I Segreti di Venezia: Il Pozzo di Vimini di Calle Gregolina – San Marco

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”.

“A Venezia, a volte, è un dettaglio a cambiare tutto.”

Quante volte ci siamo soffermati su un dettaglio? Magari pensando alla sua unicità, a quel qualcosa che lo rende unico e, proprio per questo, degno di essere conosciuto. Bene, il piccolo segreto di oggi risponde a queste caratteristiche. Andiamo a scoprirlo insieme.

Come arrivare e cosa vedere nelle vicinanze

Prendiamoci un punto di riferimento, il Negozio Olivetti a Piazza San Marco. Da lì andando sotto i portici in direzione della Basilica di San Marco incontreremo sulla sinistra la Calle dei Fabbri, percorriamola tutta, in un dedalo meraviglioso che, curva dopo curva, in circa 200 metri ci farà scorgere sulla destra Calle Gregolina. Percorriamola tutta e, tratteniamo il respiro. Eccoci.

Una delle vetrine del Negozio Olivetti a San Marco

Cosa rende unico questo pozzo?

Solitamente i pozzi veneziani seguono canoni estetici molto riconoscibili, quasi dei cliché. Ma questo — e smentitemi nei commenti se necessario — non ha eguali in tutta la città. La sua trama scolpita, intrecciata come vimini, richiama i cesti artigianali e lo rende uno degli esemplari più particolari che possiate incontrare. Avevo già raccontato come funzionassero i pozzi in un articolo precedente, ma questo richiedeva per forza un approfondimento dedicato.

L’importanza dei pozzi in un’isola avvolta dalle acque… salate!

Prima ancora che diventasse una città, Venezia era un’isola utopia costruita sopra acque salmastre. Per questo i pozzi, con il loro ingegnoso sistema di raccolta e filtraggio, rappresentavano una risorsa vitale per la popolazione. Non solo: erano anche luoghi di ritrovo, aperti due volte al giorno dal capo contrada o dal parroco, momenti in cui la comunità si ritrovava attorno all’acqua che garantiva la vita stessa della città.

Perchè nonostante la sua unicità è così poco conosciuto?

La risposta è piuttosto semplice: deriva dall’eccessiva familiarità che abbiamo con questo elemento urbano. Un tempo a Venezia esistevano oltre 6.000 pozzi, e quelli sopravvissuti oggi si mostrano con fierezza nei campi, nelle piazze o nelle corti. Questo invece, pur essendo tra i più particolari, si “nasconde” in una calle chiusa. E lo ammetto: nonostante abbia percorso Venezia in lungo e in largo per raccontarvela, qui non ero mai passato, nemmeno per caso. Eppure il Campanile di San Marco è a meno di 300 metri.

il pozzo di vimini di Calle Gregolina

Per concludere

Cosa ci lascia questo pozzo? Quale insegnamento possiamo trarne? Forse che nella vita — durante un viaggio, un’esplorazione o persino mentre siamo distratti da altro — la meraviglia è sempre pronta a farsi avanti. Tra Realtà e Sogno è proprio questo: restare aperti, in modo sensibile e autentico, a ciò che ci accade o si rivela attorno a noi. John Lennon lo sintetizzava bene: “La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti” (“Life is what happens to you / While you’re busy making other plans”).

Mi piace pensare che chi scelse questo pozzo per quella calle avesse immaginato l’effetto che avrebbe sortito su chi lo avesse incontrato per la prima volta.

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Scopri la mappa segreta di Venezia: oltre 100 Segreti di Venezia e altre curiosità da esplorare

Qui sotto trovi la mappa interattiva dei Segreti di Venezia, con tutti i luoghi geolocalizzati. Ogni pin ti condurrà direttamente all’articolo corrispondente, permettendoti di esplorare la città seguendo le tracce dei racconti e di scoprire angoli nascosti e curiosità come mai prima d’ora.

Per una navigazione completa, nella pagina indice di tutti gli articoli troverai lo stesso approccio: ogni segreto, oltre alla classica divisione per Sestiere, è collegato alla sua posizione sulla mappa, pronta a guidarti tra i misteri, le storie e le leggende di Venezia. La maggior parte degli articoli è geolocalizzata nel punto reale in cui si svolgono i fatti, mentre alcuni trovano una collocazione più “metaforica”, evocando luoghi legati al racconto più che alla posizione fisica.

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I Segreti di Venezia: Il Banco del Giro, la moneta che non si vede – San Polo

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Più volte abbiamo attraversato insieme calli e sotoporteghi inseguendo echi di voci lontane: fantasmi di eroi garibaldini a Castello, pietre che ricordano la peste, amori nati tra maree e silenzi, ma oggi torniamo al cuore pulsante della città antica, là dove la ricchezza non si contava in monete tintinnanti ma in scritture di fiducia: li dove una chiesa può essere “divorata” dalle case.

Tra il mercato e il Canal Grande, il respiro del Bancogiro

Siamo a Rialto, nel luogo dove Venezia inventò la moneta che non si vede, e dove il denaro cominciò a viaggiare per “giro” — da un nome all’altro, senza mai lasciare la carta. Tra il profumo del pesce appena sbarcato nel vicino mercato e il vociare dei mercanti, nacque qui il Banco del Giro, l’istituzione che trasformò per sempre il modo di commerciare nel Mediterraneo.

Sotoportego del Bancogiro: il cuore invisibile dei pagamenti veneziani

Sotto le arcate che collegano il mercato di Rialto al Campo di San Giacometto, a pochi passi dal famoso “Gobbo”, ancora oggi sopravvive un nome inciso nella pietra: Sotoportego del Banco Giro. In questo spazio, dove il brusio del mercato si mescolava al suono delle monete e dei passi dei mercanti, si trovava il banco pubblico istituito dalla Serenissima nel 1619. Il toponimo non è un semplice ricordo: è una traccia viva del primo sistema bancario di Stato veneziano, dove il denaro non circolava fisicamente, ma “girava” da un conto all’altro.
Le arcate, un tempo presidiate da banchieri e notai, rappresentavano il confine tra il commercio materiale del mercato e quello immateriale del credito — il luogo in cui la fiducia diventava moneta.

Dal Banco della Piazza al Banco del Giro: nascita di una banca pubblica

Già dal 1587, nel cuore di Rialto, funzionava il Banco della Piazza di Rialto, istituito per regolare i pagamenti dei mercanti che animavano la più grande piazza commerciale del Mediterraneo. Nel 1619, la Serenissima fondò il Banco del Giro, con un’innovazione: un sistema di trasferimento contabile interno, senza necessità di spostare denaro contante.
Giro” significava appunto il passaggio da un conto a un altro mediante semplice registrazione. Il banco nasceva in un’epoca in cui Venezia, pur avendo perso parte della potenza marittima, restava un centro finanziario cruciale, dove il denaro assumeva la forma di scrittura e fiducia — anticipando concetti moderni come il bonifico o il conto corrente.

sotorpotego del banco giro naranzaria rialto

La moneta che non si vede: il credito come architettura della fiducia

Il Banco del Giro non prestava denaro come una banca privata: custodiva depositi e registrava passaggi di credito. Ogni trasferimento avveniva “per scrittura”, senza oro né argento, riducendo i rischi di furti e fluttuazioni. Era un sistema di pagamento pubblico, garantito dallo Stato veneziano, che offriva sicurezza e rapidità alle transazioni tra mercanti.
La “moneta di banco” divenne un riferimento di stabilità e fiducia, tanto che gli scambi internazionali la accettavano come garanzia. Nel Sotoportego del Bancogiro, ogni mattina, si incontravano commercianti greci, tedeschi, levantini e veneziani per regolare affari che andavano ben oltre la laguna: un microcosmo di economia globale ante litteram.

Il Banco del Giro e i “Banchi” del Ghetto: due anime del credito veneziano

Mentre il Banco del Giro operava sotto la tutela dello Stato, nel Ghetto di Venezia agivano i cosiddetti banchi ebraici, concessi in gestione a famiglie israelitiche con funzioni di credito su pegno.
Questi banchi erano distinti da tre colori simbolici: Banco Verde e Banco Nero, istituzioni successive o collegate a diversi gruppi familiari, anch’essi operanti nel sistema del pegno.
I colori derivavano dalle insegne dipinte sulle porte dei banchi, e non da motivazioni religiose o etniche. Il Banco del Giro rappresentava invece la fiducia dei grandi commercianti, regolato dal Senato e pensato per la circolazione dei capitali tra Stati e mercanti;
i Banchi del Ghetto servivano le classi medie e popolari, fornendo liquidità immediata. Due mondi opposti ma complementari: uno fondato sulla scrittura contabile, l’altro sull’oggetto realedue forme diverse della stessa necessità economica.
Il Banco Rosso infine, il più antico (attivo dal XVI secolo), era legato al quartiere di Cannaregio, nel cuore del Ghetto Ebraico Veneziano, dove si accedeva per ottenere piccoli prestiti garantiti da oggetti.

sotorpotego del banco giro osteria rialto
Screenshot

Dal fasto alla chiusura: la fine della moneta di banco

Nel 1637 il Banco della Piazza di Rialto chiuse definitivamente, assorbito dal successo del Banco del Giro, che divenne la colonna portante dei pagamenti pubblici e privati della Serenissima. Tuttavia, con la caduta della Repubblica nel 1797 e la trasformazione dei poteri economici sotto Napoleone, il banco perse gradualmente la propria funzione. Nel 1805 fu avviata la liquidazione, e con essa si chiuse un’epoca in cui Venezia aveva gestito un sistema bancario moderno e controllato dallo Stato. Oggi, sotto le arcate di Rialto, resta solo l’eco del nome inciso nel marmo — “Bancogiro” —, memoria di una città che aveva saputo rendere invisibile il denaro, trasformandolo in pura fiducia.

Per concludere

Oggi il Sotoportego del Bancogiro appare come un passaggio qualunque, nelle vicinanze del Canal Grande, e spesso ignorato da chi attraversa Rialto soltanto alla ricerca di souvenir o fotografie. Eppure, basta fermarsi un istante per sentire il respiro del suo passato: il fruscio delle pergamene, il tocco delle penne d’oca, il sussurro dei numeri che scorrevano tra i registri. Là dove il denaro smise di pesare e cominciò a significare fiducia, Venezia tracciò una delle sue più grandi magie: rendere invisibile ciò che muove il mondo. E mentre l’acqua scorre, il nome “Bancogiro” continua a brillare e vivere. Oggi è una rinomata osteria, ma rimane anche un segreto inciso nella pietratestimone silenzioso del tempo in cui la città lagunare inventò la modernità, senza saperlo.

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I Segreti di Venezia: Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce – genesi del calendario dell’avvento 2024

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi lasciamo per un attimo i vicoli e i misteri di Venezia per addentrarci in un’altra forma di viaggio: quello tra fantasia, luce e magia natalizia, fatti di luce e dei suoi altri ingredienti segreti. Ci accompagnerà Edoardo, autore del racconto e di questo blog, in un viaggio attraverso un racconto che mescola magia, simbolismo e tradizione, tra le luci del Natale e le ombre di storie dimenticate. Scopriremo come Santa Claus, guidato da 25 ingredienti preziosi, cerca di riportare la luce perduta, e come ogni elemento del racconto sia legato a suggestioni reali, emozioni e leggende che parlano di noi e del nostro mondo.

cover dei segreti di venezia modificata ad hoc per quest'occasione dell'intervista su "Santa Claus e i 25 ingredienti della luce".

Intervista all’autore:

Cosa ti ha ispirato a scrivere “Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce”?

“La nascita di questo racconto potremmo definirla un’intuizione fulminea. Ho immaginato quanto potesse essere affascinante costruire una storia cucita ad arte su un personaggio come Santa Claus, intrecciandola con il fascino di Venezia e dei luoghi che le stanno intorno. È stato come sentire una scintilla: il desiderio di unire magia, tradizione e paesaggi che conosco così bene.”

In che modo il contesto veneziano e i luoghi che ami hanno influenzato la trama e l’ambientazione del racconto?

“La cosa magica di Venezia, così come dei suoi dintorni, è che sanno trasformarsi in un vero e proprio dedalo di contesti diversi. Si parte dalle campagne tranquille, ci si trova in isole remote e silenziose, e poi, all’improvviso, ci si immerge nel colore vivace di Burano, nei silenzi di Pellestrina e Malamocco, nel mistero di Poveglia o nel clamore delle calli veneziane. Questa poliedricità si sposa perfettamente con una trama fantasy, dando al racconto un ritmo e un respiro che seguono il viaggio della luce e dei suoi ingredienti.”

Ogni ingrediente della luce ha un suo significato. Qual è il messaggio o il simbolismo che più ti sta a cuore trasmettere attraverso questi 25 ingredienti?

“Il senso della storia, e degli ingredienti di conseguenza, è che attraverso un viaggio, fisico o interiore, possiamo vivere istanti che aggiungono sale alla nostra vita e, di riflesso, a quella degli altri. In ogni cosa piccola si nasconde un pizzico di infinito, e questo vale tanto nel micro quanto nel macro.

Ogni ingrediente della luce che ho raccolto fino ad oggi porta con sé una storia, un frammento di significato: l’Acqua del fiume Piave, l’Acqua agrodolce della foce del Sile, il fango in scatola, il frammento del Ponte del Diavolo, l’intonaco color cielo, un rametto di vitigno, uno stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, una candela consumata, pignette di cipresso, ceneri di legno di tasso, il guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, il legno resiliente levigato dal mare, il fiore viola selvatico centaurea, una rete sgualcita con galleggiante di sughero, un cristallo di sale marino, un rametto spinoso del roseto, l’intonaco cuore di Melusina in ampolla, un rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta di San Giovanni Elemosinario, un francobollo di Betlemme, la chiave di un lucchetto d’amore e persino una ciocca di Rudolf.

Ognuno di questi ingredienti racchiude un frammento di esperienza, memoria o magia: piccole scintille che, combinate, accendono la luce interiore e ci ricordano quanto il mondo sia fatto di dettagli preziosi e sorprendenti.”

Come hai strutturato il racconto e il ritmo della storia? Segui un piano preciso oppure lasci che siano le intuizioni e l’ispirazione a guidarti?

“Sai, nella poesia come nella prosa, mi lascio travolgere dal flow emotivo. Certo, uno schema di massima c’è, ma poi sono le trame che si dipanano dai personaggi a guidarmi, e talvolta a presentarmi persino il personaggio successivo. È un dialogo continuo tra me, i personaggi e la storia, dove ogni ingrediente, ogni scena, sembra trovare il suo posto quasi da sola, seguendo una logica interna fatta di emozione e intuizione che si sintonizzano con l’intento narrativo.”

Dal vecchio al nuovo, ora che ci avviciniamo al nuovo racconto, “Chi ha rapito Santa Claus?”, cosa possono aspettarsi i lettori? Ci saranno collegamenti con “I 25 ingredienti della Luce” o ogni storia vive di vita propria?

“Caspita, questa sì che è una rivelazione… ne sai forse più di me! Scherzi a parte, non è ancora tutto definito: non ho ancora parlato con tutti i personaggi (sorrido, ndr), ma l’idea di massima della trama e dello svolgimento c’è.

Con l’assenza di Santa, il protagonista sarà ovviamente Rudolph, ma non sarà solo. E, com’è giusto che sia, la storia resterà legata alla precedente, I 25 ingredienti della Luce, pur presentando un ritmo e delle vibrazioni totalmente diverse a tratti. Dopotutto, Santa è stato rapito… mica possiamo scherzare su questo.”

Se potessi svelare un piccolo segreto della storia senza rovinare la sorpresa, quale sarebbe? E quale consiglio daresti a chi vuole scrivere storie che mescolano realtà e immaginazione?

“Mi costa fatica, ma senza fare spoiler possiamo dire che il leitmotiv della storia sarà il fatto che le apparenze ingannano, nella vita come nella fantasia. Così come non possiamo giudicare un libro dalla sua copertina, allo stesso modo non possiamo giudicare una persona dalla prima impressione che ci suscita. Eppure, un enorme ‘ma’: talvolta l’istinto è un senso salvifico, capace di guidarci dove la ragione da sola non arriverebbe. Vi faccio però un regalo, eccovi la copertina”

chi ha rapito santa claus?

Edoardo, guardando indietro a tutto il percorso creativo di “I 25 ingredienti della Luce” e pensando al nuovo calendario dell’Avvento, cosa ti lascia questa esperienza come scrittore e come osservatore del mondo?

“Mi guardo alle spalle dopo questa esperienza e vedo l’immagine di me adolescente, penna alla mano, che annota la sua prima poesia su un quaderno. Parlava di un luogo e di un vecchio: il primo non esiste più, il secondo era frutto della mia immaginazione.

Il confine tra prosa e poesia, per chi la custodisce dentro, è labile e permeabile. Basta un piccolo dettaglio, quel ‘che’, e un testo cambia polarità. In ogni mio racconto e in ogni mio testo, quel pizzico di poesia c’è sempre: fa parte di me.

Dunque, questo racconto e quello che verrà mi lasciano un’ampia aura di ciò che sono e di ciò che ambisco a essere come scrittore e poeta. In ogni storia c’è parte di me e della mia esperienza nel mondo. Come spero di aver trasmesso nel corso di poesia – Trarealtaesogno – ognuno ha una voce interiore: bisogna solo capire come ascoltarla, farla emergere e coltivarla. Non limitatevi a guardare il mondo dalla finestra… fatene parte, con azioni, pensieri e… poesia.”

Per concludere

Il viaggio nei 25 ingredienti della luce ci ha condotti tra luoghi reali e frammenti di fantasia, tra dettagli preziosi e simboli nascosti, guidati dalla voce di Edoardo. Come spesso accade nei Segreti di Venezia, anche qui il confine tra realtà e immaginazione è labile, e sta al lettore scoprire i piccoli misteri che si nascondono nei gesti quotidiani, nei luoghi più familiari e nei ricordi più remoti.

Ogni ingrediente, ogni scena e ogni personaggio è un invito a osservare il mondo con occhi nuovi, a lasciarsi sorprendere e a coltivare la propria luce interiore.

E mentre ci prepariamo a immergerci nel nuovo racconto “Chi ha rapito Santa Claus?”, vale la pena riscoprire I 25 ingredienti della Luce, rileggere ogni dettaglio e lasciare che la magia, la fantasia e il mistero ci guidino ancora una volta tra i fili invisibili che legano passato e presente, realtà e sogno.

E a proposito di magia… per un piccolo colpo di genio, questa intervista è stata condotta nientemeno che da Santa Claus in persona!

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I Segreti di Venezia: Il Casino degli spiriti, un sospiro noir affacciato sulla laguna – Cannaregio

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Più volte, insieme, abbiamo camminato tra le ombre e la luce di questa città sospesa sull’acqua, seguendo anche le orme delle sue storie più noir e misteriose. Abbiamo incontrato Biagio Cargnio, il primo vero serial killer veneziano, scoperto la pietra rossa dove la peste fu sconfitta, e ascoltato leggende più dolci e malinconiche, come quella di Orio e della sirena Melusina.

Un pizzico di storia e dove si trova

Costruito nel XVI secolo per conto della famiglia Contarini Dal Zaffo, il palazzo ha attraversato secoli di nobiltà, arte e vicende oscure. Oggi ospita una sede dell’Istituto Cottolengo – Piccola Casa della Divina Provvidenza, ma il soprannome “Casino degli Spiriti” non è nato per caso: secondo la tradizione, il luogo era teatro di riti misteriosi e incontri proibiti.

casino degli spiriti
il Casino degli Spiriti visto dalle acque lagunari

Ci troviamo nel Sestiere di Cannaregio, non lontano dalle misteriose statue di Campo dei Mori. Solitamente le indicazioni che fornisco per visitare i luoghi narrati sono precise, ma qui la prospettiva cambia: questo luogo, pur documentato dalle fonti storiche, non è visitabile. Il suo accesso, essendo parte di una delle sedi dell’Istituto Cottolengo, è in Fondamenta Gasparo Contarini, poco prima della fine della stessa, dove si può scorgere la Sacca de la Misericordia Marina, darsena che prende il nome dalla Scuola Grande della Misericordia, ex “Tempio del Basket”.

Leggende e misteri che ne hanno macchiato la fama

Si dice che, di notte, figure incappucciate si muovessero all’interno con fiaccole in mano, accompagnate da canti che riecheggiavano lungo la laguna. Alcuni racconti narrano di fantasmi irrequieti, tra cui lo spirito del pittore del ‘500 Luzzo, frequentatore del palazzo che si incontrava con Tiziano, Giorgione e Sandolino. Qui, l’arte si mescolava al segreto, e le stanze custodivano segreti e drammi, tenuti lontani dalla luce del giorno.

casino degli spiriti in bianco e nero

Amori, scandali ed eventi macabri

Luzzo si innamorò di Cecilia, giovane prostituta che frequentava anche Giorgione. Una storia di desideri e gelosie che terminò tragicamente: Luzzo, dopo una notte di eccessi, salì all’ultimo piano e si tolse la vita. Da allora, si dice che la sua anima innamorata vaghi ancora tra le stanze del palazzo, cercando ciò che il mondo terreno aveva negato.

Non solo fantasmi: nelle acque antistanti il palazzo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu ritrovato un baule contenente il corpo a pezzi di Linda Cimetta, giovane contrabbandiera bellunese. La leggenda racconta che da quel momento nessuno si sia più tuffato in quelle acque, rispettando il silenzio macabro che aleggia sulla Sacca della Misericordia Marina.

casino degli spiriti sulla destra in lontananza

Per concludere

Il Casino degli Spiriti è più di un edificio: è un fulcro noir e di leggende, dove la storia veneziana indossa tabari ombrosi e sussurra segreti. Forse proprio per la sua apparente inaccessibilità si erge a rifugio ultimo per fantasmi che si fanno minacciosi, alcova di amori proibiti e audaci, sede di fatti macabri che si addolciscono solo grazie alla bellezza circostante. Osservate attentamente le calli, ascoltate il silenzio delle acque: a Venezia, ogni pietra, ogni finestra, ogni riflesso può raccontare una storia che aspetta solo di essere svelata.

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I Segreti di Venezia: Forte Marghera, un angolo di natura, storia e cultura nel cuore di Mestre

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”. Oggi, per la seconda volta dopo la visita all’M9 di Mestre, torniamo ad attraversare la laguna lungo il Ponte della Libertà. Lasciamo alle nostre spalle la Venezia insulare per approdare sulla terraferma, alla scoperta di un luogo che, pur trovandosi oltre le acque, ne custodisce ancora lo spirito e la memoria: Forte Marghera, un angolo sospeso tra storia, natura e cultura contemporanea.

Come raggiungere Forte Marghera

Se vi trovate a Venezia, raggiungete Piazzale Roma e da lì prendete il tram della linea T1 dal capolinea: è impossibile sbagliare. Dopo circa 15 minuti di viaggio scendete alla fermata Forte Marghera. Attraversate la strada e imboccate il vialetto sterrato ciclopedonale che attraversa un’area verde dall’aspetto un po’ selvaggio, quasi un preludio al luogo che state per visitare.
Giunti in via Forte Marghera, attraversate nuovamente la strada e seguite le indicazioni per il forte. Dopo circa 200 metri, vi troverete davanti al ponte d’accesso, quello che conduce all’interno del complesso: da qui inizia davvero la scoperta.

ponte di accesso a forte marghera

Storia e funzione del Forte

Forte Marghera è una fortezza ottocentesca situata tra Mestre e la laguna di Venezia, costruita tra 1805 e 1842 su progetto franco-austriaco per controllare l’accesso a Venezia dalla terraferma. Fu il cuore del sistema difensivo lagunare e, successivamente, del campo trincerato di Mestre. Durante la Repubblica di San Marco (1848–1849) il forte fu teatro della celebre Sortita di Mestre, ma dopo un duro assedio venne conquistato dagli austriaci, che lo distrussero quasi completamente.

Nel periodo italiano (dal 1866) divenne una base strategica del Regio Esercito, centro logistico e punto di comando della difesa veneziana, integrato con altri forti (Gazzera, Carpenedo, Tron, Rossarol, Cosenz, ecc.). Con la Prima guerra mondiale il sistema perse valore militare e venne gradualmente smantellato e riconvertito. Dagli anni ’80 cessò ogni funzione bellica. Oggi il forte, esteso su 48 ettari tra canali e fossati, è bene comunale, parco pubblico e sede di eventi culturali e di un padiglione della Biennale di Venezia, oltre a ospitare mostre e attività artistiche contemporanee.

cosa si vede all'ingresso di forte marghera

Forte Marghera e l’Arsenale: così uguali così diversi

Proprio come all’Arsenale di Venezia, anche qui le acque non sono solo un contorno: definiscono forme e cammini, unendo come un filo rosso la storia, la natura e la città. Se all’Arsenale si costruivano e custodivano le navi della Serenissima, simbolo della sua potenza marittima, al Forte si organizzavano le difese per proteggerla. Entrambi luoghi di frontiera e di ingegno, condividono una stessa anima: quella di Venezia declinata nella tecnica militare e trasformata in memoria. Oggi, mentre l’Arsenale continua a ospitare arte e innovazione, Forte Marghera ha trovato una nuova vita fatta di mostre, associazioni e gatti che si muovono liberi tra le rovine. Due spazi nati per la guerra, divenuti custodi di pace, cultura, comunità e… gatti!

la baia di forte marghera

Bastioni, fossati, canneti, un museo e la forma a stella: l’architettura di Forte Marghera

Forte Marghera è un capolavoro di ingegneria ottocentesca, costruito per difendere Venezia dagli attacchi via terra e via mare. La sua pianta a stella, visibile dall’alto, nasce da un sistema di bastioni, fossati e terrapieni che garantivano un controllo strategico del territorio. I fossati colmi d’acqua salmastra, alimentati dai canali lagunari, costituivano una barriera naturale, mentre le casermette e polveriere, in mattoni e pietra d’Istria, univano solidità e armonia con l’ambiente. Ospitato in una casermetta ottocentesca, il museo racconta la storia del Forte e della sua evoluzione difensiva. Tra armi disattivate, cimeli, fotografie della Prima Guerra Mondiale e strumenti da lavoro, ogni sala svela pezzi di vita militare e tecnica. All’esterno, cannoni, obici e mezzi d’artiglieria ricordano il ruolo strategico della fortezza, mentre le esposizioni interne guidano il visitatore tra storia, memoria e ingegno militare. Oggi le acque dialogano silenziose con le mura del Forte, creando riflessi e vita naturale tra canneti e fauna lagunare, interrotte solo dai richiami di gabbiani e papere. Dall’alto, la fortezza appare come una stella di pietra sospesa sulle acque, simbolo perfetto dell’equilibrio e dell’ingegno veneziano. Al suo vertice si spalanca un proscenio acqueo ovale che ricorda un’arena naturale: la famosa Baia del Forte.

I gatti del Forte: piccoli custodi felini

E la notte? Chi vigila sul Forte? Ovviamente, i gatti! Tra rifugi di mattoni, ripari improvvisati e comode cucce a forma di casetta vive una colonia felina ormai parte integrante del luogo. Due associazioni si prendono cura di loro grazie ai volontari: i Mici del Forte e l’ENPA (i miei due gatti di casa, Pandoro e Merlino, li ho adottati rispettivamente presso l’una e l’altra). Chiunque abbia attraversato il Forte almeno una volta non può non averli notati: alcuni timidi, altri solitari quasi ascetici, altri ancora super socievoli. Con la loro presenza discreta, sembrano vegliare sulla memoria e sul silenzio del Forte Marghera, insegnandoci in un istante quanto sia bello talvolta fermarsi, respirare e osservare.

Arte, laboratori, eventi, creatività contemporanea e luoghi di incontro

Al Forte Marghera, l’arte, anzi le arti, trovano una dimensione naturale, tra scuole di danza verticale, laboratori creativi, officine, sinergie, associazioni, scout e una miriade di altre realtà. Ogni idea pare trovare il suo trampolino, ma anche una grande fionda, quella progettata da Lorenzo Quinn, che punta verso Porto Marghera: due mani di ragazzo che tendono l’elastico quasi per gioco, pronte a scagliare il mondo. Un segno di responsabilità e modernità, ricorda che Venezia ed il Pianeta sono fragili e che il futuro, da proteggere, passa dalle nostre stesse mani.

Opere come questa trasformano il Forte da luogo di spensieratezza a spazio dove educare la mente al pensiero. Tra le realtà presenti, spiccano i locali Gipsy Grill, Controvento – Bagolaro e Gatto Rosso, che offrono punti di ristoro e convivialità, mentre l’Associazione Centro Pandora anima laboratori, incontri e attività culturali per la comunità.

La poesia nel silenzio e relitti che ricordano il rumore del mare

Un viaggio che si rende poetico tra i relitti abbandonati e le poesie da me appese, con scorci che richiamano l’atmosfera del Cimitero dei Burci di Silea, dove passato e presente si incontrano in un silenzio evocativo. Le acque specchiano solo ciò che i nostri occhi desiderano vedere, custodendo memoria, riflessi e il sussurro immaginario di antiche navigazioni.

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Per concludere

Forte Marghera non è solo un luogo da visitare: è un viaggio tra storia, natura e cultura. Bastioni, fossati e casermette raccontano ingegno e memoria, mentre i gatti e le acque tra i canneti sussurrano silenzi vivi. Arte, laboratori e locali animano lo spazio, trasformandolo in un teatro di creatività e comunità. Entrare qui significa camminare tra passato e presente, scoprendo piccoli miracoli di bellezza e vita… e, se vi va, ricordatevi di portare qualche croccantino per i gatti, i veri custodi del Forte!

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