Anamonè e la bilancia del Natale – Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Febbraio 2026Il sogno di Artemisia

Artemisia, Elio e Matteo in barca verso San Francesco del Deserto

Terminata la cena Artemisia si voltò e, a passo lento ma sicuro, si avvicinò con le stoviglie sporche al lavandino. Elio, che fino a un attimo prima si stava leccando una zampa sul tappeto, si immobilizzò con il muso sospeso a mezz’aria, come se qualcosa avesse cambiato densità nella stanza. Artemisia lo aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Elio seguì il proprio istinto: si avvicinò alla porta che divideva la zona notte dalla zona giorno e, trovandola chiusa, cominciò a grattarla con le zampette, prima piano, poi con maggiore insistenza. “Elio, ma cosa fai?” disse Artemisia senza voltarsi. “Avevi smesso di fare il cucciolo dispettoso. Dammi un minuto che finisco di asciugare le stoviglie e ti apro.” In risposta, Elio grattò ancora più forte, scegliendo scientemente il punto in cui il legno grezzo avrebbe restituito più rumore, come se sapesse che, in questa occasione, il suono contava più della porta. Artemisia posò di colpo un piatto nella secchiaia, chiuse i balconi e aprì la porta ad Elio che, senza esitare, corse nell’altra stanza. Lei fece un respiro profondo, gli chiese scusa e, volteggiando, tornò verso il piatto che, con precisione, venne riposto nello scolapiatti. A piccoli passi si recò vicino la porta d’ingresso, assicurandosi fosse chiusa, poi sussurrò: “Elio, spero tu non abbia fatto tutte quelle scene per assicurarti il mio cuscino, sto arrivando e, così fosse, lasciami il posto”. Solitamente il felino rispondeva miagolando, stavolta nulla, lei fece spallucce e varcò la soglia che conduceva alla camera. Sfiorò con le dita la mappa tattile della laguna, fatalità in un punto che le parve diverso, ma troppa era la stanchezza, così si disse: “Elio, non so se hai giocato con la mappa… domani controllo”. Ancora una volta, nessuna risposta, preoccupata lo cercò con le mani, si era infilato sotto le coperte, sul lato libero del letto matrimoniale su cui lei era solita dormire. Sollevò dunque le coperte, vi si infilò e, con una carezza davvero dolcissima, salutò il suo fedele amico che, per tutta risposta cominciò a fare le fusa. Quel suono ritmico e rilassante fece precipitare Artemisia in uno stato di pre-sonno in cui a occhi chiusi le parve di essere catapultata in un’altra dimensione. Le palpebre di Artemisia si serrarono del tutto e la stanza parve dissolversi. La mappa tattile della laguna si stendeva davanti a lei, sospesa, come fluttuante nell’aria del sogno. Artemisia si dimenava supina, tormentata da immagini in movimento, finché una quiete improvvisa la immobilizzò. Dal buio acquatico emerse una figura liquida e regale: i piedi si perdevano nell’oscurità, le gambe strette in un abito scuro che le conferiva una linea affusolata, quasi sirena, la vita serrata in un nodo elegante, il busto eretto, spalle dritte, collo pallido. Il viso, sereno e severo, emanava una luce diffusa, e in cima al capo si apriva una corona viva, un anemone verde smeraldo che irradiava rami eterei, trasformando la figura in un’esplosione sospesa di natura e sogno. Artemisia tentò di rivolgerle la parola, ma nessun suono le giunse. La presenza sollevò lentamente una bilancia: su un piatto cenere e fumo, sull’altro una luce calda e vibrante, sinuosa come le acque di un torrente alpino. La bilancia pendette verso la luce, e la figura, senza voltarsi, scrollò lievemente il capo in segno di compiacimento. Con un gesto fluido del braccio sinistro indicò un punto preciso e poi si dissolse. Il sonno di Artemisia proseguì, sereno e ininterrotto. La mattina al risveglio il primo pensiero andò proprio a quanto aveva vissuto durante la notte: “Per fortuna non ho dimenticato quanto sognato, che cosa incredibile” sussurrò carezzando Elio infilò le ciabatte e, a piccoli passi, raggiunse il punto sul muro che le era stato indicato nel sogno. Passò entrambi i palmi su tutta la mappa da un estremo all’altro e, per un istante, sentì un brivido leggero, come se un soffio caldo e invisibile seguisse le linee della laguna, un eco del gesto della bilancia che le era apparsa nel sogno. Elio si avvicinò, strusciandosi sulle sue caviglie e osservando curioso. D’un tratto Artemisia si bloccò. Era in corrispondenza del punto su cui il giorno prima aveva sentito una diversità, ma ora era più esteso. Passò e ripassò le mani, riconosceva il suo stile, ma vi erano riportati appunti e parole diverse, mai annotate da lei e, incredibilmente, era sbucata pure la sagoma di una bilancia come quella del sogno. Le parole dicevano questo: “Io sono la custode della Bilancia della Giustezza.
Essa giace ora in un equilibrio immobile, sospesa tra l’ombra che divora e l’aurora che resiste. Ogni atto che nasce nel mondo, ogni male che vi si insinua, verrà da me pesato senza indulgenza né clemenza. Non vi sarà favore, non vi sarà oblio. Quando il piatto della luce avrà saputo prevalere sul buio accumulato, oppure quando l’oscurità, giunta al colmo della sua notte più densa, avrà soffocato ogni scintilla rimasta, solo allora — e non prima — il mio giudizio si compirà. In quell’istante decreterò se i vincoli di chi è tratto in segregazione debbano essere sciolti o se la loro prigionia sia destino irrevocabile. Il mondo ha smarrito il diritto ai prodigi di Santa Claus. E secondo l’esito finale, la sua grazia potrà tornare a sfiorare gli uomini  oppure rimanere per sempre negata, avvolta nel silenzio del mio verdetto,
che non conosce tempo e non concede ritorno”. Artemisia comprese, restando senza parole, che non si trattava solo di un sogno: quel punto sulla mappa, quella bilancia, erano ora un messaggio ed una sfida recapitati chissà perché proprio a lei. Alla più vulnerabile tra i membri della brigata, privata della forza morale e psicologica di Rudolf e lontana anche da Luca, il frate saggio e rassicurante. Cominciò così, scorata e spaventata dall’incombenza che le era precipitata addosso, a tracciare gesti nell’aria, quasi emulando con la postura delle mani i piatti di una bilancia che salivano e scendevano, il tutto mentre camminava in sù ed in giù per la stanza parlando da sola, facendo peraltro preoccupare non poco il povero Elio. Ad un certo punto ad Artemisia parve si fossero scaricate le batterie, si fermò ad un palmo dalla mappa tattile ed esclamò: “Pro Sancte Iuppiter!” ovvero per Giove. Si diresse verso Elio che rotolava sopra le lenzuola ed esclamò: “Seguimi, dobbiamo raggiungere Luca e per farlo chiederemo un favore a Matteo delle Maree”. Lei si cambiò d’abiti e, una volta pronta, prese da un armadio una sorta di marsupio a tracolla che ricordava la sacca del canguro, Elio vi si infilò e, dopo una carezza sulla testolina, partirono insieme nella direzione del vicino Campo Santi Giovanni e Paolo, la speranza di Artemisia era quella di trovare quel vecchio amico e riscuotere col sorriso il pegno di un favore fornito qualche anno prima. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che una voce gentile come il tepore del sole di primavera esordì: “Artemisia, Elio! Che bello vedervi, come state? Sapete che siamo in fase di marea crescente?” ed Elio: “Mao!” come a dire che lo sapeva, a seguire rispose lei: “Certo Matteo, devo per caso ricordarti ancora una volta che il tuo sapere sulle maree e il soprannome lo devi ai miei insegnamenti?” e lui: “Assolutamente no, ma dimmi, cosa ti porta da questo vecchio scolpito dalla salsedine oggi?” Il tono di Artemisia e l’espressione si fecero più seri: “Matteo, uno strano sogno, una strana sensazione e l’estremo bisogno del conforto di un amico, non è che mi puoi accompagnare a San Francesco del Deserto?” Lui fece una faccia tra lo sbalordito e lo spaventato e rispose: “Sul serio? Proprio adesso? Ricordo bene che ti devo un favore, ma non possiamo aspettare le sei ore scarse che ci dividono dalla bassa marea? Se partiamo ora rischio che la barca si incastri sotto il Ponte Cavallo”. Artemisia determinata: “Lo so, ma conosco bene la tua barca e anche le maree, fammi controllare” si avvicinò così alla tipica scalinata acquea veneziana di Fondamenta Dandolo, si chinò sul gradino più alto e, con la mano destra, ponderò l’altezza dell’acqua rispetto ai gradini successivi, si rialzò e sentenziò: “Ci passeremo”. Matteo mise il broncio e sospirò, ma alla fine cedette alla richiesta. Aiutò così Artemisia ed Elio a salire a bordo e, avviato il motore, si avviò piano e timoroso verso l’arcata del primo ponte. Urlò: “Giù le teste!” Artemisia si abbassò sentendo le vibrazioni del motore, Elio fece altrettanto, ma senza motivo dato che alloggiava più giù rispetto al capo della sua padrona. La prua entrò perfettamente, al millimetro, sotto al ponte rilasciando qualche goccia di condensa che precipitò nell’acqua smeraldo, Artemisia intuendolo assunse l’espressione da te l’avevo detto che ci saremmo passati, ma non aveva considerato la carta degli imprevisti. Un’altra barca partì improvvisamente contaminando con odore di smog l’aria salmastra e causando delle onde che cominciarono a far beccheggiare la barca. Di più, sempre di più fintanto che la prua cominciò a salire fino ad impennarsi, fortunatamente appena fuori dall’arcata d’uscita del ponte. Matteo parve perdere i sensi, ma era solo scena. Superato il secondo ponte, quello dei Mendicanti, si trovarono finalmente in laguna aperta e Matteo a squarciagola: “O Marea conducici lontano!”. Artemisia sorrise e cominciò, seduta a prua, a rimettere in ordine le idee e tutte le cose da dire a Luca non appena lo avesse raggiunto. Non c’era stato nemmeno il tempo di fare un piccolo letargo d’anima che il destino era tornato a bussare alla sua porta, diversamente da come lo fece Rudolf, ma pur sempre sconvolgendo il suo presente e, inconsapevolmente, anche il futuro di tutti. Quello che nessuno poteva sapere in quel momento è che a casa di Artemisia stesse accadendo qualcosa, la sua azione positiva, il suo desiderio di incontrare un amico vero, seppur di poco, aveva fatto pendere la bilancia impressa sulla mappa tattile di pochissimo verso la luce. In fondo sono le piccole azioni a determinare la luce del Mondo.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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I Segreti di Venezia: Il Pozzo di Vimini di Calle Gregolina – San Marco

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.

“A Venezia, a volte, è un dettaglio a cambiare tutto.”

Quante volte ci siamo soffermati su un dettaglio? Magari pensando alla sua unicità, a quel qualcosa che lo rende unico e, proprio per questo, degno di essere conosciuto. Bene, il piccolo segreto di oggi risponde a queste caratteristiche. Andiamo a scoprirlo insieme.

Come arrivare e cosa vedere nelle vicinanze

Prendiamoci un punto di riferimento, il Negozio Olivetti a Piazza San Marco. Da lì andando sotto i portici in direzione della Basilica di San Marco incontreremo sulla sinistra la Calle dei Fabbri, percorriamola tutta, in un dedalo meraviglioso che, curva dopo curva, in circa 200 metri ci farà scorgere sulla destra Calle Gregolina. Percorriamola tutta e, tratteniamo il respiro. Eccoci.

Una delle vetrine del Negozio Olivetti a San Marco

Cosa rende unico questo pozzo?

Solitamente i pozzi veneziani seguono canoni estetici molto riconoscibili, quasi dei cliché. Ma questo — e smentitemi nei commenti se necessario — non ha eguali in tutta la città. La sua trama scolpita, intrecciata come vimini, richiama i cesti artigianali e lo rende uno degli esemplari più particolari che possiate incontrare. Avevo già raccontato come funzionassero i pozzi in un articolo precedente, ma questo richiedeva per forza un approfondimento dedicato.

L’importanza dei pozzi in un’isola avvolta dalle acque… salate!

Prima ancora che diventasse una città, Venezia era un’isola utopia costruita sopra acque salmastre. Per questo i pozzi, con il loro ingegnoso sistema di raccolta e filtraggio, rappresentavano una risorsa vitale per la popolazione. Non solo: erano anche luoghi di ritrovo, aperti due volte al giorno dal capo contrada o dal parroco, momenti in cui la comunità si ritrovava attorno all’acqua che garantiva la vita stessa della città.

Perchè nonostante la sua unicità è così poco conosciuto?

La risposta è piuttosto semplice: deriva dall’eccessiva familiarità che abbiamo con questo elemento urbano. Un tempo a Venezia esistevano oltre 6.000 pozzi, e quelli sopravvissuti oggi si mostrano con fierezza nei campi, nelle piazze o nelle corti. Questo invece, pur essendo tra i più particolari, si “nasconde” in una calle chiusa. E lo ammetto: nonostante abbia percorso Venezia in lungo e in largo per raccontarvela, qui non ero mai passato, nemmeno per caso. Eppure il Campanile di San Marco è a meno di 300 metri.

il pozzo di vimini di Calle Gregolina

Per concludere

Cosa ci lascia questo pozzo? Quale insegnamento possiamo trarne? Forse che nella vita — durante un viaggio, un’esplorazione o persino mentre siamo distratti da altro — la meraviglia è sempre pronta a farsi avanti. Tra Realtà e Sogno è proprio questo: restare aperti, in modo sensibile e autentico, a ciò che ci accade o si rivela attorno a noi. John Lennon lo sintetizzava bene: “La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti” (“Life is what happens to you / While you’re busy making other plans”).

Mi piace pensare che chi scelse questo pozzo per quella calle avesse immaginato l’effetto che avrebbe sortito su chi lo avesse incontrato per la prima volta.

caccia al tesoro fotografica trarealtaesogno

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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Ascolta il battito di ogni luogo: Roma – il respiro dell’eterno

Introduzione

Ci sono passi che si insinuano tra vicoli e piazze, passi che ascoltano il silenzio dei monumenti e il brusio dei mercati. Arrivati a Roma, ogni passo sembra fondersi con quelli di chi ha camminato qui prima, tracciando una mappa invisibile di storie millenarie. Tra colonne antiche, fontane che raccontano segreti e ombre che si allungano sulle strade, la città respira e invita chi la attraversa a fermarsi, osservare e lasciarsi guidare dal battito del suo cuore eterno: un ritmo nascosto che tutti percepiscono, anche senza vederlo.

street art di un gallo che dice daje!

Il mio passo inizia da Termini

Il mio itinerario inizia da Termini, con il treno che mi lascia nel cuore rumoroso della città. Da qui, per un giro cittadino in giornata, la scelta più ovvia è prendere la metro fino a Piazza di Spagna, punto in cui idealmente ha inizio il mio giro ad anello: un percorso che mi porterà a toccare il cuore e le ombre di Roma, seguendo solo il ritmo del mio passo e lo sguardo.

PALINA SATSEVICH
PALINA SATSEVICH

Tranne che per un istante, in cui il suono di un violino, suonato da un artista di strada, ha fermato il mio cammino per una breve sosta. Si trattava di Palina Satsevich e se vi ho incuriosito, cliccate qui.

Piazza di Spagna

Il rumore della città si attenua appena giunto a Piazza di Spagna. Le scale scivolano verso di me come un invito a fermarsi un attimo e osservare: dal basso il carro con il suo cavallo è pronto a partire, dall’alto sembra aprirsi un altro piccolo mondo sospeso nel tempo, dove turisti e romani condividono lo stesso spazio, senza fretta.

Davanti a me ci sono i venditori di rose, che in una chiacchiera mattutina paiono dividersi i compiti della giornata. Poi mi riaffaccio per guardare la scalinata dall’alto un’ultima volta… per fortuna che l’ho fatto, perché vedo lei: un set fotografico, bellissimo.

la modella in rosa ed i turisti intorno
La sposa in rosa – modella sulla scalinata di Trinità dei Monti

Ara Pacis

Proseguo a piedi fino all’Ara Pacis, dove la storia si fa tangibile e il mito si mescola al marmo, un luogo in cui le architetture romane dialogano con quelle moderne. Rimembrando il racconto di un caro amico, vado cercando Fausto Delle Chiaie, artista concettuale romano noto per le sue opere caratterizzate da ironia, materiali poveri e un linguaggio visivo provocatorio. La sua arte trasforma gli spazi pubblici in musei viventi, accessibili a tutti. Sapevo che era frequente e facile trovarlo di pomeriggio, ma il mio programma prevedeva il passaggio qui la mattina: invano nel mio caso, ma sicuramente non senza valide ragioni.

ara pacis
Ara Pacis

Fontana di Trevi

Mi avvicino alla Fontana di Trevi, dove l’acqua scorre incessante e le monete lanciate dai turisti scintillano sotto il sole. Ogni lancio racconta di un desiderio, un sogno o una promessa di ritorno a Roma. Queste piccole offerte però non scompaiono nel nulla, bensì realizzano “altri desideri” e una volta raccolte con cura, diventano gesti concreti di solidarietà, aiutando chi ha bisogno. In quel fragile equilibrio tra leggenda e realtà, sento la città respirare attraverso l’acqua, i sorrisi dei passanti e il tintinnio silenzioso delle monete che cadono.

Fontana di Trevi

Galleria Sciarra

Questo itinerario romano, ne sono consapevole, non racconta i segreti come nella mia rubrica veneziana, ma alcune perle saprà comunque farvi scoprire. Avete mai attraversato la Galleria Sciarra? Io l’ho fatto e sono rimasto ammaliato dai suoi affreschi nascosti: dettagli che sfuggono alle rotte turistiche, ma che raccontano la città con delicatezza e poesia.

Galleria Sciarra

Pantheon

Davvero devo raccontarvi cosa sia il Pantheon? Non credo, né penso di essere la “persona giusta” per farlo. Voglio invece stimolarvi a scoprirlo e viverlo con i vostri occhi. Come? Attraverso i miei scatti, dall’interno e dai suoi dintorni.

L'occhio del Pantheon
L’occhio del Pantheon

Al Pantheon la luce filtra dall’oculo, dipingendo un silenzio sacro. Qui ogni passo diventa un dialogo con chi ha camminato prima di noi: architettura eterna e memorie profonde. Pochi passi all’esterno e la dimensione suggestiva si riaffaccia al quotidiano, tra panifici e tabaccherie, mostrando come storia e vita moderna si fondono armoniosamente.

Piazza Navona

Piazza Navona si apre come un teatro quotidiano, animata da artisti, voci, risate e passi veloci. L’arte del quotidiano si mescola alla storia, e ogni fontana racconta storie diverse, mai uguali.

Piazza Navona
Piazza Navona

In epoca romana, quello che oggi chiamiamo Piazza Navona era il Circo di Domiziano, luogo di corse e spettacoli per il popolo. Passeggiando oggi tra le sue fontane e i vicoli circostanti, sembra di percepirne gli antichi fasti, che si fondono con il rumore della città contemporanea.

Campo de’ Fiori e il Cat Sanctuary

Il Torre Argentina Cat Sanctuary sorge tra le rovine antiche di Largo di Torre Argentina, accogliendo oggi circa 150 gatti. Già nei primi decenni del 1900, le colonne e i resti dei templi offrivano rifugio ai gatti randagi, che venivano nutriti dagli abitanti del quartiere. Negli anni ’50, l’attore Antonio Crast iniziò a prendersi cura dei gatti nel magazzino degli archeologi; in seguito la gestione passò a Anna Magnani, poi a Franca Stoppi, fino a raggiungere le fondatrici del rifugio moderno, tra cui Lia Dequel. Oggi, volontari dedicano ogni giorno cure, cibo e attenzioni a queste piccole vite feline segrete, che continuano a muoversi silenziose tra le colonne, custodi di storie antiche e nuove.

Il mercato di Campo de’ Fiori restituisce il respiro pulsante della città: odori di spezie e pane appena sfornato, voci che si intrecciano in un coro incessante, colori vivi che catturano lo sguardo. In questo intreccio di vita quotidiana e storia, Roma si svela oltre i monumenti, mostrando un’anima che vibra tra ritmi lenti e dettagli fugaci, invitando chi passeggia a lasciarsi guidare dal connubio di passato e presente. D’altronde, per scoprire i segreti di una città, spesso basta attraversarne i mercati.

Castel Sant’Angelo

Castel Sant’Angelo domina il Tevere, ponte tra passato e presente. Dalle sue mura e dai ponti circostanti, la città si rivela in scorci inattesi, mentre il fiume riflette storie di prigionieri, difese antiche e cammini di chi, nei secoli, ha attraversato Roma seguendo il battito dei suoi ponti e delle sue pietre.

Castel Sant’Angelo

Piazza San Pietro e Belvedere Gianicolo

Raggiungo Piazza San Pietro, cuore di fede e maestosità, e poi, in autobus, il Belvedere del Gianicolo: Roma si apre sotto di me come un mosaico di storia, luce e vita quotidiana, sospesa tra cielo e terra, dove ogni vicolo e piazza raccontano storie diverse, e il tempo sembra allungarsi per farsi osservare con lentezza.

Proprio a Piazza San Pietro, una donna con l’ombrello giallo mi riporta alla mente la “ricerca dell’amore” di Ted Mosby in How I Met Your Mother… ma questa è un’altra storia.

Ponte Sisto, isola tiberina e Bocca della Verità

Scendo a piedi fino a Ponte Sisto da cui posso ammirare l’Isola Tiberina che costeggio dal Lungotevere e, tra vicoli decisamentte meno frequentati, arrivo alla Bocca della Verità, simbolo di curiosità e mistero dove tutti provano ad infilare la mano in segno di sfida. Roma non si rivela soltanto nei grandi spazi monumentali, ma anche negli angoli dove storia, scaramanzia e leggenda si intrecciano, invitando chi passeggia a scoprire giochi secolari.

Colosseo

Chiudo il cerchio al Colosseo, l’Anfiteatro Flavio, dove le ombre dei gladiatori e dei secoli passati sembrano accompagnare i miei passi. La vista si apre sull’Arco di Costantino, custode di vittorie antiche e memorie di imperatori. Monumentalità e storia si fondono, ricordando che ogni città custodisce un battito antico, pulsante sotto la superficie dei suoi monumenti.

Er Colosseo

Porta Magica e ritorno a Termini

Un ultimo sguardo alla città lo riserviamo alla Porta Magica, simbolo esoterico e custode di enigmi nascosti tra vie e vicoli, aggiunge un ultimo tocco di mistero al mio percorso. Le incisioni e i simboli raccontano storie segrete, sfidando chi cammina a osservare con occhi curiosi ed elaborare le poprie teorie.

La porta magica

Di qui poi torno a Termini, chiudendo l’anello della mia giornata romana. Ma il battito della città non mi lascia: resta con me, tra i passi, gli sguardi, i rumori e le memorie silenziose che continuano a vibrare sotto la pelle di Roma, ed ora, anche sotto la mia.

L’Eco da Venezia – I Signori della Notte

Se Roma ebbe i suoi gladiatori, i centurioni e i custodi d’arena, Venezia, nel silenzio delle calli, affidava la giustizia ai suoi Signori della Notte: vigilanti segreti che percorrevano ombre e canali 👉 Scopri i Signori della Notte

Turista responsabile

Roma custodisce secoli di storie e spazi fragili. Cammina con attenzione tra piazze e vicoli, rispetta le rovine, scegli i mezzi pubblici quando possibile e lascia che ogni angolo respiri. Anche un solo giorno può trasformarsi in un viaggio consapevole.

Il mio kit per esplorare Roma:

Per muovermi in tutta tranquillità, ho acquistato subito 3 biglietti ATAC, la società del trasporto pubblico locale, al costo di 1,50 € ciascuno. Con un unico titolo di viaggio è possibile utilizzare metro, autobus e tram, spostandosi facilmente tra le principali attrazioni senza stress.

Alla fine ne ho usati solo due: da Termini a Piazza di Spagna e poi da Piazza San Pietro al Belvedere del Gianicolo. Piccoli tragitti, certo, ma sufficienti a dimostrare quanto sia comodo e conveniente affidarsi al trasporto pubblico.
Un gesto semplice ed economico che mi ha permesso di godere della Città Eterna senza pensieri.

Una mappa personalizzata per esplorare Roma

Per organizzare al meglio l’itinerario, ho stampato una mappa in formato A4, evidenziando le tappe essenziali e annotando appunti e curiosità a margine.
Questa mappa “scarabocchiata” è diventata il mio compagno di viaggio: un metodo semplice e visivo per orientarmi tra le meraviglie romane.

Non ci credete? Ecco le prove! Guardate voi stessi la mappa che mi ha accompagnato in questo viaggio indimenticabile.

La mappa cartacea di Roma su cui ho elaborato il mio itinerario cittadino con impressi gli appunti essenziali
Se vuoi scarica la mappa cartacea su cui ho elaborato il mio itinerario cittadino con impressi gli appunti essenziali

In conclusione

Ogni passo in questa giornata romana è stato un piccolo battito dentro il grande cuore della città. Tra monumenti immortali, mercati vivaci, vicoli silenziosi e gatti curiosi, ho imparato che Roma non si mostra mai tutta insieme: si lascia scoprire lentamente, a chi sa fermarsi ad ascoltare. E questo è solo l’inizio del nostro viaggio: “Ascolta il battito di ogni luogo” non è solo uno slogan, ma un invito a percepire la vita segreta delle città, a catturare storie nascoste e a sentire, con occhi e cuore, ciò che nessuna guida turistica può raccontare.

I Segreti di Venezia: Palazzo Mocenigo, il profumo della storia - Santa Croce

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. La settimana scorsa abbiamo esplorato il silenzio di Torcello, le sue suggestioni attorno al Trono di Attila e la sua posizione sospesa e isolata nella laguna. Oggi torniamo nel cuore di Venezia, a passo lento, per scoprire uno scrigno profumato nascosto tra calli e palazzi. Un museo che, probabilmente, solo Venezia – e poche altre città al mondo – sarebbe stata degna di ospitare. Siete pronti a scoprire un luogo che custodisce il Centro Studi del Tessuto, del Costume e del Profumo?

Come raggiungere Palazzo Mocenigo

Dalla Stazione di Venezia Santa Lucia si esce verso la Calle Favretti e si prosegue lungo la Fondamenta dei Scalzi, fino ad attraversare il Ponte degli Scalzi. Superato il ponte, si entra in Calle Longa e poi in Calle Bergami, che conduce alla Salizada de la Chiesa. Qui la strada piega a sinistra e diventa la Lista Vechia dei Bari, che porta fino al Campiello Rielo. Girando a sinistra si imbocca il Rio Terà di Santa Croce, quindi a destra per Calle Bembo, fino ad arrivare a Campo San Zandegolà. Si svolta poi a destra in Calle dello Spezier, che attraversa il Ponte del Megio, e da lì in Calle del Megio. Una breve deviazione sulla destra porta in Salizada San Stae, dove, al civico 1992, si trova il Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo.

Gli interni di Palazzo Mocenigo: un viaggio tra vesti, stoffe e profumi

Appena varcata la soglia del museo, vi sentirete trasportati in un’altra epoca. Lo stile veneziano più classico si intreccia allo sfarzo nobiliare degli arredi, mentre dipinti e tessuti raccontano la ricchezza e il gusto di chi li possedeva. I manichini, vestiti con costumi d’epoca, sembrano sospesi tra realtà e leggenda, pronti a confidare storie e gesti quotidiani dimenticati. Le opere d’arte austere vi scrutano dall’alto, come se il loro status imponesse silenzio e meraviglia. Camminando tra le sale, ogni passo diventa un invito a osservare, immaginare e sentire il respiro della storia, pronto a svelarsi attraverso le immagini che che potete vedere proprio qui sotto.

Il profumo e i suoi flaconi come declinazione di epoche diverse

Affascinante: è la parola che più si avvicina alla “tribuna dei profumi”. Un’esposizione cronologica che abbraccia l’intero salone in latitudine e longitudine. Flaconi provenienti dall’oggi e dall’ieri, quasi a suggerirci il futuro, ci attendono in silenzio, protetti dalle loro calotte vitree. Qui potrete osservare e annusare profumi nati prima di molte civiltà: dall’Egitto alla Grecia, da Roma ai tempi moderni. Flaconi artigianali in vetro si alternano a quelli celebri e industriali, mentre la curiosità si lascia trascinare da tutti i sensi, esaltandosi davanti a uno spettacolo inaspettato e unico, come pochi altri al mondo.

Cosa vedere vicino a Palazzo Mocenigo

Passeggiando nei dintorni di Palazzo Mocenigo, ogni calle può diventare una sorpresa. A pochi minuti di cammino infatti ci si può imbattere nel Ponte delle Tette e nel Rio Terà delle Carampane, nomi che già da soli raccontano di storie popolari e antichi costumi veneziani. Poco più in là, il Mercato di Rialto vibra ancora di profumi e colori, come se nulla fosse cambiato nei secoli. È proprio in questa zona che, tra una cassetta di frutta e un banco di pesce, si possono incontrare i peluche salvati dagli operatori ecologici (vedi foto sotto), recuperati e messi in mostra quasi come piccoli guardiani silenziosi del quartiere.
Il Museo di Storia Naturale, affacciato sul Canal Grande, custodisce collezioni rare e suggestive, mentre sul lato opposto, verso Riva de Biasio, si apre un tratto più silenzioso e autentico della città. Non mancano luoghi meno noti ma dal fascino intatto: la chiesa di San Zandegolà, il raccolto Campo San Boldo, il curioso Palazzo Dimezzato e persino il Ponte Fantasma di San Polo, che pare custodire misteri mai svelati.

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Per concludere

A Palazzo Mocenigo, ogni sala e ogni flacone raccontano secoli di storia, gusto e curiosità.
Il viaggio tra stoffe, costumi e profumi diventa un’esperienza sensoriale unica, dove il passato prende vita davanti ai nostri occhi e al nostro naso. Osservare, annusare, immaginare: ogni gesto svela un dettaglio di epoche lontane e di artigianalità raffinata. La “tribuna dei profumi” rimane il cuore pulsante di questa scoperta, affascinante e senza tempo. Qui, tra sentori e visioni, il museo si trasforma in un’esperienza che resta impressa nella memoria.

Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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