Anamonè e la bilancia del Natale – Marzo 2026 – Sono ancora qui, sotto la neve

Marzo 2026
Sono ancora qui, sotto la neve

Amelia, la sorella gemella di Nico

“Vrrrr… vrrr… vrrr…” Il motore borbottava piano, facendo tremare lievemente sia i piedi di Artemisia che le zampine di Elio, il tutto mentre la prua della barca tagliava in due le acque smeraldine della laguna costeggiando una soporosa Murano dal suo versante Est. Matteo sorrise, scuotendo appena la testa: “Sai, questo viaggio non è solo per la marea o per la barca… è il modo migliore per ripagarti un debito morale che porto da anni. Oggi come allora, ti fidi di me e io non posso tirarmi indietro.” Le ciminiere di alcune vetrerie cominciavano a mostrare i primi segni di attività in quello che, tutt’intorno, appariva come un silenzio surreale. Un gabbiano sorvolò vicinissimo alla barca di Matteo delle Maree, quasi sfiorando il capo di Artemisia che, in segno di difesa, udì un miagolio veemente di Elio a sua tutela. La barca proseguì oltre, Murano era già alle loro spalle e, ad Artemisia, sollecitata dal beccheggiare sulle acque del natante, venne in mente un parallelismo sottile. Esclamò: “Elio, ma ti rendi conto? Noi dovremo riuscire far pendere la bilancia verso la luce, ma passiamo l’intera esistenza tentennando, un poco a sinistra, un poco a destra. Un poco avanti, un poco indietro. Sempre in equilibrio tra il tutto bene e il tutto male. Sarà difficile andare contro la nostra natura, così parziale, così affine alla pratica stabilità. Per fortuna, in assenza di Rudolf, possiamo contare su Luca”. L’espressione del gatto, da dentro quel marsupio, colpì nel profondo Matteo, che rimase in silenzio e fu felice del potervi assistere. Poi disse: “Artemisia, quella creatura sembra capire ogni tua parola” e lei: “Matteo, credimi, comunica più di quanto si possa immaginare, anche nel silenzio. Io e lui facciamo dei discorsi meravigliosi”. Il viaggio, nonostante un filo di brezza che sferzava e irretiva le acque, proseguiva lineare. Ad un certo punto Artemisia sembrò voler catturare col naso più aria di quanta le fosse necessaria, Matteo lo notò e disse: “Artemisia, che succede? Tutto bene?” e lei: “Sì, ero solo colpita da un mix di stimoli olfattivi che non mi aspettavo, c’è il salmastro, ma anche il terroso, l’algoso, l’umido e, soprattutto una sferzata muschiata e pungente, perchè hai deviato attraverso le barene?” e lui, esterrefatto: “Perchè ancora una volta volevo sperimentare il miracolo del tuo percepire Artemisia. Conosci la laguna e la sai riconoscere attraverso segnali, indizi, vibrazioni, cui solo tu finora hai saputo attribuire un senso, sono davvero felice di conoscerti, per la persona che sei e perchè se mi raccontassero di te, beh, lo ammetto, non ti crederei possibile”. Artemisia arrossì, sentì il sangue rincorrersi nei capillari e concentrarsi in un girotondo velocissimo proprio sulle gote. Elio cominciò a grattare il tessuto del marsupio, pareva irrequieto, Artemisia lo coccolò con delle carezze lente e prolungate. Fu colta da un’improvvisa, quanto intensa, pelle d’oca e, al contempo, le narici furono solleticate da un profumo così definibile: muschiato, verde, umido, etereo. Artemisia lo capì subito, Elio anche prima di lei. L’entità la stava controllando, ma non pareva una minaccia, pareva una verifica del fatto che si stesse attenendo ad un compito preciso. Matteo: “Artemisia, stupiscimi!” e lei: “Nove, otto, sette… uno..” al suo dire uno la barca sfiorò una bricola e, lei sorridente esclamò: “San Francesco del Deserto, eccoci!”. Sbarcò, aiutata da Matteo che, non vedendo nessun frate farsi avanti le disse: “Sicura che non vuoi che attenda prima di tornare indietro? Il trasporto lo offre la ditta eh” e lei, sorridente: “Tranquillo Matteo, la bilancia del tuo debito ora è in equilibrio, ma anche non lo fosse stata, stai sereno, torna pure a casa. Qui sono al sicuro”. Lui: “Grazie, ma ricorda, se hai bisogno, ci sarò sempre” e lei: “E io per te, ricordalo”. Matteo tornò a bordo, riaccese il motore: “Vrrrr… vrrr… vrrr…” e allontanandosi urlò: “A presto Artemisia” e lei ricambiò il saluto con ampi gesti della mano nell’aria in direzione della sua voce. Stranamente nessun frate si fece avanti, nessun suono pareva provenire dall’isola, altresì nota per il suo silenzio degno di un “deserto”, fisico e spirituale in cui trovare ristoro. Artemisia ne approfittò così per aggirarsi nel verde di quell’eremo acqueo. Un venticello leggero le accarezzò il volto e le mani. Dal terreno salmastro si sprigionava un aroma intenso, in cui il verde dei pioppi e dei salici, muschiato e umido, sembrava amplificare il sentore salino della laguna traendolo dalla terra su cui poneva le proprie fondazioni e amplificandolo traverso le fronde. Ogni respiro era un intreccio di terra e acqua, di muschio e sale, e Artemisia percepì subito una vibrazione sottile, come se la presenza si manifestasse nuovamente, anche attraverso quell’aria profumata, vigile ma discreta, a vegliare sul suo primo passo sull’isola e, specialmente, sulle sue motivazioni. Non le era chiaro se fosse istinto o profumo a guidarla, ma accadeva. Si lasciò guidare e, sorprendentemente, giunse presso quello che pareva un attracco secondario. Sentì un canticchiare lontano e soave, che si faceva eco e spesso veniva coperto dal rumore delle acque che, mosse dal vento, si amplificavano in uno spazio vuoto, una sorta di cavana in muratura. Trovò una porta e una maniglia fredda, il canticchiare parve farsi voce familiare all’udito, girò la maniglia, Elio sbadigliò rilassato, come chi, dopo un lungo viaggio, è consapevole di essere in procinto di riabbracciare un amico. Per la prima volta Artemisia avrebbe voluto poter vedere, glielo si leggeva sul volto quando capì che il canticchiare non era quello di un frate qualsiasi, ma quello di Luca, appena tornato da Malamocco, che al vederla fu colto così di sorpresa da perdere il tratto del proprio respiro. “Artemisia, ma, come sei arrivata? Cosa ti porta qui? Ma soprattutto, che bella sorpresa!” Lei: “Luca, non potevo attendere il tuo consueto ritorno, siamo consapevoli che Rudolf ci abbia affidato un compito, ma credimi, non avrei mai creduto che il destino avrebbe saputo bussare così forte alla soglia delle nostre vite”. E lui: “Andiamo ad accomodarci nella Cappelletta, così mi racconti ogni cosa”. Artemisia si sedette di fronte a Luca, Elio ora gigioneggiava acciambellato ai suoi piedi apparentemente senza trovar ristoro e risistemandosi di continuo. Lei: “Luca… stanotte ho sognato qualcosa che… non so spiegare con parole normali. Era come se la laguna stessa mi parlasse, guidasse il mio tatto. Ho visto una figura… alta, regale, avvolta in un abito scuro che sembrava acqua e luce insieme. I piedi sparivano nel buio, e una corona, sembravano anemoni le circondava il capo, irradiando rami eterei…” Luca la guardava, silenzioso, mentre Artemisia tracciava con le mani nell’aria i movimenti dei piatti di una bilancia, su e giù, leggeri come piume. “Questa bilancia… pendente tra luce e ombra… pesava tutto ciò che accade nel mondo. Sul piatto del buio c’era la cenere e il fumo, sul piatto della luce una fiamma calda e vibrante. E quando la bilancia si è inclinata verso la luce… la figura ha indicato un punto preciso sulla mappa, e poi si è dissolta.” Fece ampi cenni, come a immaginare di scorrere lentamente i palmi sopra la superficie tattile, seguendo le linee della laguna, e Luca percepì la cura dei suoi gesti, la precisione quasi reverente. “Al risveglio… questo punto sulla mappa che conosci era diventato reale. Non è solo un sogno… c’erano parole, appunti che non avevo mai scritto, e persino la sagoma della bilancia. Diceva che chi è trattenuto… chi soffre, chi è nascosto… dipende dall’equilibrio tra luce e ombra. È un compito… una sfida che… è stata affidata a me e che sento di non poter portare in solitudine.” Artemisia si fermò, respirando profondamente, sentendo il cuore accelerare per l’importanza di ciò che stava raccontando. “Non so perché… perché a me, Luca, che per la prima volta percepisco un limite in me, laddove dove di solito immaginavo soluzioni. Ogni gesto, ogni respiro del sogno, ogni linea della mappa… tutto mi dice che dobbiamo agire. E non posso più aspettare. Ti chiedo di aiutarmi a capire, a seguirlo. Perché se la bilancia pende, anche solo di poco, verso il buio… sento che il mondo potrà perdere qualcosa che non potrà più ritrovare.” Luca rimase in silenzio, la testa leggermente inclinata, le mani che seguivano i movimenti di Artemisia sulla mappa che gli aveva fatto immaginare lì nell’aria, sentendo la vibrazione della sua urgenza e della sua delicatezza nell’inflessione della voce. “Va bene…”, disse infine, con voce decisa eppure rispettosa. “Ti credo, Artemisia. Dovessi limitarmi al mio credo rinnegherei quanto vissuto con te, a partire da Santa, da Rudolf e Krampus. Faremo insieme tutto ciò che serve per interpretare questo sogno… e interpretare i moti edotti a noi dalla mappa, agiremo unisono, in attesa che Rudolf torni a poter essere dei nostri”. Elio, come a sottolineare la promessa, sfiorò il piede di Luca con la testolina, emettendo un miagolio sommesso di pace. Artemisia sorrise, accarezzandolo, e per un attimo il tempo parve fermarsi, sospeso tra la luce del mattino e l’ombra del mistero che li attendeva. Luca, prima di andare a recuperare alcune cose utili nella sua cella fratesca, la aiutò ad accomodarsi a bordo del Moro di Venezia, la barca solamente omonima di quella gloriosa, ma che dopo qualche sapiente ritocco, pareva esser tornata ad un livello decoroso di affidabilità e sicurezza. Tornò poco dopo e, salito a bordo, tolse gli ormeggi. Artemisia si era accomodata a prua, Elio, uscito dal marsupio, si era acciambellato sulle sue ginocchia. Il sole riflesso sulle acque lagunari sembrava stimolare oltremodo il canto dei gabbiani, qui e lì, nel tragitto, profumo di salsedine e tamerici. Luca non sfidò i sensi di Artemisia e lei, lungo il tragitto di ritorno non si fermò a riflettere su dove si trovassero. Per quanto dotata nei sensi infatti non amava abusarne, ma tenerli pronti per il bisogno reale. Ad un tratto disse: “Stiamo transitando davanti a Murano vero?” e Luca con un sorriso enorme: “Si, esattamente, ma da cosa l’hai capito stavolta?” e lei, con aria furba: “Un sentore, di fumo vetroso, mare salmastro e fuoco vivo”. Da lì, non ci volle molto per giungere all’attracco, quello consueto, davanti all’osteria. Ad attenderli però non vi era l’oste o qualche viandante, ma una sorpresa diversa che Artemisia percepì in un flashback prima ancora di poterla comprendere del tutto. Luca lo riconobbe subito, aveva quegli occhi che, ancora, parevano illuminati da un bagliore lontano, ma Nico non era da solo, teneva per mano una ragazzina minuta, una goccia d’acqua a livello di viso, solo con lineamenti più femminili e un look antitetico rispetto al fratello. Il ragazzino esordì: “Volevo presentarvi Amelia, mia sorella”. Amelia era lì, minuta come una fiamma che trema prima di spegnersi, eppure risoluta nella postura, quasi seccata di essere lì, sottoposta all’inevitabile rito di essere presentata. La treccia rossa, di quel rosso cupo che pareva ispirato al tramonto d’estate, si era disfatta a metà, ciocche ribelli le incorniciavano il viso pallido. Il nastrino nero, annodato storto, sembrava l’unico filo a trattenerla dal dissolversi nel vento. Al collo portava un cuoricino di vetro nero di Murano che pendeva spezzato a metà: opaco, crepato, eppure integro, come se la frattura facesse parte della sua natura. Non rifletteva la luce; la beveva. E in quel momento, mentre Nico parlava con occhi ancora accesi da un bagliore lontano, quasi inspiegabile, un bagliore che era stato di tutti i presenti per un istante parve essere solo suo. Il pendente di Amelia sembrava assorbire l’eco di quella stessa luce, trasformandola in ombra quieta, in silenzio che pesa comunicando a suo modo ogni cosa, senza emanare verbo. Lei era semplicemente se stessa, una ragazzina che, specchiata su di una goccia d’acqua, rifletteva ciò che era il fratello, ma al contrario: dove lui emanava calore, lei era più fredda, distaccata. Eppure, in quel preciso istante dell’attracco, con il sentore di vetro fuso ancora nelle narici, Artemisia volgendosi verso la voce di Nico sorrise, Amelia timidamente ricambiò, brevissimamente, timidamente, un po’ spezzato come il suo ciondolo – e fu come se la tenebra che custodiva, ignara, sussurrasse per la prima volta: “Eccomi. Sono tornata. Sono ancora qui, sotto la neve”. Gli occhi di Nico parvero brillare più forte per un istante, come se riconoscessero, senza capire, il contrappunto oscuro che, nell’insieme completava, aggiungendo ombra, la loro luce. Nico si voltò verso la sorella e disse: “Dai, andiamo! Ora che te li ho presentati possiamo tornare a casa” e lei: “Ma mi avevi detto che avrei rivisto anche quello barbuto con gli abiti consunti di quel Natale..” e Nico: “Ho mentito, Amelia, ma se non ti avessi detto questa bugia non saresti mai venuta con me” e lei: “Certo, non avere dubbi”. Si allontanarono bisticciando rumorosamente lungo la calle, però senza che lei mai provasse a liberarsi dalla mano del fratello. Luca li osservò sorridendo, poi guardò verso Artemisia, che parve colta da una rivelazione e le disse: “Artemisia, dimmi, che succede?” e lei: “Luca, ricordi che Rudolf raccontava dei due gemelli che avevano salvato il Natale con un biscotto?” e lui: “Si, ricordo bene, perchè?” lei incalzò con la voce un filo spezzata dopo un colpo di tosse emotiva: “Luca, Nico e Amelia, sono loro i due gemelli. Quelli che hanno fatto salvare, per la prima volta, il Natale donando un biscotto a Santa. Rudolf li ha visti. Io invece li ho sentiti. Nico era sempre da solo, ma ora erano vicini, avevano un’aura fortissima insieme”. Luca non trovò le parole, Elio miagolò e, Artemisia, si volse verso l’acqua, consapevole che la scena aveva avuto una osservatrice occulta che, ad insaputa di tutti i presenti aveva annotato un dettaglio: esiste una luce che agisce senza possedere ed un’ombra che vuol trattenere per sé tutto ciò che non può essere protetto altrimenti.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Febbraio 2026Il sogno di Artemisia

Artemisia, Elio e Matteo in barca verso San Francesco del Deserto

Terminata la cena Artemisia si voltò e, a passo lento ma sicuro, si avvicinò con le stoviglie sporche al lavandino. Elio, che fino a un attimo prima si stava leccando una zampa sul tappeto, si immobilizzò con il muso sospeso a mezz’aria, come se qualcosa avesse cambiato densità nella stanza. Artemisia lo aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Elio seguì il proprio istinto: si avvicinò alla porta che divideva la zona notte dalla zona giorno e, trovandola chiusa, cominciò a grattarla con le zampette, prima piano, poi con maggiore insistenza. “Elio, ma cosa fai?” disse Artemisia senza voltarsi. “Avevi smesso di fare il cucciolo dispettoso. Dammi un minuto che finisco di asciugare le stoviglie e ti apro.” In risposta, Elio grattò ancora più forte, scegliendo scientemente il punto in cui il legno grezzo avrebbe restituito più rumore, come se sapesse che, in questa occasione, il suono contava più della porta. Artemisia posò di colpo un piatto nella secchiaia, chiuse i balconi e aprì la porta ad Elio che, senza esitare, corse nell’altra stanza. Lei fece un respiro profondo, gli chiese scusa e, volteggiando, tornò verso il piatto che, con precisione, venne riposto nello scolapiatti. A piccoli passi si recò vicino la porta d’ingresso, assicurandosi fosse chiusa, poi sussurrò: “Elio, spero tu non abbia fatto tutte quelle scene per assicurarti il mio cuscino, sto arrivando e, così fosse, lasciami il posto”. Solitamente il felino rispondeva miagolando, stavolta nulla, lei fece spallucce e varcò la soglia che conduceva alla camera. Sfiorò con le dita la mappa tattile della laguna, fatalità in un punto che le parve diverso, ma troppa era la stanchezza, così si disse: “Elio, non so se hai giocato con la mappa… domani controllo”. Ancora una volta, nessuna risposta, preoccupata lo cercò con le mani, si era infilato sotto le coperte, sul lato libero del letto matrimoniale su cui lei era solita dormire. Sollevò dunque le coperte, vi si infilò e, con una carezza davvero dolcissima, salutò il suo fedele amico che, per tutta risposta cominciò a fare le fusa. Quel suono ritmico e rilassante fece precipitare Artemisia in uno stato di pre-sonno in cui a occhi chiusi le parve di essere catapultata in un’altra dimensione. Le palpebre di Artemisia si serrarono del tutto e la stanza parve dissolversi. La mappa tattile della laguna si stendeva davanti a lei, sospesa, come fluttuante nell’aria del sogno. Artemisia si dimenava supina, tormentata da immagini in movimento, finché una quiete improvvisa la immobilizzò. Dal buio acquatico emerse una figura liquida e regale: i piedi si perdevano nell’oscurità, le gambe strette in un abito scuro che le conferiva una linea affusolata, quasi sirena, la vita serrata in un nodo elegante, il busto eretto, spalle dritte, collo pallido. Il viso, sereno e severo, emanava una luce diffusa, e in cima al capo si apriva una corona viva, un anemone verde smeraldo che irradiava rami eterei, trasformando la figura in un’esplosione sospesa di natura e sogno. Artemisia tentò di rivolgerle la parola, ma nessun suono le giunse. La presenza sollevò lentamente una bilancia: su un piatto cenere e fumo, sull’altro una luce calda e vibrante, sinuosa come le acque di un torrente alpino. La bilancia pendette verso la luce, e la figura, senza voltarsi, scrollò lievemente il capo in segno di compiacimento. Con un gesto fluido del braccio sinistro indicò un punto preciso e poi si dissolse. Il sonno di Artemisia proseguì, sereno e ininterrotto. La mattina al risveglio il primo pensiero andò proprio a quanto aveva vissuto durante la notte: “Per fortuna non ho dimenticato quanto sognato, che cosa incredibile” sussurrò carezzando Elio infilò le ciabatte e, a piccoli passi, raggiunse il punto sul muro che le era stato indicato nel sogno. Passò entrambi i palmi su tutta la mappa da un estremo all’altro e, per un istante, sentì un brivido leggero, come se un soffio caldo e invisibile seguisse le linee della laguna, un eco del gesto della bilancia che le era apparsa nel sogno. Elio si avvicinò, strusciandosi sulle sue caviglie e osservando curioso. D’un tratto Artemisia si bloccò. Era in corrispondenza del punto su cui il giorno prima aveva sentito una diversità, ma ora era più esteso. Passò e ripassò le mani, riconosceva il suo stile, ma vi erano riportati appunti e parole diverse, mai annotate da lei e, incredibilmente, era sbucata pure la sagoma di una bilancia come quella del sogno. Le parole dicevano questo: “Io sono la custode della Bilancia della Giustezza.
Essa giace ora in un equilibrio immobile, sospesa tra l’ombra che divora e l’aurora che resiste. Ogni atto che nasce nel mondo, ogni male che vi si insinua, verrà da me pesato senza indulgenza né clemenza. Non vi sarà favore, non vi sarà oblio. Quando il piatto della luce avrà saputo prevalere sul buio accumulato, oppure quando l’oscurità, giunta al colmo della sua notte più densa, avrà soffocato ogni scintilla rimasta, solo allora — e non prima — il mio giudizio si compirà. In quell’istante decreterò se i vincoli di chi è tratto in segregazione debbano essere sciolti o se la loro prigionia sia destino irrevocabile. Il mondo ha smarrito il diritto ai prodigi di Santa Claus. E secondo l’esito finale, la sua grazia potrà tornare a sfiorare gli uomini  oppure rimanere per sempre negata, avvolta nel silenzio del mio verdetto,
che non conosce tempo e non concede ritorno”. Artemisia comprese, restando senza parole, che non si trattava solo di un sogno: quel punto sulla mappa, quella bilancia, erano ora un messaggio ed una sfida recapitati chissà perché proprio a lei. Alla più vulnerabile tra i membri della brigata, privata della forza morale e psicologica di Rudolf e lontana anche da Luca, il frate saggio e rassicurante. Cominciò così, scorata e spaventata dall’incombenza che le era precipitata addosso, a tracciare gesti nell’aria, quasi emulando con la postura delle mani i piatti di una bilancia che salivano e scendevano, il tutto mentre camminava in sù ed in giù per la stanza parlando da sola, facendo peraltro preoccupare non poco il povero Elio. Ad un certo punto ad Artemisia parve si fossero scaricate le batterie, si fermò ad un palmo dalla mappa tattile ed esclamò: “Pro Sancte Iuppiter!” ovvero per Giove. Si diresse verso Elio che rotolava sopra le lenzuola ed esclamò: “Seguimi, dobbiamo raggiungere Luca e per farlo chiederemo un favore a Matteo delle Maree”. Lei si cambiò d’abiti e, una volta pronta, prese da un armadio una sorta di marsupio a tracolla che ricordava la sacca del canguro, Elio vi si infilò e, dopo una carezza sulla testolina, partirono insieme nella direzione del vicino Campo Santi Giovanni e Paolo, la speranza di Artemisia era quella di trovare quel vecchio amico e riscuotere col sorriso il pegno di un favore fornito qualche anno prima. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che una voce gentile come il tepore del sole di primavera esordì: “Artemisia, Elio! Che bello vedervi, come state? Sapete che siamo in fase di marea crescente?” ed Elio: “Mao!” come a dire che lo sapeva, a seguire rispose lei: “Certo Matteo, devo per caso ricordarti ancora una volta che il tuo sapere sulle maree e il soprannome lo devi ai miei insegnamenti?” e lui: “Assolutamente no, ma dimmi, cosa ti porta da questo vecchio scolpito dalla salsedine oggi?” Il tono di Artemisia e l’espressione si fecero più seri: “Matteo, uno strano sogno, una strana sensazione e l’estremo bisogno del conforto di un amico, non è che mi puoi accompagnare a San Francesco del Deserto?” Lui fece una faccia tra lo sbalordito e lo spaventato e rispose: “Sul serio? Proprio adesso? Ricordo bene che ti devo un favore, ma non possiamo aspettare le sei ore scarse che ci dividono dalla bassa marea? Se partiamo ora rischio che la barca si incastri sotto il Ponte Cavallo”. Artemisia determinata: “Lo so, ma conosco bene la tua barca e anche le maree, fammi controllare” si avvicinò così alla tipica scalinata acquea veneziana di Fondamenta Dandolo, si chinò sul gradino più alto e, con la mano destra, ponderò l’altezza dell’acqua rispetto ai gradini successivi, si rialzò e sentenziò: “Ci passeremo”. Matteo mise il broncio e sospirò, ma alla fine cedette alla richiesta. Aiutò così Artemisia ed Elio a salire a bordo e, avviato il motore, si avviò piano e timoroso verso l’arcata del primo ponte. Urlò: “Giù le teste!” Artemisia si abbassò sentendo le vibrazioni del motore, Elio fece altrettanto, ma senza motivo dato che alloggiava più giù rispetto al capo della sua padrona. La prua entrò perfettamente, al millimetro, sotto al ponte rilasciando qualche goccia di condensa che precipitò nell’acqua smeraldo, Artemisia intuendolo assunse l’espressione da te l’avevo detto che ci saremmo passati, ma non aveva considerato la carta degli imprevisti. Un’altra barca partì improvvisamente contaminando con odore di smog l’aria salmastra e causando delle onde che cominciarono a far beccheggiare la barca. Di più, sempre di più fintanto che la prua cominciò a salire fino ad impennarsi, fortunatamente appena fuori dall’arcata d’uscita del ponte. Matteo parve perdere i sensi, ma era solo scena. Superato il secondo ponte, quello dei Mendicanti, si trovarono finalmente in laguna aperta e Matteo a squarciagola: “O Marea conducici lontano!”. Artemisia sorrise e cominciò, seduta a prua, a rimettere in ordine le idee e tutte le cose da dire a Luca non appena lo avesse raggiunto. Non c’era stato nemmeno il tempo di fare un piccolo letargo d’anima che il destino era tornato a bussare alla sua porta, diversamente da come lo fece Rudolf, ma pur sempre sconvolgendo il suo presente e, inconsapevolmente, anche il futuro di tutti. Quello che nessuno poteva sapere in quel momento è che a casa di Artemisia stesse accadendo qualcosa, la sua azione positiva, il suo desiderio di incontrare un amico vero, seppur di poco, aveva fatto pendere la bilancia impressa sulla mappa tattile di pochissimo verso la luce. In fondo sono le piccole azioni a determinare la luce del Mondo.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Riscopri i 25 episodi della prima e della seconda avventura oppure segui tutti i capitoli della nuova: ognuno sarà un tassello in più che ti accompagnerà lungo il percorso di questo viaggio incredibile.

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I Segreti di Venezia: Perché una città che ami può sconvolgerti ancora (accadrà anche a te)

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.

“A Venezia, a volte, è un dettaglio a cambiare tutto.”

Quante volte ci siamo soffermati su un dettaglio? Magari pensando alla sua unicità, a quel qualcosa che lo rende speciale e degno di essere conosciuto. Venezia, ambita e sognata da tutto il mondo, è piena di questi dettagli: spesso invisibili sotto l’immagine stereotipata, turistica e già vista della città. Io regalo un sogno diverso: scoprire il global con gli occhi del local, dove ogni piccolo segreto può trasformarsi in una rivelazione che ti sorprende. Andiamo a scoprirli insieme.

Il mio ruolo tra città e lettore

Perché ti sei avvicinato ai Segreti di Venezia?

Sono convinto di una cosa: non si smette mai di imparare e di conoscere. Venezia non sfugge a questo principio: è un macro-universo di mondi interconnessi, proprio come le isole che la costituiscono. Il mio bisogno era la risposta a un desiderio che, per ovvie ragioni, non potrò mai soddisfare. Non potrò mai ricordare o rivivere la mia “prima volta” a Venezia: quella rivelazione emozionale che ti sconvolge e ti entra nelle ossa. Ecco perché lo stupore nei Segreti di Venezia non parte dal generale, ma dallo specifico: prendere un micro-dettaglio, raccontarlo e farlo diventare tessera del mosaico cittadino. Un’espressione singola della pluralità unica di Venezia.

Il cuore di Melusina

Recentemente mi hanno raccontato che alle ancorette portafortuna tutti le toccano senza sapere perché, anche un veneziano. Come ti fa sentire sapere certe cose prima degli altri?

Mi onora. Perché quando scopro qualcosa — un perché, un dettaglio minuto che divampa e si fa grande — ho l’onore di poterlo raccontare. Di farmi veicolo di qualcosa la cui misura, per dignità e importanza, non è minimamente comparabile alla mia.

Da dove è nato il tuo percorso alla scoperta dei Segreti di Venezia?

Il percorso è partito dalla volontà di rendere visibile ciò che già era sotto gli occhi di tutti, ma che spesso sfuggiva. Alcuni segreti li ho scoperti passeggiando, osservando la città; altri leggendo articoli o post isolati online. Tutto è unito da un filo invisibile: Venezia.

I segreti che parlano alla città

Molti percepiscono Venezia come una città già raccontata mille volte. Cosa ti ha spinto a credere che esistessero ancora segreti da svelare?

Ci sono tantissime storie, tutte con dignità, ma alcune mi legano visceralmente: i Signori della Notte, Riva de Biasio, Orio e Melusina, le Ancorette. Una città ricca di storia come Venezia, eclettica e poliedrica, non poteva che custodire infinite storie sotterranee da raccontare.

I Signori della Notte

Cosa accomuna questi racconti e cosa li distingue, da attrarre così tanto la tua attenzione?

Perché sono moderni, efferati, mitologici, scaramantici. Ognuno unico nella sua polarità, ma di pari forza di attrazione per chi si lascia catturare.

Quando scegli quale segreto raccontare, cosa ti guida di più: la storia, il luogo o l’immaginare l’effetto sul lettore?

Talvolta immagino di dialogare con chi legge, come se ci fosse un botta e risposta tra “ti voglio raccontare” e “vorrei tu mi dicessi”. Alcuni segreti mi hanno sorpreso: quelli che sembravano banali si rivelano potenti per i lettori. Così seguo l’istinto, ma sono loro a decretare quali affascinano.

Come trasformi queste intuizioni in qualcosa di concreto?

La mappa dei segreti, per esempio, è lo strumento che io stesso avrei voluto avere: scartarli come cioccolatini, uno dopo l’altro. Immaginate una persona che conosce già San Marco, Punta della Dogana, Rialto… cosa resta se non perdersi in un altrove nascosto dal turismo di massa? La mappa premia non la corsa a ogni meta, ma il piacere di una prospettiva nuova, anche con solo due ore in città.

Riva de Biasio

Come immagini che chi ti legge possa vivere il senso di “altre prime volte” grazie alla mappa?

L’importante è cominciare, non conta come o dove. Ognuno segue ciò che sente nel momento: magari perché si trova vicino a una calle e decide di entrarci. La mappa aiuta, ma non guida rigidamente. Il vero fulcro è godere Venezia da angolazioni inedite.

C’è stato un momento in cui hai capito che questo progetto non era più una semplice curiosità personale?

È stata una “rivelazione”: Venezia non è un singolo luogo, ma la somma di ogni sua moltitudine. Ogni sestiere, campo, calle, finestra è Venezia, ma non sarà uguale per ciascuno. E pluribus unum.

Una delle ancorette “portafortuna”

Come scoprirli e viverli

Quando lavori su un nuovo segreto, cosa ti guida per prima cosa?

La somma di tutto: storia, luogo, suggestione, e il pensiero di chi leggerà. Sapere che anche io ho dovuto scoprire e capire certe cose una prima volta mi avvolge ancora del fascino della scoperta.

Quando trasformi un segreto in un racconto, che ruolo hai tra Venezia e chi ti legge?

Mi faccio tramite. Custodisco qualcosa presente nei libri, nelle carte, nelle menti, e lo restituisco in forma orale, come un vecchio che racconta ciò che ha visto e scoperto. Rinnovo l’eternità di quei fatti, non delle nozioni.

Perché continuare a cercare

C’è un momento in cui hai capito che raccontare i segreti era un bisogno e non solo passione?

Torniamo ai cioccolatini: ne assaggi uno e non ti basta più la scatola. Così sono i segreti. Non è l’atto rivelatorio, ma il gusto di andare avanti, percependo che più ne riveli e più se ne dischiudono. Potenti o meno, poco importa: il fulcro resta la città che ha sempre da raccontare.

Chi ti legge cosa cerca davvero?

Si aspetta un sito classico, magari esperienze edulcorate. Ma trova altro: un piccolo mondo gentile, in cui qualcuno, se ti perdi, ti dice semplicemente “vai di qua, non sbaglierai”. Come mi capitò a Londra, vicino al Tamigi, con una signora che senza parole mi indicò il luogo perfetto per fotografare. Così i lettori scoprono anche Venezia in compagnia, senza guida ufficiale.

Cosa offre un segreto che una guida tradizionale non può dare?

Non mi sostituirò mai a una guida. Il mio compito è dare uno stimolo, una chiave per esperienze al 90% fuori dai flussi inflazionati. Sono complementare: permetto di percepire Venezia in modo diverso, senza dire dove andare o cosa fare.

Il senso ultimo dei Segreti di Venezia

Se dovessi spiegare perché vale la pena scoprire i segreti, cosa diresti?

Venezia è sognata da tutto il pianeta, ma spesso in modo stereotipato. Io regalo un sogno: scoprire il global con gli occhi del local. Cercarli è stato un piccolo sogno che, segreto dopo segreto, si è trasformato in un baule di pin conficcati nel sughero della mappa. Ogni pin è un invito a vedere, sentire e vivere Venezia in modo unico.

La mia presentazione su youtube @trarealtaesogno

Tutti questi segreti e racconti, prima o poi, diventeranno un libro?

Senza dubbio, l’idea c’è e cresce con ogni storia che scopro. I Segreti di Venezia non sono solo aneddoti sparsi: sono tessere di un mosaico unico, e vorrei che chi legge potesse avere tra le mani quell’esperienza completa, in un formato che duri nel tempo. Non è solo un progetto personale, ma un invito a condividere un universo di dettagli e suggestioni che meritano di essere custoditi. Un libro sarebbe il modo più naturale per far dialogare la città con chi la ama e con chi, come me, ha scoperto che ogni piccolo segreto può diventare eterno.

Ultima domanda: che consiglio daresti a chi vuole vivere Venezia come la vivi tu?

Abbandona le mappe e gli itinerari inflazionati. Lasciati sorprendere, perditi e ritrovati. Può sembrare in contraddizione con il mio progetto, ma non lo è. Tante volte ho riposto la mappa e sono stato guidato a destinazioni che oggi sono articoli. Non esiste giusto o sbagliato: esiste Venezia, e ciascuno può raccontare i propri “Segreti di Venezia”. Se riveli qualcosa di ignoto a chi ti ascolta, anche tu diventi autore grazie alla tua esperienza.

Per concludere

Venezia non smette mai di sorprendere chi sa guardarla con attenzione. Ogni calle, ogni ponte, ogni leggenda nasconde un piccolo segreto, un dettaglio che aspetta solo di essere scoperto. Raccontarli non significa possedere la città, ma restituirle la sua vita e condividerla con chi desidera viverla davvero.

E tu? Quale segreto di Venezia hai scoperto o sogni di scoprire? Condividilo nei commenti, tagga chi vorresti portare con te o aggiungilo alla tua mappa dei luoghi nascosti. Perché ogni storia, anche la più piccola, diventa parte del grande mosaico che è Venezia.

Scoprire Venezia è un viaggio che non finisce mai: più riveli, più si aprono nuovi mondi da esplorare.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Il Meraviglioso Squero San Trovaso, la Culla delle Gondole – Dorsoduro

Introduzione:
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un’immersione nel cuore della città delle acque, alla scoperta delle sue meraviglie nascoste e dei suoi segreti. In ogni articolo, sveleremo un aspetto unico di Venezia che la rende affascinante e misteriosa. Esploreremo l’incantevole Squero San Trovaso a Venezia, uno dei luoghi magici dove prendono vita le gondole. Scopri la storia di questo squero storico nel cuore di Dorsoduro e immergiti nella maestria degli artigiani che danno forma alle imbarcazioni più affascinanti di tutta la laguna veneziana. Un viaggio nel tempo tra tradizioni e arte.

Contestualizziamo:
Nel sestiere di Dorsoduro, spiccano due degli squeri più antichi di Venezia: lo squero Tramontin, gestito dalla famiglia Tramotin dal 1884, vanta una collezione di strumenti antichi. Il secondo, lo squero di San Trovaso, risale al 1600 e si affaccia sul rio San Trovaso. Inoltre, nel quartiere Giudecca, è presente il più giovane “Dei Rossi Roberto”, fondato nel 1983.

Una gondola in restauro

Questi cantieri sono specializzati nella costruzione delle gondole, iconiche imbarcazioni veneziane, e in passato, anche di altre imbarcazioni a remi, ora in gran parte sostituite da barche a motore. Ogni dettaglio racconta una storia unica, rendendo San Trovaso un tesoro inestimabile.

Gondole rimessate e pronte a tornare nelle acque lagunari

A vederli vi sentirete dei viaggiatori che, d’improvviso, hanno scelto una fermata speciale nello spazio-tempo, quella che profuma di tradizioni secolari.

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Itinerario:
Per raggiungere lo squero San Trovaso a piedi da Piazzale Roma, segui questi passi (se partite dalla stazione saltate il punto numero 1):

  1. Dall’area di Piazzale Roma, dirigiti verso sud-est attraversando il Ponte della Costituzione (detto anche Calatrava), che attraversa il Canal Grande.
  2. Una volta attraversato il ponte, prosegui dritto per Campo San Simeon Grande.
  3. Da Campo San Simeon Grande, continua verso est lungo la Fondamenta San Simeon Piccolo, mantenendoti sulla sponda destra del Canal Grande.
  4. Attraversa il Ponte dei Pugni e prosegui lungo la Fondamenta Zattere ai Gesuati.
  5. Continua a seguire la Fondamenta Zattere ai Gesuati fino a raggiungere lo Squero San Trovaso sul tuo lato destro.

Ricorda che queste indicazioni sono valide al momento della stesura a dicembre 2023.

Un pittore che immortala lo squero poggiato sulla riva ove è stato impresso il livello dell’acqua alta del 2019

Ricorda che vedrai uno dei luoghi più iconici ed instagrammabili della città, non sarà difficile trovare studenti dell’Accademia di Belle Arti o più semplicemente Pittori ritrarre questo scorcio unico al Mondo.

Vista d’insieme

In conclusione, esplorare gli antichi squeri, come quello di San Trovaso, significa immergersi nella storia e nelle tradizioni della costruzione delle gondole e delle altre imbarcazioni tipiche veneziane. Un viaggio che non avviene solo all’interno dello spazio fisico, ma anche nel tempo, dove l’arte e la maestria artigiana si fondono per dare vita a uno degli iconici simboli della città. Sarà un’esperienza che stimolerà i vostri sensi e vi lascerà con un ricordo indelebile della Venezia unica ed autentica. Se ne avrete la possibilità, non perdete l’occasione di visitare questo luogo straordinario che cristallizza l’anima della laguna e delle sue antiche tradizioni.

Continua a seguire la serie “I Segreti di Venezia” per scoprire altri luoghi affascinanti e curiosità nascoste che rendono questa città così straordinaria. Venezia è pronta ad aprirti le porte per rivelarti ancora di più dei suoi segreti.

E tu, ci sei già stato? Commenta e condividi!

A venerdì prossimo!

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