“Chi ha rapito Santa Claus?” 3 Dicembre – La Casa di Artemisia

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3 Dicembre – La Casa di Artemisia

La Casa di Artemisia

Rudolf attraversò velocissimo il silenzio del cielo lasciandosi alle spalle le distese ghiacciate del Nord. Sotto di lui il Mare di Barents parve farsi tutto vetro e stelle riflesse, le isole norvegesi luccicavano come schegge di un sogno da ricomporre. Prima di sorvolare le Alpi, le cime bavaresi e i passi del Tirolo disegnavano ombre d’argento e castelli appuntiti con le loro cime innevate. Oltre l’ultimo crinale, la pianura si aprì come un respiro, la sua velocità aumentò a dismisura e nella distanza, tra veli di foschia e acque immobili, poco dopo un rallentamento ed eccola, Venezia apparve. Non di luce intensa, ma di riverbero ovattato, come se la città intera fosse avvolta da un abbraccio di nebbia e umidità, sospesa tra il ricordo del Natale restituito l’anno prima e la minaccia verso quello in arrivo. La renna, forte delle sue sembianze umane, scelse di atterrare lì dove tutto era finito l’anno prima, in Campo Santi Giovanni e Paolo, in un punto compreso tra il pozzo e il monumento a Bartolomeo Colleoni. Si guardò intorno, la notte conferiva un silenzio profondo, denso, penetrante a tutta la città. Solo allora la bussola, cullata tra le sue mani, parve trovare pace. Un rumore tipo ingranaggio che salta ne scaturì e la lancetta volò via, per terra. Rudolf la raccolse e capì ch’era giunto il momento di far da sé, gettò la bussola ormai rotta in un cestino e si incamminò verso Calle Luigi Torelli, lì dove con Santa avevano vissuto il Rito dei 25 Ingredienti della Luce. Rudolf si guardò intorno, quasi sconsolato, non trovando la scritta che aveva visto. Inaspettatamente una porta parve volersi aprire. Da quella silente dimensione scaturì dapprima una chioma riccia e nera che poi delineava in maniera irregolare i confini di un volto apparentemente selvaggio. Era una ragazza vestita di color ambra scura, ad ogni piega il tessuto generava ombre, le mani cercavano lo stipite, sicure di conoscere la sua posizione attraverso la mappa dell’invisibile. Rudolf non capì che fosse cieca, lei si girò di scatto come colpita da un dardo e parlò, con una voce che pareva giungere da lontano, con un’eco di affettuoso calore: “Rudolf, sei tu? Santa è stato rapito, ho percepito tutto, so che circa un anno fa avete compiuto proprio qui il Rito dei 25 ingredienti della Luce. Non avrei mai creduto di poterti conoscere, sono Artemisia, è da quella notte che attendo questo momento”. Lei si avvicinò, pareva danzare nell’aria, mentre lui rimase immobile, colto dal brivido della verità nuda e cruda. Lei conosceva il suo nome, lo attendeva, non poteva vederlo, era cieca, ma sapeva dove fosse, seppur fosse rimasto in silenzio. In quel momento lui capì che Artemisia non vedeva il mondo, ma ne ascoltava il battito ed il vivere: sentiva i vuoti, le assenze, i tagli che separavano una presenza dall’altra. Aveva occhi diversi, forse fatti per guardarti dentro. Quella notte, nel suo modo impercettibile, fu lei la prima a percepire la sparizione, a piangere disperata per il male che si stava manifestando e ad attendere paziente e fedele l’arrivo di Rudolf. Rudolf le si avvicinò, l’abbracciò e le disse: “Piacere Artemisia, non sappiamo ancora abbastanza, non conosciamo cosa ci riserva il destino, ma ce la metteremo tutta e ce la faremo, me lo sento”. Nel frattempo, dalla porta da cui era uscita Artemisia fece capolino un musetto curioso: un gatto nero, con gli occhi color ambra che sembravano trattenere l’eco di una luce lontana. Si fermò un istante, come per valutare se il mondo là fuori fosse degno della sua presenza, poi avanzò con passo silenzioso, misurato, felpato. Avviluppò la sua coda sulla gamba della sua proprietaria, orecchie tese, il corpo inarcato in un equilibrio perfetto tra ombra e luce. Artemisia esclamò: “Elio!” Rudolf lo guardò curiosamente,  il gatto sollevò lo sguardo verso Artemisia, e per un attimo parve che i due si parlassero senza voce: lei inclinò appena il capo, sorridendo, lui rispose con un battito lento della coda su di lei. In quell’intesa sospesa, Rudolf ebbe la sensazione che Elio altro non fosse che l’ombra della sua proprietaria, una proiezione ed estensione della sua persona. Lei si chinò verso il felino, tese l’orecchio come a farsi rivelare dei segreti e si rialzò. “Rudolf, dobbiamo incamminarci verso il Sotoportego della Corte Nova, quello della Pietra Rossa, Elio ha la sensazione che potrebbe esserci qualcosa di utile e potente per la nostra missione”. La compagine s’incamminò e approfittando della strada da percorrere Artemisia, con Elio cullato tra le braccia, raccontò di come quel luogo sia famoso in città perché una donna vide la Vergine durante l’epidemia di peste. Le chiese di dipingere tre santi a protezione del passaggio, e così fece. La pestilenza si fermò sulla soglia, e dove cadde, la pietra si tinse di rosso. Da allora nessuno la calpesta: pare non sia di buon auspicio e possa risvegliare il male che dorme sotto il marmo. Artemisia continuava a camminare spensierata, posava i suoi passi come se conoscesse il nome d’ogni pietra. Giunsero al sottoportico, Elio saltò giù e, evitando la pietra rossa, cominciò ad annusare la zona. Rudolf rimase in silenzio, osservando. Artemisia mosse le mani nell’aria, come a tessere segni d’infinito, cercando forze che solo lei poteva percepire. Fu allora che sussurrò di un diario, nascosto da qualche parte nella città, un testo criptico che parlava di “frammenti di tenebra” disseminati tra le fondamenta di Venezia, necessari per ritrovare e liberare Santa. Rudolf la guardò, interdetto, mentre il vento del Sotoportego parve mutare direzione. Una quarta presenza si stagliava poco lontano da loro, a braccia conserte. Era appena fuori dal sottoportico. Li osservava imponente. Il cappuccio incorniciava un volto tagliente con due occhi color smeraldo. Indossava un lungo mantello di lana scura, bordato di pelliccia nera, su cui correvano ricami dorati simili a rune antiche, intrecci di simboli dimenticati che parevano pulsare di una propria vita. Nella mano destra stringeva un bastone tortile, scolpito nel legno scuro, sormontato da una stella di ghiaccio. L’uomo fece un passo avanti, e il suono dei suoi stivali parve spezzare il silenzio del sottoportico. La stella di ghiaccio in cima al suo bastone si illuminò per un istante, intercettando la luce dei lampioni. Poi, con voce profonda e cavernosa, parlò: “Io sono Krampus”. Il nome vibrò nell’aria come un eco antico, e per un momento anche il vento parve fermarsi ad ascoltare. Da troppo tempo osservo l’equilibrio spezzarsi, ricomporsi e precipitare. Conosco i frammenti che cercate, mi sono stati trafugati e mi appartengono tanto quanto la luce che li teme. Fece un altro passo verso di loro, abbassando il capo quel tanto che bastava per direzionare la voce verso Artemisia: “Lasciatemi unire a voi. Non per redenzione, ma perché ho un debito con Santa ed è il momento di saldarlo”. Un lampo attraversò i suoi occhi, e Rudolf istintivamente sospirò. Elio, con il pelo irto, gli soffiò contro. Artemisia, invece, restò immobile, come se avesse atteso quell’incontro da sempre, pronta a dare fiducia. Fu proprio quel feeling sottile che la più sensibile tra i presenti pareva rivelare che rassicurò tutti gli altri. Elio si strusciò sugli stivali di Krampus, Artemisia sorrise, Rudolf, conoscendolo ma apprezzandone le intenzioni rimase neutro. Artemisia li spostò, allungò le mani nell’aria e si aprì il vano delle offerte facendo fare capolino ad un diario criptico sopra il quale vi era la scritta – Βιβλίον τῶν τεμαχίων τοῦ σκότους – ovvero libro dei frammenti di tenebra. “Brava!” esclamò Krampus esortandola a passare il libro dalle sue mani verso Rudolf dicendo: “So per certo che te ne intendi di greco, non potrei far affidare questo tomo in mani migliori delle tue.” Rudolf, aprendo il volume con cautela, lesse lentamente le parole incise sulla prima pagina: “Biblíon tōn temachíōn toû skótous… significa ‘Libro dei frammenti di tenebra”. “Corpo di mille renne, ma parla degli Umbræon!” Poi, chiudendo il libro preoccupato, aggiunse soltanto: “Ok, lo tengo io, ma andiamo in un luogo più intimo, abbiamo un tomo importante per le rivelazioni che potrebbe celare e le spalle troppo scoperte.” Fu così che la squadra più eterogenea di sempre si incamminò verso un luogo sicuro, la casa di Artemisia. Attorno al tavolo sedevano lei, una Renna umana, un gatto di nome Elio e Krampus, la cui ombra tradiva corna che, solamente sotto il cappuccio, restavano celate. Rudolf non era seduto vicino, percepiva qualcosa d’indefinibile: un odore di cera fusa e fumo, come dopo un incendio spento a metà. Forse un barlume della luce che, in fondo, sembrava ancora sepolta in lui alla stessa maniera di un tizzone su cui, al primo soffio, divampa la fiamma. Strano… per essere una creatura nata dal gelo, il suo sguardo pareva ardere — non di rabbia, ma di qualcosa che somigliava tantissimo ad una indefinibile energia mossa da un sentimento di nostalgia.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 2 Dicembre – Prigione d’Ombra

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2 Dicembre – Prigione d’Ombra

Patty la topolina bianca compagna di cella di Santa Claus

Il sonno di Santa solitamente durava qualche mese, un po’ come il letargo di certi animali. Magari veniva svegliato di tanto in tanto da qualche orso polare che non stava passando il suo momento migliore della vita o da altre creature che nonostante la loro natura più spirituale che materiale ogni tanto potevano avere dei momenti no. In quest’ultimo caso sapevano di poter riporre la loro fiducia in quel vecchio dalla barba bianca, tanto gentile e tanto altruista. Questa volta però era diverso, si svegliò infatti acciaccato quasi con la sensazione di essere tumefatto in più parti, mentre gli occhi parevano quasi incollati da tanta era la fatica a spalancarli. Prima ancora di farlo, però provò a muovere le braccia e le gambe si rese conto di essere seduto e non sdraiato. Legato e non libero, finalmente riuscì ad aprire gli occhi e vide ciò che forse non aveva immaginato nemmeno nei suoi peggiori incubi. Una stanza buia spoglia e prima di qualsiasi riferimento sul mondo esterno o finestre, davanti a lui sulla sinistra, un camino acceso. Santa non è uno stupido, aveva già capito che qualcosa non andava e non era il classico scherzo da prete di un elfo bisognoso di attenzioni. Era stato rapito, ma chi lo aveva fatto? Come aveva potuto non accorgersi di nulla? Quando era accaduto? Non poté procedere con il ragionamento, perché venne interrotto dal suono di passi pesanti in lontananza. Una figura alta altissima apparì alle sue spalle, proiettando un’ombra decisamente maestosa grazie alla luce che penetrava dall’esterno Santa provó a girarsi verso quella direzione, ma non riuscì a vederne la sagoma e riconoscerne le sembianze. Pareva un mantello di tenebre che lo nascondeva completamente. Avrebbe potuto dire la classica frase tu non sai chi sono io, ma la trattenne per sé, capendo che sarebbe stato inutile dunque per provare a capirne di più provò con una frase di circostanza di falsa tranquillità esordì così: “Salve, cosa la porta da queste parti?” quasi con un’ironia sottile, assolutamente inadatta al contesto. Non ottenne risposta alcuna né nei gesti né a parole, solo un sospiro profondo, il suo, consapevole che questa cosa avrebbe potuto mandare a monte secoli di attività e sogni di tante persone. La porta si richiuse e con essa la serratura. Ricadde un parziale oblio nella stanza, una cella la cui oscurità era interrotta solamente dal crepitio del focolare appena rintuzzato con qualche pezzo di legno. Fu così che Santa inizió un lungo ragionamento mentale su chi potesse volergli così tanto male a lui e al Natale. Gli vennero in mente decine di entità figlie delle più diverse credenze e rappresentanti alcuni dei più vari generi di malevolenza. Nessuno però spicco per metodi e sensazioni per essere l’indiziato principale anche questo principio di indagine, che peraltro non era una caratteristica di Santa fare il commissario di polizia, ci sarebbe protratta per le lunghe. Provò a contattare Rudolf con la forza del pensiero, era una cosa che funzionava e ha funzionato in passato, ma anche quella forma di comunicazione risultava interrotta. Da questo indizio potrei capire che chi aveva compiuto questo gesto non era un entità qualsiasi dunque per quanto ancora ampissima la cerchia dei sospettati rimaneva ancora ampia ma non più infinita come all’inizio. Neanche il tempo di finire i propri pensieri che la porta si riaprì questa volta, chiunque fosse fece sentire la propria voce, anonima nella memoria di Santa, dicendo: “ perché diavolo vi dimenticate ogni volta incappucciare il prigioniero meno vede, meno capirà; meno capirà, più saremo al sicuro dagli assi che tira fuori sempre dalla sacca di Natale”. Così come si era aperta con un cigolio solenne, la porta si richiuse. L’ombra si ripristinò quasi totalmente, mentre il silenzio e l’oscurità interrotte dalle fiamme e dal crepitio del focolare rimasero nuovamente le uniche compagnie di un disorientato Santa. Nel frattempo, in una stanza probabilmente contigua proseguivano i dialoghi da parte di coloro che tramavano ed arguivano contro il Natale professando di odiarlo con tutto loro stessi dalle voci lontane e dalle sensazioni che provava nell’ascoltarli li immaginava come dei manigoldi o delle entità di basso livello che rispondevano agli ordini di un malfattore superiore. Tutto d’un tratto Santa percepì qualcosa, una sorta di zampettio leggero che per quanto flebile andava a fare delle minime microscopiche percussioni sul pavimento della cella. Capì che non fosse nulla di pericoloso ma che si trattasse anzi di una piccola bestiola mantenne il silenzio dunque per non spaventarla per fare in modo che un eventuale primo approccio potesse sopraggiungere da ella. Non vi era contatto visivo tra i due perché Santa, come ben ricordiamo era incappucciato ma si sentiva osservato. Infine qualcosa accade la creatura manifestò i suoi pensieri ad alta voce: “ non puoi farlo no assolutamente no è un’idea stupida. Questo tizio non sembra come tutti gli altri che sono passati qui, ma ho paura possa farmi del male”. Fu a quel punto che Santa si decise a dire una sola parola per provare a rompere il ghiaccio: “ anche fossi così terribile, qualunque cosa tu sia, non potrei farti del male o divorarti perché non posso vederti” la creatura reagì con un tono preoccupato “ ecco, l’ho fatto di nuovo parlare anziché pensare devo ricordarmelo la prossima volta e starmene zitta e pensare e non viceversa, devo sfruttare bene l’intelligenza che mi è stata data in dote” e Santa “ sei una creatura intelligente e riflessiva dimmi almeno cosa sei o chi sei, giusto per poter immaginare chi a questo punto mi farà compagnia in questa in questa prigionia” e lei “ so che me ne pentirò, ma proviamo a dare fiducia a quest’uomo corpulento, anche se sono certa che non finirà bene, mi chiamo Patty e sono una topolina bianca, vivo qui da…” un rumore fortissimo spaventò la topolina, fuggì senza dire nulla, senza completare la frase, facendo scoprire a Santa quanto rumoroso potesse diventare un silenzio improvviso.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 1 Dicembre – Brivido al Polo Nord

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1 Dicembre – Brivido al Polo Nord

Rudolf umanizzato con lo sguardo perso e triste

Un brivido oscuro e improvviso attraversò Rudolf dalle corna alla coda. Pareva una freccia di ghiaccio che gli trapassava l’anima. Il respiro sospeso: ancora bloccato a quell’istante, nel cuore di Venezia, in cui lui e Santa avevano salvato il Natale. Ora, dopo quasi un anno di letargo che pareva un oblio, qualcosa era cambiato. Trovò il coraggio di aprire gli occhi. Guardò fuori dalla finestra della stalla: la neve cadeva copiosa e furiosa — una vera bufera. Sbuffi gelidi filtravano tra le assi di legno. Solo allora un fulmine interiore lo colpì: Santa non era lì. Era la prima volta, da millenni, che non lo vedeva apparire in quel preciso momento in cui solitamente cominciavano i preparativi. Certo, anche l’anno prima non si era presentato la mattina del 1° dicembre per una riparazione della slitta, ma questa volta era diverso. Per due motivi. Non aveva avvisato. E, soprattutto, non si percepiva la sua energia nell’aria. Scattò in piedi. Una scintilla nella mente: un flashback che era più di un ricordo, quasi una sensazione. Chiuse gli occhi e rivide la lanterna sul pozzo a Venezia, spegnersi lentamente. A seguire, nitido, il vuoto: Santa non era mai tornato da quella calle resa oscura dallo spegnersi di quell’oggetto potentissimo. Circa, Rudolf, si era fermato a salutare i due bambini — i gemelli — che con la loro generosità avevano, senza saperlo, salvato la luce del Natale. La renna, stoicamente, cercò di trattenere l’ansia e, prima di lanciare l’allarme, decise di cercare Santa laddove la cosa non avrebbe destato sospetti. Partì dal Salone dei Sussurri, un’antica sala dove gli elfi, tendendo le loro orecchie verso le spesse pareti ghiacciate, potevano captare e trascrivere con macchine da scrivere meccaniche i desideri dei fanciulli di tutto il mondo. Santa non c’era. Gli Elfi, nemmeno. Fu così che Rudolf si spostò altrove, borbottando contro sè stesso di non averci pensato prima, andò nel garage delle slitte di Santa e, poggiata una zampa sulla parete lungo un’asse di legno scheggiata, si aprì un cassetto segreto. “Eccola” sussurrò Rudolf prendendola tra le zampe, investito da quella magia arcana assunse una forma umana, cosa che accadeva solo in rarissimi casi. Prese tra le mani l’oggetto custodito nel vano segreto e sospirò stizzito. La bussola che indicava sempre dove si trovasse Santa stava girando all’impazzata in ogni direzione. A quel punto Rudolf alzò lo sguardo verso l’appendiabiti in cui, per tutto il periodo di riposo, veniva agganciata la tunica di Santa, era vuoto! “Step successivo” disse come autoesortazione, aprì lo schedario magico delle partenze e degli arrivi, riportava solo “Laguna Veneta 2024” in partenze, con la sfilza di località visitate, ma non vi era  nessun ritorno. Corse così verso l’Astrolabio del Natale, ma anche lì l’ultimo movimento registrato era proprio quello di arrivo a Venezia, seguito dai movimenti in loco. Posò dunque l’astrolabio, il fiato si era fatto corto e tremavano i polsi. Non era paura, ora era panico. Santa non aveva fatto ritorno, un vuoto così perfetto non trova spazio nella casualità. La nostra renna preferita dunque si decise, uscì fuori nella tormenta e, come colto da una repentina ispirazione, si diresse verso il “Deposito dei doni reietti”. La porta, altissima, si apriva verso l’esterno, ma la tanta, tantissima neve la bloccava. Fu così che Rudolf sbuffò, fortissimo, per un istante si ripulirono arie e cielo, spalancò quella porta ed entrò. Le scatole dei regali non accettati, piene di magia non corrisposta, fecero di tutto per attirare la sua attenzione. Dovete sapere che non vi è nulla di più triste nell’universo di un dono natalizio rifiutato. Tra sussurri, singhiozzi e versi di disperazione, Rudolf fu attirato da una scatola semplice, bordeaux e coperta di polvere oltre ogni immaginazione, Rudolf soffiò via la polvere e, sul biglietto lesse: “A Rudolf, testimone instancabile della magia del Natale, quando nessuno osava più crederci”. La renna sbiancò, non aveva mai rifiutato un regalo, era un peccato morale per gli umani, figuriamoci per chi aveva la riuscita del Natale tra gli scopi vitali. Proseguì a guardare quel biglietto cercando una firma o un indizio, lo aprì, vi era una lettera seguita da un punto come ad indicare l’iniziale di un nome, ormai indecifrabile. A quel punto poco importava il mittente, bisognava capire il contenuto. Scartò con cura e attenzione, poi, scoperchiò la scatola e… “Una bussola?!” esclamò. Anche questa girava, pazza come l’altra, ma, una volta presa in mano si fermò di scatto indicando una zona precisa: il “Magazzino delle Creature Dimenticate”, per raggiungerlo andava attraversato il Corridoio delle lanterne di Natale, che come per magia, di Natale in Natale si allungava sempre di più, rendendo sempre più lontane nella memoria collettiva quelle creature, per l’appunto, dimenticate. Man mano che Rudolf percorreva il corridoio le lanterne al suo fianco si accendevano, quelle che lo precedevano si destavano e quelle alle sue spalle si sopivano. Era tanto spettrale quanto aulico ed affascinante. Al termine, una soglia spalancata sul cui stipite campeggiava un cartello: “non serve proteggere ciò che nessuno cerca più”. Rudolf ne varcò la soglia e gli occhi si posarono dapprima su vecchi pupazzi, poi su cavalli a dondolo, trenini elettrici, palloni bucati, bambole sgualcite, c’era anche la prima ruota dell’umanitá. In fondo a tutto questo oblio, su di un trono di lego sbiaditi, ecco un Teddy Ruxpin con un bottone giallo al posto di un occhio e una benda da pirata sull’altro guardarlo e dire, con voce rauca e spezzettata: “Qui è transitato, non colui che cerchi, non la luce, ma il buio, nella sua massima espressione”. Rudolf reagì e rispose: “Chi?” E il peluche: “Si tratta diiiiiiii…” ne seguì un suono metallico, poi uno sfrigolio, infine, il tipico suono di una cosa che, esaurita la sua energia vitale, cede al suo inesorabile declino. Rudolf scalciò arrabbiatissimo, vicino forse alla soluzione, ormai perduta. Quella rabbia però diede vita ad un miracolo. Tutte le lanterne si accesero, un’onda di luce camminò in quel corridoio attraversato poco prima, tutte tranne una, vicinissima. La renna corse verso di lì, rincorsa con lentezza da alcune creature speranzose in un’uscita dall’oblio, invano. Chiuse la porta, si affrettó e prese in mano quella lanterna, l’ultima. Quella del Natale appena passato, una copia identica, gemella, di quella usata a Venezia. Avvicinandola al suo viso vide che non era proprio spenta, ma emanava ancora una fioca luce. Portandola innanzi all’occhio ecco, come una proiezione di ombre cinesi, la scena che nessuno aveva visto, tranne la lanterna veneziana. Fu così, con l’ultima scintilla, che Rudolf potè vedere una calle Veneziana, quella in cui si era incamminato Santa e poi, repentino, un sacco intessuto con un materiale oscuro ed inconfondibile, quello ottenuto mescolando del filo delle ragnatele della stanza delle creature dimenticate intinte in un composto di vantablack (=uno dei materiali più scuri mai creati dall’uomo) che lo inghiottiva. Infine, una scritta alchemica sul muro vicino: Ῥούντολφος ζητεῖ τὴν Ἀρτεμισίαν “ma questo è greco antico e significa: Rudolf cerca Artemisia!” urlò la renna traducendo letteralmente. Santa dunque sapeva che stava accadendo qualcosa di malvagio e aveva usato l’ultimo barlume di magia per lanciare un messaggio per il suo amico più fidato: Rudolf appunto. Era il momento di agire. “Santa, non so chi sia Artemisia, ma col suo aiuto ti troverò!” la sua promessa, mentre una lacrima percorse il suo volto.

Corridoio delle lanterne di Natale

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“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

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25 Dicembre – Campo Santi Giovanni e Paolo

La cioccolata calda e fumante scendeva lenta, ristoratrice, come un abbraccio che riscaldava non solo il corpo, ma anche l’animo ferito di Santa. Il peso dello sconforto cominciava ad allentarsi, anche se i suoi piani erano andati apparentemente in frantumi. Tuttavia, lui, che da anni, decenni, secoli percorreva il mondo in una sola notte per realizzare i sogni di milioni di persone, sapeva bene come affrontare le sfide più ardite e non sarebbe stato certo un incidente a farlo desistere. Finita la cioccolata, si alzò, pagò e, guardando nella direzione del fiero Bartolomeo, il cavaliere della statua equestre di Campo Santi Giovanni e Paolo, proseguì verso le panchine nei pressi dell’albero. Bambini, giovani e anziani erano ancora tutti lì. D’un tratto, la sua attenzione fu catturata dall’udire alle sue spalle qualcuno urlare le seguenti parole: “Signor Scarlatto! Signor Scarlatto!”. In cuor suo, sapeva che queste parole potevano significare solo una cosa, così si girò verso quella voce e scorse un uomo sbracciarsi dalla prua di un bragozzo a vela. Si avvicinò, incredulo, all’imbarcazione e lo vide. Il marinaio gli chiese: “Signor Scarlatto?” e Santa rispose: “Fiamma polare.” Il marinaio replicò: “Bene, almeno ora ho la prova che tutte queste strampalate richieste non fossero un pessimo scherzo. Tenga questa busta e si lasci affidare questa creatura.” Da dietro una vela, un naso rosso fece capolino, poi delle corna ed infine lui, in tutta la sua fiera bellezza. “Rudolf!” esclamò Santa. “Corpo di mille renne! Ma cosa ci fai qui?” Rudolf fece un bramito intenso e dolce, poi, avanzando verso Santa e strofinando il suo muso sul suo pancione, gli mostrò cosa teneva sulla schiena e, a Santa, momenti capitò di svenire. “Rudolf! Hai preso tu la sacca di iuta! Ma quanto sei meraviglioso?” E nel dirlo, gli avvicinò una carota presa chissà dove nelle sue tasche. Il marinaio capì ben poco: sin da quel misterioso bonifico arrivato dal Polo Nord e dal successivo telegramma, aveva sospettato di trovarsi di fronte a un’astuta truffa. Tuttavia, a quanto pare, quei pensieri surreali lo avevano condotto a un’operazione reale. Rodolfo, così si chiamava il marinaio, tirò fuori una “tola” di legno dalla barca ed agevolò la discesa della renna dal bragozzo. Santa guardò Rudolf negli occhi: sembrava una coppia separata da una guerra e ricongiunta dal caso. Amore puro. Santa tornò in sé, carezzò Rudolf e poi, recuperata la sacca, fece un veloce inventario del suo contenuto: scorse rapidamente il sacco, una collezione unica di oggetti carichi di storie e significati: acqua del Piave e quella agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, un frammento del Ponte del Diavolo, un rametto di vitigno, uno stelo di carciofo e bastoncini di liquirizia amarissimi. C’erano anche piume di gufo, una candela consumata, una pigna di cipresso, ceneri di legno di tasso e un guscio di murice spinoso dipinto. Trovò un pezzo di legno levigato dal mare, un fiore viola selvatico, un rametto spinoso di roseto, un’ampolla con intonaco cuore di Melusina, un rametto di vischio e una rete con galleggiante di sughero. A chiudere, simboli preziosi: l’acqua benedetta di San Giovanni Elemosinario, un francobollo di Betlemme, la chiave di un lucchetto d’amore e, su tutto, si stupì, vi era una ciocca di pelo di Rudolf, il compagno di sempre. Ogni oggetto racchiudeva un frammento di magia e di fatica, tratto dalle varie tappe della missione. Era il momento di agire. Santa e Rudolf si acquattarono in Calle Torelli, dietro l’abside della basilica, un luogo che sembrava diviso tra sacro e profano, protetto da un silenzio quasi surreale. Qui Santa estrasse una ciotola di legno intarsiata, un oggetto antico e intriso di magia. La ciotola pareva pulsare con una luce soffusa, come se avesse un’anima. Uno alla volta, Santa vi depose gli ingredienti; ogni elemento portava con sé vibrazioni uniche, un’energia primordiale. La ciotola, misteriosamente, accoglieva tutto senza mai riempirsi. Rudolf osservava in silenzio, il respiro trattenuto, quasi in reverenza. Il pestello, anch’esso di legno, ma decorato con vari intarsi, iniziò a muoversi nelle mani di Santa, che intonava una litania sottovoce. Non la recitava da tempo, ma la ricordava perfettamente a memoria. Ogni colpo del pestello sembrava scandire un ritmo superiore, riecheggiando come un battito universale. Gli ingredienti, dapprima riottosi, si allinearono all’armonia, fondendosi in una sostanza luminosa e al contempo oscura, come la notte stellata appena prima dell’alba. Era nato il “Fango della Luce“, l’essenza viva della tradizione, destinata a essere il carburante della Lanterna. Santa intinse lentamente lo stoppino della lanterna nel composto, dalla punta fino alla sua estremità inferiore. Dopodiché caricò il serbatoio della stessa con quanto avanzato. La lanterna, quasi consapevole del suo compito, emise per un brevissimo istante una luce fioca che si assopì istantaneamente. Rudolf sbuffò e, nel medesimo istante, il vapore del suo respiro assunse tinte arcobaleno. Santa esclamò sottovoce: “Ho ho ho, Rudolf, siamo pronti!” Tornarono verso Campo San Giovanni e Paolo. Era gremito di persone, con un frastuono di voci che parlavano dei più disparati argomenti, sommandosi, sovrastandosi, mescolandosi in un denso rumore di fondo. Santa decise di fermarsi, appoggiando la lanterna sopra una vera da pozzo a metà strada tra la calle dove aveva mescolato gli ingredienti e il monumento equestre. Ivi lasciò Rudolf a guardia della cosa. Per completare il rito, sarebbe bastato semplicemente accenderla, ma in un’epoca di diffidenza, scontri e paure, quello sarebbe stato il compito più difficile. Santa, infatti, era consapevole che non avrebbe potuto portarsi i fiammiferi o l’accendino per espletare questo ultimo passo. Doveva ottenerli da qualcuno, e non forzatamente, bensì come gesto di generosità. Forse per il suo aspetto trasandato, nonostante la barba più corta del solito, forse per quella sacca di iuta rabberciata e sporca ormai, ma mentre tutti si scambiavano auguri di cuore e manifestazioni d’affetto, lui veniva trattato come un reietto, un alimento distopico che avrebbe potuto rovinare la sacralità del Natale. Ma quello era solo il pretesto per allontanarlo, in realtà molte persone non lo desideravano vicino perché, con quelle fattezze, avrebbe guastato i selfie, le foto ricordo, danneggiato l’immagine social del Natale. Santa parlava così: “Buon Natale, avete un fiammifero o un accendino da prestarmi?”. Nei casi migliori non riceveva risposta, in quelli peggiori, ne riceveva di non menzionabili ed affatto eleganti. Ferito e addolorato nell’animo, tornò sconsolato da Rudolf dicendogli: “Nulla… l’umanità è troppo grigia, persa a specchiarsi nel freddo mondo social o in sé stessa per badare a un vecchio concio e di buon animo”. Rudolf sbuffò, come a voler dire: “Proviamoci noi, non tutto è marcio”. Così Santa cominciò a frugare nelle sue tasche, concorrenziali con la valigia di Mary Poppins e, tra occhiali rotti, snack per animali selvatici e molto altro, ritrovò un pacchetto di fiammiferi rossi che conteneva quelle bacchettine in legno con dello zolfo colorato di verde. Sapeva bene che era un tentativo disperato, ma la Luce magari sarebbe scesa a compromessi. Ne accese uno, ma mentre apriva la lanterna, un bambino passò e, soffiando, glielo spense: “Corpo di mille renne, mancava anche il bambino smargiasso!”. Così ne prese un altro, ma non si accendeva, poi un terzo, che si ruppe. Il quarto si accese con forza, lo accostò alla lanterna, illuminando brevemente il naso umido di Rudolf. Si avvicinò allo stoppino intriso dei venticinque ingredienti della Luce e disse: “Ignis Natalis, arde!”, letteralmente “Fuoco del Natale, ardi”. Il fiammifero e la sua fiammella arancione lambirono lo stoppino imbibito che arse brillante per soffocarsi ed estinguersi quasi nel medesimo momento. Quella che aveva cercato di riaccendere con i venticinque ingredienti raccolti lungo il suo cammino giaceva lì sul pozzo, ancora spenta, inerte come i pensieri che appesantivano Santa. Rudolf gli si fece vicino, strofinando il suo muso su di lui. Si sedette su una panca di pietra, una di quelle occupate dai bambini, gli occhi stanchi che vagavano senza meta nel circostante che sprigionava gioia in un caleidoscopio di apparenza. Sussurrò: “Il brusio di Venezia mi scorre intorno, ignaro della mia presenza.” “Esiste ancora la vera magia del Natale?” si chiese, guardando la città che, nonostante tutto, sembrava troppo presa dalle proprie preoccupazioni. “O è solo un ricordo, un’ombra offuscata dal consumismo e dal tempo?” Gli scese una lacrima che, attraversando una ruga, scivolò velocemente fino alle labbra: amarissima. Mentre Santa rifletteva con la testa abbassata, Rudolf si girò verso dei passi che, leggeri, parevano avvicinarsi. Erano un bambino e una bambina, una coppia di gemelli. Li avevano guardato con curiosità, dapprima da lontano, per poi avvicinarsi a pochi passi da lui. I loro abiti erano semplici, logori, e portavano con sé una piccola borsa di stoffa, altrettanto consunta, in un parallelismo con la sacca di Santa. Non c’era niente di straordinario nel loro aspetto, eppure emanavano un alone bellissimo; qualcosa nei loro occhi brillava di un’innocenza e di una bontà che, oramai, sembravano perdute. “Signore,” disse la bambina con voce dolce, “non pianga, l’abbiamo vista prima mentre vagava chiedendo aiuto. Noi non abbiamo granché, ma vogliamo aiutarla.” Il bambino fece il gesto di svuotare le tasche; non ne scaturì nulla, ma sorrise. E di nuovo la bambina: “Non è molto, ma pensiamo che possa far sorridere qualcuno, e vogliamo che questo qualcuno sia lei.” Da un borsello bordeaux, estrasse un biscotto fatto in casa, un piccolo omino di pan di zenzero sorridente decorato a mano. Non era un regalo lussuoso, anzi, era quasi un gesto d’altri tempi, fatto con le loro mani, con ciò che avevano, e di ciò reso prezioso. Santa li fissò, incapace di parlare per un istante, e la bambina: “Lo accetta?” sorrise. La stanchezza che sentiva nel cuore pareva dissolversi, come nebbia al sole. “Per chi è questo dono? Non private voi o qualcuno per me,” chiese infine, la voce rotta da una malinconia che non riusciva a nascondere. “Per chiunque ne abbia più bisogno, e le sue lacrime ci hanno convinto fosse la scelta giusta,” rispose il bambino con semplicità. “È per qualcuno che ha perso la gioia del Natale,” disse la bambina. Quel gesto, così umile e disinteressato, lo colpì come un fulmine. Non cercavano lode, non volevano nulla in cambio. Il loro unico desiderio era condividere ciò che avevano per portare un po’ della loro semplice felicità a qualcuno che l’aveva perduta. Con mano tremante, Santa prese il biscotto, come se stesse tenendo tra le dita un pezzo di quella magia che tanto agognava e che aveva creduto di aver smarrito. Fu in quel medesimo istante che, all’improvviso, un fascio di luce intensissima si sprigionò dalla lanterna, ancora adagiata sul pozzo. Non era solo un bagliore; era una vera e propria alluvione luminosa che avvolse tutti. La luce si allargò, danzando ed avviluppandosi nel cielo notturno, diffondendosi silenziosamente in tutto il globo. Era come se l’amore e la generosità di quel semplice gesto avessero risvegliato la magia del Natale, e ora quella luce pura si propagava, raggiungendo ogni angolo del mondo. I cuori degli uomini, delle donne e dei bambini ricominciarono a riscaldarsi. I bambini, ignari della trasformazione che avevano innescato, sorrisero pensando fosse uno spettacolo pirotecnico e si allontanarono verso casa, ridendo tra loro. Santa Claus rimase lì, con il biscotto ancora in mano, ma mezzo morsicato. Era buono! Il volto solcato da un sorriso che non provava da tempo. Quella sera Santa capì che la lanterna che aveva cercato invano di riaccendere lungo il suo viaggio non aveva mai avuto bisogno di ingredienti materiali. Era stato quel piccolo atto di generosità a farla splendere di nuovo, perché la vera magia del Natale non risiede negli oggetti, ma nell’amore che si nasconde nei gesti più puri. Alzò lo sguardo verso il cielo sopra la laguna veneziana, ora terso e trapunto di stelle. Il rito degli ingredienti della Luce aveva fallito, non era mai stata una questione di raccogliere cose, ma di ritrovare quella scintilla di umanità che, nonostante tutto, sopravviveva ancora nel profondo dei cuori. Con un respiro profondo, Santa, finalmente in pace, si rialzò. Consapevole che la sua missione era compiuta, ma che non sarebbe stata l’ultima volta. E, mentre si allontanava, la lanterna, che aveva portato con sé per tutto il viaggio, continuò a brillare di una luce calda e rassicurante. Ancora oggi è lì sul pozzo, per chi ha l’animo di vederla con il cuore e lascia che illumini il suo cammino nella notte di Natale, custodita dai due gemelli che, ancora oggi, non sanno di aver salvato il Natale.

Fu proprio quel giorno, però, tornando indietro, che accadde qualcosa di incredibile: lettori e lettrici sentirono come bussare alla soglia del proprio monitor, display o pagina di carta. Alcuni addirittura videro qualcosa cadere. Santa bussò infatti a ciascuno che avesse posato gli occhi sulla storia, ponendo una domanda proprio nell’ultima pagina: “Santa Claus augura a tutti un Buon Natale! L’aupicio è che ciascuno trovi il proprio ingrediente della luce”.

Se l’avete trovato, scrivetemelo nei commenti o su Instagram: @trarealtaesogno.

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario, francobolllo di Betlemme, chiave di un lucchetto d’amore, ciocca di Rudolf

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 24 Dicembre – Sestiere di Castello

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

24 Dicembre – Sestiere di Castello

Santa uscì dalla libreria dall’ingresso principale da cui l’aveva scoperta. Era venuto da destra e decise di virare deciso a sinistra, in quella direzione che l’avrebbe condotto al campo Santi Giovanni e Paolo. Attraversò Ponte Tetta e, nel farlo, sentì delle urla: una voce femminile e una maschile si intrecciavano in un mix di rabbia e delusione. Santa, per natura, nonostante la sua generosità, come molti, moltissimi umani, era solito non intervenire in queste situazioni, ma qualcosa lo spinse ad andare oltre. Fece praticamente un giro dell’isolato: una calle dritta, poi una a sinistra, dove intravide il campo che voleva visitare, e poi ancora a sinistra. Cominciò a distinguere meglio ciò che stava accadendo: la coppia stava scoppiando. Aveva però girato in una calle sbagliata, così ne imboccò un’altra. Questa volta arrivò nei pressi di un ponte. Sopra questo ponte, chiamato “dei Conzafelzi”, si poteva godere della vista di uno degli edifici più fotografati di Venezia: una casa di quattro piani, bagnata dall’acqua su tre lati. Una sorta di penisola, illustrata spesso in molti libri di storia dell’arte come icona veneziana. Dalla parte opposta di quel ponte, ecco la coppia: lei appoggiata di schiena, a piangere contro il muro, e lui intento a cercare di risolvere una situazione intricata. Poco distante, proprio vicino ai piedi di Santa, c’erano una chiave e il suo lucchetto, probabilmente scagliato a terra chiuso. Vi erano scritte sopra le iniziali dei due, tracciate col pennarello e incorniciate da un cuore. Non che Santa volesse farsi i fatti loro, ma aveva capito che la questione era nata per futili motivi. Così raccolse la chiave e il lucchetto e si permise di avvicinarsi ai due per, una volta ottenuta la loro attenzione schioccando le dita, dire queste parole: “Il tempo, miei cari, è come una clessidra: i suoi granelli scivolano via e non possiamo fermarli. Ogni istante sprecato in incomprensioni è un momento che non tornerà più. Sapete, i lucchetti non nascono per rimanere chiusi per sempre. Sono fatti per custodire ciò che è prezioso, ma anche per essere riaperti, se rimaniamo in stallo, con la chiave giusta: quella dell’amore. Non lasciate che piccole divergenze distruggano ciò che il vostro cuore ha costruito. Fermatevi, respirate e ritrovate il valore di ciò che condividete da tanto.” Sul finire della frase, Santa alzò il lucchetto all’altezza dello sguardo dei due e, come per magia, questo si riaprì senza che nessuno avesse inserito o girato la chiave. A Santa, nel farlo, scappò un “Ho, Ho, Hoooo!” e si terrorizzò all’idea di essersi svelato. Fortunatamente, i due non colsero l’indizio. La coppia sgranò gli occhi, colpita. Poi si guardarono, si diedero un tenero bacio, e lei esordì esplicando l’accaduto: “Lei è un vero mago! Stavamo litigando, esausti dopo una lunga giornata a camminare, e Eros, il mio fidanzato, per l’ennesima volta mi proponeva di andare a mangiare sushi. Ma vi sembra possibile? Siamo a Venezia, una città ricca di storia e tradizione, e lui mi suggerisce per la terza volta di mangiare sushi! È buono, per carità, e io lo adoro, ma avevo voglia di provare piatti tipici, qualcosa che parli davvero di questo posto. Noi veniamo dalla Puglia, e chissà quando avremo di nuovo l’occasione di essere qui. Quindi, invece di sushi, voglio assaporare la vera essenza di Venezia!” Santa scosse la testa ridacchiando, avvicinò il lucchetto con un sorriso nascosto sotto la sua lunga barba bianca e lo poggiò delicatamente nel palmo di lei. Con uno sguardo scherzoso ma saggio, disse: “Fate i bravi, che manca poco a Natale e potrebbe arrivarvi del carbone se a Babbo Natale scappa la pazienza.” I ragazzi, divertiti, sorrisero e lo ringraziarono. Poi Eros tentò di scattare una foto ricordo mentre Santa, di spalle, con la sua sacca di iuta sulle spalle, si allontanava. Incredibilmente, nella foto non c’era traccia di lui. Lei guardò Eros, scuotendo la testa: “Te l’avevo detto di cambiare telefono prima di venire qui, citrullone!” Poi, lei, guardando Eros, si avvicinò al ponte dei Conzafelzi e, con un sorriso complice, appese il lucchetto, chiudendolo vicino a un foglietto che riportava un pensiero poetico di un autore locale, con l’hashtag “#trarealtaesogno”. Si girò felice verso di lui: “Fatto, amore, hai tu la chiave?” Eros la guardò confuso: “No, chiave? Ma se avevi tu il lucchetto!” Lei, con un’espressione giocosa ma decisa, iniziò a colpirlo dolcemente con dei pugnetti sulla spalla: “Dai, Eros, lo sai che non mi piacciono questi scherzi!” E lui, sorridendo, rispose: “Guarda che non scherzo.” Lei, con un sorriso più sereno, concluse: “Vabbè, chissà che sia di buon auspicio, che il lucchetto non ceda mai, e così noi.” Quello che non sapevano è che quella chiave, simbolo di un’unione che sembrava rabberciata, come una ferita coperta da un cerotto o come la sacca di iuta, si trovava proprio tra le mani di Santa. Il penultimo ingrediente, figlio di un amore che, seppur interrotto per un istante dalle incomprensioni, era destinato a proseguire oltre, più forte di prima. Santa, dopo aver percorso una stretta calle, si ritrovò davanti a una serie di panchine occupate da anziani, giovani e bambini. Si fermò un istante, guardando oltre la fronda dell’albero che dominava il piccolo spazio, e osservò le vetrate magnificamente adornate della basilica di Santi Giovanni e Paolo, la cui bellezza si stagliava davanti a lui. Si girò a sinistra, notando due plateatici pieni di gente che sorseggiava caffè nelle pasticcerie e nei bar, e oltre, la maestosa facciata dell’Ospedale Civile e il monumento dedicato al Colleoni. Un particolare curioso gli venne in mente: ricordava le parole di una guida turistica che spiegava a un gruppo come quel monumento fosse stato collocato lì, invece che a San Marco, grazie a un inganno. Ma fu qualcosa di più che lo attirò, qualcosa che lo fece fermare per un attimo più a lungo. Sulla destra, vicino alla facciata dell’Ospedale, c’era una porta che non aveva mai notato prima. Spinto dalla curiosità, decise di entrarci. Superato l’ingresso, scoprì un piccolo ma affascinante museo: un’antica farmacia dell’ospedale, con vetrine piene di piante officinali e reperti storici, ognuno catalogato con cura e precisione. Era un luogo di storia e medicina, un angolo nascosto che raccontava antiche tradizioni di cura e di sapere. Santa si perse per un momento tra quelle teche, sentendo l’eco di un tempo lontano e il fascino di ciò che l’uomo aveva costruito per alleviare le sofferenze. Mentre usciva, fu urtato da un bambino tarchiato che proseguì senza fermarsi o scusarsi. La sacca cadde e, con essa, anche il leoncino portachiavi e la renna all’uncinetto. Santa borbottò qualcosa, si chinò per raccogliere prima il leoncino, poi, pochi passi oltre, la renna, e infine… urlò, terrorizzato, deluso, disperato: “Noooooo, corpo di mille renne impazzite!” Lo avevano appena derubato della sacca di iuta, della lanterna e di tutto il contenuto che vi era all’interno. Mentre si disperava, gli parve di sentire un bramito intensissimo in lontananza. Pensò di avere le traveggole. Un istante dopo sentì un rumore identico a quello di un grande masso che cade nell’acqua. Resosi conto che la disperazione non avrebbe condotto da nessuna parte, decise di affacciarsi per capire l’accaduto e verificare se qualcuno avesse bisogno di aiuto. Mosso da questi pensieri, si affrettò, ma non abbastanza da poter prestare soccorso: una persona era già stata tratta in salvo. Si trattava, secondo alcuni testimoni della scena, dello scippatore che, approfittando del ragazzino maleducato, aveva sottratto la sacca al malcapitato Santa. Non aveva fatto in tempo a svuotare la refurtiva: una sorta di bestia a quattro zampe lo aveva sollevato e scagliato nel canale. Storia poco plausibile a parte, la sola certezza era che la sacca, contenente i ventiquattro ingredienti della luce, era andata perduta. Inutili si rivelarono i tentativi di recuperarla da parte di alcuni gondolieri di passaggio. Santa espresse loro la sua gratitudine e, poi, camminando nei dintorni, decise di sedersi a bere una tazza di cioccolata calda per corroborare la sua anima, ferita da questo dolore intensissimo che, attanagliandolo, sembrava presagio di una sonora sconfitta. Mentre sorseggiava la cioccolata, Santa alzò lo sguardo verso il cielo, come a cercare conforto. Tra mille luci lontane, una stella sembrava brillare più delle altre, quasi volesse richiamare la sua attenzione. “Forse non tutto è perduto,” pensò, stringendo tra le mani il leoncino e la renna recuperati, ormai carichi di un valore ancora più profondo. Una sensazione inspiegabile lo pervase: un’intuizione che gli suggeriva che la sua missione, per quanto messa alla prova, era tutt’altro che finita.

A domani con un nuovo capitolo!

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07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

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16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

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