Anamonè e la bilancia del Natale – Febbraio 2026 – Il sogno di Artemisia

Febbraio 2026Il sogno di Artemisia

Artemisia, Elio e Matteo in barca verso San Francesco del Deserto

Terminata la cena Artemisia si voltò e, a passo lento ma sicuro, si avvicinò con le stoviglie sporche al lavandino. Elio, che fino a un attimo prima si stava leccando una zampa sul tappeto, si immobilizzò con il muso sospeso a mezz’aria, come se qualcosa avesse cambiato densità nella stanza. Artemisia lo aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Elio seguì il proprio istinto: si avvicinò alla porta che divideva la zona notte dalla zona giorno e, trovandola chiusa, cominciò a grattarla con le zampette, prima piano, poi con maggiore insistenza. “Elio, ma cosa fai?” disse Artemisia senza voltarsi. “Avevi smesso di fare il cucciolo dispettoso. Dammi un minuto che finisco di asciugare le stoviglie e ti apro.” In risposta, Elio grattò ancora più forte, scegliendo scientemente il punto in cui il legno grezzo avrebbe restituito più rumore, come se sapesse che, in questa occasione, il suono contava più della porta. Artemisia posò di colpo un piatto nella secchiaia, chiuse i balconi e aprì la porta ad Elio che, senza esitare, corse nell’altra stanza. Lei fece un respiro profondo, gli chiese scusa e, volteggiando, tornò verso il piatto che, con precisione, venne riposto nello scolapiatti. A piccoli passi si recò vicino la porta d’ingresso, assicurandosi fosse chiusa, poi sussurrò: “Elio, spero tu non abbia fatto tutte quelle scene per assicurarti il mio cuscino, sto arrivando e, così fosse, lasciami il posto”. Solitamente il felino rispondeva miagolando, stavolta nulla, lei fece spallucce e varcò la soglia che conduceva alla camera. Sfiorò con le dita la mappa tattile della laguna, fatalità in un punto che le parve diverso, ma troppa era la stanchezza, così si disse: “Elio, non so se hai giocato con la mappa… domani controllo”. Ancora una volta, nessuna risposta, preoccupata lo cercò con le mani, si era infilato sotto le coperte, sul lato libero del letto matrimoniale su cui lei era solita dormire. Sollevò dunque le coperte, vi si infilò e, con una carezza davvero dolcissima, salutò il suo fedele amico che, per tutta risposta cominciò a fare le fusa. Quel suono ritmico e rilassante fece precipitare Artemisia in uno stato di pre-sonno in cui a occhi chiusi le parve di essere catapultata in un’altra dimensione. Le palpebre di Artemisia si serrarono del tutto e la stanza parve dissolversi. La mappa tattile della laguna si stendeva davanti a lei, sospesa, come fluttuante nell’aria del sogno. Artemisia si dimenava supina, tormentata da immagini in movimento, finché una quiete improvvisa la immobilizzò. Dal buio acquatico emerse una figura liquida e regale: i piedi si perdevano nell’oscurità, le gambe strette in un abito scuro che le conferiva una linea affusolata, quasi sirena, la vita serrata in un nodo elegante, il busto eretto, spalle dritte, collo pallido. Il viso, sereno e severo, emanava una luce diffusa, e in cima al capo si apriva una corona viva, un anemone verde smeraldo che irradiava rami eterei, trasformando la figura in un’esplosione sospesa di natura e sogno. Artemisia tentò di rivolgerle la parola, ma nessun suono le giunse. La presenza sollevò lentamente una bilancia: su un piatto cenere e fumo, sull’altro una luce calda e vibrante, sinuosa come le acque di un torrente alpino. La bilancia pendette verso la luce, e la figura, senza voltarsi, scrollò lievemente il capo in segno di compiacimento. Con un gesto fluido del braccio sinistro indicò un punto preciso e poi si dissolse. Il sonno di Artemisia proseguì, sereno e ininterrotto. La mattina al risveglio il primo pensiero andò proprio a quanto aveva vissuto durante la notte: “Per fortuna non ho dimenticato quanto sognato, che cosa incredibile” sussurrò carezzando Elio infilò le ciabatte e, a piccoli passi, raggiunse il punto sul muro che le era stato indicato nel sogno. Passò entrambi i palmi su tutta la mappa da un estremo all’altro e, per un istante, sentì un brivido leggero, come se un soffio caldo e invisibile seguisse le linee della laguna, un eco del gesto della bilancia che le era apparsa nel sogno. Elio si avvicinò, strusciandosi sulle sue caviglie e osservando curioso. D’un tratto Artemisia si bloccò. Era in corrispondenza del punto su cui il giorno prima aveva sentito una diversità, ma ora era più esteso. Passò e ripassò le mani, riconosceva il suo stile, ma vi erano riportati appunti e parole diverse, mai annotate da lei e, incredibilmente, era sbucata pure la sagoma di una bilancia come quella del sogno. Le parole dicevano questo: “Io sono la custode della Bilancia della Giustezza.
Essa giace ora in un equilibrio immobile, sospesa tra l’ombra che divora e l’aurora che resiste. Ogni atto che nasce nel mondo, ogni male che vi si insinua, verrà da me pesato senza indulgenza né clemenza. Non vi sarà favore, non vi sarà oblio. Quando il piatto della luce avrà saputo prevalere sul buio accumulato, oppure quando l’oscurità, giunta al colmo della sua notte più densa, avrà soffocato ogni scintilla rimasta, solo allora — e non prima — il mio giudizio si compirà. In quell’istante decreterò se i vincoli di chi è tratto in segregazione debbano essere sciolti o se la loro prigionia sia destino irrevocabile. Il mondo ha smarrito il diritto ai prodigi di Santa Claus. E secondo l’esito finale, la sua grazia potrà tornare a sfiorare gli uomini  oppure rimanere per sempre negata, avvolta nel silenzio del mio verdetto,
che non conosce tempo e non concede ritorno”. Artemisia comprese, restando senza parole, che non si trattava solo di un sogno: quel punto sulla mappa, quella bilancia, erano ora un messaggio ed una sfida recapitati chissà perché proprio a lei. Alla più vulnerabile tra i membri della brigata, privata della forza morale e psicologica di Rudolf e lontana anche da Luca, il frate saggio e rassicurante. Cominciò così, scorata e spaventata dall’incombenza che le era precipitata addosso, a tracciare gesti nell’aria, quasi emulando con la postura delle mani i piatti di una bilancia che salivano e scendevano, il tutto mentre camminava in sù ed in giù per la stanza parlando da sola, facendo peraltro preoccupare non poco il povero Elio. Ad un certo punto ad Artemisia parve si fossero scaricate le batterie, si fermò ad un palmo dalla mappa tattile ed esclamò: “Pro Sancte Iuppiter!” ovvero per Giove. Si diresse verso Elio che rotolava sopra le lenzuola ed esclamò: “Seguimi, dobbiamo raggiungere Luca e per farlo chiederemo un favore a Matteo delle Maree”. Lei si cambiò d’abiti e, una volta pronta, prese da un armadio una sorta di marsupio a tracolla che ricordava la sacca del canguro, Elio vi si infilò e, dopo una carezza sulla testolina, partirono insieme nella direzione del vicino Campo Santi Giovanni e Paolo, la speranza di Artemisia era quella di trovare quel vecchio amico e riscuotere col sorriso il pegno di un favore fornito qualche anno prima. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che una voce gentile come il tepore del sole di primavera esordì: “Artemisia, Elio! Che bello vedervi, come state? Sapete che siamo in fase di marea crescente?” ed Elio: “Mao!” come a dire che lo sapeva, a seguire rispose lei: “Certo Matteo, devo per caso ricordarti ancora una volta che il tuo sapere sulle maree e il soprannome lo devi ai miei insegnamenti?” e lui: “Assolutamente no, ma dimmi, cosa ti porta da questo vecchio scolpito dalla salsedine oggi?” Il tono di Artemisia e l’espressione si fecero più seri: “Matteo, uno strano sogno, una strana sensazione e l’estremo bisogno del conforto di un amico, non è che mi puoi accompagnare a San Francesco del Deserto?” Lui fece una faccia tra lo sbalordito e lo spaventato e rispose: “Sul serio? Proprio adesso? Ricordo bene che ti devo un favore, ma non possiamo aspettare le sei ore scarse che ci dividono dalla bassa marea? Se partiamo ora rischio che la barca si incastri sotto il Ponte Cavallo”. Artemisia determinata: “Lo so, ma conosco bene la tua barca e anche le maree, fammi controllare” si avvicinò così alla tipica scalinata acquea veneziana di Fondamenta Dandolo, si chinò sul gradino più alto e, con la mano destra, ponderò l’altezza dell’acqua rispetto ai gradini successivi, si rialzò e sentenziò: “Ci passeremo”. Matteo mise il broncio e sospirò, ma alla fine cedette alla richiesta. Aiutò così Artemisia ed Elio a salire a bordo e, avviato il motore, si avviò piano e timoroso verso l’arcata del primo ponte. Urlò: “Giù le teste!” Artemisia si abbassò sentendo le vibrazioni del motore, Elio fece altrettanto, ma senza motivo dato che alloggiava più giù rispetto al capo della sua padrona. La prua entrò perfettamente, al millimetro, sotto al ponte rilasciando qualche goccia di condensa che precipitò nell’acqua smeraldo, Artemisia intuendolo assunse l’espressione da te l’avevo detto che ci saremmo passati, ma non aveva considerato la carta degli imprevisti. Un’altra barca partì improvvisamente contaminando con odore di smog l’aria salmastra e causando delle onde che cominciarono a far beccheggiare la barca. Di più, sempre di più fintanto che la prua cominciò a salire fino ad impennarsi, fortunatamente appena fuori dall’arcata d’uscita del ponte. Matteo parve perdere i sensi, ma era solo scena. Superato il secondo ponte, quello dei Mendicanti, si trovarono finalmente in laguna aperta e Matteo a squarciagola: “O Marea conducici lontano!”. Artemisia sorrise e cominciò, seduta a prua, a rimettere in ordine le idee e tutte le cose da dire a Luca non appena lo avesse raggiunto. Non c’era stato nemmeno il tempo di fare un piccolo letargo d’anima che il destino era tornato a bussare alla sua porta, diversamente da come lo fece Rudolf, ma pur sempre sconvolgendo il suo presente e, inconsapevolmente, anche il futuro di tutti. Quello che nessuno poteva sapere in quel momento è che a casa di Artemisia stesse accadendo qualcosa, la sua azione positiva, il suo desiderio di incontrare un amico vero, seppur di poco, aveva fatto pendere la bilancia impressa sulla mappa tattile di pochissimo verso la luce. In fondo sono le piccole azioni a determinare la luce del Mondo.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti

Lasciati avvolgere dall’incanto della città lagunare con questo progetto nato dalla serie “I Segreti di Venezia” Ogni pagina è un invito a esplorare i tesori nascosti di Venezia, tra storia, leggenda e atmosfera natalizia. Con un linguaggio semplice ma coinvolgente, il racconto trasforma la lettura in un’esperienza unica, capace di emozionare e sorprendere. Scopri Venezia come non l’hai mai vista: un viaggio tra luci, misteri e meraviglie ti aspetta.

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La Mappa dei Segreti di Venezia

la mappa dei segreti di venezia cover

La Mappa Interattiva dei Segreti di Venezia – Il Primo Passo Oltre la Cartolina

“A cosa serve una mappa?” cit.

Da bambino la chiedevo mille volte, tenendo tra le mani quel foglio stropicciato pieno di nomi misteriosi, segni di rotte, colori pastello di mari lontani, tratteggi di isole che sembravano sogni. Non capivo il valore, la fatica, la storia che c’era dietro.

Se letta con un accento fiero, suona come Cristoforo Colombo che salpa sicuro verso l’ignoto. Con un altro accento, sembra solo spacconeria. Ma se torniamo bambini… è facile: vogliamo scoprire la magia nascosta in quel pezzo di carta – tanti luoghi, tanti laghi, tanti segreti, sfogliati e risfogliati perché sempre nuovi, sempre da esplorare.

Oggi, a Venezia, mi pongo la stessa domanda. Mentre la città si affolla di code a San Marco e flash al Ponte di Rialto, io continuo a cercare calli che non portano da nessuna parte, riflessi che cambiano con la luce, dettagli che spariscono se corri.

E ho capito: una mappa serve proprio a non perdere la Venezia che respira piano, quella che sussurra segreti solo a chi rallenta e la guarda dritta negli occhi.

Per questo è nata questa Mappa Interattiva dei Segreti di Venezia – gratuita, personale, viva.

Ecco la mappa. Clicca, zoomma, perditi… per ritrovarti!
Accessibile da qualsiasi dispositivo.

Come usarla

Parti da dove vuoi, da dove ti trovi (San Marco, Castello, Burano…). Zoomma con le dita o scegli un pin e fatti guidare fin lì. Leggi la storia e guarda la foto di anteprima. Torna indietro e ripeti quante volte vuoi.

Se la mappa non carica: apri il link diretto

Ricorda anche di dare un occhio alle giornate con Contributo di Accesso (riparte il 3 aprile nel 2026 fino a fine luglio) – per viaggiare con calma e senza sorprese, dai un’occhiata al calendario ufficiale su cda.ve.it, il sito che spiega ogni dettaglio con precisione dal 2024 in poi.

Ogni pin è una storia vera: un sotoportego che toglie il fiato, una barca della frutta che arriva all’alba nella nebbia, una pietra rossa che nessuno calpesta per una promessa antica.

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La serie I Segreti di Venezia è nata e prosegue rivelando questi fili invisibili: luoghi che non reclamano attenzione, parole che si consumano nell’uso quotidiano, dettagli che si rivelano solo a chi accetta di rallentare, di perdersi, di osservare davvero. Sono frammenti di una Venezia che non smette mai di raccontarsi — lontana dai percorsi battuti, vicina solo a chi la sa e vuole ascoltare.

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Un piccolo Edoardo vicino alla Nave Incagliata di Pellestrina
Un piccolo Edoardo (autore del blog) vicino alla “fu” Nave Incagliata di Pellestrina, la Chios Aeinaftios (clicca sull’immagine per l’articolo)
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Anamonè e la bilancia del Natale – Gennaio 2026 – il tempo che si ritrae

Gennaio 2026il tempo che si ritrae

aremisia danza al ritmo del giradischi

Un soffio di vento gelido sferzó il volto di Rudolf, provocandogli una strana sensazione. Guardó nella direzione da cui sembrava provenire, nulla, eccetto per una nuvola che tratteggiava una sagoma verticale e lontana che si stagliava al di sopra delle acque cristalline dell’arcipelago delle Samoa. Sembrava una figura femminile dai capelli che si irradiavano come la corona di tentacoli di un anemone. Tiró il fiato, aveva appena consegnato l’ultimo pacco che era rimasto a bordo della slitta. Estrasse poi da una sacca delle carote. Le diede come ricompensa a Dasher, poi a Dancer e Prancer, infine una dopo l’altra le distribuì fino a Cupid. L’ultima la guardó, la spezzó a metà e ne diede parte a Blitzen, visibilmente più provata delle altre. L’altra parte la addentó lui, provato e consapevole di quanto Santa fosse maggiormente abile e forte rispetto a lui. Solitamente dopo questa tappa cominciava il viaggio di ritorno e la preparazione al lungo riposo post natalizio, ma data la situazione non poteva non tornare da Artemisia, Elio e Luca per un aggiornamento finale e per darsi appuntamento al dicembre successivo. La speranza era che loro riuscissero a liberare o almeno a trovare ulteriori indizi su dove e da chi fosse trattenuto Santa. Un brivido gli attraversó la schiena. Si girò e la nuvola parve essere scomparsa. Guardó la slitta, le renne, sue compagne fedeli, un cenno d’intesa e partì, alla volta di Venezia. Tre battiti di cuore dopo, forse quattro ed ecco, Venezia e la sua laguna dall’alto fecero capolino al di sotto delle nuvole. Era affascinante vedere come la natura avesse eretto dei lidi a difesa di Venezia. Sinuosi, taluni sottili, taluni più vigorosi. Egualmente efficaci. Rudolf cominciò a rallentare, Venezia ormai era vicinissima. Distingueva i dettagli di Chioggia, Pellestrina, Lido ed infine Castello e San Marco. Arrivó nei pressi dell’osteria, quella vicino a Palazzo Tetta, stupendosi del fatto che la barca di Luca fosse ancora lì. Disse alle altre renne di trovare un posto sicuro dove attenderlo e s’incamminó verso casa di Artemisia. Bussó e fu invitato dalla voce soave di lei ad entrare. Fu così che scoprì la sorpresa. Ci saranno state un centinaio di carote, sul tavolo. Luca: “Per te Rudolf, direttamente dagli orti del convento”. Artemisia aggiunse: “Abbiamo compiuto un mezzo miracolo, ora saremo i tuoi alleati per portare a compimento la metà di cammino residua, insieme”. Pianse Rudolf, emotivamente compromesso dalle belle e tenebrose emozioni del periodo: “La mia gratitudine è immensa, come lo sarebbe quella di Santa, ed ora, ahinoi, devo sottostare ad un dogma più antico d’ogni cosa. A Natale finito qualcosa si spegne, non muore, ma si ritrae piano. Come se il mondo dicesse che ora è il suo turno, in attesa della chiamata successiva. Dunque io, così come Santa solitamente, attenderó, anche se non vorrei”. Mentre parlava, la sua veste, ancora illuminata in alcuni dettagli dalla sfida con Krampus a Punta della Dogana, lentamente si spense. Artemisia e Luca si fecero seri, lei cercó le mani di entrambi, trovandole e disse: “Ce la faremo, altrimenti il caso, in mezzo a tutto questo caos, non ci avrebbe mai riuniti”. Elio miagolò, fu un suono dolcissimo, una sottile enfasi a quanto udito. Rudolf, quasi disperato: “Ci vediamo il primo di dicembre..”. Luca: “In fede e raziocinio, ce la metteremo tutta”. Artemisia annuì col capo. Il silenzio accompagnò, ovattandoli, i passi di Rudolf che, avvicinandosi alla porta, si fecero via via più pesanti. Si voltó e, guardandoli ancora disse: “A presto amici miei”. Artemisia salutó con la mano in direzione della voce, così fece Luca. Elio corse verso Rudolf e gli si strusció sulla gamba. La porta si chiuse. Le responsabilità del mondo tornarono sulle spalle di Atlante e, di conseguenza, sull’umanità. “Sarà arduo” disse Luca. Artemisia scelse di parlare tramite lo spazio in cui si muoveva. Si avvicinó ad un giradischi vintage che su una targhetta mostrava fieramente un cane che ascoltava della musica da un grammofono, posó la puntina sul vinile e ne scaturì la stessa canzone che il motore della vecchia barca di Luca le aveva suggerito. Lei cominció a canticchiare il motivetto a bocca chiusa: “Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm… Tà–tà–bròm…” si muoveva sinuosa, seguendo il ritmo della musica, Luca non capì, lei percepì quel silenzio e lo colmó con una spiegazione tanto semplice quanto necessaria: “Sai Luca, io non ho modo di colorare le mie giornate, ho un percepito che comprende ogni cosa, ma quel passo che li distanzia dal mondo lo devo colmare con l’anima. La musica é per me grigio, giallo, ma anche verde o blu, è l’arcobaleno che a voi interrompe la malinconia e, in me, il percepito del dolore di un arrivederci o di un addio”. Danzó consapevole di dove stesse andando e proseguì: “Credimi, anche per te la musica avrà un ruolo importante, ma per me sarà l’unica cosa che non mi farà distinguere quello scalino indietro su cui la vita mi ha collocato”. Luca, esterrefatto, balbettó: “St.. stai dicendo una verità assoluta specchiandoci la tua anima e facendola alzare ad un livello superiore, sono davvero felice che il mio cammino si sia intrecciato col tuo”. Proseguì sempre lui: “Ora devo tornare al mio convento, ma come promesso, ogni settimana passerò di qui, venendo con la mia barca, sfruttando lo spazio acqueo dell’osteria per ormeggiare. Mediteró su ogni cosa e ci confronteremo sui rispettivi, eventuali, progressi. “Ciao Artemisia, riguardati, ci vediamo presto”. Carezzó Elio, chiuse la porta alle sue spalle e tornó alla barca. Artemisia rimase in compagnia del suo silenzio interiore, appena di fuori la musica l’abbracciava, restituendo colore, come da lei sostenuto, ad ogni cosa. Danzó, danzó finchè la canzone, le successive e la superficie del disco non finirono. La puntina scivolò lungo il bordo interno e, stop, la rotazione si fermò. Ora il silenzio interiore si era declinato anche nel micro-mondo della sua casa. Mise sul fuoco la pentola piena d’acqua e cominció a preparare la sua cena e quella di Elio. Quest’ultimo, intuendolo, le sfioró la gamba sinistra con la testolina, lei gli si rivolse così: “Elio, quante cose ha visto e vissuto questa casa? Quante persone, emozioni, istanti? Tante eh? – sospiró – ma tranquillo, io e te siamo inseparabili, nessuno ti porterà via dallo spazio più importante del mio cuore”. Sorrise dolcemente, lui parve capirlo e rotoló felice sul pavimento fino a toccarle la punta delle scarpe. Poi, come impazzito, corse velocissimo fino alla camera, fissó la mappa tattile della laguna e tornó come una saetta. Artemisia rise e, mentre col mestolo mescolava, ebbe una sensazione profonda che le fece sussurrare, lentamente, queste parole: “Stanotte, dalle vibrazioni interiori che percepisco – cominció a disegnare cerchi concentrici nell’aria con la mano sinistra – un sogno mi racconterà qualcosa”. Elio andó ad accomodarsi intanto sulla sedia che solitamente utilizzava Luca, il tutto mentre Artemisia finalmente cominciava ad impiattare le rispettive cene, calde, profumate, fumanti.

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