Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi vi voglio raccontare una storia che pone le sue radici nel Sestiere di Castello, presso i Giardini Napoleonici.
Chi era Bepi e dove ci troviamo?
Bepi, al secolo Giuseppe Zolli (un approfondimento per i cuoriosi lo trovate QUI), era un soldato veneziano nato nel 1838, fedele a Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla celebre Spedizione dei Mille e si distinse per la sua dedizione al generale. La vicenda trova ambientazione a pochi passi dall’unica “Via” di Venezia, Via Garibaldi, e a 300m dal Caffè della Serra, nel contesto dei Giardini Napoleonici.
Venezia e le sue leggende affascinanti:
Venezia è universalmente riconosciuta come una culla di cultura, storia, tradizioni e un folklore ricchissimo. Ogni angolo della città custodisce storie affascinanti, come quella delle Statue in Campo dei Mori, tra cui spicca “El Sior Rioba”, oppure della leggendaria Pietra Rossa, che si dice segnare il punto dove la Peste del 1630 venne sconfitta e inghiottita dalla terra. Non meno intrigante è la storia della Sveglia stregata, o la struggente leggenda di Orio, il pescatore, e della Sirena Melusina, un amore impossibile sospeso tra mare e terra. E ancora, il misterioso Mascherone di pietra che veglia sulla torre campanaria della Chiesa di Santa Maria Formosa, simbolo di protezione e di enigmi irrisolti. Infine, non ultimo, oggi scopriremo la storia di Bepi, Giuseppe Zolli, il Fantasma.
Quale storia leggendaria riguarda Bepi il Garibaldino?
Bepi morì nel 1921. In vita, si era promesso di difendere ad ogni costo il suo Generale, Giuseppe Garibaldi. Tale promessa divenne praticamente un’ossessione, al punto che, anche dopo la morte, Bepi continuò incessantemente il suo compito, difendendo, come fantasma dispettoso, vestito con una camicia rossa, la statua di Garibaldi presso i Giardini della Biennale, importunando o facendo addirittura inciampare chiunque si avvicinasse al monumento. Riconosciuto dagli abitanti come “Bepi el garibaldin”, il quartiere decise di onorarne la devozione erigendo una statua in suo nome alle spalle del generale, proprio sul medesimo monumento. Da quel momento, il fantasma di Bepi trovò pace, e la sua storia rimane un simbolo di fedeltà eterna.
In conclusione:
Ogni angolo di Venezia nasconde storie affascinanti, e quella di Bepi, il fedele fantasma garibaldino, è un frammento unico di questo patrimonio senza tempo. Camminando tra i Giardini della Biennale e la Via Garibaldi, si percepisce l’eco di un passato che ancora vive, un intreccio di leggende, tradizioni e passioni che rendono Venezia un luogo da sentire, vivere e respirare.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
Vi aspetto con nuovi segreti e avventure ogni venerdì!
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. Oggi riflettiamo su come passato e futuro siano le due facce di una stessa medaglia: ciò che vediamo dipende dal lato cui apparteniamo, mentre il resto ci rimane nascosto.
Un Papero di Lego a Venezia?
Ci troviamo a Cannaregio, sul versante che ci permette di proseguire a piedi verso Rialto e San Marco o nella direzione della Chiesa di San Giovanni e Paolo. Qui, tra le calli, sopravvive la testimonianza di un passato relativamente recente: un tempo questo angolo ospitava Molin, un celebre negozio di giocattoli attivo dal 1865 al 2007.
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A perpetua memoria di quella storia, il “Soldato Quo” veglia ancora dalla sua finestra, resistendo al passare del tempo e delle mode, osservando i passanti da decenni con la sua immutabile presenza.
Un Drago a Venezia?
Attraversato il Ponte di Rialto in direzione del Sestiere di San Marco e proseguendo verso la Chiesa di San Salvador, ci imbattiamo in un drago celebre tra i veneziani e non. È il “Drago di Marforio”, un’opera di eccezionale valore artistico, realizzata in bronzo attraverso la raffinata e antica tecnica della fusione a cera persa. Osservando la lampada che sorregge, si nota un dettaglio speciale: raffigura tre ombrelli aperti, omaggio alla storica bottega “Fabbrica ombrelli Bartolameo Marforio”. Questa attività, fondata nel 1875 e tramandata per cinque generazioni, era famosa non solo per gli ombrelli di altissima qualità, ma anche per borse, valigie e altri accessori eleganti. Le sue vetrine erano una tappa obbligata per chiunque passasse, un richiamo irresistibile che oggi vive nel ricordo di molti.
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Le Antiche Poste di Venezia:
Il “Fontego dei Tedeschi“ è uno dei palazzi più affascinanti e panoramici che si affacciano sul Canal Grande di tutta Venezia. Oggi (2024) è tristemente noto per essere al centro delle cronache a causa del fallimento dichiarato dalla società che gestisce l’attività commerciale al suo interno, la quale chiuderà nel 2025. Questo palazzo, tra i più iconici della città, ha ospitato per decenni la sede principale delle Poste Italiane a Venezia. Sulle sue facciate più intime, che si affacciano sulle calli circostanti, sono ancora visibili le insegne originali e le feritoie usate un tempo per l’“impostazione corrispondenze”, nonché scorci mozzafiato che si aprono verso il Ponte di Rialto, rivelando un angolo di Venezia di rara bellezza. Tra l’altro, non dimentichiamolo, al suo interno serba anche uno dei 5 orologi da 24 ore di tutta la città.
Il Caffè Florian… “Gemelli”:
Tutti conoscono il celebre “Caffè Florian” di Piazza San Marco, ma quanti di voi sanno che, per un periodo, il caffè ha avuto una seconda sede a pochi passi da Rialto? In pochi, vero? Ebbene, il “Caffè Florian Gemelli” è stato inaugurato nel 1957 in Marzaria San Salvador con l’intento di portare il prestigio del caffè in un’altra zona storica di Venezia. Tuttavia, la sede ha chiuso pochi anni dopo.
Marzaria San Salvador, ove sorgeva il Caffè Florian Gemelli
Infine, dopo aver esplorato luoghi perduti, due da scoprire e riscoprire:
Venezia è un crogiolo di arte, tradizioni e dolcezza. Due esempi emblematici di storia e gusto sono le storiche botteghe della città. “Emilio Ceccato”, situato sotto il Ponte di Rialto nel Sestiere di San Polo, nasce nel 1866 come laboratorio di gioielleria e, dopo l’evoluzione nel 1897 grazie al figlio Emilio, diventa una merceria rinomata. Oggi, continua a offrire prodotti artigianali di alta qualità, celebrando la tradizione veneziana, con particolare attenzione all’abbigliamento dei Gondolieri. Poco più avanti, in Ruga dei Spezieri (vicina a Chiesa di San Giovanni Elemosinario), troviamo la Drogheria Mascari, un angolo di tentazione gastronomica che propone una selezione raffinata di spezie, tè, caffè, dolci, frutta secca e vini italiani, mantenendo intatta un’atmosfera tradizionale che la rende una tappa imperdibile per i buongustai.
In conclusione:
Ogni angolo di Venezia custodisce un frammento di storia, e ogni passo ci avvicina a un passato che ancora vive nelle sue calli e nei suoi palazzi. Tra ombre, fragori e onde, si celano storie di artigianato, tradizione e passione, che rendono questa città senza tempo. Camminando, si vive un’esperienza sensoriale unica, dove ogni dettaglio svela la bellezza di un luogo che non smette mai di incantare. Venezia non è solo da vedere, ma da sentire, da vivere, da respirare. Ogni passo ci riporta al passato, mentre ci facciamo proiezione del futuro.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
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Komorebi non è parola. È il respiro che il sole ruba alle foglie quando sceglie di attraversarle. Luce che si fa lama gentile, ferisce l’ombra e – per un istante solo – rivela: noi, nudi sotto la corteccia del giorno.
Nasce da lì la mia voce: da un riflesso sul canale, da un verso che il vento di laguna mi ha strappato dal petto mentre nascondevo me stesso tra calli silenziose.
Ogni Komorebi è filtrare. Pensieri che premono contro l’esistenza, trovano crepa, e illuminano – un attimo, non di più.
Komorebi, ovvero un’Esperienza Unica
Questa foresta non si chiude tra copertine. Duecento raggi già impressi in due volumi; cinquecento l’orizzonte che inseguo per racchiuderli in un unico cielo di carta. Ogni verso ha attraversato me prima di sfiorarti.
Lascia che la luce ti trovi. Qui sotto, un’anteprima gratuita – un assaggio di foresta: [Tuffati nella sinfonia di Komorebi → Anteprima PDF]
E se un raggio ti ha sfiorato, portalo via con te. O lascialo andare: su un muro screpolato, una panchina bagnata di rugiada lagunare, perché un altro sguardo lo raccolga.
Komorebi non finisce sulla pagina. Continua quando qualcuno la tocca, la guarda, la lascia volare via. Sono anche le #poesieappese: versi che si arrendono al mondo, in attesa di occhi sconosciuti.
Desideri dieci di questi frammenti? Stampati, pronti a essere appesi o abbandonati. Spediti gratuitamente verso il tuo indirizzo – un piccolo bosco che viaggia verso di te. Affidami questo sogno via Instagram o via email ti dirò come ottenere 10 poesie completamente gratis.
Se la foresta ti chiama ancora, scendi più a fondo: [nel cuore di Komorebi] o nel corso di poesia gratuito nato da questi stessi raggi. Che la luce continui a filtrare, anche attraverso le tue dita. Edoardo
Komorebi (木漏れ日): la luce delicata che si insinua tra le fronde, un istante breve ma intenso, che cattura l’anima fugace come raggi danzanti tra le foglie di un bosco.
Komorebi (木漏れ日): è la luce delicata che si insinua tra le fronde degli alberi, un istante breve ma carico di intensità, che cattura uno stato d’animo e una sensazione fugace, simili ai raggi di sole che danzano tra le foglie di un bosco
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti storie e le unicità della splendida città lagunare. È noto a tutti che Venezia sappia riservare degli scorci, più o meno segreti, unici ed emozionanti. Quello che scopriremo oggi ci regala una vista davvero speciale nella direzione del Campanile più famoso della città.
Come si arriva al Ponte del Lovo?
Per arrivare al Ponte del Lovo dal Ponte di Rialto è semplice! Attraversa il ponte in direzione del sestiere di San Marco, poi prosegui dritto lungo Calle Larga Mazzini. Dopo un po’, gira a destra in Calle del Lovo e vai avanti fino al ponte. È davvero vicino, ci vogliono solo pochi minuti a piedi. E lungo il percorso, tieni gli occhi aperti: ci sono scorci bellissimi, tipicamente veneziani!
la vista sul Campanile di San Marco dal Ponte del Lovo
Cosa rende unico il panorama?
Dal ponte potremo ammiraredue tipi di scorcio. Verso sud-est, il Campanile di San Marco si erge maestoso tra i palazzi circostanti, vegliando sulla città. Verso nord-ovest, invece, potremo scorgere un piccolo ponte in lontananza, affacciato sul Canal Grande, sotto il quale spesso transitano le affascinanti gondole.
Cosa troviamo nelle vicinanze?
Poco distante si trova il Monumento a Carlo Goldoni, situato in Campo San Bortolomio. Questo monumento in bronzo, realizzato nel 1883, celebra il famoso commediografo veneziano, una figura di grande importanza per la cultura della città.
Proseguendo, non puoi perderti il celebre Ponte di Rialto, uno dei ponti più antichi e famosi di Venezia, che attraversa il Canal Grande. La sua architettura e le viste mozzafiato lo rendono uno dei luoghi più fotografati.
A breve distanza c’è anche il Ponte dei Sospiri, un simbolo romantico e misterioso. Questo ponte in pietra bianca collega il Palazzo Ducale alle Prigioni Nuove ed è avvolto da leggende affascinanti.
Infine, non puoi lasciare Venezia senza visitare Piazza San Marco, il cuore pulsante della città. Qui troverai monumenti iconici come la Basilica di San Marco, il Campanile e il Palazzo Ducale, veri capolavori di arte e storia.
Tutte queste meraviglie sono raggiungibili con una piacevole passeggiata, perfetta per immergerti nella magia di Venezia.
In conclusione:
Ogni passo ci porta alla scoperta di storie antiche, mentre i ponti e le piazze, come il Ponte del Lovo e Piazza San Marco, ci rivelano scorci unici che catturano l’essenza di questa città lagunare. Passeggiando tra i suoi vicoli, si percepisce un’atmosfera senza tempo, dove il passato e il presente si intrecciano in ogni pietra. Un viaggio a Venezia è un’esperienza che va oltre la vista, è un’esplorazione dei suoi suoni, dei suoi odori e della sua anima.
In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.
Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!
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La cioccolata calda e fumante scendeva lenta, ristoratrice, come un abbraccio che riscaldava non solo il corpo, ma anche l’animo ferito di Santa. Il peso dello sconforto cominciava ad allentarsi, anche se i suoi piani erano andati apparentemente in frantumi. Tuttavia, lui, che da anni, decenni, secoli percorreva il mondo in una sola notte per realizzare i sogni di milioni di persone, sapeva bene come affrontare le sfide più ardite e non sarebbe stato certo un incidente a farlo desistere. Finita la cioccolata, si alzò, pagò e, guardando nella direzione del fiero Bartolomeo, il cavaliere della statua equestre di Campo Santi Giovanni e Paolo, proseguì verso le panchine nei pressi dell’albero. Bambini, giovani e anziani erano ancora tutti lì. D’un tratto, la sua attenzione fu catturata dall’udire alle sue spalle qualcuno urlare le seguenti parole: “Signor Scarlatto! Signor Scarlatto!”. In cuor suo, sapeva che queste parole potevano significare solo una cosa, così si girò verso quella voce e scorse un uomo sbracciarsi dalla prua di un bragozzo a vela. Si avvicinò, incredulo, all’imbarcazione e lo vide. Il marinaio gli chiese: “Signor Scarlatto?” e Santa rispose: “Fiamma polare.” Il marinaio replicò: “Bene, almeno ora ho la prova che tutte queste strampalate richieste non fossero un pessimo scherzo. Tenga questa busta e si lasci affidare questa creatura.” Da dietro una vela, un naso rosso fece capolino, poi delle corna ed infine lui, in tutta la sua fiera bellezza. “Rudolf!” esclamò Santa. “Corpo di mille renne! Ma cosa ci fai qui?” Rudolf fece un bramito intenso e dolce, poi, avanzando verso Santa e strofinando il suo muso sul suo pancione, gli mostrò cosa teneva sulla schiena e, a Santa, momenti capitò di svenire. “Rudolf! Hai preso tu la sacca di iuta! Ma quanto sei meraviglioso?” E nel dirlo, gli avvicinò una carota presa chissà dove nelle sue tasche. Il marinaio capì ben poco: sin da quel misterioso bonifico arrivato dal Polo Nord e dal successivo telegramma, aveva sospettato di trovarsi di fronte a un’astuta truffa. Tuttavia, a quanto pare, quei pensieri surreali lo avevano condotto a un’operazione reale. Rodolfo, così si chiamava il marinaio, tirò fuori una “tola” di legno dalla barca ed agevolò la discesa della renna dal bragozzo. Santa guardò Rudolf negli occhi: sembrava una coppia separata da una guerra e ricongiunta dal caso. Amore puro. Santa tornò in sé, carezzò Rudolf e poi, recuperata la sacca, fece un veloce inventario del suo contenuto: scorse rapidamente il sacco, una collezione unica di oggetti carichi di storie e significati: acqua del Piave e quella agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, un frammento del Ponte del Diavolo, un rametto di vitigno, uno stelo di carciofo e bastoncini di liquirizia amarissimi. C’erano anche piume di gufo, una candela consumata, una pigna di cipresso, ceneri di legno di tasso e un guscio di murice spinoso dipinto. Trovò un pezzo di legno levigato dal mare, un fiore viola selvatico, un rametto spinoso di roseto, un’ampolla con intonaco cuore di Melusina, un rametto di vischio e una rete con galleggiante di sughero. A chiudere, simboli preziosi: l’acqua benedetta di San Giovanni Elemosinario, un francobollo di Betlemme, la chiave di un lucchetto d’amore e, su tutto, si stupì, vi era una ciocca di pelo di Rudolf, il compagno di sempre. Ogni oggetto racchiudeva un frammento di magia e di fatica, tratto dalle varie tappe della missione. Era il momento di agire. Santa e Rudolf si acquattarono in Calle Torelli, dietro l’abside della basilica, un luogo che sembrava diviso tra sacro e profano, protetto da un silenzio quasi surreale. Qui Santa estrasse una ciotola di legno intarsiata, un oggetto antico e intriso di magia. La ciotola pareva pulsare con una luce soffusa, come se avesse un’anima. Uno alla volta, Santa vi depose gli ingredienti; ogni elemento portava con sé vibrazioni uniche, un’energia primordiale. La ciotola, misteriosamente, accoglieva tutto senza mai riempirsi. Rudolf osservava in silenzio, il respiro trattenuto, quasi in reverenza. Il pestello, anch’esso di legno, ma decorato con vari intarsi, iniziò a muoversi nelle mani di Santa, che intonava una litania sottovoce. Non la recitava da tempo, ma la ricordava perfettamente a memoria. Ogni colpo del pestello sembrava scandire un ritmo superiore, riecheggiando come un battito universale. Gli ingredienti, dapprima riottosi, si allinearono all’armonia, fondendosi in una sostanza luminosa e al contempo oscura, come la notte stellata appena prima dell’alba. Era nato il “Fango della Luce“, l’essenza viva della tradizione, destinata a essere il carburante della Lanterna. Santa intinse lentamente lo stoppino della lanterna nel composto, dalla punta fino alla sua estremità inferiore. Dopodiché caricò il serbatoio della stessa con quanto avanzato. La lanterna, quasi consapevole del suo compito, emise per un brevissimo istante una luce fioca che si assopì istantaneamente. Rudolf sbuffò e, nel medesimo istante, il vapore del suo respiro assunse tinte arcobaleno. Santa esclamò sottovoce: “Ho ho ho, Rudolf, siamo pronti!” Tornarono verso Campo San Giovanni e Paolo. Era gremito di persone, con un frastuono di voci che parlavano dei più disparati argomenti, sommandosi, sovrastandosi, mescolandosi in un denso rumore di fondo. Santa decise di fermarsi, appoggiando la lanterna sopra una vera da pozzo a metà strada tra la calle dove aveva mescolato gli ingredienti e il monumento equestre. Ivi lasciò Rudolf a guardia della cosa. Per completare il rito, sarebbe bastato semplicemente accenderla, ma in un’epoca di diffidenza, scontri e paure, quello sarebbe stato il compito più difficile. Santa, infatti, era consapevole che non avrebbe potuto portarsi i fiammiferi o l’accendino per espletare questo ultimo passo. Doveva ottenerli da qualcuno, e non forzatamente, bensì come gesto di generosità. Forse per il suo aspetto trasandato, nonostante la barba più corta del solito, forse per quella sacca di iuta rabberciata e sporca ormai, ma mentre tutti si scambiavano auguri di cuore e manifestazioni d’affetto, lui veniva trattato come un reietto, un alimento distopico che avrebbe potuto rovinare la sacralità del Natale. Ma quello era solo il pretesto per allontanarlo, in realtà molte persone non lo desideravano vicino perché, con quelle fattezze, avrebbe guastato i selfie, le foto ricordo, danneggiato l’immagine social del Natale. Santa parlava così: “Buon Natale, avete un fiammifero o un accendino da prestarmi?”. Nei casi migliori non riceveva risposta, in quelli peggiori, ne riceveva di non menzionabili ed affatto eleganti. Ferito e addolorato nell’animo, tornò sconsolato da Rudolf dicendogli: “Nulla… l’umanità è troppo grigia, persa a specchiarsi nel freddo mondo social o in sé stessa per badare a un vecchio concio e di buon animo”. Rudolf sbuffò, come a voler dire: “Proviamoci noi, non tutto è marcio”. Così Santa cominciò a frugare nelle sue tasche, concorrenziali con la valigia di Mary Poppins e, tra occhiali rotti, snack per animali selvatici e molto altro, ritrovò un pacchetto di fiammiferi rossi che conteneva quelle bacchettine in legno con dello zolfo colorato di verde. Sapeva bene che era un tentativo disperato, ma la Luce magari sarebbe scesa a compromessi. Ne accese uno, ma mentre apriva la lanterna, un bambino passò e, soffiando, glielo spense: “Corpo di mille renne, mancava anche il bambino smargiasso!”. Così ne prese un altro, ma non si accendeva, poi un terzo, che si ruppe. Il quarto si accese con forza, lo accostò alla lanterna, illuminando brevemente il naso umido di Rudolf. Si avvicinò allo stoppino intriso dei venticinque ingredienti della Luce e disse: “Ignis Natalis, arde!”, letteralmente “Fuoco del Natale, ardi”. Il fiammifero e la sua fiammella arancione lambirono lo stoppino imbibito che arse brillante per soffocarsi ed estinguersi quasi nel medesimo momento. Quella che aveva cercato di riaccendere con i venticinque ingredienti raccolti lungo il suo cammino giaceva lì sul pozzo, ancora spenta, inerte come i pensieri che appesantivano Santa. Rudolf gli si fece vicino, strofinando il suo muso su di lui. Si sedette su una panca di pietra, una di quelle occupate dai bambini, gli occhi stanchi che vagavano senza meta nel circostante che sprigionava gioia in un caleidoscopio di apparenza. Sussurrò: “Il brusio di Venezia mi scorre intorno, ignaro della mia presenza.” “Esiste ancora la vera magia del Natale?” si chiese, guardando la città che, nonostante tutto, sembrava troppo presa dalle proprie preoccupazioni. “O è solo un ricordo, un’ombra offuscata dal consumismo e dal tempo?” Gli scese una lacrima che, attraversando una ruga, scivolò velocemente fino alle labbra: amarissima. Mentre Santa rifletteva con la testa abbassata, Rudolf si girò verso dei passi che, leggeri, parevano avvicinarsi. Erano un bambino e una bambina, una coppia di gemelli. Li avevano guardato con curiosità, dapprima da lontano, per poi avvicinarsi a pochi passi da lui. I loro abiti erano semplici, logori, e portavano con sé una piccola borsa di stoffa, altrettanto consunta, in un parallelismo con la sacca di Santa. Non c’era niente di straordinario nel loro aspetto, eppure emanavano un alone bellissimo; qualcosa nei loro occhi brillava di un’innocenza e di una bontà che, oramai, sembravano perdute. “Signore,” disse la bambina con voce dolce, “non pianga, l’abbiamo vista prima mentre vagava chiedendo aiuto. Noi non abbiamo granché, ma vogliamo aiutarla.” Il bambino fece il gesto di svuotare le tasche; non ne scaturì nulla, ma sorrise. E di nuovo la bambina: “Non è molto, ma pensiamo che possa far sorridere qualcuno, e vogliamo che questo qualcuno sia lei.” Da un borsello bordeaux, estrasse un biscotto fatto in casa, un piccolo omino di pan di zenzero sorridente decorato a mano. Non era un regalo lussuoso, anzi, era quasi un gesto d’altri tempi, fatto con le loro mani, con ciò che avevano, e di ciò reso prezioso. Santa li fissò, incapace di parlare per un istante, e la bambina: “Lo accetta?” sorrise. La stanchezza che sentiva nel cuore pareva dissolversi, come nebbia al sole. “Per chi è questo dono? Non private voi o qualcuno per me,” chiese infine, la voce rotta da una malinconia che non riusciva a nascondere. “Per chiunque ne abbia più bisogno, e le sue lacrime ci hanno convinto fosse la scelta giusta,” rispose il bambino con semplicità. “È per qualcuno che ha perso la gioia del Natale,” disse la bambina. Quel gesto, così umile e disinteressato, lo colpì come un fulmine. Non cercavano lode, non volevano nulla in cambio. Il loro unico desiderio era condividere ciò che avevano per portare un po’ della loro semplice felicità a qualcuno che l’aveva perduta. Con mano tremante, Santa prese il biscotto, come se stesse tenendo tra le dita un pezzo di quella magia che tanto agognava e che aveva creduto di aver smarrito. Fu in quel medesimo istante che, all’improvviso, un fascio di luce intensissima si sprigionò dalla lanterna, ancora adagiata sul pozzo. Non era solo un bagliore; era una vera e propria alluvione luminosa che avvolse tutti. La luce si allargò, danzando ed avviluppandosi nel cielo notturno, diffondendosi silenziosamente in tutto il globo. Era come se l’amore e la generosità di quel semplice gesto avessero risvegliato la magia del Natale, e ora quella luce pura si propagava, raggiungendo ogni angolo del mondo. I cuori degli uomini, delle donne e dei bambini ricominciarono a riscaldarsi. I bambini, ignari della trasformazione che avevano innescato, sorrisero pensando fosse uno spettacolo pirotecnico e si allontanarono verso casa, ridendo tra loro. Santa Claus rimase lì, con il biscotto ancora in mano, ma mezzo morsicato. Era buono! Il volto solcato da un sorriso che non provava da tempo. Quella sera Santa capì che la lanterna che aveva cercato invano di riaccendere lungo il suo viaggio non aveva mai avuto bisogno di ingredienti materiali. Era stato quel piccolo atto di generosità a farla splendere di nuovo, perché la vera magia del Natale non risiede negli oggetti, ma nell’amore che si nasconde nei gesti più puri. Alzò lo sguardo verso il cielo sopra la laguna veneziana, ora terso e trapunto di stelle. Il rito degli ingredienti della Luce aveva fallito, non era mai stata una questione di raccogliere cose, ma di ritrovare quella scintilla di umanità che, nonostante tutto, sopravviveva ancora nel profondo dei cuori. Con un respiro profondo, Santa, finalmente in pace, si rialzò. Consapevole che la sua missione era compiuta, ma che non sarebbe stata l’ultima volta. E, mentre si allontanava, la lanterna, che aveva portato con sé per tutto il viaggio, continuò a brillare di una luce calda e rassicurante. Ancora oggi è lì sul pozzo, per chi ha l’animo di vederla con il cuore e lascia che illumini il suo cammino nella notte di Natale, custodita dai due gemelli che, ancora oggi, non sanno di aver salvato il Natale.
Fu proprio quel giorno, però, tornando indietro, che accadde qualcosa di incredibile: lettori e lettrici sentirono come bussare alla soglia del proprio monitor, display o pagina di carta. Alcuni addirittura videro qualcosa cadere. Santa bussò infatti a ciascuno che avesse posato gli occhi sulla storia, ponendo una domanda proprio nell’ultima pagina: “Santa Claus augura a tutti un Buon Natale! L’aupicio è che ciascuno trovi il proprio ingrediente della luce”.
Se l’avete trovato, scrivetemelo nei commenti o su Instagram: @trarealtaesogno.
Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario, francobolllo di Betlemme, chiave di un lucchetto d’amore, ciocca di Rudolf
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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.
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I capitoli e le date di uscita:
01 Dicembre – Santa Maria di Piave
02 Dicembre – Foce del Sile
03 Dicembre – Lio Piccolo
04 Dicembre – Isola di Torcello
05 Dicembre – Isola di Burano
06 Dicembre – Isola di Mazzorbo
07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo
08 Dicembre – Isola delle Vignole
09 Dicembre – Isola della Certosa
10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto
11 Dicembre – Isola di Poveglia
12 Dicembre – Località Malamocco
13 Dicembre – San Pietro in Volta
14 Dicembre – Pellestrina
15 Dicembre – Cà Roman
16 Dicembre – Chioggia
17 Dicembre – Sottomarina
18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni
19 Dicembre – Sestiere Castello
20 Dicembre – Isola della Giudecca
21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro
22 Dicembre – Sestiere San Polo
23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello