Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi esploreremo un tema di portata forse più triviale rispetto al solito, ma non per questo meno curioso. E, a prescindere dal nostro grado di pudore, sarà un… piacere accompagnarvi alla scoperta di una dimensione di Venezia che — se non fosse per i nizioleti che vi citerò — rischierebbe di essere dimenticata. Perché sì, anche tra calli silenziose e campielli sonnacchiosi, Venezia ha avuto il suo quartiere a luci rosse. E, come scopriremo, lo ha tramandato in modo tutto suo: scrivendolo sui muri.
Dove siamo e cosa c’è intorno al Ponte delle Tette?
Ci troviamo nel Sestiere di San Polo, non lontani da Campo San Boldo e dal Ponte dei Meloni, quello invisibile.. Sembra che proprio il governo della Serenissima avesse imposto alle prostitute di mostrare il seno ai passanti dal davanzale, nel tentativo di incentivare una sessualità di genere eterosessuale. L’omosessualità, all’epoca diffusa e invisa alle autorità che la vedevano come una deviazione da contenere, spinse il governo a mettere in atto misure che oggi appaiono tanto discutibili quanto rivelatrici del pensiero dell’epoca.
Un quartiere a luci rosse… legalizzato
Venezia, punto di fusione di culture, temeva che i “costumi sessuali d’importazione” minassero la struttura familiare tradizionale. Per questo, la Serenissima favorì la prostituzione femminile, imponendo dunque alle meretrici di essere visibili e seducenti.
Tra tolleranza e controllo: le regole del “gioco” nella Venezia della Serenissima
La prostituzione era tollerata, ma le norme rigide e severe. Ecco qualche esempio:
Impossibilità ad uscire dal quartiere salvo eccezioni specifiche
Colei che non rientrasse al tramonto (terza campana) era punita con un numero di dieci frustate.
Potevano esercitare ogni giorno, ma non nei periodi sacri, come ad esempio Natale o Pasqua.
Nei giorni di uscita eccezionale potevano girare la città munite di un fazzoletto giallo che facesse da marchio di riconoscimento indossandolo.
Divieto assoluto di uscire la domenica.
E quando le carampane invecchiavano? Il destino delle “professioniste” di ieri
Venne istituito presso le dimore del Signor Rampani un ospizio per le prostitute che non praticavano più “il mestiere”, da qui si tramanda derivi un epiteto rivolto ad una donna vecchia e sciatta: “Ti xe na Carampana!” cioè la fusione tra “Ca’” per casa e “Rampana” da Rampani, per indicare appunto una donna consumata dalle sue esperienze di vita e non più bella a vedersi come un tempo. Addirittura pare che le donne relegate a Ca’ Rampani seguitavano a praticare sottostando ai prezzi imposti dal governo e col divieto assoluto di uscire in pubblico in quanto “sgradite”.
Una morale a due facce: nascondere la polvere sotto il tappeto veneziano
Oggi al Ponte de le Tette attraversiamo il Rio di San Canciano (delle Carampane in quel tratto..) e, leggendo il nizioleto, probabilmente sorridiamo, ma fermandoci un secondo a riflettere, il discorso si fa ampio, ampissimo. Si potrebbero aprire interi tomi su ipocrisia con il trattamento riservato alle donne e ancora di più alle Carampane, di controllo sociale, di resistenza e lotta femminile. Questo ponte si fa simbolo di un’epoca in cui la morale pubblica aveva un’influenza enorme negli interessi dello stato e, proprio grazie all’attualità di questo contrasto tematico-visivo, resta uno degli angoli più affascinanti, meno conosciuti, ma potenzialmente più forieri di dibattito, tra tutti i Segreti di Venezia rivelati finora.
Itinerario a piedi: da Rialto al Ponte delle Tette
Partendo dal Ponte di Rialto, sul lato di San Polo, immergiti nel cuore pulsante del mercato cittadino. Segui la Ruga dei Oresi, ricca di vetrine e botteghe artigiane, fino a imboccare la Ruga Vecchia San Giovanni (quella della chiesa “murata” tra le case). Prosegui lungo questa vivace via, quindi svolta a sinistra in Calle de la Donzella, una calle più appartata che ti guida verso la Venezia meno turistica. Attraversa Calle dei Sansoni, passando per Campiello dei Sansoni e poi per Calle de Ca’ Raspi. Svolta ora a sinistra in Calle dei Botteri, poi ancora a sinistra in Carampane, una zona che già nel nome rievoca storie di un passato piccante. Pochi metri più avanti, imbocca Rio Terà de le Carampane, e svolta subito a destra: sei sulla Fondamenta delle Tette. A questo punto, non puoi sbagliare. Davanti a te c’è il piccolo e celebre Ponte delle Tette, sospeso sul Rio de San Canciano, incorniciato da nizioleti che parlano chiaro e da mura che — se potessero — avrebbero molto da sussurrare.
In conclusione:
Venezia non smette mai di raccontare storie e, quando lo fa, ci mette sempre dentro un mix unico di ironia e modernità — anche quando affonda le radici in esperienze lontane nel tempo. La città ci invita, ancora una volta, a guardare più a fondo. Il Ponte delle Tette, con la sua apparente leggerezza, è in realtà uno di quei luoghi dove la Storia — quella con la S maiuscola — riaffiora tra le pietre e i nizioleti. Un angolo che parla di controllo, ma anche di desiderio; di marginalità e di potere; di limiti che generano espressione e si fanno espressione, attorno a figure femminili dimenticate da una società che ha scelto di regolare l’intimità per meglio governare. Camminare fin qui, in una calle appartata ma centrale, è come aprire una finestra su un’intera epoca. Ed è proprio questo che rende Venezia così unica: la sua capacità di svelarsi senza giudicare, lasciando che sia il nostro sguardo attento a decidere se ciò che vediamo è solo folclore… o un frammento scomodo, prezioso, unico. Giusto o sbagliato, forse. Ma pur sempre parte della nostra eredità culturale, che — in quanto tale — appartiene a ciascuno di noi in modo diverso.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi lasciamo Venezia — nel senso insulare della questione — e ci spingiamo verso est, attraversando la laguna. Che sia un passaggio reale o immaginato, il nostro viaggio ci conduce in un luogo che ha qualcosa di sospeso, di teatrale, di profondamente autentico. Benvenuti al Lido di Venezia: un’isola lunga e sottile, dove il vento profuma di pini, i viali sanno di cinema d’altri tempi e le ville parlano ancora Liberty. Un luogo davvero speciale che, colpo di scena, in una mattinata tempestosa dell’Agosto del 1983 ha visto venire al mondo anche me, in quello che fu l’Ospedale al Mare.
Come raggiungere il Lido (senza perdersi… troppo)
Esistono tanti modi per arrivare al Lido, ognuno dei quali è, a suo modo, un’esperienza. Perché? Semplice: si può arrivare “a piedi” — non camminando sulle acque, ovviamente, ma grazie ai vaporetti — oppure in auto, moto o bici imbarcandosi sui ferry boat, e persino a bordo della propria barca o in Taxi acqueo. Il consiglio è di pianificare l’itinerario in base ai vostri tempi e desideri, perché il Lido si raggiunge da più fronti: da Venezia centro, da Punta Sabbioni, e persino da Chioggia, passando per l’incantevole Pellestrina. Ogni tragitto regala il suo piccolo pezzo del grande spettacolo lagunare — e vale già come primo assaggio del viaggio.
Per comodità narrativa, partiremo da sud, dagli Alberoni, là dove arriva il ferry da Pellestrina e passa la Linea 11 che tra vaporetti e bus porta da Chioggia a Lido. È vero, l’approdo principale per chi arriva da Venezia in vaporetto è Santa Maria Elisabetta, mentre chi trasporta auto con il ferry da Tronchetto sbarca più a nord, a San Nicolò. Ma seguire il Lido dal suo estremo meridionale a quello settentrionale è come attraversarlo con lo sguardo disteso di una passeggiata lenta: un viaggio che, tappa dopo tappa, rende giustizia alla sua natura sottile e sorprendente.
Alberoni – Dove la Laguna si rilassa al sole e gioca a golf
Silenzio e natura: se un racconto dovesse parlare di questi luoghi, partirebbe proprio da qui. Alberoni è un luogo sospeso, dove il borgo si lascia abbracciare dalla natura nella sua massima espressione, e le case sembrano assecondarla. Affacciandosi dall’attracco del ferryboat, si scorge l’Isola di Pellestrina distendersi all’orizzonte con le sue casette colorate. Seguendo la sinuosa strada, si arriva al cospetto di uno dei più antichi golf club italiani. Fondato nel 1928 e inaugurato nel 1930, pare sia nato dall’ispirazione del magnate Henry Ford, desideroso di giocare a golf, un desiderio esaudito da Giuseppe Volpi di Misurata che in pochi mesi realizzò questa piccola utopia. Il Golf Club Venezia è uno dei più prestigiosi d’Italia. Con il suo percorso di 18 buche disegnato dall’architetto C.K. Cotton, si colloca tra i circoli storici di riferimento nel panorama golfistico nazionale, accanto a club come Roma Acquasanta (1903) e Menaggio (1907). La sua storia e la posizione unica nella laguna lo rendono una tappa imperdibile per gli appassionati e un vero fiore all’occhiello del Lido.
Passando oltre, immerso nella fitta vegetazione di Strada della Droma, si incontra un antico baluardo marittimo ormai in disuso: ex faro degli Alberoni, frammento di storia marittima e architettonica ormai silenziosa. Attivo fino a pochi decenni fa, faceva parte di un sistema di segnalazioni luminose che includeva anche il faro Spignon, su una minuscola isola poco distante, e altri punti strategici oggi in stato di abbandono, riadattati dai pescatori locali come riparo e magazzino.
Infine, perché non attendere un tramonto o rilassarsi su una delle tante panchine affacciate sulla laguna, lungo via Alberoni? In un mondo che corre veloce, una pausa con un pizzico di poesia non guasta mai.
Malamocco – Il borgo che non ha fretta (e nemmeno motivo di averla)
Tra calli di pietra, cortili sonnolenti e gatti più antichi delle barche, Malamocco è una Venezia parallela. Senza folla, senza tempo, e senza il bisogno di dimostrare nulla. Qui la vita scorre piano, tra i muretti fioriti e le ombre lunghe del pomeriggio. Il nome Malamocco sembra derivare dall’antico Metamauco, toponimo che risale all’epoca tardo-romana o bizantina, e che indicava un importante insediamento costiero: fu uno dei primi centri del dogado veneziano, anzi per un periodo ne fu persino la capitale, prima che il cuore del potere si spostasse a Rivo Alto (l’attuale Rialto). Poco lontano, anche Portosecco — oggi placido e quasi dimenticato — racconta una storia simile: un tempo era una vera e propria bocca di porto sull’isola di Pellestrina, tra Albiola e la stessa Pellestrina, ma con il passare dei secoli si interrò, probabilmente per i detriti trasportati dal fiume Medoaco, diventando letteralmente un “porto secco”.
Il ponte d’accesso a Malamocco
Camminare per Malamocco è come aprire una parentesi nel tempo: ci si sente altrove, eppure a casa. Un piccolo mondo sospeso tra pietra e acqua, dove il tempo non si è fermato — ha semplicemente deciso di camminare più piano. Le case sussurrano, come chi sa ma non ha bisogno di dire. Il canale centrale taglia il borgo con eleganza e quiete, mentre la piazza, la chiesa, il campo e i muretti assolati sembrano condividere un accordo segreto con il silenzio. Non per niente uno dei capitoli più intensi del mio “Calendario dell’avvento – Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” si è svolto proprio qui!
Excelsior, Mostra del Cinema e l’ex Casinò – I palazzi che sognano ancora di essere delle star
L’ex Casinò ha visto di tutto, in un continuo rincorrersi tra Dea bendata e aspiranti vincitori. Il Liberty si veste da red carpet, passando dalle suggestioni moresche dell’Excelsior al razionalismo severo dell’ex Casinò. L’eco delle dive si confonde con il suono lontano dei ventilatori vintage, e l’edificio — oggi chiuso, malinconico e maestoso — sembra trattenere ancora l’eleganza sussurrata degli anni d’oro, quando il Lido era la Hollywood italiana e il jet set, nazionale ed estero, batteva tra vaporetti e corse in Vespa. Poco più in là, il Palazzo del Cinema resiste con orgoglio: ogni settembre torna ad essere il cuore pulsante della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E accanto, come un fratello maggiore pieno di fascino vissuto, l’Hotel Excelsior continua a raccontare una storia fatta di ombrelloni, smoking e notti illuminate da cineprese che sanno di champagne. Passeggiare qui, fuori stagione, è come entrare in un set addormentato: aspetta solo la prossima scena per destarsi — o il prossimo sognatore per accendersi alla ribalta.
Una piccola curiosità in diretta dalla spiaggia: le capannine che si noleggiano lungo le grandi spiagge dorate del Lido, soprattutto all’Excelsior, non sono solo numerate… ma anche battezzate come costellazioni. Da Orione a Cassiopea, passando per Andromeda, ogni cabina sembra voler evocare una notte stellata anche sotto il sole cocente. Ma attenzione: in perfetto equilibrio tra eleganza e scaramanzia, il numero 17 manca all’appello. Sarà forse per l’influenza del vicino ex Casinò, o semplicemente per quel buon senso balneare che invita a non sfidare la sorte proprio mentre ci si rilassa al sole. Alcune voci popolari attribuiscono questa scelta alla tradizione latina: 17 = XVII, anagrammato diventa VIXI, ovvero “ho vissuto”. Espressione tipica delle epigrafi funebri dell’antica Roma. E insomma… meglio un tuffo che un epitaffio no?
Infine, proprio qui, l’Excelsior custodisce un approdo segretamente famoso: è quello riservato ai taxi acquei e, soprattutto, ai VIP che arrivano direttamente via laguna, lontano da sguardi indiscreti. Un piccolo molo privato, nascosto alla vista e collegato da un canale laterale silenzioso, che sbuca su due uscite d’acqua: una guarda verso il Lazzaretto Vecchio, l’altra alle vicinanze di San Lazzaro degli Armeni. Un passaggio discreto e suggestivo, degno delle più eleganti fughe cinematografiche — tra lusso, mistero e un pizzico di leggenda.
Gran Viale – Tra ville Liberty, canali discreti e quella strana atmosfera da Europa del Nord…
Ponticelli eleganti, case affacciate sull’acqua e la sensazione che Amsterdam e il Lido si siano scambiate una cartolina negli anni ’30 — o magari siano state amiche di penna, tra uno stile floreale e un viale alberato. In certi angoli, il silenzio è così pieno che sembra trattenere parole non dette. Alcune facciate decorate, certi giardini nascosti, ti osservano come se sapessero raccontare storie migliori delle tue. Ma non ti giudicano: ti invitano a restare un po’, a osservare con calma e perderti nello scorrere di un tempo che pareva passato da un’eternità.
Guarda qui sotto: è vero, l’impronta veneziana si sente tutta — nelle persiane scolorite, nei muretti in mattoni, nelle volte alla veneziana e nei ponticelli discreti. Ma c’è qualcosa, nei riflessi sull’acqua, nelle facciate che si specchiano silenziose nei canali, in quei ponti con ringhiere sottili, che ricorda da vicino Amsterdam. Come se il Lido, per un istante, parlasse anche olandese. O forse è solo che, in certi giorni, la luce lagunare ha il potere di trasformare tutto: e i riflessi, invece di essere semplici duplicati, si fanno portali verso altri mondi.
Lido o Nord Europa?
Piazzale Santa Maria Elisabetta: tutte le strade portano qui
Se il Lido fosse un corpo, Piazzale Santa Maria Elisabetta sarebbe senza dubbio il suo cuore pulsante. Qui si incrociano viaggiatori, residenti e turisti, tutti uniti dalla necessità di prendere un vaporetto o semplicemente di respirare un po’ dell’aria lagunare prima di tuffarsi nelle dune o tra le ville Liberty. Il piazzale è un curioso mix di modernità e nostalgia: da un lato, l’efficienza degli imbarchi e la frenesia degli arrivi e delle partenze; dall’altro, qualche vecchio caffè che resiste al tempo e i ricordi di chi, magari, ha fatto il bagno a Malamocco da bambino.
A pochi passi, si ergono il maestoso Tempio Votivo della Pace, monumento imponente e silenzioso che veglia sull’isola, e la minuscola, raccolta chiesa di Santa Maria Elisabetta, piccola gemma nascosta tra le case, testimone discreta di una spiritualità antica e semplice. È il punto in cui il Lido si apre al mondo, senza però perdere la sua anima. Il contrasto tra il brusio degli arrivi e il silenzio delle pinete poco distanti è forse il modo migliore per capire quanto questa isola sia capace di sorprendere chi la visita — anche in una guida come questa, volutamente incompleta.
Saint-Tropez ha gli alberi degli yacht, il Lido invece ha i pini marittimi (e vince facile)
Nel mondo delle località di lusso, spesso il verde è un accessorio curato a tavolino, fatto di palme esotiche messe in posa ad arte e aiuole tanto perfette quanto innaturali. Al Lido di Venezia, invece, la natura si prende il suo spazio con una calma disarmante. Qui i pini marittimi sono padroni di casa da generazioni, creando ombre fresche e profumate che accompagnano passeggiate e riflessioni. Le dune si stendono libere, modellate dal vento e dal tempo, senza l’ansia di dover apparire perfette su Instagram (ma abbiamo anche quelle se vi servissero eh).
Questo verde spontaneo e vivido si fa lusso vero, perchè autentico, senza bisogno di filtri né di agghindamenti. L’aria profuma di resina e salsedine, un invito naturale a rallentare, a fermarsi su una panchina e lasciarsi attraversare dal silenzio. Nel confronto con altre località del Mediterraneo e non, il Lido si distingue per la sua natura “sospesa”, selvaggia ma accogliente e curata, un’oasi di pace in cui la vera star sono gli alberi e la luce che filtra tra i loro rami in un Komorebi in salsa lagunare.
San Nicolò – Il Faro che si fa via del mare e… spazio poetico!
Luce, mare e storia. Il Faro di San Nicolò si erge maestoso, una sentinella verticale che scruta l’orizzonte senza fretta sul finire della diga marittima. A volte basta uno scatto, un attimo fermato nel tempo, per capire che un luogo vale davvero il viaggio. E questo faro lo vale eccome.
È il punto più isolato del Lido, persino più silenzioso e spumeggiante del faro degli Alberoni, e si spinge nel mare nei pressi dell’aeroporto Nicelli, ma con un’atmosfera tutta sua, sospesa tra natura e storia. Qui, lungo il cammino verso la lanterna, piccoli versi ermetici si nascondono tra oggetti dimenticati, blocchi di cemento e scogli, sussurrando brevi poesie che aprono il cuore e allargano lo sguardo, invitandoci a perderci nella meraviglia di un tempo e di uno spazio che sembrano fuori dal mondo.
Adesso concentriamoci su… Come? Davvero dubitate ci sia stato davvero alla diga? Incredibile, eppure con molti ci conosciamo da anni… ma eccovi la prova:
Edoardo alias Trarealtaesogno al faro di San Nicolò al Lido
E poi c’è Pellestrina, dove la laguna si fa poesia (ma non ditelo troppo in giro sarà il nostro segreto)
Nota a piè di pagina (non richiesta, ma ve l’ho scritta lo stesso)
So che non ho parlato dell’aeroporto Nicelli con i suoi hangar déco, del Palazzo del Cinema in dettaglio, della Chiesa di San Nicolò o dei bunker abbandonati sul litorale. Non ho menzionato gli stabilimenti storici, i bagni Belle Époque, i cinema d’essai, il mercatino settimanale o il profumo di frittura nella notte. Nemmeno di ristoranti vista laguna o mare, o della cabina riservata a Liz Taylor, dei risciò, le bici a quattro posti, e dei tandem cigolanti, i gelati del Titta o la dolce vita sulle Vespa 50.
Nei miei articoli, video e contenuti distribuiti qui su WordPress, Instagram, TikTok, YouTube e nel canale Telegram, volutamente non mostro sempre tutto. Questo perché voglio trasmettere un vero senso di scoperta, invitando chi mi segue a immergersi con curiosità in ciò che faccio con passione e a scovare con i propri occhi quei dettagli nascosti che rendono speciale ogni luogo di cui vi parlo.
Conclusione… di guida volutamente incompleta… come tutte le cose davvero vissute:
Abbiamo camminato lungo un’isola sottile e sospesa (mai sottile come la vicina Pellestrina), tra silenzi, luci e storie che si intrecciano tra ville liberty, fari dimenticati e spiagge punteggiate di costellazioni. Il Lido non è solo uno scenario da cartolina, ma un luogo da scoprire con calma e attenzione. Non tutto è stato detto o mostrato: ciò che resta fuori campo è il cuore pulsante dell’isola. Ogni dettaglio è un invito a rallentare, ascoltare e lasciarsi sorprendere. Questa guida è volutamente incompleta, come la vita: fatta di attimi sfuggenti e scoperte per chi ha pazienza. Il vero segreto del Lido? Guardare oltre e trovare dentro di noi la risposta.
E comunque, una cosa voglio dirvela: “Amo le montagne, ma preferisco il rumore del mare”
E voi, cosa amate di più del Lido? Fatemi sapere qui sotto nei commenti, sono curioso di scoprire le vostre impressioni e i vostri angoli segreti di quest’isola speciale!
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Nelle ultime due puntate ci siamo immersi, a bordo di convogli fatti di parole dialettali, nella cultura viva di Venezia: quella colorata dal folklore, dalle espressioni antiche e soprattutto dalle persone che la abitano e la rendono unica ogni giorno. Oggi torniamo su una traiettoria più classica, esplorando un dettaglio e una stele che – pur essendo sotto gli occhi di tutti – sono spesso dimenticati o ignorati. Due piccoli misteri in bella vista, che aspettano solo di essere riscoperti.
La Stele del Pane: quando la legge si scolpiva nella pietra
La Stele del Pane (in dialetto veneziano stełe del pan) è una stele in pietra d’Istria davanti alla quale tutti quelli che da Cannaregio si sono diretti verso l’Ospedale, verso il Sestiere di Castello o verso Piazza San Marco sono transitati. La potete vedere, oltre che nella foto qui sotto, presso il sotoportegoFalier all’incrocio con calle Dolfin, sulla riva meridionale del rio dei Santi Apostoli. È l’ultima stele di questo tipo rimasta in città.
La Stele del Pane
La sua funzione è evidente: sotto l’effige del leone marciano, simbolo dell’autorità della Serenissima, è inciso un proclama del 27 ottobre 1727, che reca la firma dogale di Alvise III Mocenigo. Con questo documento marmoreo veniva vietata la vendita di pane al di fuori dei luoghi preposti, le panetterie, gestite dai “pistori” cioè i panettieri. In questo modo si andava a tutelare la cittadinanza tutta da prodotti di origine e qualità incerte.
Chi passa dal sottoportico dunque può leggere l’incisione dell’ordine di non vendere pane fuori dai negozi autorizzati e le relative sanzioni comminabili, pari a 25 ducati o reclusione per i trasgressori; se poi si apparteneva alla categoria dei fornai, la pena veniva portata al doppio. Tra le possibilità vi era quella di essere denunciati anonimamente all’Inquisitore delle Arti, un meccanismo di controllo che garantiva la tutela della qualità e della sicurezza alimentare, affidandosi a segnalazioni riservate raccolte tramite canali ufficiali e non tramite strumenti popolari come le“bocche di leone”.
Sul lato posteriore della stele, che si affaccia sul rio dei Santi Apostoli e può essere vista dai gondolieri, sono riportate norme rigorose rivolte ai barcaioli: era proibito trasportare di nascosto pane o persone in possesso di pane a bordo. Chi infrangeva questa regola rischiava non solo una multa, ma anche la distruzione della propria imbarcazione e la sospensione della licenza per un periodo di due anni.
La visibilità delle regole: un metodo che funzionava davvero?
Ebbene, oggi come ieri, esporre in questa maniera le norme le rendeva non solo eterne, ma soprattutto visibili e ben conosciute da chiunque transitasse in questo luogo. Infatti, come la foto qui sotto dimostra, si tratta di un punto che da sempre rappresenta un vero e proprio fulcro di passaggio per centinaia di persone ogni giorno. Questi passanti potevano e possono ancora oggi imbattersi nella Stele; certo, è possibile che qualcuno scelga di ignorarla, ma è anche vero che la legge difficilmente ammette questa opzione, rendendo l’avvertimento inciso un monito costante e tangibile.
Rio dei Santi Apostoli e giovani intenti a mangiare
El Vecio Pien de Peo a guardia del palazzo in Campiello Santa Maria Nova
Nel campiello di Santa Maria Nova (ci siam “passati” fotograficamente nell’articolo sull’Acqua di Venezia), nel Sestiere di Cannaregio, sulla facciata di Ca’ Bembo-Boldù, un edificio che si fa cornice di uno dei misteri più bizzarri e buffi della città. Al centro di una nicchia infatti possiamo ammirare in tutta la sua bizzarria la figura di un uomo anziano, con barba lunga e corpo interamente ricoperto di pelo. I veneziani, con l’inevitabile ironia che li contraddistingue, l’hanno soprannominato “el Vecio pien de peo” ovvero il vecchio pieno di pelo. Dietro a questo soprannome si cela però un’immagine ricca di significati: si tratta infatti, molto probabilmente, della rappresentazione dell’Homo Selvaticus, figura arcaica che simboleggia l’essere umano a metà tra natura e cultura, tra istinto e razionalità.
Campiello Santa Maria Nova
Simboli nascosti tra pietra e conoscenza
Secondo la tradizione, fu il patrizio Gianmatteo Bembo – figura colta e appassionata di alchimia e conoscenze esoteriche – a volere questa singolare rappresentazione. Non è un caso se il “vecchio” stringe tra le mani un disco solare, simbolo del tempo che scorre e dell’ordine cosmico. Al di sotto della nicchia, trova posto anche una conchiglia di San Giacomo, altro potente emblema caro agli alchimisti, legato alla ricerca della conoscenza universale.
Tutti questi elementi compongono un chiaro riferimento a una dimensione iniziatica, un linguaggio simbolico pensato per chi è in grado di decifrarlo. Ancora più in basso, un bassorilievo raffigura tre volti anziani, le cui espressioni intense evocano saggezza, mistero e autorevolezza: indizi di un sapere antico scolpito nella pietra, che si mostra apertamente… ma solo a chi sa guardare davvero.
In conclusione:
Abbiamo osservato due pietre, ognuna con il proprio messaggio. Una incisa per essere rispettata, l’altra scolpita per essere decifrata. Entrambe, in modi diversi, eterne. La Stele del Pane e el Vecio pien de peo raccontano due lati complementari di Venezia: da un lato il rigore delle leggi, dall’altro il mistero del simbolo, che si fa quasi goliardia scolpita. Entrambi parlano a chi sa rallentare e osservare. In una città dove ogni angolo si fa teatro, dove il passato si affaccia e si moltiplica in ogni riflesso d’acqua, anche ciò che sembra più marginale può custodire storie profonde. E così, sotto un sottoportico o in un campiello appartato, Venezia continua a sorprenderci: con pietre che ci avvisano e statue che ci pongono interrogativi. Basta solo fermarsi. E ascoltare. Magari, la risposta giusta è già dentro di noi.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Qualche articolo fa, esplorando le idee, le parole e gli oggetti che sono nati a Venezia, abbiamo scoperto, ad esempio, che la parola “Ciao!” affonda le sue radici proprio nella cultura popolare e nel linguaggio dei veneziani. Mi son detto dunque: “Non sarebbe affascinante, avventurarsi tra le parole che — attraverso il dialetto locale — danno colore, sapore, profumo e suono al circostante?” Mi sono risposto di sì, ma non avendo la presunzione di elencarvele tutte, ho deciso di sceglierne cinquanta, simpatiche, originali o preziose, solo per voi.
Ecco a Voi le 50 parole veneziane “da collezione”: 📜✨
In questo compendio proverò a suddividere le parole per area tematica, seguendo i sentieri che esse stesse tracciano con la loro sonorità o significato:
Ci sono parole che, come scriverebbe Hemingway, raccontano la laguna e la vita in barca, altre che profumano e si assaporano lentamente, e poi quelle dalla musicalità rara e affascinante, come un sonetto di Shakespeare. Alcune affondano radici profonde, arcaiche e misteriose, mentre per le onomatopeiche, citando Emily Dickinson, si sentono come un vero e proprio tock tock alle soglie dello scibile. Ci sono sussurri, piccoli e comuni, ma radicati nel micromondo lagunare, come usciti dalla penna di Guareschi, sorrisi di suoni morbidi, dolci e allegri nel loro significato, e infine le più familiari, ricorrenti nel quotidiano, come il ritornello di una canzone che amiamo cantare a memoria.
A proposito di poesia, un corso gratuito creato da me ti aspetta QUI.
🌊 Parole della Laguna e delle Imbarcazioni:
Altana: Una terrazza in legno sopraelevata tipica dei tetti veneziani. Le altane venivano usate storicamente per prendere il sole o far asciugare i panni; oggi sono luoghi suggestivi di relax con vista sui tetti della città.
Zattere: La Fondamenta che si affaccia sul Canale della Giudecca, così chiamata perché un tempo vi attraccavano le zattere cariche di legname proveniente dal Cadore. È oggi una delle passeggiate più panoramiche e amate dai veneziani che conduce fino a Punta della Dogana.
Barena: Terreno paludoso e piatto, tipico della laguna, periodicamente sommerso dalla marea. Le barene sono fondamentali per l’ecosistema lagunare, ospitando flora e fauna specifiche.
Sàndolo: Una tipica imbarcazione veneziana, più piccola e leggera della gondola, con fondo piatto. È usata ancora oggi per il trasporto o per la voga veneta. Alcune versioni sono a remi, altre a motore (vedi barca sulla sinistra nella foto qui sopra)
Forcola: è un elemento fondamentale delle imbarcazioni veneziane, in particolare della gondola, e serve da supporto per il remo durante la voga. Si tratta di uno scalmo scolpito in legno (solitamente noce), progettato in modo tale da offrire al vogatore diverse posizioni di appoggio, ciascuna adatta a manovre specifiche. Grazie alla sua forma articolata, la forcola consente di modulare la spinta e la direzione dell’imbarcazione con grande precisione.
Garbin: È un vento di sud-ovest, noto anche come libeccio. In laguna, il garbin può portare mare mosso e temporali, ed è ben noto a pescatori e barcaioli.
Zueca (o Zudeca): Nome dialettale dell’Isola della Giudecca “Zueca” appunto, ne ho parlato brevemente nei suoi aspetti meno noti in due articoli che troverai qui e qui.
Cavana: Uno spazio coperto sul canale, simile a un garage per barche, spesso ricavato sotto un edificio o in riva all’acqua. Serve per ricoverare gondole, sandoli o altre barche private. Comunemente però può essere associato anche ad uno spazio scoperto dove sono attraccate numerose barche in uno specchio d’acqua riparato da una sorta di piccola dighetta.
El Gansèr” (vedi galleria qui sotto), solitamente un ex gondoliere anziano o, raramente, uno più giovane.: Imbarcazione tradizionale a fondo piatto, più tozza e stabile rispetto al sandolo. Usata per trasportare merci o persone nei canali minori. Esistono varianti come il batèlo da transporto o da pesca.
Bricola: I gruppi di pali in legno infissi nella laguna, usati come segnaletica nautica. Indicano i canali navigabili o i punti d’ormeggio. Le bricole sono un elemento iconico del paesaggio lagunare.
🍽️ Colori, Sapori e Piatti Tipici
Bisato: In dialetto veneziano, il bisato è l’anguilla, pesce tipico della laguna, acquistabile sicuramente presso la Pescheria del Mercato di Rialto.
Ostreghe: Ostriche della laguna veneta, un tempo abbondanti e apprezzate sia dai nobili che dal popolo. Oggi rare, ma simbolo di sapori antichi.
Saor: Metodo di conservazione a base di cipolla agrodolce, uvetta e aceto, utilizzato soprattutto con le sarde (sarde in saor), ma anche con altri ingredienti lagunari.
Scartòcio: ermine dialettale che indica la cottura “al cartoccio”, spesso utilizzata per pesci o verdure avvolti in carta da forno o stagnola, per mantenerne profumi e umidità.
Risi e bisi: Un piatto veneziano tra minestra e risotto, preparato con riso e piselli freschi. Era tradizionalmente servito al Doge il 25 aprile, festa di San Marco.
Castradina: Pietanza a base di carne di montone o castrato affumicato e salato, cucinata con verza e tipica della Festa della Salute (21 novembre). Simbolo di resilienza dopo la peste del Seicento.
Fritoin: Il tipico “friggitoria” veneziano, oggi quasi scomparso. Qui si servivano scartosso de pesse frito, ovvero coni di carta pieni di pesciolini fritti, croccanti e caldi.
Fregole: Nel dialetto veneziano, le fregole sono semplicemente le briciole di pane o piccoli frammenti di cibo caduti dalla tavola o sbriciolati durante il pasto. es. No far fregole par tera! (Non far cadere le briciole per terra!)
La Pescheria del Mercato di RIalto
🔊 Espressioni, Suoni e Parole Sonore
Strolego: Termine affettuoso o ironico per indicare un astrologo, indovino, o più in generale chi “la sa lunga”, magari un chiacchierone che dà consigli su tutto.
Sbrindèla: Persona trasandata, sciatta o vestita in modo stravagante e ridicolo. Può anche indicare un abito a brandelli.
Paron de botega: Il “padrone del negozio”, ma anche chi si comporta da autoritario, che vuole comandare o avere l’ultima parola.
Imbriagarse: Ubriacarsi, in modo vistoso o comico.
Pitima: Persona che si lamenta continuamente, petulante, insistente fino allo sfinimento. È colei (o colui) che si attacca a un dettaglio e non lo molla più, spesso criticando o protestando in modo fastidioso.
Pìzega: Schiacciata tra due oggetti o anche pizzicotto, oppure può indicare uno scatto, una mossa improvvisa o una sorpresa.
Ciacola: Chiacchiera, conversazione frivola o continua; può anche essere usato come verbo (“ciacolar”) per “chiacchierare”.
Baruffa: Lite animata, battibecco acceso; può indicare sia una discussione verbale che una piccola rissa. (Celebri le “Baruffe Chiozzotte del Goldoni“)
Sciopon: Termine dialettale veneziano che indica un colpo improvviso e violento a livello fisico o emotivo. Può riferirsi a: uno spavento improvviso, un malore acuto (come un infarto o un colpo di pressione), o anche una forte emozione negativa che colpisce come un fulmine.
Ciò: Parola tipica e intraducibile, usata come richiamo, saluto o rafforzativo, un po’ come “oh!”, “ehi!”, o “dai!”.
Tipica bottega veneziana – la Drogheria Mascari
🧭 Toponimi e Forme Antiche
Ruga: non sono un sintomo dello scorrere del tempo, ma sono delle callimolto sviluppate in lunghezza ed importanti.
Rio terà: una strana denominazione che indica strade costruite sopra ex canali, testimonianze mute di un passato ormai sommerso, anzi, interrato!
Mascaréta: Tipica imbarcazione lagunare, più piccola e leggera della gondola, spesso usata per il trasporto di persone o merci leggere (vedi foto sotto) nonchè prima imbarcazione con cui si approccia solitamente la Voga alla Veneta.
Còdega: era il servo con lanterna che, fino al XVIII secolo, accompagnava a pagamento i passanti nelle calli buie, prima dell’illuminazione pubblica. Figura evocativa, oggi poetica.
Farsalonga: indica una storia lunga e inverosimile, una tiritera, spesso noiosa o inventata.
Zòstega: è un portico o passaggio coperto sotto un edificio, tipico nelle architetture veneziane, usato per collegare calli o per ospitare botteghe riparate.
Sconte: sono calli o corti nascoste, spesso accessibili solo da piccole aperture o sottoportici.
Pupparin: Tipica barca a remi veneziana, leggera e slanciata, dotata di più forcole. Utilizzata spesso per regate o per esercitarsi nella voga. A differenza della mascareta il vogatore di poppa non è a bordo ma alloggia sopra la poppa (=retro della barca) dell’imbarcazione.
Calle: Parola onnipresente a Venezia: indica una strada pedonale stretta, spesso tra edifici alti. A differenza delle “vie” delle città di terraferma, le calli sono l’ossatura viaria della città lagunare.
Io ed il mio Maestro Angelo Ghezzo “della Pitta” in una delle lezioni di Voga alla Veneta a bordo di una mascareta alla fine degli anni ’90.
☀️ Parole Legate al mondo Lagunare
Fondamenta: Sono i marciapiedi che costeggiano i canali, ovvero le strade pedonali che corrono parallele all’acqua. A differenza delle calli, hanno sempre almeno un lato affacciato su un rio o su un canale.
Paluo: In veneziano, indica un tratto di laguna dai fondali bassi, spesso emerso con la bassa marea. I palui si distinguono dalle barene perché possono rimanere sommersi o visibili a seconda del livello della marea, e costituiscono aree semiemerse tra l’acqua navigabile e la terraferma.
Masegno: Sono le grandi lastre in pietra d’Istria con cui è pavimentata gran parte di Venezia. Robusti e resistenti al sale, i masegni sono elementi architettonici iconici della città.
🌙 Parole Rare e Dolci
Garanghelo: voce del dialetto veneziano che significa “merenda, baldoria” festosa.
Morbin: indica brio, simpatia, spirito leggero e vivace, un modo giocoso di stare al mondo. Avere morbin significa saper portare allegria con garbo.
“A siora Zanze zé deboe de suste”: Una vecchia canzone della tradizione racconta che la signora Zanze fosse costretta a correre spesso alla latrina per motivi di salute. Da questa storiella nasce un’espressione usata ancora oggi per descrivere chi è sempre in movimento, incapace di restare tranquillo o fermo anche solo per un istante.
Àmia: è il femminile di “barba”, e quindi zia, donna anziana, figura familiare femminile.
Pocio: in veneziano pocio significa imbroglio, pasticcio, mescolanza confusa, oppure una persona inetta o maldestra (a volte anche sudicio).
Taccolin: in molti dizionari dialettali taccolin (o tacolìn) indica il portamonete o portafoglio, piccolo e tascabile.
Barba: Oltre al significato ovvio di “zio” o “uomo anziano”, in veneziano barba ha una connotazione familiare: indica la figura di un uomo protettivo, rassicurante, a volte burbero ma dal cuore grande.
Bombaso: Il significato più fedele è quello di cotone grezzo, ovatta, imbottitura leggera, usata per imbottiture di materassi o cuscini.
Sbessola: titolo affibiato a chi ha un mento pronunciato, alternativo a “Ghirba”.
Omo de legno: l’attaccapanni, oggi chiamato “tacapani”.
Pre – conclusione:
Prima di congedarmi con il consueto saluto vi voglio lasciare un sorriso, queste parole sono del compianto Lino Toffolo: attore, cantante, comico veneziano, icona culturale, dialetto vivace; venuto a mancare nel 2016. In uno sketch tipico del suo repertorio gli sentii dire questa frase che, nella sua semplicità, racconta la vita e lo spensierato modo di essere dei veneziani: “Ghe xe tre fasi dea vita: giovane, adulto e… Te vedo ben!” (letteralmente: ci sono tre fasi della vita: giovane, adulto e… ti vedo bene!)
In conclusione:
In conclusione, queste cinquanta parole sono solo un piccolo assaggio del vocabolario che colora e profuma la Venezia autentica. Ogni termine custodisce una storia, un gesto, un suono che affiora tra le calli ed i canali, raccontando un’identità viva e orgogliosa. Ma ora lancio una sfida — simpatica e senza premi, se non la gloria personale: quante di queste parole conoscevate davvero? Fate il conto… ma per i veneziani doc, mi raccomando, niente imbrogli! Niente “cavane” linguistiche dove nascondersi! E per tutti gli altri: che sia l’inizio di una collezione personale di parole da custodire e sfoggiare, come un piccolo scrigno segreto da tirar fuori tra una ciacola e un’ombra de vin.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. L’autenticità di Venezia è cosa nota e, proprio in queste pagine, abbiamo sfogliato vari capitoli dei suoi piccoli, ma grandi, segreti. Oggi, però, non andremo a rievocare il potere dei Dogi o il fascino delle gondole: punteremo su qualcosa di più semplice e, proprio per questo, altrettanto affascinante. Scopriremo infatti un canale segreto che, passando sotto ad alcuni edifici, sembra scomparire — per poi proseguire il suo itinerario nel cuore della città, arrivando addirittura fino al Canal Grande.
Dove ci troviamo e cosa c’è nelle vicinanze?
Siamo nel Sestiere di San Marco, il più nobile della città, e ci troviamo in Campo Sant’Anzolo (Sant’Angelo), una sorta di epicentro cittadino, praticamente equidistante dal Ponte dell’Accademia, da Piazza San Marco e dal Ponte di Rialto. Se Venezia avesse un cuore, forse potremmo trovarlo proprio qui… oltre che a Castello, ma lì si parla di quello di Melusina, ve la ricordate la leggenda, vero? Proseguendo, se ci guardiamo attorno, scorgeremo la Chiesa dell’Annunziata, una delle più piccole della città, ma anche sedi istituzionali, negozi di souvenir, un’edicola, osterie, vere da pozzo… insomma, veri frammenti di vita veneziana, quella autentica.
Come raggiungerla?
Forse è proprio il suo farsi “viatico del mondo veneziano” a rendere prezioso questo campo. Il suo essere così vicino a tutto lo trasforma in qualcosa che si attraversa distrattamente, mentre si è diretti altrove. Fermiamoci e scegliamo la via più comoda: partiamo dal Ponte dell’Accademia, attraversiamo tutto Campo Santo Stefano e, una volta in fondo, imbocchiamo la calle che nasce tra i palazzi e la facciata della chiesa dedicata al Santo che dà il nome al Campo. A quel punto, non ci resterà che imboccare la Calle dei Frati che, superato il Ponte dei Frati, ci farà arrivare a destinazione.
Ora, godete dell’atmosfera: cercate gli edifici e i dettagli che vi ho descritto poco sopra… e infine, trovate il canale segreto.
Il Canale Segreto: Il Rio del Santissimo
Lo avete visto? Se così non fosse, vi ci accompagno virtualmente. Andate verso il campanile storto: lì, proprio accanto allo stazio dei gondolieri (ne passano tantissime da quelle parti!), scorgerete il canale segreto che scorre giusto al di sotto dell’arcata di un ponte sospeso in muratura, il quale collega due edifici contigui. Il canale in questione fa parte del Rio del Santissimo e scorre proprio sotto l’abside della chiesa di Santo Stefano. Il valore simbolico di questo dettaglio è davvero unico. Il canale non è navigabile e lo si può ammirare da vicino solo in gondola o in barca. Insieme al celebre “ponte invisibile”, è un altro fantastico esempio dell’ingegno veneziano.
In conclusione:
Venezia non smette mai di stupirci. Anche nei suoi luoghi più centrali, dove il passo del turista è rapido e il vociare della città si fa intenso, si nascondono angoli di unicità, discreti e quasi invisibili. Il Rio del Santissimo, con il suo percorso segreto, è uno di questi: un piccolo prodigio architettonico, scoperto da pochissimi, che ci ricorda quanto la città lagunare sia costruita non solo sull’acqua e sulla pietra, ma anche sul mistero e sull’ingegno. Attraversare questi spazi con occhi curiosi significa entrare in dialogo con la storia viva di Venezia, divertendosi a coglierne i segreti che si svelano solo a chi sa fermarsi per davvero, anche solo per un istante.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!