, un onta enorme per una entità diabolica del suo calibro con centinaia di omicidi al suo attivo. Esisteva una sola possibilità per quella creatura di uscire dal dipinto e cioè suscitare il riso di una ragazza, dell’età massima di diciotto cicli terrestri intorno al Sole e bionda subito dopo che questa avesse guardato il dipinto negli occhi. Voi penserete, come può una persona ridere di un tale dipinto così strano, affascinante, misterioso e unico? Era un venerdì 17 del mese di settembre 1999, una scolaresca ligure si recò in gita in Francia, era una classe vivace ma nei limiti, tutte persone senza grilli per la testa, tutte tranne una, Sandra, la scuola a lei non interessava minimamente e la gita era un pretesto per fare confusione al di fuori dei confini del piccolo borgo in cui viveva.

Ultima tappa della gita era il museo parigino del Louvre, era tardi e fuori pioveva violentemente, Sandra a differenza degli altri era ancora in piene forze, nonostante sette giorni di camminate era ancora lei la protagonista di ogni rimprovero dei professori accompagnatori, ad un tratto uno squillo e una voce che diceva in svariate lingue: “I turisti sono pregati di uscire dal museo entro cinque minuti”, sarà l’accento strano di quell’italiano maccheronico, sarà la sua pazzia Sandra comincia a ridere proprio mentre giunge davanti alla Gioconda e strilla impaurita perché si aspettava di vedere davanti a se un muro e non un dipinto… Sandra però venne attirata magneticamente dal realismo misterioso di quel dipinto, sembrò diventare seria, osservava, sembrava che ogni sua occhiata fosse una valutazione critica della tecnica leonardesca.. invece ahimè, era tutto uno scherzo, dentro di lei una risata cresceva fragorosa più di un torrente in piena e infatti… pochi secondi di recita e non ce la fece, esplose come un vulcano, la sua risata rieccheggiò per secondi lunghissimi nei corridoi del museo, non riusciva a smettere di ridere e i suoi occhi mentre rideva si scontrarono con quelli fuggitivi della Gioconda, un lampo e poi un fragoroso tuono e ancora lampo e ancora tuono, Sandra smise di ridere e disse: “Forse tutto questo baccano è un suggerimento a me rivolto da lassù perché io smetta?” e ancora una volta si fece seria per finta, si gira verso il dipinto, guarda i suoi occhi e ride ancora più forte pronunciando sproloqui, alla fine rieccheggia ancora la voce  che stavolta invitava ad uscire in maniera rapida gli ultimi ritardatari, fu così che Sandra venne presa di peso da due compagni e portata fuori a braccia insieme al resto della comitiva rimasta stupita dalla sfrontatezza della ragazza.

Il museo chiude, il buio e il silenzio sono infranti solo dalle guardie, dalle loro torce e dal calpestio dei loro tacchi sulla pavimentazione in marmo, tic tac tic tac, si avvicinavano sempre più all’ala dove è custodita la Monna Lisa e d’un tratto un lampo e un tuono fortissimo, si voltano, puntano le torce al dipinto di Leonardo, a loro caro e compagno di tante notti nel museo rimanendo impietriti e attoniti, la Monna Lisa era sparita, rimaneva solo lo sfondo, ma nel dipinto non c’era più traccia della protagonista, i due si sfregarono gli occhi, si pizzicarono a vicenda urlando di dolore, era tutto vero, era rimasto solo lo sfondo. Un brivido li percorse lungo tutto il corpo, un tonfo sordo, non ebbero il tempo di girarsi che, “PUFF”, caddero a terra morti, silenziosi e con il volto tirato e sfigurato dal terrore. La mattina seguente grande fu lo stupore, anche perché i fatti incredibili erano ben due, la morte delle guardie e il quadro rimasto senza la donna che da sempre l’aveva abitato. I giornali di tutto il mondo si gettarono sulla notizia ognuno con la sua versione dei fatti.

La notte del 18 settembre altre due guardie muoiono nel museo, presentano segni di strangolamento ma anche in questo caso le telecamere non evidenziano niente di sospetto come nel giorno precedente.

Passano quarantotto ore dal primo duplice assassinio, è il 19 settembre, Parigi si sveglia con una novità, una scritta compare sul dipinto, è in caratteri runici, un messaggio che una volta decifrato risulterà assai inquietante: “Una giovin ragazza col suo riso mi ha destato da un sonno troppo a lungo per me durato, a lei va il mio ringraziamento, a voi il mio eterno tormento, solo una lacrima del suo ridente viso potrà fermarmi da questo viver che per me è paradiso”.

La situazione si fa contorta, gli inquirenti non osano credere a quelle parole, le tengono segrete, sarebbe un’onta troppo grande per le forze dell’ordine francesi. Fanno male però e dopo 3 settimane di inutili ricerche e costellate di omicidi tutti simili ai precedenti si arrendono e decidono di affidare alla stampa internazionale la frase segreta, anche perché il video del Louvre si sovrappone ogni ora e nessuno sa chi sia la ridente ragazza a cui si allude nel messaggio dello spirito. Si spera così che questa persona o chi la conosce possa avvisarla della necessità della sua presenza in Francia per risolvere questo grave problema. Sandra non segue la tv, mai, però i suoi compagni si e l’avvisano che lei potrebbe presto divenire famossissima, l’eroina di Francia, l’erede di Giovanna D’arco negli ideali francesi, lei causa di tutto, causa di principio di un incubo malefico, lei causa della cessazione dello stesso. Sandra in principio esita, la sua usuale spavalderia sembra svanire, ma alla fine si decide, chiama il numero verde messo a disposizione dal governo francese. Nessuno ci sperava più, in un mese i morti sono stati decine nel museo e ora nessuno di notte vuol più entrare, i dipinti son così in balia del destino e facili prede di eventuali malviventi, ma troppa è la paura, tale da spingere anche i furfanti a non tentare un colpo. Sandra giunge, già piange, è disperata, è emerso il lato sensibile del suo carattere che lei ha sempre nascosto dietro una finta aggressività. Piange , è notte, è buio, è sola, con la sua torcia e le sue lacrime, dolorose per lei, utili al mondo. Scocca la mezzanotte, di nuovo un temporale, ecco il lampo e il suo compagno tuono, tre volte la cosa si ripete ed ecco un tonfo sordo, è lui, è lo spirito, Sandra piange, prega, scruta intorno a se il buio impenetrabile. Lo spirito le è dietro, lo percepisce, si gira, lo guarda dritto negli occhi, con un coraggio che le giunge nuovo, lui la riconosce e urla, le lacrime lo condannano inesorabilmente, lui corre, corre, si getta nel dipinto, la scritta scompare, riappare Monna Lisa, che dallo spirito fu rapita. Sandra sorride, felice, orgogliosa di sé per la prima volta nella sua vita e nel cielo torna la Luna dei giorni migliori, circondata di stelle in cielo e di sorrisi sulla terra libera da un incubo.

Grazie a Sandra e alla Monna Lisa, a cui chiedo scusa per il racconto diffamante di cui le ho rese protagoniste.

Ah, dimenticavo, il sorriso misterioso è dovuto alla volontà dello spirito di ingannare l’uomo, di spingerlo a quella risata che prima o poi lo farà tornare libero di incutere nuovo terrore al mondo, quindi, non ridete della Gioconda ora che ne conoscete le conseguenze.

#IlGiornoPerfetto: Un Viaggio nel Surreale attraverso un Racconto

Ci sono giorni in cui il sole sorge per far uscire di casa i sognatori, che altrimenti passerebbero il loro tempo a immaginare come vivrebbero la loro vita anziché viverla veramente. Ma chi sono i sognatori? Come immaginate sia fatto un sognatore? Forse bruttino? Magari si, forse cicciottello o estremamente burroso? Probabile! E goffo? Si si! Goffissimo! Ma ora chiudete gli occhi, anche solo per un attimo, vi siete sentiti a disagio? Ovvio, siete talmente abituati a guardarvi intorno che un po’ di buio vi opprime. Ma nel buio hanno residenza i sogni e nei sogni si manifesta il nostro vero Io. Riprovate ora a chiuderli ma prima di farlo decidete di visualizzare qualcosa di bello, la vostra amata, il vostro amato, la mamma o il papà, una moto, una bici o un fiore poco importa, ma se lo farete capirete perché tanti amano sognare. Nei sogni anche il più timido realizza ciò che nella vita forse non avrà mai il coraggio di fare. Il problema sta tutto lì, voi agite, mentre noi sognatori immaginiamo di farlo. Ma questa storia ribalterà la questione, vi presento Fulgenzio e questa è la sua giornata d’azione.. O forse no?

In tutto lo splendore dei miei 95kg per 165 cm uscii di casa con addosso pantaloncini corti neri e una sgargiante canotta verde acceso. I sogni li avevo lasciati tutti nel cassetto, oggi si vive! 

Con passo gagliardo giunsi al bar dove ero solito puntare sul calcio, la banconiera è una ragazza molto bella, ma chissà come mai mi ha sempre servito quell’orso bruno del titolare. Entro e dico: “ciao topolona mi porti un po’ di fortuna?” Lei mi guarda, forse non l’aveva mai fatto prima, scopro che mi ascolta, infatti se ne va. Ok, ho esagerato, ma oggi gira così e mi accontento allora di giocare la schedina con l’orso, poi esco e guardo la schedina per un attimo e la butto via. Con l’orso non ho mai vinto. Cammino, una bella sensazione, arrivo al parco dove alcune ragazzine mi fanno delle foto e chiedono se solitamente rotolo, rispondo con assoluta cortesia che l’unica cosa che rotola probabilmente è il loro cervello adagiato su di un letto di chiappe, poi afferro il telefono e mi faccio un selfie con la lingua di fuori. Questa è arte! Loro restano ammutolite e io me ne vado sghignazzando. Sembra divertente agire, ci sto prendendo gusto. Arrivo in piazza e incontro un auto dei vigili urbani in panne, mi fermo e chiedo se serve aiuto. Il giovane mi risponde “si, perchè lei è un meccanico?” E io: “no, ma se per lei è uguale sappia che sono curioso”. Dai mille santi che il tizio urla capisco che è bene allontanarsi. Incedo divertito alla ricerca di altri spunti e mi godo ogni singolo brivido di questa giornata senza freni. Chissà come ho fatto a resistere così a lungo inerme, vivere la vita e combinare marachelle fa sentire vivi! Ed ecco, un prete, giovane, elegante, mi passano per la testa mille idee, ma non ne scelgo nemmeno una, ok che è il mio giorno di libertà , ma è meglio non fare cose di cui poi ci si pente. Mi incammino verso il bar sport, per offrire del vino ai nonnini, che una volta alticci mi avrebbero raccontato cose incredibili. Eccolo, tutto rosso con la tenda verde scuro di una nota marca di birra. Ma i tavoli esterni sono vuoti. Un brivido, non posso perdermi i nonni ubriachi. Entro, trovo il barista sconsolato e chiedo dove sono i suoi clienti. “Al bocciodromo, cazzo!” Mi risponde piccato. Così vado alla fermata e salgo sul bus che attraversa più lentamente del solito la città. Scendendo guardo l ‘autista che mi sorride e gli dico: “meno male che non ho obliterato, sei stato più lento di mia nonna durante la processione del Santo Patrono”. Sento urlare, sono tutti un pó nervosi, poco importa, sono finalmente di fronte al bocciodromo. Leggo a voce alta: “finale cittadina coppa del nonno” non riesco a trattenere una risata e prima di entrare compro nel vicino minimarket otto cartoni da due litri di vino rosso e un pacchetto di bicchieri di plastica. Entro e trovo una piccola schiera di canuti nonnetti che alla vista della nota marca di vino in cartone iniziano ad avvicinarsi. Erano in 10, 4 squadre da 2 e due giudici di gara. Ma le regole le detto io, i nonni devono bere un bicchiere prima di ogni tiro. Accettano spavaldi, ma già pregusto il risultato. Il primo tiro è perfetto per tutti, ma già al terzo giro fra traiettorie sbilenche e santi volanti la cosa si fa calda. Il nonno mediamente ha ragione, con un litro di Tavernello in corpo si crede una divinità. Bene, qui avevamo già superato tale soglia. “Artista! Dammi ancora un bicchiere che devo potenziare la mira”. Durante il tiro decisivo peró accade l’irreparabile, Ernesto guarda verso la coppa e urla: “aiutoooo al ladrooo!” Ebbene si, i nonni eliminati si erano rubati il vino. Risultato: torneo sospeso e due nonni al pronto soccorso in delirio. Nel dubbio mi dileguo contento. Proseguendo il cammino mi ritrovo davanti ad una palestra “ohm” appena il tempo di avvicinarmi che vengo catapultato tra fretta e improperi da un effeminato istruttore ad un corso di yoga, non so per chi mi avesse scambiato, ma l’idea di meditare con delle ragazze non mi dispiaceva. Inoltre chiaramente il mio karma del giorno iniziava a farmi essere attivo col Mondo ma anche viceversa. Con grande stupore peró varco la soglia e mi trovo davanti a 45 ragazze in mise succinte che adoranti attendono ordini dal grande maestro di yoga.. Io! Per fortuna vedo un poster dell’evento e leggo “maestro Octon” così esordisco “salute a voi fanciulle, siete pronte a vivere questa grande esperienza di yoga col vostro maestro Octon?” E loro in coro: “siiiiii!”. Nel mentre una di loro mi lancia il suo reggiseno e urla “questo è per lei maestro!”. A quel punto notando che nessuna fosse sconvolta urlo “qualcuna ancora vuole omaggiare il maestro?” A quel punto nessuno ha capito perchè, ma Octon si ritrova 44 reggiseni oltre al precedente tra le mani. “Non avrei mai immaginato che queste cose accadessero davvero” e mentre la mente si interroga su quanto uno strano nome possa influenzare le persone. Chiedo una breve tregua per iniziare la seduta, faccio chiudere gli occhi a tutte e mi dileguo proprio mentre sgommando arriva il vero Octon, come minimo il suo peso era il doppio del mio, ma la cosa più bella è che io ho i suoi “trofei” e lui non lo sa.. Octon entra fiero come il mago Otelma e urla “a me i vostri coperchi per mammelle!” E le ragazze in coro “se ne vada impostore!!!”. Altra rissa , altra sghignazzata, scompaio più velocemente fiero della conquista e di aver smascherato un impostore facendo a mia volta l’impostore.

La giornata volge alla fine quando con i miei 45 reggiseni in mano vengo fermato dal vigile che avevo preso in giro la mattina che mi fa “fatto conquiste eh?!? Ma adesso vieni con me in commissariato, c’è stato un furto di reggiseni e secondo me tu ne sai qualcosa” io candidamente rispondo “ma signor vigile.. Sono miei!” Mai frase più errata fu detta.. Vengo trascinato in commissariato, interrogato e incredibilmente rilasciato perchè la refurtiva era stata recuperata in un’altra zona della città.. Pare presso l’auto di un ospite della plaestra “ohm” un tale “maestro octon”.. A quel punto il vigile ed io ci chiediamo reciprocamente scusa e, vista la dostanza chiedo un passaggio a casa. Giovanni, il vigile, mi saluta e io ricambio ringraziando, poi mi giro apro la porta e… 

Mi sveglio di sobalzo. Con la tachicardia e il fiatone.. “Mamma mia che paura!” Mi dico allo specchio.. “Ancora un incubo in cui esco di casa a fare il disgraziato.. Non sono cose per me.. Ormai ho 60 anni e non capisco quale angolo di cervello crei queste esperienze.. Non ne posso più! Forse devo smetterla di confessare certi personaggi, con tutte le corbellerie che sento finiró rincitrullito!”. E poi, con un sorriso divertito indossai l’abito talare, le scarpe nere, serrai il clergy e mi dissi: “caro mio incubo ricorrente, non esiste un giorno perfetto, ma ogni giorno a suo modo lo è, ricordalo!” 

Curiosi sul surreale? Ispiriamoci di Arte!

oppure, tornando coi piedi per terra… scoprite le mie poesie, i Komorebi