Komorebi non è parola. È il respiro che il sole ruba alle foglie quando sceglie di attraversarle. Luce che si fa lama gentile, ferisce l’ombra e – per un istante solo – rivela: noi, nudi sotto la corteccia del giorno.
Nasce da lì la mia voce: da un riflesso sul canale, da un verso che il vento di laguna mi ha strappato dal petto mentre nascondevo me stesso tra calli silenziose.
Ogni Komorebi è filtrare. Pensieri che premono contro l’esistenza, trovano crepa, e illuminano – un attimo, non di più.
Komorebi, ovvero un’Esperienza Unica
Questa foresta non si chiude tra copertine. Duecento raggi già impressi in due volumi; cinquecento l’orizzonte che inseguo per racchiuderli in un unico cielo di carta. Ogni verso ha attraversato me prima di sfiorarti.
Lascia che la luce ti trovi. Qui sotto, un’anteprima gratuita – un assaggio di foresta: [Tuffati nella sinfonia di Komorebi → Anteprima PDF]
E se un raggio ti ha sfiorato, portalo via con te. O lascialo andare: su un muro screpolato, una panchina bagnata di rugiada lagunare, perché un altro sguardo lo raccolga.
Komorebi non finisce sulla pagina. Continua quando qualcuno la tocca, la guarda, la lascia volare via. Sono anche le #poesieappese: versi che si arrendono al mondo, in attesa di occhi sconosciuti.
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Se la foresta ti chiama ancora, scendi più a fondo: [nel cuore di Komorebi] o nel corso di poesia gratuito nato da questi stessi raggi. Che la luce continui a filtrare, anche attraverso le tue dita. Edoardo
Komorebi (木漏れ日): la luce delicata che si insinua tra le fronde, un istante breve ma intenso, che cattura l’anima fugace come raggi danzanti tra le foglie di un bosco.
Komorebi (木漏れ日): è la luce delicata che si insinua tra le fronde degli alberi, un istante breve ma carico di intensità, che cattura uno stato d’animo e una sensazione fugace, simili ai raggi di sole che danzano tra le foglie di un bosco
Sembra la domanda, innocente ma al contempo pungente, che un bambino o una bambina potrebbero rivolgere a un genitore o a un insegnante: “Di cosa è fatta una poesia?” Se colti alla sprovvista, proprio come un infante saprebbe fare, potremmo trovarci impreparati, incerti di cosa rispondere.
Probabilmente, non siamo soli in questa incertezza, poiché la vita, la società e tutto ciò che ci circonda sembrano assumere sempre più le sembianze di un vuoto emotivo. Con indifferenza, procediamo nei nostri passi, in attesa di quelli che seguiranno.
All’interno di questo spazio, involontariamente, riempiamo il vuoto con futili chincaglierie, sia fisiche che metaforiche.
Nonostante questo contesto, sento l’urgenza di condividere la mia idea su “di cosa sia fatta una poesia”. Non con l’intenzione di affermare una verità assoluta, ma piuttosto con il desiderio di catturare la mia visione del tema.
Una poesia, a mio avviso, è composta prevalentemente da emozioni, in parte da esperienze e in parte da sogni. È un’istantanea vivida di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che sogniamo di provare.
Rappresenta un dipinto realista delle proiezioni della nostra anima lungo le traiettorie quotidiane. In breve, è una fotografia scattata senza preavviso dei nostri moti interiori più intimi.
La poesia funge da specchio per ciò che ci piace e ci colpisce, ma anche per i momenti in cui, aggrappati al dolore, desideriamo far emergere una parte di esso verso l’esterno.
Il processo di poetizzare ci rende migliori, aprendoci a mondi nuovi o permettendoci di esplorare sfumature oscure del nostro status quo.
Personalmente, la poesia è stata un viatico liberatorio. Inizialmente, mi ha permesso di esprimere il mio lato romantico e fragile durante l’adolescenza, ma successivamente mi ha aperto a nuove strade e prospettive su cui riflettere, come colori nuovi su una tavolozza.
Alcuni potrebbero obiettare: “Non so nemmeno come si scriva una poesia.” L’errore sta nel pensare che esistano regole “matematiche”. Sono convinto che la poesia sia un flusso di emozioni che sgorga dall’anima in modo scriteriato.
La poesia si trova nelle migliaia di caratteri, più che nell’ermeticità che profuma di mistero.
Infine, se qualcuno vi chiedesse: “Di cosa è fatta una poesia?” Io risponderei: “Di tutto il meglio e, talvolta, di tutto il peggio di noi.”
Sono nato nell’agosto del 1983, alla radio a quei tempi passavano di continuo I just called to say I love you di Stevie Wonder, il Mondo correva veloce, ieri come oggi, certo la percezione è cambiata, ma ogni epoca corre a modo suo.
Sono cresciuto circondato dall’embrione delle tecnologie che, oggi, ci permettono di comunicare a 360° in pochi istanti, ma dove, forse, il valore di ogni singola parola “spesa” era diverso, maggiore, più ponderato.
Una telefonata variava di costo a seconda della durata, Voltron trionfava in tv, una canzone si ascoltava sul vinile o in musicassetta o si aspettava per giorni che passassero i Queen alla radio per registrare il brano, maledicendo prontamente il Dj in questione che, ovviamente, avrà parlato all’inizio od alla fine del brano, rovinando il nostro capolavoro. Le pendrive non si poteva immaginare cosa fossero e Super Mario era il nostro eroe del cuore.
C’è chi dice “cosa ne sanno i 2000?” e forse non ha del tutto torto, ma, senza dilungarmi oltre, mi aggancio proprio a questo numero per parlarvi di me e di quando ho cominciato a scrivere.
Correva il 1999, avevo 16 anni, crescere a prescindere dal contesto in cui si è inseriti non è mai facile, accettarsi per ciò che si è, di certo, non è da tutti ed eccoci dunque alla grande ricerca di una valvola di sfogo.
Agosto 2000
Il mindset di un teenager non è mai “omogeneo”, vi sono scoperte, cambiamenti, collisioni e successi. Si diventa come una pentola a pressione dove, senza la giusta valvola, si rischia di esplodere. E il botto spesso è interiore, specie per chi ha una sensibilità maggiore di altri.
Fu così che, fortuna volle, provai a scrivere una poesia, figlia delle sensazioni che mi portavo dentro, uno sfogo che, come la valvola della pentola a pressione appunto, mi ha permesso di scoprire un modo di rendere manifeste a me stesso e ad una cerchia ristretta di persone le mie emozioni, nel bene e nel male.
Da questo momento il mio “flow” poetico non si è più fermato, ecco la primissima che scrissi:
IL GUARDIANO DEL FARO Il guardiano del faro uomo solo e abbandonato a sé; a cui nulla è più caro e che tutto del suo passato ha dimenticato.
Vecchio e stanco scruta il mare rumoroso e bianco che le nuvole stanno a guardare.
Già le nuvole che vedono questo cielo in Terra che vorrebbero coprire, invano.
Così il vecchio non si lascia coprire dalle nubi della solitudine che lo circondano.
In quest’opera, acerba ma intensa, si intravedono le crepe delle insicurezze, dell’accettazione, ma al contempo il senso del viatico obbligato verso il domani, di certo più sereno, grazie alla consapevolezza che, oggi riesco a definire in tal senso, ma che all’epoca era solo un vaporoso orizzonte di incognite.
Le poesie dunque sin da allora sono diventate il mio modo di scrivere a e di me stesso, del bene che percepivo e del male che vivevo.
Allego altri esempi di queste acerbe poesie, più di 100 in archivio, che forse un giorno ritroverò il coraggio di condividere come ho fatto con il mio “nuovo ciclo” cioè i: KOMOREBI.
Ve ne faccio assaggiare sei, solo per voi:
PARTECIPE DEL TUTTO com’è bello aprire gli occhi e vedere il mondo come nessuno l’ha potuto vedere prima com’è bello respirare un’aere nuova e sentire nuvole ricolme di sole entrare dal naso ed uscire come luce da tutto il mio essere sentirsi leggeri volare tra gli stormi e udir il lor cantare com’è bello carezzare i prati in fiore e sentire il lieve palpito naturale scorrere tra mano e mondo abbracciato dal profumo dell’infinito com’è bello arcobaleno inizia in terra finisce in cielo dove gli angeli alati lo sorreggono per noi vorrei essere solo occhi e sensazioni solo così sarei partecipe del tutto.
LAGUNA luogo incantevole a parole indescrivibile in cui si tuffa il sole del quale rifletti il colore mentre tramonta e ci fa l’occhiolino dal pelo dell’acqua; ci son giorni in cui sembri oro altri in cui sei smeraldo altri in cui non c’Ë orizzonte e tu sei azzurra come il cielo e gli stormi di candidi gabbiani son le tue nuvole una cosa in te non cambia mai è la tua bellezza…
FELICITA’ Dopo aver bevuto Questo drink di felicitá Scrivo versi controvento giá bruciati al sole Senza sapere come Sono caduto in questa situazione Solo agire col cuore Senza far passare dalla mente Qualunque azione o decisione Stringo nel mio pugno forte il cuore Che ha preso spontaneamente a volare Senza sapere realmente dove voleva andare Mi pingo la faccia di un colorato sguardo E faccio esplodere cromia ov’era apatia Mi perdo di me alla ricerca di alcunchè Giaccio felice nel fluire della vita E sorrido, perché il sorriso in volto È la porta aperta alla felicitá ventura
SILENZIO prova a fare silenzio dentro di te prova ad ascoltare ciò che il silenzio sa dire solo nel silenzio interiore troverai le risposte che cerchi perchè nel silenzio parla il cuore e il cuore sa cosa è bene per te ascolta il silenzio cerca di cogliere il passare delle emozioni fatti travolgere dai ricordi poi trova quegli istanti che han lasciato i solchi più profondi nel tuo cuore e segui la via indicata se ti condurrà alla luce urla al mondo la tua gioia
SOGNI VAGABONDI guardo alla mia vita sogni e desideri scorrono nello specchio dei ricordi poi d’un tratto mi rendo conto che un’immagine nuova ha sconvolto un giorno nel quale scorgo un istante tra tutti gli altri un frammento di vita ha cambiato tutto Rivelandosi fondamentale così come nel vuoto si creano prospettive così nella mia vita si genera amore i sogni dapprima vagabondi ora sanno tutti dove andare in un luogo tra battito e cuore a pochi passi dall’anima alla velocità della luce vorrei avere dei ricordi con te perché ora che ti ho scoperto sei già il sogno del mio destino e sento quanto manchi in tutti i ricordi che ti precedono
SEDUTO SULLA LUNA seduto sulla luna circondato di vuoto e candide polveri sono guardo intorno cerco il sole ma mi è nascosto la mia vecchia dimora lo eclissa; è la terra la guardo da lontano il mondo che un tempo mi apparteneva il mondo cui io stesso appartenevo seduto sono sulla luna forse sto sognando eppure non sento nostalgia perchè la terra che da qui vedo pienamente in luci e tante ombre non era più casa mia.
Cari Amici e care amiche, grazie per la vostra attenzione, spero di avervi raccontato ancora una volta qualcosa di me, senza filtri, senza censure e, con un pizzico di poesia.