I Segreti di Venezia: Le Scuole Grandi e il Viaggio dei Cavalli di San Marco

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. In questo episodio, vi porterò a scoprire due aspetti apparentemente distinti della storia veneziana e dello spirito che anima la venezianità. Come fili di un antico intreccio, questi elementi hanno percorso strade diverse, fino ad intersecarsi in un nodo doloroso e al contempo indelebile.
Da quell’incontro è nato qualcosa di profondo, che ancora oggi lascia tracce nel nostro presente e che, senza dubbio, merita un posto centrale nel racconto di questo progetto.

Le Scuole Grandi: custodi di Carità, Storia, Professioni e Mecenatismo

A Venezia, le Scuole erano istituzioni fondamentali per la vita sociale, culturale e religiosa della città. Si suddividevano in tre categorie principali:

  • Scuole religiose, come quelle dei Battuti, incentrate sulla devozione, la penitenza e la carità.
  • Scuole di stranieri, che accoglievano comunità provenienti da diverse aree geografiche (come Albanesi, Schiavoni, Greci), offrendo sostegno economico, spirituale e lavorativo. Tra queste spicca la Scuola Dalmata, nota per il celebre ciclo pittorico di Vittore Carpaccio.
  • Scuole di mestiere, dedicate agli artigiani, che fungevano da veri e propri albi professionali (lanaioli, salumai, pellicciai).

Nelle immagini qui sopra la Scuola Grande San Giovanni Evangelista

Le Scuole Grandi

Le Scuole Grandi rappresentavano l’élite di queste istituzioni: confraternite laiche, ufficialmente riconosciute dalla Repubblica, che univano beneficenza, cultura e mecenatismo. Frequentate dalle famiglie patrizie e sostenute da donazioni generose, arricchirono Venezia di opere d’arte straordinarie, reliquie e imponenti edifici. Ogni Scuola portava il nome del proprio santo protettore.

Nelle immagini qui sopra da sinistra verso destra vediamo: la Scuola Grande di San Rocco, la Scuola Grande dei Carmini e la Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia.

Alla caduta della Repubblica, il 12 maggio 1797, le Scuole Grandi erano nove:

  • Scuola Grande di Santa Maria della Carità
  • Scuola Grande di San Marco (foto 3)
  • Scuola Grande di San Giovanni Evangelista
  • Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia
    (foto 4 – Ex tempio del basket della Reyer)
  • Scuola Grande di San Rocco (foto 1)
  • Scuola Grande di San Teodoro
  • Scuola Grande di San Fantin (o dei Picai)
  • Scuola Grande del Rosario
  • Scuola Grande dei Carmini (foto 2)

A proposito della Scuola Grande San Giovanni Evangelista:

Come testimoniano le foto qui sotto, oltre a cicli pittorici di assoluto pregio, esistono durante l’anno diverse opportunità per scoprire nuove prospettive di questo luogo unico. Tra queste ad esempio, sperimentato in prima persona, i concerti Candle Light. Esperienze uniche, dove musica ed emozioni si fondono con un contesto davvero unico. Nella foto il Quartetto Dafne durante la loro esibizione sulle note di Coldplay ed Imagine Dragons del 4 maggio 2025.

Spoliazioni e Rinascita: il Viaggio dei Cavalli di San Marco

La caduta della Serenissima, sancita il 12 maggio 1797, segnò per Venezia non solo la fine dell’indipendenza, ma anche l’inizio di una spoliazione culturale dolorosa. Con l’occupazione napoleonica, le Scuole vennero soppresse, i beni dispersi, e numerose opere d’arte trafugate o vendute. Tra gli episodi più simbolici spicca la vicenda dei Cavalli di San Marco.

copia dei quattro cavalli
la copia dei quattro cavalli ora esposti all’interno della Basilica

Nel 1797, su ordine di Napoleone, i quattro cavalli bronzei che dominavano la loggia della Basilica vennero trasportati a Parigi come trofei di guerra. Ispirarono persino la quadriga dell’Arco di Trionfo del Carrousel. Dopo la sconfitta di Napoleone, i cavalli vennero restituiti nel 1815. La loro rimozione da Parigi avvenne sotto gli occhi increduli dei parigini, supervisionata dal capitano Dumaresq, che ricevette per l’impresa una tabacchiera d’oro ornata di diamanti dall’Imperatore d’Austria. Rientrati a Venezia, i cavalli tornarono sulla loggia di San Marco, dove rimasero fino al 1977. Per proteggerli dagli agenti atmosferici, oggi sono custoditi all’interno del Museo della Basilica, mentre all’esterno sono visibili delle copie fedelissime.

panoramica della basilica con vista sui quattro cavalli
Panoramica della Piazza, della Basilica e dei quattro cavalli

La Sopravvivenza delle Scuole

Non tutte le Scuole furono cancellate. La Scuola Dalmata degli Schiavoni, fondata dagli emigrati dalmati, sopravvisse, custodendo ancora oggi capolavori come il ciclo di Carpaccio.

Altre Scuole Grandi riuscirono a rinascere come musei, spazi culturali e centri spirituali:

  • Scuola Grande di San Rocco
  • Scuola Grande dei Carmini
  • Scuola Grande di San Giovanni Evangelista
  • Scuola Grande di San Teodoro
  • Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone (mai soppressa)
il salone interno della Scuola Grande di San Marco
il salone interno della Scuola Grande di San Marco

Anche la Scuola Grande di San Marco, storicamente legata a Bartolomeo Colleoni, ha ritrovato nuova vita: oggi è integrata nella facciata dell’Ospedale Civile di Venezia ed è stata riaperta nel 2019 come spazio museale, proseguendo la memoria di un’epoca che sembrava perduta.

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In conclusione:

La caduta della Serenissima segnò una delle più dolorose ferite nella storia di Venezia: tra spoliazioni artistiche e soppressioni religiose, la città sembrava destinata a perdere la propria anima. Eppure, tra rovine e saccheggi, alcune istituzioni come le Scuole Grandi riuscirono a rinascere,capolavori come i Cavalli di San Marco furono protagonisti di un incredibile viaggio di andata e ritorno, ergendosi a simbolo eterno della resilienza veneziana.
Venezia è la somma delle sue infinite vite: nata su paludi insidiose, forgiata nell’acqua e nella fragilità, sorretta da una foresta capovolta, assediata da invasori, carestie, pestilenze, guerre e innumerevoli sventure, è giunta meravigliosamente fino a noi. Ogni angolo custodisce un frammento di storia, e ogni passo ci avvicina a un passato che ancora pulsa nelle calli e nei palazzi. Tra ombre, fragori e onde, si intrecciano storie di artigianato, tradizione e passione, che rendono questa città senza tempo. Camminando, si vive un’esperienza sensoriale unica, dove ogni dettaglio svela la bellezza di un luogo che non smette mai di incantare. Venezia non è solo da vedere, ma da sentire, da vivere, da respirare. Ogni passo in avanti ci riconduce ad un momento del passato, mentre, inconsapevolmente, diventiamo parte del suo futuro.

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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I Segreti di Venezia: Torrefazione Girani, il Caffè di Venezia – Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Oggi vi accompagnerò alla scoperta di profumi in cui pietra, legno, storia, aria salmastra e caffè si intrecciano in un angolo dal sapore magico..
Venezia, la Serenissima, frontiera e baluardo di commerci, spezie, preziosi, ma anche di tradizioni che da secoli e decenni si dipanano e vivono lungo calli e campielli.
Siete pronti ad assaporare un nuovo articolo? Partiamo!

La Torrefazione Girani: l’ultima vera torrefazione artigianale di Venezia – dove trovarla?

Ci troviamo in uno dei sestieri veneziani che preferisco. Tantissime, infatti, sono le storie, le leggende e la venezianità che scorrono lungo queste calli. Piazza San Marco non è distantissima, ma lo è abbastanza per lasciare spazio a un’autenticità fatta di piccoli dettagli. Quei dettagli, tramandati di generazione in generazione fin dal 1928, che con profumi e sapienza hanno trasformato un piccolo laboratorio in una eccellenza resiliente, dove ogni chicco viene selezionato, tostato e miscelato sul posto. Un’eccellenza che va oltre il contesto in cui la troviamo, e che si rivela anche nella capacità di raccontare un aroma o consigliare una varietà. Io stesso sono entrato da quell’uscio: fuori era il 2025, ma lì dentro ho respirato un’atmosfera senza tempo. La stessa che, da bambino che ancora non apprezzava quella bevanda, mi faceva però annusare la bustina di caffè appena macinato in una rivendita della mia città. Aggiungiamo una nota di mistero: se guarderete sulla borsetta che vi verrà consegnata, dopo aver scelto il loro prezioso caffè appena macinato, troverete un indirizzo preciso: Campo della Bragora 3727. Cercate pure sulle mappe: difficilmente troverete un riscontro. Infatti, oggi quel campo si chiama Campo Bandiera e Moro.

L’interno della bottega ed il bancone della Torrefazione Girani

Per quale motivo il Campo ha due nomi?

Campo Bandiera e Moro e Campo della Bragora non sono due campi diversi, bensì lo stesso luogo, e l’indirizzo Castello 3727 li accomuna per questo motivo. Campo Bandiera e Moro è il nome moderno e ufficiale, ma nella tradizione locale è anche noto come Campo della Bragora, soprattutto per la presenza della Chiesa di San Giovanni in Bragora, che dà il nome alla parrocchia storica. A Venezia, la numerazione civica non segue vie o campi, ma l’intero sestiere di appartenenza. Questo significa che Castello 3727 è un numero univoco all’interno del sestiere, e può essere riferito a zone che portano nomi differenti, anche se indicano la stessa area urbanistica. Talvolta, un’attività o un edificio può essere descritto in modi diversi:
“Campo Bandiera e Moro 3727” come nome toponomastico attuale,
oppure “Campo della Bragora 3727” come nome storico o ecclesiastico. Se cerchi Castello 3727 su una mappa, troverai lo stesso punto: è l’edificio della Torrefazione Girani, che si affaccia proprio su quel campo, in uno degli angoli più autentici e silenziosi del sestiere.
Infine la chiesa di San Giovanni in Bragora, che dava il nome al campo, tra l’altro, è nota anche per aver visto svolgersi il battesimo Antonio Vivaldi.

I caffè “perduti”: miscela e memoria

Un tempo non raro, oggi quasi un’eccezione. Le torrefazioni artigianali a Venezia erano realtà vive, profumate, quotidiane. Caffè Roma in Strada Nova, Torrefazione Cannaregio alle Ormesini, botteghe senza insegna dove bastava chiedere “mezzo etto per moka” per uscire con le dita impregnate d’aroma.

Molte si sono spente, altre migrate in terraferma. Rimane il ricordo: un sacchetto di carta sottile, il suono del macinino, la voce che suggeriva la miscela giusta. Luoghi di fiducia, dove il caffè non si beveva: si sceglieva. La speranza è che possa risorgere dalle sue polveri, se mi passate l’analogia, la Torrefazione Cannaregio, fallita solo nel 2024. Forse, con nuova linfa e mani attente, potrà tornare a tostare per la città.

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In conclusione:

In questo itinerario tra profumi tostati e Segreti di Venezia, la Torrefazione Girani si rivela non solo come bottega, ma come presidio di tradizione. In un tempo in cui la città si affida sempre più al ricordo, qui il caffè è ancora un gesto lento, sapiente, quotidiano. Le torrefazioni scomparse, i nomi che resistono nei racconti delle persone più che sulle insegne, ci parlano di una Venezia fatta di riti domestici, di mani che scelgono e nasi che riconoscono. Un tempo in cui la qualità non era una moda, ma un’abitudine. E allora, in questo angolo del sestiere di Castello, il caffè non è solo una miscela: è una forma di resistenza, un racconto che profuma di passato ma vive nel presente. E, nel mio piccolo, sono felice di aver comprato del caffè, proprio lì, oggi. La moka ormai la uso di rado, ma poter aprire la miscela, annusare e lasciar impregnare le dita del suo profumo… non ha prezzo. E chissà, magari anche voi, passando di lì, sentirete quel profumo nell’aria e vi fermerete. Non solo per comprare del caffè, ma per portare via con voi un frammento di Venezia che non si può raccontare. Solo vivere. E che, una volta sentito, non vi lascerà mai.

torrefazione girani sulla mappa

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: l’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, il Medico della Peste e la Ricetta della Teriaca – Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Siete pronti a scoprire una prospettiva inaspettata? Oggi varcheremo la soglia dell’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, tra alambicchi e aromi perduti, indagheremo l’enigmatica figura del medico della peste e vi svelerò gli ingredienti della Teriaca: l’antica panacea veneziana, sospesa tra scienza e leggenda.

Dove si trova l’Antica Farmacia e cosa si vede al suo interno?

Vi ricordate quando, non molto tempo fa, vi ho raccontato la straordinaria storia di Bartolomeo Colleoni e della promessa a lui rivolta dai veneziani, ma mantenuta con l’inganno? Ebbene, proprio qui, sotto lo sguardo imponente del suo monumento, eretto presso la Scuola Grande di San Marco — oggi conosciuta come l’Ospedale Civile di Venezia — si trova il luogo di cui vi parlerò oggi. Per aiutarvi, eccovi uno scatto della facciata, adiacente la Basilica di San Giovanni e Paolo.

La facciata dell'Ospedale di Venezia chiamato anche "Scuola Grande di San Marco" e, sulla destra, l'ingresso dell'Antica Farmacia
La facciata dell’Ospedale di Venezia chiamato anche “Scuola Grande di San Marco” e, sulla destra, l’ingresso dell’Antica Farmacia

Con un costo davvero irrisorio, è possibile visitare questa antica farmacia, che al suo interno custodisce secoli di tradizioni e meraviglie. Troverete infatti, oltre a numerosi reperti medico-scientifici e atlanti di anatomia, intere pareti di spezierie e armadi da farmacia in legno scuro, ricolmi di albarelli in vetro o maiolica. Spesso, durante gli orari di apertura, il/la custode può rivelarsi una persona in grado di regalarvi aneddoti e storie che arricchiranno ulteriormente la vostra esperienza. Ve lo dico perché, per me, è stato proprio così.

Il Medico della Peste e la funzione della sua maschera:

Non nasce certo per il Carnevale, il Medico della Peste. Il suo lungo abito scuro, i guanti, la bacchetta, gli occhiali e, soprattutto, quel becco ricurvo — riempito di erbe e spugne all’aceto — erano parte di una vera e propria armatura. L’aveva ideata il dottor Charles De Lorme, durante la pestilenza del 1630, sperando che bastasse a schermare le esalazioni letali. Una speranza vana, ma comprensibile. All’epoca non si conoscevano virusbatteri: si credeva che fosse l’aria malata la colpevole. E così quella figura inquietante si aggirava per le calli, più simile alla morte che alla cura. Oggi, nel tempo del Carnevale, quel costume torna in scena, grottesco e simbolico: un modo tutto veneziano per esorcizzare la paura, mescolando la festa al ricordo di un dolore antico.

Il medico della peste e la sua maschera

La ricetta della Teriaca, un pizzico di storia e una domanda, funzionava davvero?

La teriaca è una mistura di erbe e ingredienti che affonda le radici nell’antichità, originata da Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, e perfezionata dal medico greco Andromaco alla corte di Nerone. Questo polifarmaco, che includeva sostanze come oppio, mirra, corteccia di cannella e persino carne di vipera, veniva usato per trattare infezioni, febbri e veleno, ma la sua composizione variava a seconda delle epoche e delle scuole mediche. A Venezia, la teriaca divenne un simbolo di saggezza medica, preparata con cura dalle spezierie locali. Qui, la miscela veniva realizzata con ingredienti accuratamente dosati e un lungo processo di macerazione. Sebbene la sua efficacia sia sempre stata discussa, molti ritenevano la teriaca un rimedio miracoloso contro ogni tipo di malattia. La sua fama, infatti, resse per secoli, tra approvazioni e critiche, diventando parte integrante della tradizione medica veneziana. Oggi, la teriaca rappresenta non solo un capitolo della storia della medicina, ma anche un segno tangibile della Venezia mercantile e del suo scambio di conoscenze e ricchezze. (fonte: wikipedia.it)

Nelle immagini qui sotto vedete una sorta di concavità semisferica e una delle più celebri farmacie veneziane. Perché ve le sto mostrando? Semplice: quel foro è la testimonianza odierna del luogo in cui veniva posato il calderone per la preparazione della teriaca. Lo potete ammirare presso la storica Farmacia alle Colonne, situata in Campiello Bruno Crovato, un tempo noto come San Canzian. Un angolo di Venezia che conserva la memoria di un’antica tradizione medica, ancora visibile oggi.

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In conclusione:

In questo viaggio tra l’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, il Medico della Peste e la leggendaria teriaca, scopriamo una pagina nascosta della storia veneziana. Tra alambicchi e spezierie, la farmacia custodisce secoli di tradizione medica, mentre la figura del Medico della Peste e la sua maschera inquietante ci riportano a un’epoca in cui la medicina era più simbolica che scientifica, quasi alchemica. La teriaca, invece, simbolo di speranza e conoscenza, rappresenta il ponte tra scienza e superstizione, un ricordo di un passato che continua a vivere nelle sue antiche mura.

farmacia ospedale - teriaca - medico della peste

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

La cioccolata calda e fumante scendeva lenta, ristoratrice, come un abbraccio che riscaldava non solo il corpo, ma anche l’animo ferito di Santa. Il peso dello sconforto cominciava ad allentarsi, anche se i suoi piani erano andati apparentemente in frantumi. Tuttavia, lui, che da anni, decenni, secoli percorreva il mondo in una sola notte per realizzare i sogni di milioni di persone, sapeva bene come affrontare le sfide più ardite e non sarebbe stato certo un incidente a farlo desistere. Finita la cioccolata, si alzò, pagò e, guardando nella direzione del fiero Bartolomeo, il cavaliere della statua equestre di Campo Santi Giovanni e Paolo, proseguì verso le panchine nei pressi dell’albero. Bambini, giovani e anziani erano ancora tutti lì. D’un tratto, la sua attenzione fu catturata dall’udire alle sue spalle qualcuno urlare le seguenti parole: “Signor Scarlatto! Signor Scarlatto!”. In cuor suo, sapeva che queste parole potevano significare solo una cosa, così si girò verso quella voce e scorse un uomo sbracciarsi dalla prua di un bragozzo a vela. Si avvicinò, incredulo, all’imbarcazione e lo vide. Il marinaio gli chiese: “Signor Scarlatto?” e Santa rispose: “Fiamma polare.” Il marinaio replicò: “Bene, almeno ora ho la prova che tutte queste strampalate richieste non fossero un pessimo scherzo. Tenga questa busta e si lasci affidare questa creatura.” Da dietro una vela, un naso rosso fece capolino, poi delle corna ed infine lui, in tutta la sua fiera bellezza. “Rudolf!” esclamò Santa. “Corpo di mille renne! Ma cosa ci fai qui?” Rudolf fece un bramito intenso e dolce, poi, avanzando verso Santa e strofinando il suo muso sul suo pancione, gli mostrò cosa teneva sulla schiena e, a Santa, momenti capitò di svenire. “Rudolf! Hai preso tu la sacca di iuta! Ma quanto sei meraviglioso?” E nel dirlo, gli avvicinò una carota presa chissà dove nelle sue tasche. Il marinaio capì ben poco: sin da quel misterioso bonifico arrivato dal Polo Nord e dal successivo telegramma, aveva sospettato di trovarsi di fronte a un’astuta truffa. Tuttavia, a quanto pare, quei pensieri surreali lo avevano condotto a un’operazione reale. Rodolfo, così si chiamava il marinaio, tirò fuori una “tola” di legno dalla barca ed agevolò la discesa della renna dal bragozzo. Santa guardò Rudolf negli occhi: sembrava una coppia separata da una guerra e ricongiunta dal caso. Amore puro. Santa tornò in sé, carezzò Rudolf e poi, recuperata la sacca, fece un veloce inventario del suo contenuto: scorse rapidamente il sacco, una collezione unica di oggetti carichi di storie e significati: acqua del Piave e quella agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, un frammento del Ponte del Diavolo, un rametto di vitigno, uno stelo di carciofo e bastoncini di liquirizia amarissimi. C’erano anche piume di gufo, una candela consumata, una pigna di cipresso, ceneri di legno di tasso e un guscio di murice spinoso dipinto. Trovò un pezzo di legno levigato dal mare, un fiore viola selvatico, un rametto spinoso di roseto, un’ampolla con intonaco cuore di Melusina, un rametto di vischio e una rete con galleggiante di sughero. A chiudere, simboli preziosi: l’acqua benedetta di San Giovanni Elemosinario, un francobollo di Betlemme, la chiave di un lucchetto d’amore e, su tutto, si stupì, vi era una ciocca di pelo di Rudolf, il compagno di sempre. Ogni oggetto racchiudeva un frammento di magia e di fatica, tratto dalle varie tappe della missione. Era il momento di agire. Santa e Rudolf si acquattarono in Calle Torelli, dietro l’abside della basilica, un luogo che sembrava diviso tra sacro e profano, protetto da un silenzio quasi surreale. Qui Santa estrasse una ciotola di legno intarsiata, un oggetto antico e intriso di magia. La ciotola pareva pulsare con una luce soffusa, come se avesse un’anima. Uno alla volta, Santa vi depose gli ingredienti; ogni elemento portava con sé vibrazioni uniche, un’energia primordiale. La ciotola, misteriosamente, accoglieva tutto senza mai riempirsi. Rudolf osservava in silenzio, il respiro trattenuto, quasi in reverenza. Il pestello, anch’esso di legno, ma decorato con vari intarsi, iniziò a muoversi nelle mani di Santa, che intonava una litania sottovoce. Non la recitava da tempo, ma la ricordava perfettamente a memoria. Ogni colpo del pestello sembrava scandire un ritmo superiore, riecheggiando come un battito universale. Gli ingredienti, dapprima riottosi, si allinearono all’armonia, fondendosi in una sostanza luminosa e al contempo oscura, come la notte stellata appena prima dell’alba. Era nato il “Fango della Luce“, l’essenza viva della tradizione, destinata a essere il carburante della Lanterna. Santa intinse lentamente lo stoppino della lanterna nel composto, dalla punta fino alla sua estremità inferiore. Dopodiché caricò il serbatoio della stessa con quanto avanzato. La lanterna, quasi consapevole del suo compito, emise per un brevissimo istante una luce fioca che si assopì istantaneamente. Rudolf sbuffò e, nel medesimo istante, il vapore del suo respiro assunse tinte arcobaleno. Santa esclamò sottovoce: “Ho ho ho, Rudolf, siamo pronti!” Tornarono verso Campo San Giovanni e Paolo. Era gremito di persone, con un frastuono di voci che parlavano dei più disparati argomenti, sommandosi, sovrastandosi, mescolandosi in un denso rumore di fondo. Santa decise di fermarsi, appoggiando la lanterna sopra una vera da pozzo a metà strada tra la calle dove aveva mescolato gli ingredienti e il monumento equestre. Ivi lasciò Rudolf a guardia della cosa. Per completare il rito, sarebbe bastato semplicemente accenderla, ma in un’epoca di diffidenza, scontri e paure, quello sarebbe stato il compito più difficile. Santa, infatti, era consapevole che non avrebbe potuto portarsi i fiammiferi o l’accendino per espletare questo ultimo passo. Doveva ottenerli da qualcuno, e non forzatamente, bensì come gesto di generosità. Forse per il suo aspetto trasandato, nonostante la barba più corta del solito, forse per quella sacca di iuta rabberciata e sporca ormai, ma mentre tutti si scambiavano auguri di cuore e manifestazioni d’affetto, lui veniva trattato come un reietto, un alimento distopico che avrebbe potuto rovinare la sacralità del Natale. Ma quello era solo il pretesto per allontanarlo, in realtà molte persone non lo desideravano vicino perché, con quelle fattezze, avrebbe guastato i selfie, le foto ricordo, danneggiato l’immagine social del Natale. Santa parlava così: “Buon Natale, avete un fiammifero o un accendino da prestarmi?”. Nei casi migliori non riceveva risposta, in quelli peggiori, ne riceveva di non menzionabili ed affatto eleganti. Ferito e addolorato nell’animo, tornò sconsolato da Rudolf dicendogli: “Nulla… l’umanità è troppo grigia, persa a specchiarsi nel freddo mondo social o in sé stessa per badare a un vecchio concio e di buon animo”. Rudolf sbuffò, come a voler dire: “Proviamoci noi, non tutto è marcio”. Così Santa cominciò a frugare nelle sue tasche, concorrenziali con la valigia di Mary Poppins e, tra occhiali rotti, snack per animali selvatici e molto altro, ritrovò un pacchetto di fiammiferi rossi che conteneva quelle bacchettine in legno con dello zolfo colorato di verde. Sapeva bene che era un tentativo disperato, ma la Luce magari sarebbe scesa a compromessi. Ne accese uno, ma mentre apriva la lanterna, un bambino passò e, soffiando, glielo spense: “Corpo di mille renne, mancava anche il bambino smargiasso!”. Così ne prese un altro, ma non si accendeva, poi un terzo, che si ruppe. Il quarto si accese con forza, lo accostò alla lanterna, illuminando brevemente il naso umido di Rudolf. Si avvicinò allo stoppino intriso dei venticinque ingredienti della Luce e disse: “Ignis Natalis, arde!”, letteralmente “Fuoco del Natale, ardi”. Il fiammifero e la sua fiammella arancione lambirono lo stoppino imbibito che arse brillante per soffocarsi ed estinguersi quasi nel medesimo momento. Quella che aveva cercato di riaccendere con i venticinque ingredienti raccolti lungo il suo cammino giaceva lì sul pozzo, ancora spenta, inerte come i pensieri che appesantivano Santa. Rudolf gli si fece vicino, strofinando il suo muso su di lui. Si sedette su una panca di pietra, una di quelle occupate dai bambini, gli occhi stanchi che vagavano senza meta nel circostante che sprigionava gioia in un caleidoscopio di apparenza. Sussurrò: “Il brusio di Venezia mi scorre intorno, ignaro della mia presenza.” “Esiste ancora la vera magia del Natale?” si chiese, guardando la città che, nonostante tutto, sembrava troppo presa dalle proprie preoccupazioni. “O è solo un ricordo, un’ombra offuscata dal consumismo e dal tempo?” Gli scese una lacrima che, attraversando una ruga, scivolò velocemente fino alle labbra: amarissima. Mentre Santa rifletteva con la testa abbassata, Rudolf si girò verso dei passi che, leggeri, parevano avvicinarsi. Erano un bambino e una bambina, una coppia di gemelli. Li avevano guardato con curiosità, dapprima da lontano, per poi avvicinarsi a pochi passi da lui. I loro abiti erano semplici, logori, e portavano con sé una piccola borsa di stoffa, altrettanto consunta, in un parallelismo con la sacca di Santa. Non c’era niente di straordinario nel loro aspetto, eppure emanavano un alone bellissimo; qualcosa nei loro occhi brillava di un’innocenza e di una bontà che, oramai, sembravano perdute. “Signore,” disse la bambina con voce dolce, “non pianga, l’abbiamo vista prima mentre vagava chiedendo aiuto. Noi non abbiamo granché, ma vogliamo aiutarla.” Il bambino fece il gesto di svuotare le tasche; non ne scaturì nulla, ma sorrise. E di nuovo la bambina: “Non è molto, ma pensiamo che possa far sorridere qualcuno, e vogliamo che questo qualcuno sia lei.” Da un borsello bordeaux, estrasse un biscotto fatto in casa, un piccolo omino di pan di zenzero sorridente decorato a mano. Non era un regalo lussuoso, anzi, era quasi un gesto d’altri tempi, fatto con le loro mani, con ciò che avevano, e di ciò reso prezioso. Santa li fissò, incapace di parlare per un istante, e la bambina: “Lo accetta?” sorrise. La stanchezza che sentiva nel cuore pareva dissolversi, come nebbia al sole. “Per chi è questo dono? Non private voi o qualcuno per me,” chiese infine, la voce rotta da una malinconia che non riusciva a nascondere. “Per chiunque ne abbia più bisogno, e le sue lacrime ci hanno convinto fosse la scelta giusta,” rispose il bambino con semplicità. “È per qualcuno che ha perso la gioia del Natale,” disse la bambina. Quel gesto, così umile e disinteressato, lo colpì come un fulmine. Non cercavano lode, non volevano nulla in cambio. Il loro unico desiderio era condividere ciò che avevano per portare un po’ della loro semplice felicità a qualcuno che l’aveva perduta. Con mano tremante, Santa prese il biscotto, come se stesse tenendo tra le dita un pezzo di quella magia che tanto agognava e che aveva creduto di aver smarrito. Fu in quel medesimo istante che, all’improvviso, un fascio di luce intensissima si sprigionò dalla lanterna, ancora adagiata sul pozzo. Non era solo un bagliore; era una vera e propria alluvione luminosa che avvolse tutti. La luce si allargò, danzando ed avviluppandosi nel cielo notturno, diffondendosi silenziosamente in tutto il globo. Era come se l’amore e la generosità di quel semplice gesto avessero risvegliato la magia del Natale, e ora quella luce pura si propagava, raggiungendo ogni angolo del mondo. I cuori degli uomini, delle donne e dei bambini ricominciarono a riscaldarsi. I bambini, ignari della trasformazione che avevano innescato, sorrisero pensando fosse uno spettacolo pirotecnico e si allontanarono verso casa, ridendo tra loro. Santa Claus rimase lì, con il biscotto ancora in mano, ma mezzo morsicato. Era buono! Il volto solcato da un sorriso che non provava da tempo. Quella sera Santa capì che la lanterna che aveva cercato invano di riaccendere lungo il suo viaggio non aveva mai avuto bisogno di ingredienti materiali. Era stato quel piccolo atto di generosità a farla splendere di nuovo, perché la vera magia del Natale non risiede negli oggetti, ma nell’amore che si nasconde nei gesti più puri. Alzò lo sguardo verso il cielo sopra la laguna veneziana, ora terso e trapunto di stelle. Il rito degli ingredienti della Luce aveva fallito, non era mai stata una questione di raccogliere cose, ma di ritrovare quella scintilla di umanità che, nonostante tutto, sopravviveva ancora nel profondo dei cuori. Con un respiro profondo, Santa, finalmente in pace, si rialzò. Consapevole che la sua missione era compiuta, ma che non sarebbe stata l’ultima volta. E, mentre si allontanava, la lanterna, che aveva portato con sé per tutto il viaggio, continuò a brillare di una luce calda e rassicurante. Ancora oggi è lì sul pozzo, per chi ha l’animo di vederla con il cuore e lascia che illumini il suo cammino nella notte di Natale, custodita dai due gemelli che, ancora oggi, non sanno di aver salvato il Natale.

Fu proprio quel giorno, però, tornando indietro, che accadde qualcosa di incredibile: lettori e lettrici sentirono come bussare alla soglia del proprio monitor, display o pagina di carta. Alcuni addirittura videro qualcosa cadere. Santa bussò infatti a ciascuno che avesse posato gli occhi sulla storia, ponendo una domanda proprio nell’ultima pagina: “Santa Claus augura a tutti un Buon Natale! L’aupicio è che ciascuno trovi il proprio ingrediente della luce”.

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Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario, francobolllo di Betlemme, chiave di un lucchetto d’amore, ciocca di Rudolf

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti
Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Scopri i 25 capitoli di questa straordinaria avventura, clicca sui link per immergerti in ogni episodio e lasciati conquistare dal fascino unico di Venezia. Segui la storia e condividi l’emozione con amici e familiari: ogni giorno, un nuovo tassello illuminerà il tuo cammino verso il Natale.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 24 Dicembre – Sestiere di Castello

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

24 Dicembre – Sestiere di Castello

Santa uscì dalla libreria dall’ingresso principale da cui l’aveva scoperta. Era venuto da destra e decise di virare deciso a sinistra, in quella direzione che l’avrebbe condotto al campo Santi Giovanni e Paolo. Attraversò Ponte Tetta e, nel farlo, sentì delle urla: una voce femminile e una maschile si intrecciavano in un mix di rabbia e delusione. Santa, per natura, nonostante la sua generosità, come molti, moltissimi umani, era solito non intervenire in queste situazioni, ma qualcosa lo spinse ad andare oltre. Fece praticamente un giro dell’isolato: una calle dritta, poi una a sinistra, dove intravide il campo che voleva visitare, e poi ancora a sinistra. Cominciò a distinguere meglio ciò che stava accadendo: la coppia stava scoppiando. Aveva però girato in una calle sbagliata, così ne imboccò un’altra. Questa volta arrivò nei pressi di un ponte. Sopra questo ponte, chiamato “dei Conzafelzi”, si poteva godere della vista di uno degli edifici più fotografati di Venezia: una casa di quattro piani, bagnata dall’acqua su tre lati. Una sorta di penisola, illustrata spesso in molti libri di storia dell’arte come icona veneziana. Dalla parte opposta di quel ponte, ecco la coppia: lei appoggiata di schiena, a piangere contro il muro, e lui intento a cercare di risolvere una situazione intricata. Poco distante, proprio vicino ai piedi di Santa, c’erano una chiave e il suo lucchetto, probabilmente scagliato a terra chiuso. Vi erano scritte sopra le iniziali dei due, tracciate col pennarello e incorniciate da un cuore. Non che Santa volesse farsi i fatti loro, ma aveva capito che la questione era nata per futili motivi. Così raccolse la chiave e il lucchetto e si permise di avvicinarsi ai due per, una volta ottenuta la loro attenzione schioccando le dita, dire queste parole: “Il tempo, miei cari, è come una clessidra: i suoi granelli scivolano via e non possiamo fermarli. Ogni istante sprecato in incomprensioni è un momento che non tornerà più. Sapete, i lucchetti non nascono per rimanere chiusi per sempre. Sono fatti per custodire ciò che è prezioso, ma anche per essere riaperti, se rimaniamo in stallo, con la chiave giusta: quella dell’amore. Non lasciate che piccole divergenze distruggano ciò che il vostro cuore ha costruito. Fermatevi, respirate e ritrovate il valore di ciò che condividete da tanto.” Sul finire della frase, Santa alzò il lucchetto all’altezza dello sguardo dei due e, come per magia, questo si riaprì senza che nessuno avesse inserito o girato la chiave. A Santa, nel farlo, scappò un “Ho, Ho, Hoooo!” e si terrorizzò all’idea di essersi svelato. Fortunatamente, i due non colsero l’indizio. La coppia sgranò gli occhi, colpita. Poi si guardarono, si diedero un tenero bacio, e lei esordì esplicando l’accaduto: “Lei è un vero mago! Stavamo litigando, esausti dopo una lunga giornata a camminare, e Eros, il mio fidanzato, per l’ennesima volta mi proponeva di andare a mangiare sushi. Ma vi sembra possibile? Siamo a Venezia, una città ricca di storia e tradizione, e lui mi suggerisce per la terza volta di mangiare sushi! È buono, per carità, e io lo adoro, ma avevo voglia di provare piatti tipici, qualcosa che parli davvero di questo posto. Noi veniamo dalla Puglia, e chissà quando avremo di nuovo l’occasione di essere qui. Quindi, invece di sushi, voglio assaporare la vera essenza di Venezia!” Santa scosse la testa ridacchiando, avvicinò il lucchetto con un sorriso nascosto sotto la sua lunga barba bianca e lo poggiò delicatamente nel palmo di lei. Con uno sguardo scherzoso ma saggio, disse: “Fate i bravi, che manca poco a Natale e potrebbe arrivarvi del carbone se a Babbo Natale scappa la pazienza.” I ragazzi, divertiti, sorrisero e lo ringraziarono. Poi Eros tentò di scattare una foto ricordo mentre Santa, di spalle, con la sua sacca di iuta sulle spalle, si allontanava. Incredibilmente, nella foto non c’era traccia di lui. Lei guardò Eros, scuotendo la testa: “Te l’avevo detto di cambiare telefono prima di venire qui, citrullone!” Poi, lei, guardando Eros, si avvicinò al ponte dei Conzafelzi e, con un sorriso complice, appese il lucchetto, chiudendolo vicino a un foglietto che riportava un pensiero poetico di un autore locale, con l’hashtag “#trarealtaesogno”. Si girò felice verso di lui: “Fatto, amore, hai tu la chiave?” Eros la guardò confuso: “No, chiave? Ma se avevi tu il lucchetto!” Lei, con un’espressione giocosa ma decisa, iniziò a colpirlo dolcemente con dei pugnetti sulla spalla: “Dai, Eros, lo sai che non mi piacciono questi scherzi!” E lui, sorridendo, rispose: “Guarda che non scherzo.” Lei, con un sorriso più sereno, concluse: “Vabbè, chissà che sia di buon auspicio, che il lucchetto non ceda mai, e così noi.” Quello che non sapevano è che quella chiave, simbolo di un’unione che sembrava rabberciata, come una ferita coperta da un cerotto o come la sacca di iuta, si trovava proprio tra le mani di Santa. Il penultimo ingrediente, figlio di un amore che, seppur interrotto per un istante dalle incomprensioni, era destinato a proseguire oltre, più forte di prima. Santa, dopo aver percorso una stretta calle, si ritrovò davanti a una serie di panchine occupate da anziani, giovani e bambini. Si fermò un istante, guardando oltre la fronda dell’albero che dominava il piccolo spazio, e osservò le vetrate magnificamente adornate della basilica di Santi Giovanni e Paolo, la cui bellezza si stagliava davanti a lui. Si girò a sinistra, notando due plateatici pieni di gente che sorseggiava caffè nelle pasticcerie e nei bar, e oltre, la maestosa facciata dell’Ospedale Civile e il monumento dedicato al Colleoni. Un particolare curioso gli venne in mente: ricordava le parole di una guida turistica che spiegava a un gruppo come quel monumento fosse stato collocato lì, invece che a San Marco, grazie a un inganno. Ma fu qualcosa di più che lo attirò, qualcosa che lo fece fermare per un attimo più a lungo. Sulla destra, vicino alla facciata dell’Ospedale, c’era una porta che non aveva mai notato prima. Spinto dalla curiosità, decise di entrarci. Superato l’ingresso, scoprì un piccolo ma affascinante museo: un’antica farmacia dell’ospedale, con vetrine piene di piante officinali e reperti storici, ognuno catalogato con cura e precisione. Era un luogo di storia e medicina, un angolo nascosto che raccontava antiche tradizioni di cura e di sapere. Santa si perse per un momento tra quelle teche, sentendo l’eco di un tempo lontano e il fascino di ciò che l’uomo aveva costruito per alleviare le sofferenze. Mentre usciva, fu urtato da un bambino tarchiato che proseguì senza fermarsi o scusarsi. La sacca cadde e, con essa, anche il leoncino portachiavi e la renna all’uncinetto. Santa borbottò qualcosa, si chinò per raccogliere prima il leoncino, poi, pochi passi oltre, la renna, e infine… urlò, terrorizzato, deluso, disperato: “Noooooo, corpo di mille renne impazzite!” Lo avevano appena derubato della sacca di iuta, della lanterna e di tutto il contenuto che vi era all’interno. Mentre si disperava, gli parve di sentire un bramito intensissimo in lontananza. Pensò di avere le traveggole. Un istante dopo sentì un rumore identico a quello di un grande masso che cade nell’acqua. Resosi conto che la disperazione non avrebbe condotto da nessuna parte, decise di affacciarsi per capire l’accaduto e verificare se qualcuno avesse bisogno di aiuto. Mosso da questi pensieri, si affrettò, ma non abbastanza da poter prestare soccorso: una persona era già stata tratta in salvo. Si trattava, secondo alcuni testimoni della scena, dello scippatore che, approfittando del ragazzino maleducato, aveva sottratto la sacca al malcapitato Santa. Non aveva fatto in tempo a svuotare la refurtiva: una sorta di bestia a quattro zampe lo aveva sollevato e scagliato nel canale. Storia poco plausibile a parte, la sola certezza era che la sacca, contenente i ventiquattro ingredienti della luce, era andata perduta. Inutili si rivelarono i tentativi di recuperarla da parte di alcuni gondolieri di passaggio. Santa espresse loro la sua gratitudine e, poi, camminando nei dintorni, decise di sedersi a bere una tazza di cioccolata calda per corroborare la sua anima, ferita da questo dolore intensissimo che, attanagliandolo, sembrava presagio di una sonora sconfitta. Mentre sorseggiava la cioccolata, Santa alzò lo sguardo verso il cielo, come a cercare conforto. Tra mille luci lontane, una stella sembrava brillare più delle altre, quasi volesse richiamare la sua attenzione. “Forse non tutto è perduto,” pensò, stringendo tra le mani il leoncino e la renna recuperati, ormai carichi di un valore ancora più profondo. Una sensazione inspiegabile lo pervase: un’intuizione che gli suggeriva che la sua missione, per quanto messa alla prova, era tutt’altro che finita.

A domani con un nuovo capitolo!

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07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

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