Anamonè e la bilancia del Natale – Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Febbraio 2026Il sogno di Artemisia

Artemisia, Elio e Matteo in barca verso San Francesco del Deserto

Terminata la cena Artemisia si voltò e, a passo lento ma sicuro, si avvicinò con le stoviglie sporche al lavandino. Elio, che fino a un attimo prima si stava leccando una zampa sul tappeto, si immobilizzò con il muso sospeso a mezz’aria, come se qualcosa avesse cambiato densità nella stanza. Artemisia lo aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Elio seguì il proprio istinto: si avvicinò alla porta che divideva la zona notte dalla zona giorno e, trovandola chiusa, cominciò a grattarla con le zampette, prima piano, poi con maggiore insistenza. “Elio, ma cosa fai?” disse Artemisia senza voltarsi. “Avevi smesso di fare il cucciolo dispettoso. Dammi un minuto che finisco di asciugare le stoviglie e ti apro.” In risposta, Elio grattò ancora più forte, scegliendo scientemente il punto in cui il legno grezzo avrebbe restituito più rumore, come se sapesse che, in questa occasione, il suono contava più della porta. Artemisia posò di colpo un piatto nella secchiaia, chiuse i balconi e aprì la porta ad Elio che, senza esitare, corse nell’altra stanza. Lei fece un respiro profondo, gli chiese scusa e, volteggiando, tornò verso il piatto che, con precisione, venne riposto nello scolapiatti. A piccoli passi si recò vicino la porta d’ingresso, assicurandosi fosse chiusa, poi sussurrò: “Elio, spero tu non abbia fatto tutte quelle scene per assicurarti il mio cuscino, sto arrivando e, così fosse, lasciami il posto”. Solitamente il felino rispondeva miagolando, stavolta nulla, lei fece spallucce e varcò la soglia che conduceva alla camera. Sfiorò con le dita la mappa tattile della laguna, fatalità in un punto che le parve diverso, ma troppa era la stanchezza, così si disse: “Elio, non so se hai giocato con la mappa… domani controllo”. Ancora una volta, nessuna risposta, preoccupata lo cercò con le mani, si era infilato sotto le coperte, sul lato libero del letto matrimoniale su cui lei era solita dormire. Sollevò dunque le coperte, vi si infilò e, con una carezza davvero dolcissima, salutò il suo fedele amico che, per tutta risposta cominciò a fare le fusa. Quel suono ritmico e rilassante fece precipitare Artemisia in uno stato di pre-sonno in cui a occhi chiusi le parve di essere catapultata in un’altra dimensione. Le palpebre di Artemisia si serrarono del tutto e la stanza parve dissolversi. La mappa tattile della laguna si stendeva davanti a lei, sospesa, come fluttuante nell’aria del sogno. Artemisia si dimenava supina, tormentata da immagini in movimento, finché una quiete improvvisa la immobilizzò. Dal buio acquatico emerse una figura liquida e regale: i piedi si perdevano nell’oscurità, le gambe strette in un abito scuro che le conferiva una linea affusolata, quasi sirena, la vita serrata in un nodo elegante, il busto eretto, spalle dritte, collo pallido. Il viso, sereno e severo, emanava una luce diffusa, e in cima al capo si apriva una corona viva, un anemone verde smeraldo che irradiava rami eterei, trasformando la figura in un’esplosione sospesa di natura e sogno. Artemisia tentò di rivolgerle la parola, ma nessun suono le giunse. La presenza sollevò lentamente una bilancia: su un piatto cenere e fumo, sull’altro una luce calda e vibrante, sinuosa come le acque di un torrente alpino. La bilancia pendette verso la luce, e la figura, senza voltarsi, scrollò lievemente il capo in segno di compiacimento. Con un gesto fluido del braccio sinistro indicò un punto preciso e poi si dissolse. Il sonno di Artemisia proseguì, sereno e ininterrotto. La mattina al risveglio il primo pensiero andò proprio a quanto aveva vissuto durante la notte: “Per fortuna non ho dimenticato quanto sognato, che cosa incredibile” sussurrò carezzando Elio infilò le ciabatte e, a piccoli passi, raggiunse il punto sul muro che le era stato indicato nel sogno. Passò entrambi i palmi su tutta la mappa da un estremo all’altro e, per un istante, sentì un brivido leggero, come se un soffio caldo e invisibile seguisse le linee della laguna, un eco del gesto della bilancia che le era apparsa nel sogno. Elio si avvicinò, strusciandosi sulle sue caviglie e osservando curioso. D’un tratto Artemisia si bloccò. Era in corrispondenza del punto su cui il giorno prima aveva sentito una diversità, ma ora era più esteso. Passò e ripassò le mani, riconosceva il suo stile, ma vi erano riportati appunti e parole diverse, mai annotate da lei e, incredibilmente, era sbucata pure la sagoma di una bilancia come quella del sogno. Le parole dicevano questo: “Io sono la custode della Bilancia della Giustezza.
Essa giace ora in un equilibrio immobile, sospesa tra l’ombra che divora e l’aurora che resiste. Ogni atto che nasce nel mondo, ogni male che vi si insinua, verrà da me pesato senza indulgenza né clemenza. Non vi sarà favore, non vi sarà oblio. Quando il piatto della luce avrà saputo prevalere sul buio accumulato, oppure quando l’oscurità, giunta al colmo della sua notte più densa, avrà soffocato ogni scintilla rimasta, solo allora — e non prima — il mio giudizio si compirà. In quell’istante decreterò se i vincoli di chi è tratto in segregazione debbano essere sciolti o se la loro prigionia sia destino irrevocabile. Il mondo ha smarrito il diritto ai prodigi di Santa Claus. E secondo l’esito finale, la sua grazia potrà tornare a sfiorare gli uomini  oppure rimanere per sempre negata, avvolta nel silenzio del mio verdetto,
che non conosce tempo e non concede ritorno”. Artemisia comprese, restando senza parole, che non si trattava solo di un sogno: quel punto sulla mappa, quella bilancia, erano ora un messaggio ed una sfida recapitati chissà perché proprio a lei. Alla più vulnerabile tra i membri della brigata, privata della forza morale e psicologica di Rudolf e lontana anche da Luca, il frate saggio e rassicurante. Cominciò così, scorata e spaventata dall’incombenza che le era precipitata addosso, a tracciare gesti nell’aria, quasi emulando con la postura delle mani i piatti di una bilancia che salivano e scendevano, il tutto mentre camminava in sù ed in giù per la stanza parlando da sola, facendo peraltro preoccupare non poco il povero Elio. Ad un certo punto ad Artemisia parve si fossero scaricate le batterie, si fermò ad un palmo dalla mappa tattile ed esclamò: “Pro Sancte Iuppiter!” ovvero per Giove. Si diresse verso Elio che rotolava sopra le lenzuola ed esclamò: “Seguimi, dobbiamo raggiungere Luca e per farlo chiederemo un favore a Matteo delle Maree”. Lei si cambiò d’abiti e, una volta pronta, prese da un armadio una sorta di marsupio a tracolla che ricordava la sacca del canguro, Elio vi si infilò e, dopo una carezza sulla testolina, partirono insieme nella direzione del vicino Campo Santi Giovanni e Paolo, la speranza di Artemisia era quella di trovare quel vecchio amico e riscuotere col sorriso il pegno di un favore fornito qualche anno prima. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che una voce gentile come il tepore del sole di primavera esordì: “Artemisia, Elio! Che bello vedervi, come state? Sapete che siamo in fase di marea crescente?” ed Elio: “Mao!” come a dire che lo sapeva, a seguire rispose lei: “Certo Matteo, devo per caso ricordarti ancora una volta che il tuo sapere sulle maree e il soprannome lo devi ai miei insegnamenti?” e lui: “Assolutamente no, ma dimmi, cosa ti porta da questo vecchio scolpito dalla salsedine oggi?” Il tono di Artemisia e l’espressione si fecero più seri: “Matteo, uno strano sogno, una strana sensazione e l’estremo bisogno del conforto di un amico, non è che mi puoi accompagnare a San Francesco del Deserto?” Lui fece una faccia tra lo sbalordito e lo spaventato e rispose: “Sul serio? Proprio adesso? Ricordo bene che ti devo un favore, ma non possiamo aspettare le sei ore scarse che ci dividono dalla bassa marea? Se partiamo ora rischio che la barca si incastri sotto il Ponte Cavallo”. Artemisia determinata: “Lo so, ma conosco bene la tua barca e anche le maree, fammi controllare” si avvicinò così alla tipica scalinata acquea veneziana di Fondamenta Dandolo, si chinò sul gradino più alto e, con la mano destra, ponderò l’altezza dell’acqua rispetto ai gradini successivi, si rialzò e sentenziò: “Ci passeremo”. Matteo mise il broncio e sospirò, ma alla fine cedette alla richiesta. Aiutò così Artemisia ed Elio a salire a bordo e, avviato il motore, si avviò piano e timoroso verso l’arcata del primo ponte. Urlò: “Giù le teste!” Artemisia si abbassò sentendo le vibrazioni del motore, Elio fece altrettanto, ma senza motivo dato che alloggiava più giù rispetto al capo della sua padrona. La prua entrò perfettamente, al millimetro, sotto al ponte rilasciando qualche goccia di condensa che precipitò nell’acqua smeraldo, Artemisia intuendolo assunse l’espressione da te l’avevo detto che ci saremmo passati, ma non aveva considerato la carta degli imprevisti. Un’altra barca partì improvvisamente contaminando con odore di smog l’aria salmastra e causando delle onde che cominciarono a far beccheggiare la barca. Di più, sempre di più fintanto che la prua cominciò a salire fino ad impennarsi, fortunatamente appena fuori dall’arcata d’uscita del ponte. Matteo parve perdere i sensi, ma era solo scena. Superato il secondo ponte, quello dei Mendicanti, si trovarono finalmente in laguna aperta e Matteo a squarciagola: “O Marea conducici lontano!”. Artemisia sorrise e cominciò, seduta a prua, a rimettere in ordine le idee e tutte le cose da dire a Luca non appena lo avesse raggiunto. Non c’era stato nemmeno il tempo di fare un piccolo letargo d’anima che il destino era tornato a bussare alla sua porta, diversamente da come lo fece Rudolf, ma pur sempre sconvolgendo il suo presente e, inconsapevolmente, anche il futuro di tutti. Quello che nessuno poteva sapere in quel momento è che a casa di Artemisia stesse accadendo qualcosa, la sua azione positiva, il suo desiderio di incontrare un amico vero, seppur di poco, aveva fatto pendere la bilancia impressa sulla mappa tattile di pochissimo verso la luce. In fondo sono le piccole azioni a determinare la luce del Mondo.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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Komorebi: Scopri le Poesie che Illuminano l’Anima

Per comprendere appieno la profondità e la bellezza dell’argomento che esploreremo, iniziamo con una breve introduzione. Komorebi è un termine ricco di poesia e che trasmette l’idea di un istante effimero eppure carico di significato immersi nella natura. In questo articolo, ci immergeremo nei Komorebi e scopriremo come questa parola riesca a catturare un’essenza profonda e universale, trasformando la nostra percezione del mondo e dell’arte poetica.
Benvenuti nel mio Universo dei Komorebi.

Scopri il momento e il motivo che hanno fatto nascere la mia passione per la scrittura

copertina del libro komorebi di edoardo scarpa @trarealtaesogno

Komorebi, il significato:

è un termine giapponese ricco di poesia che significaletteralmente: la sottile luce che filtra tra le foglie degli alberi, un momento effimero ma carico di profondità. Questo fenomeno evoca una sensazione fugace, simile ai raggi del sole che si aprono un varco tra le fronde di un bosco fitto, regalando una bellezza delicata e un’esperienza unica, quasi mistica.

Komorebi, ovvero un’Esperienza Unica

Il titolo “Komorebi” (in Giapponese si scrive così: 木漏れ日 e si pronuncia approssimativamente come [koh-moh-reh-bee]) non è una scelta casuale, ma il risultato di un’attenta ricerca di una parola che va oltre la sua definizione letterale, trasmettendo un significato profondo che va al di là delle parole stesse.

Komorebi: Poesia e Mistero
Immergiti nelle profondità dell’anima e lasciati trasportare in una danza magica al confine tra realtà e sogno. “Komorebi” è molto più di una semplice raccolta di poesie. È un’opera letteraria che affascina e incanta, che emoziona e scuote, catturando l’immaginazione di chi osa avventurarsi nelle sue pagine. Ogni parola risuona come una melodia sussurrata, risvegliando emozioni profonde e connessioni intense. Sii pronto a lasciarti rapire da un viaggio unico, dove le parole si fondono con le emozioni, e il mondo intorno si trasforma in una tela di bellezza e mistero. Preparati ad abbandonarti alle ali della poesia e a scoprire la magia che si cela dietro le pagine di “Komorebi”.

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Komorebi: La Magia delle Parole

È come se le lettere si trasformassero in pennellate di colore e luce, dipingendo immagini senza tempo e sussurrando segreti dell’anima. “Komorebi” è una parola che si nutre di mistero e poesia, e la sua scelta come titolo è un invito a scoprire il potere evocativo e la magia che si nascondono dietro ogni pagina di questo straordinario capolavoro letterario.

Lasciate che il vostro spirito si tuffi in una sinfonia di parole e
emozioni con un’anteprima GRATUITA di “Komorebi”

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Ma lo sapete? Komorebi ha dato origine anche ad un Corso di Poesia pensato per Voi!

Immergiti nell’incanto dei “Komorebi“, un termine giapponese che evoca la luce solare che filtra attraverso le dense foglie degli alberi.

Così come i nostri pensieri attraversano la foresta interiore, questi raggi di luce illuminano il nostro cammino, guidando la nostra coscienza.

I “Komorebi” sono brevi componimenti poetici e riflessioni sulla vita, la natura e le emozioni che vogliono assurgere a vie di fuga dalla realtà, composte di parole che si dissolvono in un istante tra le nostre dita, ma lasciano un’impronta indelebile nel cuore e nell’anima.

Un esempio di Komorebi:

321

Osservando la persistenza impavida
Della condensa sopra i vetri freddi
Scalfita di tanto in tanto
Da qualche avventata goccia
Che trova fine 
Percorrendo la sua origine
Realizzo quanto orizzonte ho sprecato
Nelle giornate in cui brillava il sole
Immagino i giunchi mossi dal vento
In una giornata di primavera
Immagino la costanza delle onde
In un pomeriggio di mare
Immagino il moto delle sabbie
Attraverso la cruna di una clessidra
Che
Unica
Riesce ad unire per un istante 
Ció che segue e ció precede ogni cosa
Batto sul petto veemente
Con il palmo destro
Costernandomi di ció
Mi ha ivi tratto
Rimanendo afflitto ad immaginare
Ció che accada appena poco oltre
La stanza delle nubi
che ora mi fa da coltre

AGGIORNAMENTO DEL DICEMBRE 2021:
La parola giapponese “Komorebi” è intrisa di un fascino irresistibile, ed è la scintilla che ha acceso una serie di pensieri da scrivere a ruota libera, nasce dunque il secondo libro con altri 100 pensieri con un pizzico di poesia!

Non avrei mai immaginato che la mia vena poetica mi avrebbe accompagnato così a lungo in questo progetto, ma fortunatamente è stato così.

Il sogno che custodivo nel cassetto non è più solo quello di vedere le mie parole pubblicate, perché il semplice fatto che io stia scrivendo ancora, e addirittura per la seconda volta, rende quel desiderio una realtà tangibile.

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Il mio vero obiettivo ora è di raggiungere il traguardo di 500 componimenti (sì, proprio cinquecento!), per poi racchiuderli in un’unica grande opera che chiuderà questo ciclo poetico.

La gloria poco conta, perché la poesia non nasce per arricchire in senso monetario, ma per condividere una ricchezza diversa, eterea, che non è adatta a tutti i gusti e gli animi.

L’obiettivo è di arricchire, anche solo per un istante, le anime di coloro che posano lo sguardo su queste opere, figlie della mia interpretazione della luce che filtra attraverso il bosco della nostra vita.

Komorebi sono anche le #poesieappese

Su di me…

Edoardo Scarpa

Potrei scrivervi chi sono, chi ero e chi vorrei essere, così da scoprire se ho delle passioni, delle ispirazioni o delle influenze; purtroppo per voi sono convinto che il più grande metodo narrativo attorno ciò che sono sia quello di lasciar trasparire tutto questo dalle mie opere. Mi limito dunque a dirvi che sono nato in un’isola della Laguna di Venezia, di cui serbo tutta la poesia, cullato dal rumore del mare e stimolato dal profumo di salsedine. Ho scoperto la scrittura per caso, mentre giocavo a nascondino con me stesso. La passione per le parole mi ha salvato, assaporandole una per volta, scandite per scoprire l’effetto prodotto al di fuori del mio cuore. Non capiremo mai tutto di tutti, ma di ciascuno possiamo serbare la parte migliore, dunque, ecco senza presunzione alcuna il meglio che vi posso offrire. Buona scoperta cari lettori, perché romanzi, poesie e parole, altro non sono che i mezzi per i viaggi in mondi ancora da scoprire

Buona lettura amici e grazie per commenti, like e condivisioni.

Edoardo

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

La cioccolata calda e fumante scendeva lenta, ristoratrice, come un abbraccio che riscaldava non solo il corpo, ma anche l’animo ferito di Santa. Il peso dello sconforto cominciava ad allentarsi, anche se i suoi piani erano andati apparentemente in frantumi. Tuttavia, lui, che da anni, decenni, secoli percorreva il mondo in una sola notte per realizzare i sogni di milioni di persone, sapeva bene come affrontare le sfide più ardite e non sarebbe stato certo un incidente a farlo desistere. Finita la cioccolata, si alzò, pagò e, guardando nella direzione del fiero Bartolomeo, il cavaliere della statua equestre di Campo Santi Giovanni e Paolo, proseguì verso le panchine nei pressi dell’albero. Bambini, giovani e anziani erano ancora tutti lì. D’un tratto, la sua attenzione fu catturata dall’udire alle sue spalle qualcuno urlare le seguenti parole: “Signor Scarlatto! Signor Scarlatto!”. In cuor suo, sapeva che queste parole potevano significare solo una cosa, così si girò verso quella voce e scorse un uomo sbracciarsi dalla prua di un bragozzo a vela. Si avvicinò, incredulo, all’imbarcazione e lo vide. Il marinaio gli chiese: “Signor Scarlatto?” e Santa rispose: “Fiamma polare.” Il marinaio replicò: “Bene, almeno ora ho la prova che tutte queste strampalate richieste non fossero un pessimo scherzo. Tenga questa busta e si lasci affidare questa creatura.” Da dietro una vela, un naso rosso fece capolino, poi delle corna ed infine lui, in tutta la sua fiera bellezza. “Rudolf!” esclamò Santa. “Corpo di mille renne! Ma cosa ci fai qui?” Rudolf fece un bramito intenso e dolce, poi, avanzando verso Santa e strofinando il suo muso sul suo pancione, gli mostrò cosa teneva sulla schiena e, a Santa, momenti capitò di svenire. “Rudolf! Hai preso tu la sacca di iuta! Ma quanto sei meraviglioso?” E nel dirlo, gli avvicinò una carota presa chissà dove nelle sue tasche. Il marinaio capì ben poco: sin da quel misterioso bonifico arrivato dal Polo Nord e dal successivo telegramma, aveva sospettato di trovarsi di fronte a un’astuta truffa. Tuttavia, a quanto pare, quei pensieri surreali lo avevano condotto a un’operazione reale. Rodolfo, così si chiamava il marinaio, tirò fuori una “tola” di legno dalla barca ed agevolò la discesa della renna dal bragozzo. Santa guardò Rudolf negli occhi: sembrava una coppia separata da una guerra e ricongiunta dal caso. Amore puro. Santa tornò in sé, carezzò Rudolf e poi, recuperata la sacca, fece un veloce inventario del suo contenuto: scorse rapidamente il sacco, una collezione unica di oggetti carichi di storie e significati: acqua del Piave e quella agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, un frammento del Ponte del Diavolo, un rametto di vitigno, uno stelo di carciofo e bastoncini di liquirizia amarissimi. C’erano anche piume di gufo, una candela consumata, una pigna di cipresso, ceneri di legno di tasso e un guscio di murice spinoso dipinto. Trovò un pezzo di legno levigato dal mare, un fiore viola selvatico, un rametto spinoso di roseto, un’ampolla con intonaco cuore di Melusina, un rametto di vischio e una rete con galleggiante di sughero. A chiudere, simboli preziosi: l’acqua benedetta di San Giovanni Elemosinario, un francobollo di Betlemme, la chiave di un lucchetto d’amore e, su tutto, si stupì, vi era una ciocca di pelo di Rudolf, il compagno di sempre. Ogni oggetto racchiudeva un frammento di magia e di fatica, tratto dalle varie tappe della missione. Era il momento di agire. Santa e Rudolf si acquattarono in Calle Torelli, dietro l’abside della basilica, un luogo che sembrava diviso tra sacro e profano, protetto da un silenzio quasi surreale. Qui Santa estrasse una ciotola di legno intarsiata, un oggetto antico e intriso di magia. La ciotola pareva pulsare con una luce soffusa, come se avesse un’anima. Uno alla volta, Santa vi depose gli ingredienti; ogni elemento portava con sé vibrazioni uniche, un’energia primordiale. La ciotola, misteriosamente, accoglieva tutto senza mai riempirsi. Rudolf osservava in silenzio, il respiro trattenuto, quasi in reverenza. Il pestello, anch’esso di legno, ma decorato con vari intarsi, iniziò a muoversi nelle mani di Santa, che intonava una litania sottovoce. Non la recitava da tempo, ma la ricordava perfettamente a memoria. Ogni colpo del pestello sembrava scandire un ritmo superiore, riecheggiando come un battito universale. Gli ingredienti, dapprima riottosi, si allinearono all’armonia, fondendosi in una sostanza luminosa e al contempo oscura, come la notte stellata appena prima dell’alba. Era nato il “Fango della Luce“, l’essenza viva della tradizione, destinata a essere il carburante della Lanterna. Santa intinse lentamente lo stoppino della lanterna nel composto, dalla punta fino alla sua estremità inferiore. Dopodiché caricò il serbatoio della stessa con quanto avanzato. La lanterna, quasi consapevole del suo compito, emise per un brevissimo istante una luce fioca che si assopì istantaneamente. Rudolf sbuffò e, nel medesimo istante, il vapore del suo respiro assunse tinte arcobaleno. Santa esclamò sottovoce: “Ho ho ho, Rudolf, siamo pronti!” Tornarono verso Campo San Giovanni e Paolo. Era gremito di persone, con un frastuono di voci che parlavano dei più disparati argomenti, sommandosi, sovrastandosi, mescolandosi in un denso rumore di fondo. Santa decise di fermarsi, appoggiando la lanterna sopra una vera da pozzo a metà strada tra la calle dove aveva mescolato gli ingredienti e il monumento equestre. Ivi lasciò Rudolf a guardia della cosa. Per completare il rito, sarebbe bastato semplicemente accenderla, ma in un’epoca di diffidenza, scontri e paure, quello sarebbe stato il compito più difficile. Santa, infatti, era consapevole che non avrebbe potuto portarsi i fiammiferi o l’accendino per espletare questo ultimo passo. Doveva ottenerli da qualcuno, e non forzatamente, bensì come gesto di generosità. Forse per il suo aspetto trasandato, nonostante la barba più corta del solito, forse per quella sacca di iuta rabberciata e sporca ormai, ma mentre tutti si scambiavano auguri di cuore e manifestazioni d’affetto, lui veniva trattato come un reietto, un alimento distopico che avrebbe potuto rovinare la sacralità del Natale. Ma quello era solo il pretesto per allontanarlo, in realtà molte persone non lo desideravano vicino perché, con quelle fattezze, avrebbe guastato i selfie, le foto ricordo, danneggiato l’immagine social del Natale. Santa parlava così: “Buon Natale, avete un fiammifero o un accendino da prestarmi?”. Nei casi migliori non riceveva risposta, in quelli peggiori, ne riceveva di non menzionabili ed affatto eleganti. Ferito e addolorato nell’animo, tornò sconsolato da Rudolf dicendogli: “Nulla… l’umanità è troppo grigia, persa a specchiarsi nel freddo mondo social o in sé stessa per badare a un vecchio concio e di buon animo”. Rudolf sbuffò, come a voler dire: “Proviamoci noi, non tutto è marcio”. Così Santa cominciò a frugare nelle sue tasche, concorrenziali con la valigia di Mary Poppins e, tra occhiali rotti, snack per animali selvatici e molto altro, ritrovò un pacchetto di fiammiferi rossi che conteneva quelle bacchettine in legno con dello zolfo colorato di verde. Sapeva bene che era un tentativo disperato, ma la Luce magari sarebbe scesa a compromessi. Ne accese uno, ma mentre apriva la lanterna, un bambino passò e, soffiando, glielo spense: “Corpo di mille renne, mancava anche il bambino smargiasso!”. Così ne prese un altro, ma non si accendeva, poi un terzo, che si ruppe. Il quarto si accese con forza, lo accostò alla lanterna, illuminando brevemente il naso umido di Rudolf. Si avvicinò allo stoppino intriso dei venticinque ingredienti della Luce e disse: “Ignis Natalis, arde!”, letteralmente “Fuoco del Natale, ardi”. Il fiammifero e la sua fiammella arancione lambirono lo stoppino imbibito che arse brillante per soffocarsi ed estinguersi quasi nel medesimo momento. Quella che aveva cercato di riaccendere con i venticinque ingredienti raccolti lungo il suo cammino giaceva lì sul pozzo, ancora spenta, inerte come i pensieri che appesantivano Santa. Rudolf gli si fece vicino, strofinando il suo muso su di lui. Si sedette su una panca di pietra, una di quelle occupate dai bambini, gli occhi stanchi che vagavano senza meta nel circostante che sprigionava gioia in un caleidoscopio di apparenza. Sussurrò: “Il brusio di Venezia mi scorre intorno, ignaro della mia presenza.” “Esiste ancora la vera magia del Natale?” si chiese, guardando la città che, nonostante tutto, sembrava troppo presa dalle proprie preoccupazioni. “O è solo un ricordo, un’ombra offuscata dal consumismo e dal tempo?” Gli scese una lacrima che, attraversando una ruga, scivolò velocemente fino alle labbra: amarissima. Mentre Santa rifletteva con la testa abbassata, Rudolf si girò verso dei passi che, leggeri, parevano avvicinarsi. Erano un bambino e una bambina, una coppia di gemelli. Li avevano guardato con curiosità, dapprima da lontano, per poi avvicinarsi a pochi passi da lui. I loro abiti erano semplici, logori, e portavano con sé una piccola borsa di stoffa, altrettanto consunta, in un parallelismo con la sacca di Santa. Non c’era niente di straordinario nel loro aspetto, eppure emanavano un alone bellissimo; qualcosa nei loro occhi brillava di un’innocenza e di una bontà che, oramai, sembravano perdute. “Signore,” disse la bambina con voce dolce, “non pianga, l’abbiamo vista prima mentre vagava chiedendo aiuto. Noi non abbiamo granché, ma vogliamo aiutarla.” Il bambino fece il gesto di svuotare le tasche; non ne scaturì nulla, ma sorrise. E di nuovo la bambina: “Non è molto, ma pensiamo che possa far sorridere qualcuno, e vogliamo che questo qualcuno sia lei.” Da un borsello bordeaux, estrasse un biscotto fatto in casa, un piccolo omino di pan di zenzero sorridente decorato a mano. Non era un regalo lussuoso, anzi, era quasi un gesto d’altri tempi, fatto con le loro mani, con ciò che avevano, e di ciò reso prezioso. Santa li fissò, incapace di parlare per un istante, e la bambina: “Lo accetta?” sorrise. La stanchezza che sentiva nel cuore pareva dissolversi, come nebbia al sole. “Per chi è questo dono? Non private voi o qualcuno per me,” chiese infine, la voce rotta da una malinconia che non riusciva a nascondere. “Per chiunque ne abbia più bisogno, e le sue lacrime ci hanno convinto fosse la scelta giusta,” rispose il bambino con semplicità. “È per qualcuno che ha perso la gioia del Natale,” disse la bambina. Quel gesto, così umile e disinteressato, lo colpì come un fulmine. Non cercavano lode, non volevano nulla in cambio. Il loro unico desiderio era condividere ciò che avevano per portare un po’ della loro semplice felicità a qualcuno che l’aveva perduta. Con mano tremante, Santa prese il biscotto, come se stesse tenendo tra le dita un pezzo di quella magia che tanto agognava e che aveva creduto di aver smarrito. Fu in quel medesimo istante che, all’improvviso, un fascio di luce intensissima si sprigionò dalla lanterna, ancora adagiata sul pozzo. Non era solo un bagliore; era una vera e propria alluvione luminosa che avvolse tutti. La luce si allargò, danzando ed avviluppandosi nel cielo notturno, diffondendosi silenziosamente in tutto il globo. Era come se l’amore e la generosità di quel semplice gesto avessero risvegliato la magia del Natale, e ora quella luce pura si propagava, raggiungendo ogni angolo del mondo. I cuori degli uomini, delle donne e dei bambini ricominciarono a riscaldarsi. I bambini, ignari della trasformazione che avevano innescato, sorrisero pensando fosse uno spettacolo pirotecnico e si allontanarono verso casa, ridendo tra loro. Santa Claus rimase lì, con il biscotto ancora in mano, ma mezzo morsicato. Era buono! Il volto solcato da un sorriso che non provava da tempo. Quella sera Santa capì che la lanterna che aveva cercato invano di riaccendere lungo il suo viaggio non aveva mai avuto bisogno di ingredienti materiali. Era stato quel piccolo atto di generosità a farla splendere di nuovo, perché la vera magia del Natale non risiede negli oggetti, ma nell’amore che si nasconde nei gesti più puri. Alzò lo sguardo verso il cielo sopra la laguna veneziana, ora terso e trapunto di stelle. Il rito degli ingredienti della Luce aveva fallito, non era mai stata una questione di raccogliere cose, ma di ritrovare quella scintilla di umanità che, nonostante tutto, sopravviveva ancora nel profondo dei cuori. Con un respiro profondo, Santa, finalmente in pace, si rialzò. Consapevole che la sua missione era compiuta, ma che non sarebbe stata l’ultima volta. E, mentre si allontanava, la lanterna, che aveva portato con sé per tutto il viaggio, continuò a brillare di una luce calda e rassicurante. Ancora oggi è lì sul pozzo, per chi ha l’animo di vederla con il cuore e lascia che illumini il suo cammino nella notte di Natale, custodita dai due gemelli che, ancora oggi, non sanno di aver salvato il Natale.

Fu proprio quel giorno, però, tornando indietro, che accadde qualcosa di incredibile: lettori e lettrici sentirono come bussare alla soglia del proprio monitor, display o pagina di carta. Alcuni addirittura videro qualcosa cadere. Santa bussò infatti a ciascuno che avesse posato gli occhi sulla storia, ponendo una domanda proprio nell’ultima pagina: “Santa Claus augura a tutti un Buon Natale! L’aupicio è che ciascuno trovi il proprio ingrediente della luce”.

Se l’avete trovato, scrivetemelo nei commenti o su Instagram: @trarealtaesogno.

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario, francobolllo di Betlemme, chiave di un lucchetto d’amore, ciocca di Rudolf

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 24 Dicembre – Sestiere di Castello

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

24 Dicembre – Sestiere di Castello

Santa uscì dalla libreria dall’ingresso principale da cui l’aveva scoperta. Era venuto da destra e decise di virare deciso a sinistra, in quella direzione che l’avrebbe condotto al campo Santi Giovanni e Paolo. Attraversò Ponte Tetta e, nel farlo, sentì delle urla: una voce femminile e una maschile si intrecciavano in un mix di rabbia e delusione. Santa, per natura, nonostante la sua generosità, come molti, moltissimi umani, era solito non intervenire in queste situazioni, ma qualcosa lo spinse ad andare oltre. Fece praticamente un giro dell’isolato: una calle dritta, poi una a sinistra, dove intravide il campo che voleva visitare, e poi ancora a sinistra. Cominciò a distinguere meglio ciò che stava accadendo: la coppia stava scoppiando. Aveva però girato in una calle sbagliata, così ne imboccò un’altra. Questa volta arrivò nei pressi di un ponte. Sopra questo ponte, chiamato “dei Conzafelzi”, si poteva godere della vista di uno degli edifici più fotografati di Venezia: una casa di quattro piani, bagnata dall’acqua su tre lati. Una sorta di penisola, illustrata spesso in molti libri di storia dell’arte come icona veneziana. Dalla parte opposta di quel ponte, ecco la coppia: lei appoggiata di schiena, a piangere contro il muro, e lui intento a cercare di risolvere una situazione intricata. Poco distante, proprio vicino ai piedi di Santa, c’erano una chiave e il suo lucchetto, probabilmente scagliato a terra chiuso. Vi erano scritte sopra le iniziali dei due, tracciate col pennarello e incorniciate da un cuore. Non che Santa volesse farsi i fatti loro, ma aveva capito che la questione era nata per futili motivi. Così raccolse la chiave e il lucchetto e si permise di avvicinarsi ai due per, una volta ottenuta la loro attenzione schioccando le dita, dire queste parole: “Il tempo, miei cari, è come una clessidra: i suoi granelli scivolano via e non possiamo fermarli. Ogni istante sprecato in incomprensioni è un momento che non tornerà più. Sapete, i lucchetti non nascono per rimanere chiusi per sempre. Sono fatti per custodire ciò che è prezioso, ma anche per essere riaperti, se rimaniamo in stallo, con la chiave giusta: quella dell’amore. Non lasciate che piccole divergenze distruggano ciò che il vostro cuore ha costruito. Fermatevi, respirate e ritrovate il valore di ciò che condividete da tanto.” Sul finire della frase, Santa alzò il lucchetto all’altezza dello sguardo dei due e, come per magia, questo si riaprì senza che nessuno avesse inserito o girato la chiave. A Santa, nel farlo, scappò un “Ho, Ho, Hoooo!” e si terrorizzò all’idea di essersi svelato. Fortunatamente, i due non colsero l’indizio. La coppia sgranò gli occhi, colpita. Poi si guardarono, si diedero un tenero bacio, e lei esordì esplicando l’accaduto: “Lei è un vero mago! Stavamo litigando, esausti dopo una lunga giornata a camminare, e Eros, il mio fidanzato, per l’ennesima volta mi proponeva di andare a mangiare sushi. Ma vi sembra possibile? Siamo a Venezia, una città ricca di storia e tradizione, e lui mi suggerisce per la terza volta di mangiare sushi! È buono, per carità, e io lo adoro, ma avevo voglia di provare piatti tipici, qualcosa che parli davvero di questo posto. Noi veniamo dalla Puglia, e chissà quando avremo di nuovo l’occasione di essere qui. Quindi, invece di sushi, voglio assaporare la vera essenza di Venezia!” Santa scosse la testa ridacchiando, avvicinò il lucchetto con un sorriso nascosto sotto la sua lunga barba bianca e lo poggiò delicatamente nel palmo di lei. Con uno sguardo scherzoso ma saggio, disse: “Fate i bravi, che manca poco a Natale e potrebbe arrivarvi del carbone se a Babbo Natale scappa la pazienza.” I ragazzi, divertiti, sorrisero e lo ringraziarono. Poi Eros tentò di scattare una foto ricordo mentre Santa, di spalle, con la sua sacca di iuta sulle spalle, si allontanava. Incredibilmente, nella foto non c’era traccia di lui. Lei guardò Eros, scuotendo la testa: “Te l’avevo detto di cambiare telefono prima di venire qui, citrullone!” Poi, lei, guardando Eros, si avvicinò al ponte dei Conzafelzi e, con un sorriso complice, appese il lucchetto, chiudendolo vicino a un foglietto che riportava un pensiero poetico di un autore locale, con l’hashtag “#trarealtaesogno”. Si girò felice verso di lui: “Fatto, amore, hai tu la chiave?” Eros la guardò confuso: “No, chiave? Ma se avevi tu il lucchetto!” Lei, con un’espressione giocosa ma decisa, iniziò a colpirlo dolcemente con dei pugnetti sulla spalla: “Dai, Eros, lo sai che non mi piacciono questi scherzi!” E lui, sorridendo, rispose: “Guarda che non scherzo.” Lei, con un sorriso più sereno, concluse: “Vabbè, chissà che sia di buon auspicio, che il lucchetto non ceda mai, e così noi.” Quello che non sapevano è che quella chiave, simbolo di un’unione che sembrava rabberciata, come una ferita coperta da un cerotto o come la sacca di iuta, si trovava proprio tra le mani di Santa. Il penultimo ingrediente, figlio di un amore che, seppur interrotto per un istante dalle incomprensioni, era destinato a proseguire oltre, più forte di prima. Santa, dopo aver percorso una stretta calle, si ritrovò davanti a una serie di panchine occupate da anziani, giovani e bambini. Si fermò un istante, guardando oltre la fronda dell’albero che dominava il piccolo spazio, e osservò le vetrate magnificamente adornate della basilica di Santi Giovanni e Paolo, la cui bellezza si stagliava davanti a lui. Si girò a sinistra, notando due plateatici pieni di gente che sorseggiava caffè nelle pasticcerie e nei bar, e oltre, la maestosa facciata dell’Ospedale Civile e il monumento dedicato al Colleoni. Un particolare curioso gli venne in mente: ricordava le parole di una guida turistica che spiegava a un gruppo come quel monumento fosse stato collocato lì, invece che a San Marco, grazie a un inganno. Ma fu qualcosa di più che lo attirò, qualcosa che lo fece fermare per un attimo più a lungo. Sulla destra, vicino alla facciata dell’Ospedale, c’era una porta che non aveva mai notato prima. Spinto dalla curiosità, decise di entrarci. Superato l’ingresso, scoprì un piccolo ma affascinante museo: un’antica farmacia dell’ospedale, con vetrine piene di piante officinali e reperti storici, ognuno catalogato con cura e precisione. Era un luogo di storia e medicina, un angolo nascosto che raccontava antiche tradizioni di cura e di sapere. Santa si perse per un momento tra quelle teche, sentendo l’eco di un tempo lontano e il fascino di ciò che l’uomo aveva costruito per alleviare le sofferenze. Mentre usciva, fu urtato da un bambino tarchiato che proseguì senza fermarsi o scusarsi. La sacca cadde e, con essa, anche il leoncino portachiavi e la renna all’uncinetto. Santa borbottò qualcosa, si chinò per raccogliere prima il leoncino, poi, pochi passi oltre, la renna, e infine… urlò, terrorizzato, deluso, disperato: “Noooooo, corpo di mille renne impazzite!” Lo avevano appena derubato della sacca di iuta, della lanterna e di tutto il contenuto che vi era all’interno. Mentre si disperava, gli parve di sentire un bramito intensissimo in lontananza. Pensò di avere le traveggole. Un istante dopo sentì un rumore identico a quello di un grande masso che cade nell’acqua. Resosi conto che la disperazione non avrebbe condotto da nessuna parte, decise di affacciarsi per capire l’accaduto e verificare se qualcuno avesse bisogno di aiuto. Mosso da questi pensieri, si affrettò, ma non abbastanza da poter prestare soccorso: una persona era già stata tratta in salvo. Si trattava, secondo alcuni testimoni della scena, dello scippatore che, approfittando del ragazzino maleducato, aveva sottratto la sacca al malcapitato Santa. Non aveva fatto in tempo a svuotare la refurtiva: una sorta di bestia a quattro zampe lo aveva sollevato e scagliato nel canale. Storia poco plausibile a parte, la sola certezza era che la sacca, contenente i ventiquattro ingredienti della luce, era andata perduta. Inutili si rivelarono i tentativi di recuperarla da parte di alcuni gondolieri di passaggio. Santa espresse loro la sua gratitudine e, poi, camminando nei dintorni, decise di sedersi a bere una tazza di cioccolata calda per corroborare la sua anima, ferita da questo dolore intensissimo che, attanagliandolo, sembrava presagio di una sonora sconfitta. Mentre sorseggiava la cioccolata, Santa alzò lo sguardo verso il cielo, come a cercare conforto. Tra mille luci lontane, una stella sembrava brillare più delle altre, quasi volesse richiamare la sua attenzione. “Forse non tutto è perduto,” pensò, stringendo tra le mani il leoncino e la renna recuperati, ormai carichi di un valore ancora più profondo. Una sensazione inspiegabile lo pervase: un’intuizione che gli suggeriva che la sua missione, per quanto messa alla prova, era tutt’altro che finita.

A domani con un nuovo capitolo!

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01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

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07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

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11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

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16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

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