I Segreti di Venezia: Le Scuole Grandi e il Viaggio dei Cavalli di San Marco

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. In questo episodio, vi porterò a scoprire due aspetti apparentemente distinti della storia veneziana e dello spirito che anima la venezianità. Come fili di un antico intreccio, questi elementi hanno percorso strade diverse, fino ad intersecarsi in un nodo doloroso e al contempo indelebile.
Da quell’incontro è nato qualcosa di profondo, che ancora oggi lascia tracce nel nostro presente e che, senza dubbio, merita un posto centrale nel racconto di questo progetto.

Le Scuole Grandi: custodi di Carità, Storia, Professioni e Mecenatismo

A Venezia, le Scuole erano istituzioni fondamentali per la vita sociale, culturale e religiosa della città. Si suddividevano in tre categorie principali:

  • Scuole religiose, come quelle dei Battuti, incentrate sulla devozione, la penitenza e la carità.
  • Scuole di stranieri, che accoglievano comunità provenienti da diverse aree geografiche (come Albanesi, Schiavoni, Greci), offrendo sostegno economico, spirituale e lavorativo. Tra queste spicca la Scuola Dalmata, nota per il celebre ciclo pittorico di Vittore Carpaccio.
  • Scuole di mestiere, dedicate agli artigiani, che fungevano da veri e propri albi professionali (lanaioli, salumai, pellicciai).

Nelle immagini qui sopra la Scuola Grande San Giovanni Evangelista

Le Scuole Grandi

Le Scuole Grandi rappresentavano l’élite di queste istituzioni: confraternite laiche, ufficialmente riconosciute dalla Repubblica, che univano beneficenza, cultura e mecenatismo. Frequentate dalle famiglie patrizie e sostenute da donazioni generose, arricchirono Venezia di opere d’arte straordinarie, reliquie e imponenti edifici. Ogni Scuola portava il nome del proprio santo protettore.

Nelle immagini qui sopra da sinistra verso destra vediamo: la Scuola Grande di San Rocco, la Scuola Grande dei Carmini e la Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia.

Alla caduta della Repubblica, il 12 maggio 1797, le Scuole Grandi erano nove:

  • Scuola Grande di Santa Maria della Carità
  • Scuola Grande di San Marco (foto 3)
  • Scuola Grande di San Giovanni Evangelista
  • Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia
    (foto 4 – Ex tempio del basket della Reyer)
  • Scuola Grande di San Rocco (foto 1)
  • Scuola Grande di San Teodoro
  • Scuola Grande di San Fantin (o dei Picai)
  • Scuola Grande del Rosario
  • Scuola Grande dei Carmini (foto 2)

A proposito della Scuola Grande San Giovanni Evangelista:

Come testimoniano le foto qui sotto, oltre a cicli pittorici di assoluto pregio, esistono durante l’anno diverse opportunità per scoprire nuove prospettive di questo luogo unico. Tra queste ad esempio, sperimentato in prima persona, i concerti Candle Light. Esperienze uniche, dove musica ed emozioni si fondono con un contesto davvero unico. Nella foto il Quartetto Dafne durante la loro esibizione sulle note di Coldplay ed Imagine Dragons del 4 maggio 2025.

Spoliazioni e Rinascita: il Viaggio dei Cavalli di San Marco

La caduta della Serenissima, sancita il 12 maggio 1797, segnò per Venezia non solo la fine dell’indipendenza, ma anche l’inizio di una spoliazione culturale dolorosa. Con l’occupazione napoleonica, le Scuole vennero soppresse, i beni dispersi, e numerose opere d’arte trafugate o vendute. Tra gli episodi più simbolici spicca la vicenda dei Cavalli di San Marco.

copia dei quattro cavalli
la copia dei quattro cavalli ora esposti all’interno della Basilica

Nel 1797, su ordine di Napoleone, i quattro cavalli bronzei che dominavano la loggia della Basilica vennero trasportati a Parigi come trofei di guerra. Ispirarono persino la quadriga dell’Arco di Trionfo del Carrousel. Dopo la sconfitta di Napoleone, i cavalli vennero restituiti nel 1815. La loro rimozione da Parigi avvenne sotto gli occhi increduli dei parigini, supervisionata dal capitano Dumaresq, che ricevette per l’impresa una tabacchiera d’oro ornata di diamanti dall’Imperatore d’Austria. Rientrati a Venezia, i cavalli tornarono sulla loggia di San Marco, dove rimasero fino al 1977. Per proteggerli dagli agenti atmosferici, oggi sono custoditi all’interno del Museo della Basilica, mentre all’esterno sono visibili delle copie fedelissime.

panoramica della basilica con vista sui quattro cavalli
Panoramica della Piazza, della Basilica e dei quattro cavalli

La Sopravvivenza delle Scuole

Non tutte le Scuole furono cancellate. La Scuola Dalmata degli Schiavoni, fondata dagli emigrati dalmati, sopravvisse, custodendo ancora oggi capolavori come il ciclo di Carpaccio.

Altre Scuole Grandi riuscirono a rinascere come musei, spazi culturali e centri spirituali:

  • Scuola Grande di San Rocco
  • Scuola Grande dei Carmini
  • Scuola Grande di San Giovanni Evangelista
  • Scuola Grande di San Teodoro
  • Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone (mai soppressa)
il salone interno della Scuola Grande di San Marco
il salone interno della Scuola Grande di San Marco

Anche la Scuola Grande di San Marco, storicamente legata a Bartolomeo Colleoni, ha ritrovato nuova vita: oggi è integrata nella facciata dell’Ospedale Civile di Venezia ed è stata riaperta nel 2019 come spazio museale, proseguendo la memoria di un’epoca che sembrava perduta.

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In conclusione:

La caduta della Serenissima segnò una delle più dolorose ferite nella storia di Venezia: tra spoliazioni artistiche e soppressioni religiose, la città sembrava destinata a perdere la propria anima. Eppure, tra rovine e saccheggi, alcune istituzioni come le Scuole Grandi riuscirono a rinascere,capolavori come i Cavalli di San Marco furono protagonisti di un incredibile viaggio di andata e ritorno, ergendosi a simbolo eterno della resilienza veneziana.
Venezia è la somma delle sue infinite vite: nata su paludi insidiose, forgiata nell’acqua e nella fragilità, sorretta da una foresta capovolta, assediata da invasori, carestie, pestilenze, guerre e innumerevoli sventure, è giunta meravigliosamente fino a noi. Ogni angolo custodisce un frammento di storia, e ogni passo ci avvicina a un passato che ancora pulsa nelle calli e nei palazzi. Tra ombre, fragori e onde, si intrecciano storie di artigianato, tradizione e passione, che rendono questa città senza tempo. Camminando, si vive un’esperienza sensoriale unica, dove ogni dettaglio svela la bellezza di un luogo che non smette mai di incantare. Venezia non è solo da vedere, ma da sentire, da vivere, da respirare. Ogni passo in avanti ci riconduce ad un momento del passato, mentre, inconsapevolmente, diventiamo parte del suo futuro.

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

Non dimenticate di condividere questa serie con i vostri amici e familiari per far sì che anche loro possano immergersi nei misteri e nella bellezza di Venezia. Lasciate un commento con le vostre opinioni e condividete le vostre esperienze personali sulla città. La vostra partecipazione rende questa serie ancora più speciale e coinvolgente per tutti!

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I Segreti di Venezia: Torrefazione Girani, il Caffè di Venezia – Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Oggi vi accompagnerò alla scoperta di profumi in cui pietra, legno, storia, aria salmastra e caffè si intrecciano in un angolo dal sapore magico..
Venezia, la Serenissima, frontiera e baluardo di commerci, spezie, preziosi, ma anche di tradizioni che da secoli e decenni si dipanano e vivono lungo calli e campielli.
Siete pronti ad assaporare un nuovo articolo? Partiamo!

La Torrefazione Girani: l’ultima vera torrefazione artigianale di Venezia – dove trovarla?

Ci troviamo in uno dei sestieri veneziani che preferisco. Tantissime, infatti, sono le storie, le leggende e la venezianità che scorrono lungo queste calli. Piazza San Marco non è distantissima, ma lo è abbastanza per lasciare spazio a un’autenticità fatta di piccoli dettagli. Quei dettagli, tramandati di generazione in generazione fin dal 1928, che con profumi e sapienza hanno trasformato un piccolo laboratorio in una eccellenza resiliente, dove ogni chicco viene selezionato, tostato e miscelato sul posto. Un’eccellenza che va oltre il contesto in cui la troviamo, e che si rivela anche nella capacità di raccontare un aroma o consigliare una varietà. Io stesso sono entrato da quell’uscio: fuori era il 2025, ma lì dentro ho respirato un’atmosfera senza tempo. La stessa che, da bambino che ancora non apprezzava quella bevanda, mi faceva però annusare la bustina di caffè appena macinato in una rivendita della mia città. Aggiungiamo una nota di mistero: se guarderete sulla borsetta che vi verrà consegnata, dopo aver scelto il loro prezioso caffè appena macinato, troverete un indirizzo preciso: Campo della Bragora 3727. Cercate pure sulle mappe: difficilmente troverete un riscontro. Infatti, oggi quel campo si chiama Campo Bandiera e Moro.

L’interno della bottega ed il bancone della Torrefazione Girani

Per quale motivo il Campo ha due nomi?

Campo Bandiera e Moro e Campo della Bragora non sono due campi diversi, bensì lo stesso luogo, e l’indirizzo Castello 3727 li accomuna per questo motivo. Campo Bandiera e Moro è il nome moderno e ufficiale, ma nella tradizione locale è anche noto come Campo della Bragora, soprattutto per la presenza della Chiesa di San Giovanni in Bragora, che dà il nome alla parrocchia storica. A Venezia, la numerazione civica non segue vie o campi, ma l’intero sestiere di appartenenza. Questo significa che Castello 3727 è un numero univoco all’interno del sestiere, e può essere riferito a zone che portano nomi differenti, anche se indicano la stessa area urbanistica. Talvolta, un’attività o un edificio può essere descritto in modi diversi:
“Campo Bandiera e Moro 3727” come nome toponomastico attuale,
oppure “Campo della Bragora 3727” come nome storico o ecclesiastico. Se cerchi Castello 3727 su una mappa, troverai lo stesso punto: è l’edificio della Torrefazione Girani, che si affaccia proprio su quel campo, in uno degli angoli più autentici e silenziosi del sestiere.
Infine la chiesa di San Giovanni in Bragora, che dava il nome al campo, tra l’altro, è nota anche per aver visto svolgersi il battesimo Antonio Vivaldi.

I caffè “perduti”: miscela e memoria

Un tempo non raro, oggi quasi un’eccezione. Le torrefazioni artigianali a Venezia erano realtà vive, profumate, quotidiane. Caffè Roma in Strada Nova, Torrefazione Cannaregio alle Ormesini, botteghe senza insegna dove bastava chiedere “mezzo etto per moka” per uscire con le dita impregnate d’aroma.

Molte si sono spente, altre migrate in terraferma. Rimane il ricordo: un sacchetto di carta sottile, il suono del macinino, la voce che suggeriva la miscela giusta. Luoghi di fiducia, dove il caffè non si beveva: si sceglieva. La speranza è che possa risorgere dalle sue polveri, se mi passate l’analogia, la Torrefazione Cannaregio, fallita solo nel 2024. Forse, con nuova linfa e mani attente, potrà tornare a tostare per la città.

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In conclusione:

In questo itinerario tra profumi tostati e Segreti di Venezia, la Torrefazione Girani si rivela non solo come bottega, ma come presidio di tradizione. In un tempo in cui la città si affida sempre più al ricordo, qui il caffè è ancora un gesto lento, sapiente, quotidiano. Le torrefazioni scomparse, i nomi che resistono nei racconti delle persone più che sulle insegne, ci parlano di una Venezia fatta di riti domestici, di mani che scelgono e nasi che riconoscono. Un tempo in cui la qualità non era una moda, ma un’abitudine. E allora, in questo angolo del sestiere di Castello, il caffè non è solo una miscela: è una forma di resistenza, un racconto che profuma di passato ma vive nel presente. E, nel mio piccolo, sono felice di aver comprato del caffè, proprio lì, oggi. La moka ormai la uso di rado, ma poter aprire la miscela, annusare e lasciar impregnare le dita del suo profumo… non ha prezzo. E chissà, magari anche voi, passando di lì, sentirete quel profumo nell’aria e vi fermerete. Non solo per comprare del caffè, ma per portare via con voi un frammento di Venezia che non si può raccontare. Solo vivere. E che, una volta sentito, non vi lascerà mai.

torrefazione girani sulla mappa

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: l’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, il Medico della Peste e la Ricetta della Teriaca – Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le intriganti vicende della città lagunare. Siete pronti a scoprire una prospettiva inaspettata? Oggi varcheremo la soglia dell’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, tra alambicchi e aromi perduti, indagheremo l’enigmatica figura del medico della peste e vi svelerò gli ingredienti della Teriaca: l’antica panacea veneziana, sospesa tra scienza e leggenda.

Dove si trova l’Antica Farmacia e cosa si vede al suo interno?

Vi ricordate quando, non molto tempo fa, vi ho raccontato la straordinaria storia di Bartolomeo Colleoni e della promessa a lui rivolta dai veneziani, ma mantenuta con l’inganno? Ebbene, proprio qui, sotto lo sguardo imponente del suo monumento, eretto presso la Scuola Grande di San Marco — oggi conosciuta come l’Ospedale Civile di Venezia — si trova il luogo di cui vi parlerò oggi. Per aiutarvi, eccovi uno scatto della facciata, adiacente la Basilica di San Giovanni e Paolo.

La facciata dell'Ospedale di Venezia chiamato anche "Scuola Grande di San Marco" e, sulla destra, l'ingresso dell'Antica Farmacia
La facciata dell’Ospedale di Venezia chiamato anche “Scuola Grande di San Marco” e, sulla destra, l’ingresso dell’Antica Farmacia

Con un costo davvero irrisorio, è possibile visitare questa antica farmacia, che al suo interno custodisce secoli di tradizioni e meraviglie. Troverete infatti, oltre a numerosi reperti medico-scientifici e atlanti di anatomia, intere pareti di spezierie e armadi da farmacia in legno scuro, ricolmi di albarelli in vetro o maiolica. Spesso, durante gli orari di apertura, il/la custode può rivelarsi una persona in grado di regalarvi aneddoti e storie che arricchiranno ulteriormente la vostra esperienza. Ve lo dico perché, per me, è stato proprio così.

Il Medico della Peste e la funzione della sua maschera:

Non nasce certo per il Carnevale, il Medico della Peste. Il suo lungo abito scuro, i guanti, la bacchetta, gli occhiali e, soprattutto, quel becco ricurvo — riempito di erbe e spugne all’aceto — erano parte di una vera e propria armatura. L’aveva ideata il dottor Charles De Lorme, durante la pestilenza del 1630, sperando che bastasse a schermare le esalazioni letali. Una speranza vana, ma comprensibile. All’epoca non si conoscevano virusbatteri: si credeva che fosse l’aria malata la colpevole. E così quella figura inquietante si aggirava per le calli, più simile alla morte che alla cura. Oggi, nel tempo del Carnevale, quel costume torna in scena, grottesco e simbolico: un modo tutto veneziano per esorcizzare la paura, mescolando la festa al ricordo di un dolore antico.

Il medico della peste e la sua maschera

La ricetta della Teriaca, un pizzico di storia e una domanda, funzionava davvero?

La teriaca è una mistura di erbe e ingredienti che affonda le radici nell’antichità, originata da Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, e perfezionata dal medico greco Andromaco alla corte di Nerone. Questo polifarmaco, che includeva sostanze come oppio, mirra, corteccia di cannella e persino carne di vipera, veniva usato per trattare infezioni, febbri e veleno, ma la sua composizione variava a seconda delle epoche e delle scuole mediche. A Venezia, la teriaca divenne un simbolo di saggezza medica, preparata con cura dalle spezierie locali. Qui, la miscela veniva realizzata con ingredienti accuratamente dosati e un lungo processo di macerazione. Sebbene la sua efficacia sia sempre stata discussa, molti ritenevano la teriaca un rimedio miracoloso contro ogni tipo di malattia. La sua fama, infatti, resse per secoli, tra approvazioni e critiche, diventando parte integrante della tradizione medica veneziana. Oggi, la teriaca rappresenta non solo un capitolo della storia della medicina, ma anche un segno tangibile della Venezia mercantile e del suo scambio di conoscenze e ricchezze. (fonte: wikipedia.it)

Nelle immagini qui sotto vedete una sorta di concavità semisferica e una delle più celebri farmacie veneziane. Perché ve le sto mostrando? Semplice: quel foro è la testimonianza odierna del luogo in cui veniva posato il calderone per la preparazione della teriaca. Lo potete ammirare presso la storica Farmacia alle Colonne, situata in Campiello Bruno Crovato, un tempo noto come San Canzian. Un angolo di Venezia che conserva la memoria di un’antica tradizione medica, ancora visibile oggi.

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In conclusione:

In questo viaggio tra l’Antica Farmacia dell’Ospedale Civile, il Medico della Peste e la leggendaria teriaca, scopriamo una pagina nascosta della storia veneziana. Tra alambicchi e spezierie, la farmacia custodisce secoli di tradizione medica, mentre la figura del Medico della Peste e la sua maschera inquietante ci riportano a un’epoca in cui la medicina era più simbolica che scientifica, quasi alchemica. La teriaca, invece, simbolo di speranza e conoscenza, rappresenta il ponte tra scienza e superstizione, un ricordo di un passato che continua a vivere nelle sue antiche mura.

farmacia ospedale - teriaca - medico della peste

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: La Pietra Bianca del Potere a San Pietro di Castello – Sestiere di Castello

Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio senza tempo tra le affascinanti vicende ed unicità della città lagunare. A volte mi chiedo: se Venezia fosse un libro, che tipo di libro sarebbe? Di certo un romanzo storico, intriso di una fiabesca e misteriosa atmosfera gotica; ci parlerebbe d’arte, di poesia, e nasconderebbe pagine di diario di viaggio, trame di distopia e frammenti di fantascienza. Una combinazione così ricca da renderla inconfondibile e, al contempo, impossibile da definire con una sola parola. Venezia è un libro che, pur svelandosi, conserva sempre un angolo di mistero.

Contestualizziamo:

Venezia è ricchissima di simbologia, riti, tracce tangibili delle sue tradizioni passate e, talvolta, future. Ci troviamo a San Pietro di Castello, insieme a Sant’Elena, una delle regioni più spinte verso Est della città. Venezia è un’isola, composta di isole e, tra tutte, una delle maggiori per storia e dimensioni è proprio quella di cui stiamo, attraverso uno dei due piccoli ponti, varcando la soglia.

san pietro di castello
la vista dalla balaustra su Rio Sant’Anna

Venezia sorge su pali, conficcati nei terreni e nelle acque paludose, e su pietre. Non molto tempo fa, vi ho raccontato della “Pietra Rossa, dove si fermò la Peste nel 1630”; oggi, invece, vi parlerò della “Pietra Bianca”, dove… no, non ve lo svelo ancora. Portate pazienza.

Davanti alla chiesa di San Pietro di Castello giace, come vedete nel video e nella foto, una pietra bianca, simbolo di un accordo storico: era il punto d’incontro tra il doge e il patriarca di Venezia. Va ricordato che fino al 1807 la cattedrale di Venezia era San Pietro, non San Marco. Questa pietra rappresentava un compromesso: il doge evitava l’umiliazione di arrivare fino alla porta della chiesa, e il patriarca quella di accoglierlo sulla riva. Così, potere temporale e potere spirituale si incontravano, salvaguardando l’onore di entrambi, esattamente a metà strada l’uno dall’altro.

La mia personale esperienza in questo luogo:

È incredibile, dopo secoli, osservare quante persone percorrano questo breve cammino altamente simbolico senza conoscere il significato di questa pietra, calpestandola magari, pensando che sia un semplice rabberciamento del selciato. Eppure è così che vanno le cose, specialmente nelle città d’arte del mondo o, forse ancor di più, proprio a Venezia, dove si incontrano le Pietre d’Inciampo che custodiscono memorie di momenti storici agghiaccianti e crudeli. Resta l’emozione, fortissima, ogni volta che, da una semplice pietra, sboccia una storia unica da raccontare, a prescindere dalla sua polarità interiore.

la pietra bianca del potere dove clero (Patriarca) e stato (Doge) si incontravano
La Pietra Bianca “del Potere”

Questa è un’altra scoperta emersa dagli approfondimenti fatti per la serie “I Segreti di Venezia”; un ennesimo rimpianto personale, per non essere stato sempre più attento a questi piccoli, sfuggevoli dettagli che danno grande testimonianza della storia affascinante della città. San Pietro di Castello è un luogo autentico, suggestivo e quieto. Le masse sembrano quasi rifuggire i luoghi lontani da Rialto e San Marco, ma ricordate: la vera Venezia, quella che un turista mordi e fuggi non cerca, vive tra le pieghe di queste storie uniche.

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In conclusione:

In conclusione, la Pietra Bianca di San Pietro di Castello non è solo una semplice pietra, ma un simbolo profondo di equilibrio tra il potere temporale e spirituale. È una di quelle piccole storie che rendono Venezia unica, arricchendola di significati nascosti, pronti a essere scoperti da chi sa guardare oltre la superficie. Ogni angolo, ogni pietra della città racconta una memoria unica, che, anche se dimenticata, continua a vivere silenziosamente tra le calli. In fondo, è nei dettagli più nascosti che si cela la vera autenticità di Venezia.

Una raccomandazione: Siate Turisti Responsabili… altrimenti sapete che il Gobbo non aspetta altro che il vostro bacio.
(se non sai cosa significhi, beh, clicca qui sopra)

In questa città ricca di misteri e di segreti, ogni vicolo nasconde un aneddoto prezioso da tramandare, e la mia missione è cercare di incuriosirvi e regalandovi, una tessera di puzzle per volta, un quadro variopinto della storia locale da un punto di vista inedito. Continuate a seguire questa rubrica e lasciatevi incantare dalle meraviglie di Venezia, un passo alla volta.

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I Segreti di Venezia: Il Ponte Fantasma di San Polo – Scopriamo il Mistero del Ponte Invisibile


Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio avvincente tra le peculiarità della cultura lagunare. Dopo le coinvolgenti storie della Sveglia della Strega e della tragica vicenda di Orio il pescatore e Melusina la sirena, oggi vi porterò attraverso le calli di San Polo con una domanda intrigante: “Avete mai pensato che un ponte potesse essere invisibile?”. Mentre aspetto le vostre risposte nei commenti, vi porterò alla scoperta del segreto di un ponte che sfida la nostra percezione, mimetizzandosi tra le calli veneziane.

Immaginatevi a Venezia, un viavai continuo di persone, chi viene e chi va, in un turbinio sensoriale difficile talvolta da decifrare.
Sono sicuro che vi state già domandando quale trucco faccia sembrare invisibile un ponte, ma, vi assicuro, è esattamente così ad un primo sguardo.

Il Campiello dei Meloni – vista d’insieme

Questa straordinaria illusione è frutto della nostra errata percezione, influenzata dalle aspettative stereotipate riguardo all’aspetto di un ponte.

Anche io, lo confesso, durante le mie passeggiate a Venezia, l’ho attraversato molte volte senza coglierne la vera essenza, fino a quando non mi è stato svelato il suo mistero.

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Come potete osservare dalla prima foto, il Campiello dei Meloni, che peraltro dà il nome al ponte, pare non essere composto da alcun elemento riconducibile a tale elemento architettonico.

Per riconoscerlo dunque dobbiamo provare a cambiare prospettiva e, in parte, abbattere alcune barriere che la nostra mente, in buona fede, sa collocare davanti al nostro pensiero non convenzionale.

Facendo qualche passo verso le balaustre, a destra o sinistra è indifferente al fine di scoprire il mistero, noteremo come vi sia una piccolissima arcata che corre sotto la pavimentazione del campiello, facendoci urlare: “Ma quello è un ponte!” nonostante un istante prima non ci apparisse come tale.

Se volete vederlo dovrete recarvi in una zona compresa tra Campo Sant’Aponal e Campo San Polo, vi consiglio di prendere come riferimento il piccolo supermercato Coop per non farvelo sfuggire perchè, giuro, potrebbe passarvi letteralmente sotto al naso.

La sua larghezza inusuale lo rende poco distinguibile rispetto ad un tipico ponte, poiché mancano scalinate e parapetti appariscenti. In passato, questo ponte sopra il Rio dei Meloni era all’altezza degli altri, ma fu abbassato e appiattito per agevolare il passaggio dei pedoni in quello che, tuttora, è uno snodo cruciale dei percorsi Veneziani da e per Rialto e San Marco.

A volte si verifica anche che le acque possano sovrastare le arcate del ponte, rendendolo ancora più difficile da riconoscere a occhi poco attenti o non allenati alle particolarità veneziane.

Un altro modo poi per scovarlo è arrivare al Sotoportego de la Furatola (qui) per scovarlo da una prospettiva diversa che guarda dritta al Rio dei Meloni.

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