Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Oggi vi porto una storia “di confine”, ambientata in un luogo dove il passo di chi attraversa segna un inizio o una fine, a seconda della riva o del lato del ponte in cui ci si trova. Siamo esattamente tra il Sestiere di San Marco e quello di Castello, ma per raccontarla poseremo la nostra puntina su quest’ultimo, davanti a Ca’ Soranzo, teatro della vicenda.
Come arrivare alla Casa dell’Angelo
Questo luogo, ben nascosto ai turisti, si trova in un punto di passaggio intimo e tipicamente veneziano. Qui non sarà raro incontrare gondolieri al lavoro, magari con un accompagnamento musicale capace di regalare un momento romantico agli innamorati di turno.
Raggiungerlo è semplicissimo: partite dal lato sinistro guardando la Basilica di San Marco, imboccate la Calle de la Canonica e svoltate alla prima a sinistra in Ramo va in Canonica. Proseguendo dritti per meno di un minuto, arriverete al Ponte de l’Anzolo e, guardando sulla destra, potrete ammirare la facciata di Palazzo Soranzo, noto anche come Casa dell’Angelo, sul cui altorilievo noterete il famoso foro.
Un segno inciso dal male nel cuore di Venezia
Come detto, siamo a pochi passi da Piazza San Marco, in calli percorse ogni giorno da centinaia di turisti che, presi dalla loro folle corsa contro il tempo, finiscono per ignorare quelle sfumature preziose di cui può godere solo chi ha la fortuna — o il merito — di rallentare.
La leggenda vuole che questo foro sia stato lasciato dal diavolo in persona: un segno che, per chi conosce la storia, non è soltanto una curiosità architettonica, ma la testimonianza di un patto oscuro e, proprio per questo, irresistibilmente affascinante.
L’avvocato che ingannava tutti (tranne il cielo)
A Ca’ Soranzo, nel XVI secolo, viveva l’avvocato della Curia del DogeIseppo Pasini. Noto a tutti come uomo devoto e integerrimo, costruì la propria fortuna attraverso raggiri e inganni ai danni dei più deboli e indigenti. La classica facciata “perbene”, dietro la cui maschera morale si celava il più empio dei corrotti, mai sfiorato — peraltro — dalla giustizia veneziana.
Così almeno fino a un giorno, per Iseppo maledetto, in cui un frate cappuccino, tale Matteo da Bascio, fu invitato a cena e riconobbe nella scimmia che faceva compagnia a Iseppo nientemeno che il demonio, giunto in quella forma per reclamare l’anima dell’avvocato.
Il diavolo rivelò infatti al frate che non aveva ancora potuto far compiere il destino di Pasini, perché lo stesso ogni sera si affidava in preghiera alla Madonna. “Il giorno in cui dimenticherà di pregare, lo trascinerò agli inferi”, disse.
Il frate dunque ragionò di astuzia e diplomazia: non voleva la morte di Pasini, ma nemmeno cedere al ricatto lasciando il male in quella casa. Iniziò una trattativa col demonio e, alla fine, si accordò con il maligno che sarebbe tornato agli inferi solo dopo aver lasciato un segno indelebile, che realizzò subito, aprendo il foro ancora oggi visibile sulla facciata di Ca’ Soranzo.
Ma per Iseppo la storia non finì lì: il frate infatti lo punì in un altro modo, strizzando una tovaglia da cui fece scaturire “miracolosamente” del sangue, simbolo del prezzo in vite umane delle sue truffe. Pasini pianse disperato e ringraziò il frate per avergli fatto salva la vita.
il Foro del Diavolo e l’altorilievo dell’Angelo
Il foro maledetto e la soluzione al ritorno del diavolo
Il diavolo, nel suo tentativo di fuggire, colpì con forza la facciata del palazzo, lasciando un foro che ancora oggi si può osservare. Quel segno tangibile della sua presenza terrorizzò profondamente Iseppo, che temeva il ritorno del maligno proprio da quell’apertura. Per proteggersi, l’avvocato fece realizzare sopra il foro un altorilievo raffigurante un angelo, scolpito con uno sguardo deciso e vigile, rivolto a chiunque si avvicinasse, come a voler respingere ogni spirito oscuro.
Da allora, per questa presenza protettiva e per il celebre segno lasciato dal demonio, il palazzo venne chiamato Casa dell’Angelo.
Il foro oggi: un segreto a portata di sguardo
Ed è proprio questa sottile linea di confine a rendere la città un luogo unico, dove ogni angolo nasconde storie e leggende che attendono di essere scoperte. Nella rubrica “I Segreti di Venezia” abbiamo già esplorato altri misteri affascinanti, svelando lati nascosti e racconti dimenticati che rendono questa città un tesoro di enigmi senza tempo.
Venezia non smette mai di stupirci. Anche il foro del diavolo a Ca’ Soranzo, nascosto tra le calli e i sestieri della città, racconta un passato intriso di misteri e leggende, dove ogni dettaglio nasconde significati nascosti e storie segrete. Questo luogo sfida lo sguardo distratto del visitatore, invitandoci a fermarci, a osservare con attenzione, a leggere e provare ad intuire ciò che non è detto.
Scoprire la Casa dell’Angelo significa varcare una soglia verso un Venezia meno conosciuta, fatta di enigmi e di racconti custoditi nel tempo. È un invito a perdersi nei suoi silenzi, a lasciarsi guidare da quella magia sottile che solo questa città sa offrire a chi ha occhi per vedere davvero.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi lasciamo Venezia — nel senso insulare della questione — e ci spingiamo verso est, attraversando la laguna. Che sia un passaggio reale o immaginato, il nostro viaggio ci conduce in un luogo che ha qualcosa di sospeso, di teatrale, di profondamente autentico. Benvenuti al Lido di Venezia: un’isola lunga e sottile, dove il vento profuma di pini, i viali sanno di cinema d’altri tempi e le ville parlano ancora Liberty. Un luogo davvero speciale che, colpo di scena, in una mattinata tempestosa dell’Agosto del 1983 ha visto venire al mondo anche me, in quello che fu l’Ospedale al Mare.
Come raggiungere il Lido (senza perdersi… troppo)
Esistono tanti modi per arrivare al Lido, ognuno dei quali è, a suo modo, un’esperienza. Perché? Semplice: si può arrivare “a piedi” — non camminando sulle acque, ovviamente, ma grazie ai vaporetti — oppure in auto, moto o bici imbarcandosi sui ferry boat, e persino a bordo della propria barca o in Taxi acqueo. Il consiglio è di pianificare l’itinerario in base ai vostri tempi e desideri, perché il Lido si raggiunge da più fronti: da Venezia centro, da Punta Sabbioni, e persino da Chioggia, passando per l’incantevole Pellestrina. Ogni tragitto regala il suo piccolo pezzo del grande spettacolo lagunare — e vale già come primo assaggio del viaggio.
Per comodità narrativa, partiremo da sud, dagli Alberoni, là dove arriva il ferry da Pellestrina e passa la Linea 11 che tra vaporetti e bus porta da Chioggia a Lido. È vero, l’approdo principale per chi arriva da Venezia in vaporetto è Santa Maria Elisabetta, mentre chi trasporta auto con il ferry da Tronchetto sbarca più a nord, a San Nicolò. Ma seguire il Lido dal suo estremo meridionale a quello settentrionale è come attraversarlo con lo sguardo disteso di una passeggiata lenta: un viaggio che, tappa dopo tappa, rende giustizia alla sua natura sottile e sorprendente.
Alberoni – Dove la Laguna si rilassa al sole e gioca a golf
Silenzio e natura: se un racconto dovesse parlare di questi luoghi, partirebbe proprio da qui. Alberoni è un luogo sospeso, dove il borgo si lascia abbracciare dalla natura nella sua massima espressione, e le case sembrano assecondarla. Affacciandosi dall’attracco del ferryboat, si scorge l’Isola di Pellestrina distendersi all’orizzonte con le sue casette colorate. Seguendo la sinuosa strada, si arriva al cospetto di uno dei più antichi golf club italiani. Fondato nel 1928 e inaugurato nel 1930, pare sia nato dall’ispirazione del magnate Henry Ford, desideroso di giocare a golf, un desiderio esaudito da Giuseppe Volpi di Misurata che in pochi mesi realizzò questa piccola utopia. Il Golf Club Venezia è uno dei più prestigiosi d’Italia. Con il suo percorso di 18 buche disegnato dall’architetto C.K. Cotton, si colloca tra i circoli storici di riferimento nel panorama golfistico nazionale, accanto a club come Roma Acquasanta (1903) e Menaggio (1907). La sua storia e la posizione unica nella laguna lo rendono una tappa imperdibile per gli appassionati e un vero fiore all’occhiello del Lido.
Passando oltre, immerso nella fitta vegetazione di Strada della Droma, si incontra un antico baluardo marittimo ormai in disuso: ex faro degli Alberoni, frammento di storia marittima e architettonica ormai silenziosa. Attivo fino a pochi decenni fa, faceva parte di un sistema di segnalazioni luminose che includeva anche il faro Spignon, su una minuscola isola poco distante, e altri punti strategici oggi in stato di abbandono, riadattati dai pescatori locali come riparo e magazzino.
Infine, perché non attendere un tramonto o rilassarsi su una delle tante panchine affacciate sulla laguna, lungo via Alberoni? In un mondo che corre veloce, una pausa con un pizzico di poesia non guasta mai.
Malamocco – Il borgo che non ha fretta (e nemmeno motivo di averla)
Tra calli di pietra, cortili sonnolenti e gatti più antichi delle barche, Malamocco è una Venezia parallela. Senza folla, senza tempo, e senza il bisogno di dimostrare nulla. Qui la vita scorre piano, tra i muretti fioriti e le ombre lunghe del pomeriggio. Il nome Malamocco sembra derivare dall’antico Metamauco, toponimo che risale all’epoca tardo-romana o bizantina, e che indicava un importante insediamento costiero: fu uno dei primi centri del dogado veneziano, anzi per un periodo ne fu persino la capitale, prima che il cuore del potere si spostasse a Rivo Alto (l’attuale Rialto). Poco lontano, anche Portosecco — oggi placido e quasi dimenticato — racconta una storia simile: un tempo era una vera e propria bocca di porto sull’isola di Pellestrina, tra Albiola e la stessa Pellestrina, ma con il passare dei secoli si interrò, probabilmente per i detriti trasportati dal fiume Medoaco, diventando letteralmente un “porto secco”.
Il ponte d’accesso a Malamocco
Camminare per Malamocco è come aprire una parentesi nel tempo: ci si sente altrove, eppure a casa. Un piccolo mondo sospeso tra pietra e acqua, dove il tempo non si è fermato — ha semplicemente deciso di camminare più piano. Le case sussurrano, come chi sa ma non ha bisogno di dire. Il canale centrale taglia il borgo con eleganza e quiete, mentre la piazza, la chiesa, il campo e i muretti assolati sembrano condividere un accordo segreto con il silenzio. Non per niente uno dei capitoli più intensi del mio “Calendario dell’avvento – Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” si è svolto proprio qui!
Excelsior, Mostra del Cinema e l’ex Casinò – I palazzi che sognano ancora di essere delle star
L’ex Casinò ha visto di tutto, in un continuo rincorrersi tra Dea bendata e aspiranti vincitori. Il Liberty si veste da red carpet, passando dalle suggestioni moresche dell’Excelsior al razionalismo severo dell’ex Casinò. L’eco delle dive si confonde con il suono lontano dei ventilatori vintage, e l’edificio — oggi chiuso, malinconico e maestoso — sembra trattenere ancora l’eleganza sussurrata degli anni d’oro, quando il Lido era la Hollywood italiana e il jet set, nazionale ed estero, batteva tra vaporetti e corse in Vespa. Poco più in là, il Palazzo del Cinema resiste con orgoglio: ogni settembre torna ad essere il cuore pulsante della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E accanto, come un fratello maggiore pieno di fascino vissuto, l’Hotel Excelsior continua a raccontare una storia fatta di ombrelloni, smoking e notti illuminate da cineprese che sanno di champagne. Passeggiare qui, fuori stagione, è come entrare in un set addormentato: aspetta solo la prossima scena per destarsi — o il prossimo sognatore per accendersi alla ribalta.
Una piccola curiosità in diretta dalla spiaggia: le capannine che si noleggiano lungo le grandi spiagge dorate del Lido, soprattutto all’Excelsior, non sono solo numerate… ma anche battezzate come costellazioni. Da Orione a Cassiopea, passando per Andromeda, ogni cabina sembra voler evocare una notte stellata anche sotto il sole cocente. Ma attenzione: in perfetto equilibrio tra eleganza e scaramanzia, il numero 17 manca all’appello. Sarà forse per l’influenza del vicino ex Casinò, o semplicemente per quel buon senso balneare che invita a non sfidare la sorte proprio mentre ci si rilassa al sole. Alcune voci popolari attribuiscono questa scelta alla tradizione latina: 17 = XVII, anagrammato diventa VIXI, ovvero “ho vissuto”. Espressione tipica delle epigrafi funebri dell’antica Roma. E insomma… meglio un tuffo che un epitaffio no?
Infine, proprio qui, l’Excelsior custodisce un approdo segretamente famoso: è quello riservato ai taxi acquei e, soprattutto, ai VIP che arrivano direttamente via laguna, lontano da sguardi indiscreti. Un piccolo molo privato, nascosto alla vista e collegato da un canale laterale silenzioso, che sbuca su due uscite d’acqua: una guarda verso il Lazzaretto Vecchio, l’altra alle vicinanze di San Lazzaro degli Armeni. Un passaggio discreto e suggestivo, degno delle più eleganti fughe cinematografiche — tra lusso, mistero e un pizzico di leggenda.
Gran Viale – Tra ville Liberty, canali discreti e quella strana atmosfera da Europa del Nord…
Ponticelli eleganti, case affacciate sull’acqua e la sensazione che Amsterdam e il Lido si siano scambiate una cartolina negli anni ’30 — o magari siano state amiche di penna, tra uno stile floreale e un viale alberato. In certi angoli, il silenzio è così pieno che sembra trattenere parole non dette. Alcune facciate decorate, certi giardini nascosti, ti osservano come se sapessero raccontare storie migliori delle tue. Ma non ti giudicano: ti invitano a restare un po’, a osservare con calma e perderti nello scorrere di un tempo che pareva passato da un’eternità.
Guarda qui sotto: è vero, l’impronta veneziana si sente tutta — nelle persiane scolorite, nei muretti in mattoni, nelle volte alla veneziana e nei ponticelli discreti. Ma c’è qualcosa, nei riflessi sull’acqua, nelle facciate che si specchiano silenziose nei canali, in quei ponti con ringhiere sottili, che ricorda da vicino Amsterdam. Come se il Lido, per un istante, parlasse anche olandese. O forse è solo che, in certi giorni, la luce lagunare ha il potere di trasformare tutto: e i riflessi, invece di essere semplici duplicati, si fanno portali verso altri mondi.
Lido o Nord Europa?
Piazzale Santa Maria Elisabetta: tutte le strade portano qui
Se il Lido fosse un corpo, Piazzale Santa Maria Elisabetta sarebbe senza dubbio il suo cuore pulsante. Qui si incrociano viaggiatori, residenti e turisti, tutti uniti dalla necessità di prendere un vaporetto o semplicemente di respirare un po’ dell’aria lagunare prima di tuffarsi nelle dune o tra le ville Liberty. Il piazzale è un curioso mix di modernità e nostalgia: da un lato, l’efficienza degli imbarchi e la frenesia degli arrivi e delle partenze; dall’altro, qualche vecchio caffè che resiste al tempo e i ricordi di chi, magari, ha fatto il bagno a Malamocco da bambino.
A pochi passi, si ergono il maestoso Tempio Votivo della Pace, monumento imponente e silenzioso che veglia sull’isola, e la minuscola, raccolta chiesa di Santa Maria Elisabetta, piccola gemma nascosta tra le case, testimone discreta di una spiritualità antica e semplice. È il punto in cui il Lido si apre al mondo, senza però perdere la sua anima. Il contrasto tra il brusio degli arrivi e il silenzio delle pinete poco distanti è forse il modo migliore per capire quanto questa isola sia capace di sorprendere chi la visita — anche in una guida come questa, volutamente incompleta.
Saint-Tropez ha gli alberi degli yacht, il Lido invece ha i pini marittimi (e vince facile)
Nel mondo delle località di lusso, spesso il verde è un accessorio curato a tavolino, fatto di palme esotiche messe in posa ad arte e aiuole tanto perfette quanto innaturali. Al Lido di Venezia, invece, la natura si prende il suo spazio con una calma disarmante. Qui i pini marittimi sono padroni di casa da generazioni, creando ombre fresche e profumate che accompagnano passeggiate e riflessioni. Le dune si stendono libere, modellate dal vento e dal tempo, senza l’ansia di dover apparire perfette su Instagram (ma abbiamo anche quelle se vi servissero eh).
Questo verde spontaneo e vivido si fa lusso vero, perchè autentico, senza bisogno di filtri né di agghindamenti. L’aria profuma di resina e salsedine, un invito naturale a rallentare, a fermarsi su una panchina e lasciarsi attraversare dal silenzio. Nel confronto con altre località del Mediterraneo e non, il Lido si distingue per la sua natura “sospesa”, selvaggia ma accogliente e curata, un’oasi di pace in cui la vera star sono gli alberi e la luce che filtra tra i loro rami in un Komorebi in salsa lagunare.
San Nicolò – Il Faro che si fa via del mare e… spazio poetico!
Luce, mare e storia. Il Faro di San Nicolò si erge maestoso, una sentinella verticale che scruta l’orizzonte senza fretta sul finire della diga marittima. A volte basta uno scatto, un attimo fermato nel tempo, per capire che un luogo vale davvero il viaggio. E questo faro lo vale eccome.
È il punto più isolato del Lido, persino più silenzioso e spumeggiante del faro degli Alberoni, e si spinge nel mare nei pressi dell’aeroporto Nicelli, ma con un’atmosfera tutta sua, sospesa tra natura e storia. Qui, lungo il cammino verso la lanterna, piccoli versi ermetici si nascondono tra oggetti dimenticati, blocchi di cemento e scogli, sussurrando brevi poesie che aprono il cuore e allargano lo sguardo, invitandoci a perderci nella meraviglia di un tempo e di uno spazio che sembrano fuori dal mondo.
Adesso concentriamoci su… Come? Davvero dubitate ci sia stato davvero alla diga? Incredibile, eppure con molti ci conosciamo da anni… ma eccovi la prova:
Edoardo alias Trarealtaesogno al faro di San Nicolò al Lido
E poi c’è Pellestrina, dove la laguna si fa poesia (ma non ditelo troppo in giro sarà il nostro segreto)
Nota a piè di pagina (non richiesta, ma ve l’ho scritta lo stesso)
So che non ho parlato dell’aeroporto Nicelli con i suoi hangar déco, del Palazzo del Cinema in dettaglio, della Chiesa di San Nicolò o dei bunker abbandonati sul litorale. Non ho menzionato gli stabilimenti storici, i bagni Belle Époque, i cinema d’essai, il mercatino settimanale o il profumo di frittura nella notte. Nemmeno di ristoranti vista laguna o mare, o della cabina riservata a Liz Taylor, dei risciò, le bici a quattro posti, e dei tandem cigolanti, i gelati del Titta o la dolce vita sulle Vespa 50.
Nei miei articoli, video e contenuti distribuiti qui su WordPress, Instagram, TikTok, YouTube e nel canale Telegram, volutamente non mostro sempre tutto. Questo perché voglio trasmettere un vero senso di scoperta, invitando chi mi segue a immergersi con curiosità in ciò che faccio con passione e a scovare con i propri occhi quei dettagli nascosti che rendono speciale ogni luogo di cui vi parlo.
Conclusione… di guida volutamente incompleta… come tutte le cose davvero vissute:
Abbiamo camminato lungo un’isola sottile e sospesa (mai sottile come la vicina Pellestrina), tra silenzi, luci e storie che si intrecciano tra ville liberty, fari dimenticati e spiagge punteggiate di costellazioni. Il Lido non è solo uno scenario da cartolina, ma un luogo da scoprire con calma e attenzione. Non tutto è stato detto o mostrato: ciò che resta fuori campo è il cuore pulsante dell’isola. Ogni dettaglio è un invito a rallentare, ascoltare e lasciarsi sorprendere. Questa guida è volutamente incompleta, come la vita: fatta di attimi sfuggenti e scoperte per chi ha pazienza. Il vero segreto del Lido? Guardare oltre e trovare dentro di noi la risposta.
E comunque, una cosa voglio dirvela: “Amo le montagne, ma preferisco il rumore del mare”
E voi, cosa amate di più del Lido? Fatemi sapere qui sotto nei commenti, sono curioso di scoprire le vostre impressioni e i vostri angoli segreti di quest’isola speciale!
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti in un nuovo appuntamento della serie “I Segreti di Venezia” un viaggio linguistico e culturale che si snoda tra calli, rii e memorie della laguna. Dopo il successo del primo articolo dedicato alle parole in dialetto veneziano, proseguiamo la nostra collezione con altre 50 perle del vocabolario locale. Se vi foste persi il precedente, potete recuperarlo qui, pronto da cliccare: 50 parole in Dialetto Veneziano che Svelano la Magia della Città.
Ecco a voi altre 50 parole veneziane “da collezione”:
In questo nuovo viaggio linguistico proverò a suddividere le parole per area tematica, seguendo i sentieri che la loro sonorità e il loro significato tracciano nel cuore della laguna.
Ci sono parole che, come avrebbe scritto Hemingway, raccontano la vita in barca e il respiro della laguna, altre che profumano e si assaporano lentamente, e poi quelle dalla musicalità rara e affascinante, simili a un sonetto di Shakespeare. Alcune affondano radici profonde, arcaiche e misteriose, mentre le onomatopeiche, citando Emily Dickinson, suonano come un vero e proprio tock tock alle soglie dello scibile. Ci sono sussurri piccoli e comuni, ma radicati nel micromondo lagunare, come usciti dalla penna di Guareschi, sorrisi di suoni morbidi, dolci e allegri nel loro significato, e infine le più familiari, ricorrenti nel quotidiano, come il ritornello di una canzone che amiamo cantare a memoria.
A proposito di poesia, un corso gratuito creato da me ti aspetta QUI.
🌊 Parole della Laguna e delle Imbarcazioni
Peata: antica imbarcazione da trasporto veneziana, grande e robusta, usata per merci pesanti. Pagiol: tavola che compone il fondo delle barche a remi, rimovibile per facilitare pulizia e manutenzione. Numero de aqua: il numero estratto a sorte per decidere la posizione lungo la griglia di partenza nelle regate; poteva influire sulle sorti della gara, poiché il lato del canale determina il verso e la forza delle correnti. Paleto: palo che segna il punto di svolta nelle regate, simbolo della virata decisiva. Pontapie: pedana su cui il vogatore appoggia il piede posteriore per aumentare la spinta; detto anche taparin, come quello che mio nonno mi costruì. Prova / Provièr: la prua dell’imbarcazione e il vogatore che vi prende posto, contrapposto al “Pope”. Ligar: legare la barca con corde agli ormeggi; usato anche in senso figurato per “legarsi” a qualcosa o qualcuno, o semplicemente per “legare”.
Gondola con vista, clicca sull’immagine per scoprire come fa ad andare dritta con un solo gondoliere
🔧 Mestieri, Oggetti e Architettura
Marangon: colui che lavora il legno, il falegname. Caleghero: il calzolaio, parola quasi onomatopeica e danzante. Scarsela: la tasca, quella dove riponiamo le cose; “no aver schei in scarsela” significa essere al verde. Foghèr: focolare domestico, simbolo di intimità e unità familiare. Noghéra: il noce, legno pregiato usato per le forcole. Canevassa: strofinaccio consunto con cui si asciugano superfici umide e piatti. Papusse: termine casalingo per le ciabatte. Tabarro: mantello ampio e pesante, simbolo di eleganza maschile d’altri tempi, da cui deriva il modo di dire “ti xe drio ‘ndar in giro tuto intabarà!”, cioè eccessivamente coperto. Sotoportego: passaggio coperto sotto un edificio; uno dei più famosi è il “Sotoportego dei preti” legato alla leggenda di Orio e Melusina. Scoasse: spazzatura o immondizia. Cotola: la gonna, un indumento iconico.
Cà Dario, che sia davvero maledetta?
🌀 Modi di dire, Espressioni e Azioni
Andare a torsio: riferito a chi, in barca o vogando, per motivi tecnici o demeriti, anziché seguire la rotta va in balia della corrente. Immusonarse: irritarsi, incupirsi, tenere il broncio. Mea Moco co articioco: darsela a gambe, fuggire, abbandonare una situazione pericolosa, letteralmente: scappo col carciofo (curioso che in veneziano ed in inglese le due parole siano così simili articiòchi = artichokes). Abatùo: essere tristi, senza energie, fisicamente o moralmente. Anda: slancio negativo, mancanza di voglia o motivazione; “no go anda” significa “non ho spinta”. A brazzacolo: tenere qualcosa a tracolla o sotto il braccio, spesso in senso affettuoso riferito a persone care. Fuminanti: i fiammiferi. Desgrassià: insulto popolare per persona poco di buono o dispettosa. Furbire: pulire fino a rendere lucido. Lustrofin: vernice lucidante usata per rifinire gondole, taxi acquei o superfici pregiate; sinonimo di cura minuziosa. Impissa: accendere; es. “Piero, impissa la luce!” (contrario di “destua”).
Mascherone di Santa Maria Formosa, scaccerà gli spiriti e i malvagi?
🗣️ Parole dal Suono Forte o Curioso
Brecane: luogo pieno di erbacce, non coltivato. Tumbano: persona poco intelligente e un po’ rimbambita. Rosegotto: oggetto consumato dal tempo, esteticamente compromesso e inutilizzabile. Scagio: indica l’ascella, spesso riferito al suo odore sgradevole. Sludro: qualcosa o qualcuno così unto e sporco da suscitare disgusto; spesso riferito a persone trasandate. Marantega: donna bisbetica, brontolona, spesso vittima di malelingue.
Libreria acqua alta ed una gondola trasformata in scaffale.
🧭 Quotidianità Veneziana
Foresto: forestiero, chi viene da fuori; una sorta di “marchio” con cui si identifica chi non è del posto. Visigole: l’aguglia, pesce lungo, snello e affusolato. Ancuo: letteralmente “oggi”; es. “Ancuo xe bel tempo”. Bagigio: il nome più simpatico per l’arachide! Articiocco Bagolo: il far festa, divertirsi. Moroso / Morosa: fidanzato o fidanzata; voce dolce e familiare. Gòto: il bicchiere, spesso associato al vino; “nina, dame un goto de vin!”. Groppo: nodo, sia metaforico che fisico. Molton: persona rozza e maleducata; in realtà indica il maschio della pecora. Pantegana: non un topo qualsiasi, ma un ratto di grandi dimensioni, un roditore da primato!
Riusciranno i giovani a vivere la loro spensieratezza in questa città?
💡 Curiosità e Forme Arcaiche
Samoro: originariamente indicava il cimurro, ma nel linguaggio veneziano è un colorito modo di chiamare chi è molto costipato. Destua: verbo che significa spegnere; es. “Toni, destua a luce.” Contrario di impissa. A casa per marina: espressione idiomatica tipica dell’isola di Pellestrina, usata per indicare un ritorno mesto, spesso dopo una sconfitta o delusione. “Tornemo casa per marina” si dice con un sorriso amaro, sottolineando la scelta di rientrare dal lato del mare — meno frequentato e più solitario — per evitare gli sguardi curiosi e le ironie della gente che si affolla sul lato lagunare, più esposto e vissuto. Una frase che racconta, con leggerezza malinconica, il desiderio di passare inosservati quando il vento non soffia a favore. Cogoma: un nome bellissimo per la moka da caffè. Cocòlesso: una carezza, un gesto gentile, una parola soave.
Pre – conclusione:
Prima di congedarmi con il consueto saluto vi voglio lasciare un sorriso, queste parole sono del compianto Lino Toffolo: attore, cantante, comico veneziano, icona culturale, dialetto vivace; venuto a mancare nel 2016. In uno sketch tipico del suo repertorio gli sentii dire questa frase che, nella sua semplicità, racconta la vita e lo spensierato modo di essere dei veneziani: “Ghe xe tre fasi dea vita: giovane, adulto e… Te vedo ben!” (letteralmente: ci sono tre fasi della vita: giovane, adulto e… ti vedo bene!)
In conclusione:
Queste seconde cinquanta parole sono un altro frammento del lessico segreto che rende Venezia viva, umana, inconfondibile. Ogni voce è una finestra aperta su mestieri, emozioni e modi di dire che resistono al tempo, come le pietre levigate dai passi. E ora, la sfida si rinnova: quante ne conoscevate davvero? Ma attenzione, niente cavane linguistiche dove nascondersi! Come diceva Goldoni: “Xe el parlar che fa la zente”. E per chi ama collezionare parole come si fa con le conchiglie d’estate: che questa sia un’altra manciata da custodire, da sfoggiare tra una ciacola e un goto de vin.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!