“Chi ha rapito Santa Claus?” 5 Dicembre – Il Soldato Quo

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5 Dicembre – Il Soldato Quo

l'immagine di un Umbræon

Rudolf si sedette a capotavola, osservando le pareti prive di quadri, foto o decorazioni. Giustamente: Artemisia non poteva vedere e non necessitava di ghirigori. Una cosa però lo catturò. Nel bel mezzo di questo denso vuoto decorativo spiccava un diadema, intreccio di radici — forse di quercia — appeso vicino alla finestra che guardava verso la calle su cui si affacciava la porta d’ingresso. Rudolf si avvicinò, incuriosito, percependo una vibrazione sottile, come un sussurro lontano che attraversava la stanza e utilizzava quell’oggetto come veicolo. Artemisia, intanto, appoggiata al tavolo, muoveva le mani nell’aria davanti a sé come ad eseguire una melodia invisibile che s’interruppe un istante prima che Rudolf dicesse: “C’è qualcosa di… vivo in questo oggetto,” quasi sottovoce, mentre ne sfiorava i contorni. Un brivido percorse la stanza: la vibrazione diveniva più concreta all’avvicinarsi della renna. Il diadema sembrava reagire, tremolando di una luce interna, ma nessuno aveva capito se agisse di riflesso o manifestasse un battito vero e proprio. Artemisia si avvicinò lentamente, guidata dalle sensazioni: le dita si posarono sul tavolo e poi, muovendosi in direzione del diadema, nell’aria di nuovo e disse: “Non è solo un oggetto,” sussurrò, “c’è… una storia dietro di lui, non la conosco, ma so per certo che se una entità che serba in sé luce estrema gli si avvicina lui lo sa e lo dimostra in questo modo che non mi è dato percepire. Qualcuno lo lasciò qui apposta ed anche il motivo di ciò mi è celato”. Rudolf notò che man mano che si avvicinava l’abbraccio tra le radici del diadema si faceva meno serrato per poi stringersi nuovamente al suo allontanarsi. Si girò verso gli altri, il silenzio calò di nuovo, interrotto solo dal lieve tintinnio del diadema che oscillando leggermente tornò al suo stato originario e inerte. Rudolf respirò a fondo. Sapeva che quel piccolo gesto, quella vibrazione, conteneva un messaggio che non poteva ancora decifrare, che magari non sarebbe stato cruciale nel viaggio che li attendeva, ma che dimostrava che il suo animo non si era corrotto nonostante la gravità degli eventi. Krampus si spostò leggermente: “Ah, Rudolf… bella la magia di questi momenti,” disse con un sottile brontolio. “Se proprio vuoi farmi arrabbiare, continua pure a tergiversare… io potrei sempre prendere il libro dei frammenti di tenebra e andarmene a cercarli per conto mio.” I suoi occhi scintillarono per un istante mentre con l’indice destro indicava la sacca di juta che, poggiando sul tavolo, conteneva il primo Umbræon. Elio saltò sopra il tavolo, cercando attenzioni e giocando con i laccetti della sacca di juta, Artemisia si sedette e, guardando verso Krampus Rudolf esordì: “Hai ragione, scusami, anzi, scusatemi, torno a concentrarmi”. Poggiò su quel tavolo color noce l’oscuro tomo e, sfogliate le pagine già tradotte potè posare lo sguardo sul nuovo enigmatico capitolo che gli si parava innanzi. Non ci volle molto a tradurlo, ma la brevità del tempo occorso non era proporzionale alla difficoltà del quesito. Rudolf guardò la sua compagine e disse: “Dobbiamo interpretare il senso di queste parole, siete pronti?” annuirono tutti, persino Elio, che di solito restava impassibile. Rudolf proseguì, con voce ferma: “Altura vetrata… e un soldato affatto minaccioso che sorveglia un ponte.” Krampus sbuffò, si sentiva preso in giro da questo indizio e disse: “Hey Rudolf, sicuro di non aver esagerato con il fieno, eh?” rise grossolanamente e abbassò lo sguardo. Artemisia si coprì il volto con le mani, come a volersi spremere di ogni angolo della città per selezionare quello giusto. Elio andò verso di lei, strusciò la sua coda sulle sue braccia e lei sobbalzò: “Seriamente?!” Gli altri sbigottiti rimasero in silenzio per capire quale intuizione potesse esser giunta tramite il felino. Artemisia però non ruppe il segreto, scelse di condurli direttamente ad osservare l’ipotesi sussurrata a mo di fusa da Elio. Uscirono da Calle Luigi Torelli, facendosi strada tra le calli strette, seguendo i suoni di passi e avvolti dal lieve sciabordio dell’acqua proveniente dai numerosi rii incontrati lungo il percorso. Artemisia guidava e continuava a muovere le mani in maniera indefinita, come a percepire vibrazioni invisibili lungo i muri e sotto i ponti o lungo le balaustre. Giunsero al Ponte de la Canonica, una prospettiva perfetta per ammirare lui: il Ponte dei Sospiri, una valida declinazione dell’idea di altura vetrata e di un soldato a guardia. La luce pareva non filtrare da quelle finestre da cui i condannati salutavano Venezia per l’ultima volta, ma la sensazione fu d’essere nel giusto, il problema era come capirlo. Artemisia chiamò a sé Elio e, tenendolo tra le mani, gli sussurrò qualcosa. Senza esitazione, il gatto saltò sulla balaustra del ponte, poi di cornicione in cornicione lungo i margini di Palazzo Ducale, verso il lato da cui guardare le prigioni. Un piccione lo sfiorò, facendolo quasi cadere in acqua, e intanto i turisti, incuriositi, cominciarono a immortalare la scena, ignari del suo vero significato. Elio, impavido, raggiunse il Ponte dei Sospiri, s’infilò in un passaggio e scomparve. Minuti di silenzio, densi di attesa. Poi riapparve, con la coda bassa. Fece il percorso inverso tra i mormorii dei presenti e, raggiunta Artemisia, si strinse a lei. Non serviva parlare: il suo gesto bastò a far capire che non era quello il luogo dell’indizio. Il gruppo, guidato da Krampus, si diresse verso Piazza San Marco. Orde di turisti si avvicinarono, curiosi, per il gatto e per quella strana compagine che sembrava uscire da un set photo booth carnevalesco. Rudolf però, pur avvolti tutti da un mormorio notevole, sentì la voce di una bambina chiedere con insistenza alla madre: “Mamma, mi porti dal Soldato Quo oggi?” e lei rispose: “Ma oggi non passeremo dal Ponte dei Zogatoli, nei prossimi giorni te lo prometto che ci andremo”. Quelle parole rimbombarono nella mente di Rudolf: “Soldato… Ponte… Giocattoli” ripetè sottovoce iniziando a collegare questi punti con l’enigma proposto. Si girò verso gli altri e propose questa opzione, Krampus dubitò, Artemisia delusa da quanto accaduto poco prima al Ponte dei Sospiri si aggrappò con una flebile speranza a questa tesi. Lasciarono Piazza San Marco alle spalle, attraversando il brulichio di turisti e il pavimento di piccioni che si levavano in volo come schegge al loro passaggio. Le calli si fecero via via più strette, le voci più rade… Ogni ponte sembrava uguale eppure era diverso, come se Venezia si divertisse a confonderli. Artemisia avanzava per prima, seguendo itinerari mnemonici che solo lei sembrava in grado di cucire insieme; Krampus brontolava a ogni svolta, ostacolo e ponte, Rudolf restava in silenzio, assorto, mentre Elio saltava da un gradino all’altro come se sapesse già la meta, fiducioso nella sua padrona. Dopo un dedalo di curve e passaggi stretti, il rumore dei passi li portò a un piccolo ponte arcuato, quasi timido, che si affacciava su un rio quieto. Sopra una finestra, un segno consumato dal tempo: forse un pupazzo, forse un ricordo d’infanzia dimenticato. Artemisia si fermò e indicò nella sua direzione. “Eccolo,” disse piano. “Il ponte dei zogatoli e, poco sopra, il Soldato Quo.” Rudolf esaminò quanto vedeva così: “Espressione placida, affatto minacciosa, di sottecchi può sbirciare verso il ponte, dunque si può definire una guardia.. è folle, ma ha senso”. Al di sotto della vetrina di Quo, che era al primo piano, in sostituzione a quello che fu un negozio di giocattoli, vi era un negozio di calzature ora. Artemisia chiese ad Elio di andare in esplorazione. Il felino in virtù delle sue qualità riuscì a sfuggire agli sguardi dei presenti, salì e arrivò alla vetrina del piano superiore proprio di fianco a Quo. Ci girò intorno più volte, finchè non trovò una piccola apertura posteriore che celava una scatola piccolissima. Da buon gatto la prima tentazione fu di provare ad entrarci, ma per una volta riuscì a resistere dal tentare l’impossibile e ne osservò il contenuto. Vi era un mattoncino Lego dello stesso colore del cappello del Soldato Quo. Attirò dunque il gruppo a salire e, con Krampus che a momenti restava bloccato nella scala a chiocciola, una volta giunti Rudolf si prese la responsabilità di inserire quel mattoncino lì, proprio dove sembrava mancare. Una volta inserito si sentì il suono di qualcosa che pareva essersi tuffato in acqua, la testa di Quo si inclinò di poco verso il ponte, come a guardarlo meglio, si affacciarono anche Rudolf e gli altri e videro lo stesso volto dello specchio scomparire tra i riflessi delle acque per dissolversi e, un istante dopo, un’altra sfera di Umbræon apparve nella mano sinistra di Quo. Rudolf la colse, la mise nella sacca e, guardando gli altri con l’aria tra lo sbigottito e il soddisfatto, li invitò ad uscire. Scesero dalla scala a chiocciola, con Krampus che aveva gli occhi luminosissimi e probabilmente pareva pronto a scagliare saette dalla rabbia per la scomodità dei passaggi angusti. Giunti al pianterreno si videro rimproverare dalla commessa per aver toccato Quo, un simbolo che tutta Venezia ama profondamente. Si scusarono, tutti tranne Krampus, che però con intelligenza si guardò dal dire perché quell’ammasso di mattoncini si fosse mosso. Il racconto della scelta di un buon silenzio era testimone di una saggezza che nessuno saprà mai trascrivere. Una volta fuori, Rudolf sentì un brivido lungo la schiena. La sacca di juta per un istante parve pulsare, come se qualcosa dentro si stesse manifestando, proprio come accadde al diadema. Che fosse colpa dell’entità che sembrava conoscere i loro passi? 

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 4 Dicembre – Prigione d’Ombra e il primo Umbræon

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4 Dicembre – Prigione d’Ombra
e il primo Umbræon

un volto di un'ombra che spia i protagonisti attraverso gli specchi

Patty fece nuovamente capolino attraverso una feritoia tra le pietre del muro della cella, annusò l’aria e si guardò intorno intimorita, previdente e scaltra. Santa era sempre lì, ma ora leggermente riverso sulla sedia a cui era vincolato, era caduto in un sonno profondo, di certo figlio di uno stato di spossatezza estrema. Patty trasse un respiro profondissimo e zampettata dopo zampettata riuscì a risalire lungo la caviglia, poi la coscia ed infine giungere sulla spalla di Santa. Guardò giù, resa irrequieta dalla inconsueta altitudine, amava infatti stare rasoterra, fianco muro, altezza piedi umani, non oltre. Prese coraggio e, dopo un profondo respiro, squittì per attirare l’attenzione. Lo fece una, due, tre volte. Niente. Patty si fermò, esitando, ancora un istante su quella spalla, il cuore, seppur minuscolo, le batteva furiosamente dentro al petto come una tempesta. Dopo l’ennesimo sospiro profondo, tentò un approccio diverso e sussurrò: “Ehi omone… svegliati,” squittì piano, con un tono più dolce che deciso, cercando di non farlo sussultare. Nulla. Provò ancora, questa volta sfiorandogli accidentalmente la folta barba bianca e la gota destra con i suoi baffetti sottilissimi: “Hey, va tutto bene? Cos’hai fatto per essere condotto qui?” Il suono, così minuto e timido, sembrò riuscire nell’intento di penetrare nel torpore di Santa. Lentamente, dapprima un battito di palpebre, poi un respiro più profondo… il sonno si fece meno pesante. Spaesato, aprì gli occhi e la guardò. Le rispose: “Se tu, curiosa come sei, avessi visto il mio arrivo e chi mi ha qui condotto, ora sapremmo entrambi ogni cosa, senza la necessità di parlarne. Ma non ti devo, né voglio, offrire la mia frustrazione per la condizione che mi affligge. Sento di potermi fidare di te; vorrei conoscere però prima il tuo nome, creaturina dal cuore impazzito.” Patty rabbrividì leggermente, non per paura, ma per l’emozione di sentirsi chiamata direttamente in causa, nessun prigioniero mai l’aveva degnata d’attenzione, nemmeno di un cenno o uno sguardo. Guardò così verso quel volto segnato, gentile e ormai sveglio. Poi di nuovo verso la barba bianca, come se cercasse conferma che non stesse sognando. “Mi… mi chiamo Patty,” squittì infine, la voce appena più alta, ma ancora tremante, “e… vivo qui da tanto tempo, talmente tanto da non riuscire a ricordare quando tutto sia iniziato… Dei tanti, non ho mai incontrato nessuno come te. Sembri fatto di luce.” Fece una piccola pausa, come per raccogliere il coraggio di aggiungere ciò che le pesava sul cuore. “Non so chi ti abbia portato qui… nessuno è mai stato in grado di vederlo, si dice che un volto non ce l’abbia ma… se vuoi, posso… posso aiutarti a capire dove siamo e cosa succede.” Un fremito di speranza attraversò gli occhi di Santa, che inclinò leggermente la testa, osservando la piccola creatura con un misto di curiosità e dolcezza. Patty si accorse del silenzio attento e continuò, un po’ più sicura: “Non voglio mettermi nei guai… ma… tu non mi faresti del male, vero? Io mi sto fidando di te, dimmi che non mi sto cacciando in un guaio” Santa sorrise lievemente, come se le sue parole fossero state il primo vero segnale di fiducia tra loro e sussurrò con un filo di voce, interrotta qui e lì dalle emozioni che lo stavano attraversando: Io sono quella entità che rappresenta e ha salvato il Natale, raccogliendo i 25 ingredienti della luce. Io sono Santa… Claus”. Patty sobbalzò per via dell’improvvisa rivelazione, il cuore minuscolo che le batteva nuovamente come l’urlo di mille tamburi impazziti: lo scossone la fece scivolare, e con un balzo disperato si aggrappò a un ricciolo della folta barba di Santa per non cadere. Il vecchio sorrise, sentendo un lieve pizzichio; il suo sguardo gentile calmò il senso di paura della piccola creatura. Per un attimo tutto parve sospeso: il fruscio dei baffi, il calore della stanza, un respiro a due. Poi, come in un respiro profondo, la cella parve distendersi, e una nebbia sottile iniziò a serpeggiare sul pavimento, mescolandosi alle ombre del fuoco. La stessa nebbia, sospesa nel tempo e nello spazio, sembrava farsi strada anche altrove — tra le calli e i sottoportici di Venezia — dove il sussurro di un vento umido accarezzava le fondamenta delle case e le lanterne, strette tra le mani di Krampus e Rudolf, riflettevano una luce tremula sull’acqua di condensa dei vetri. Là, Artemisia avanzava sicura tra le pietre fredde, Elio tra le braccia a far le fusa. Nessuno lo capì, ma ogni suo passo riecheggiava anche nella piccola cella dove Patty si era aggrappata alla barba di Santa, come un ticchettio impercettibile. Rudolf, lontano ma connesso a Santa da quel filo invisibile, osservava le parole e i segni del primo paragrafo che stava traducendo dal tomo oscuro. Un ponte già esisteva tra i due mondi, ma nessuno di loro aveva ancora gli strumenti per scoprirlo. Un respiro collettivo attraversò la scena: un istante in cui la cella e Venezia sembrarono fondersi, e la missione, pur divisa nello spazio, fluiva come un unico corso di luce ricercata e ombra manifesta. Artemisia si voltò verso il gruppo con una precisione che la sua cecità rendeva miracolosa e disse: “Dunque, Rudolf, sei sicuro di aver compreso che si può tradurre solo un capitolo per volta e che in questo si dice di dover andare verso il sottoportico che ti fa chinare per attraversarlo?” E lui, con tono fermo: “Sì, Artemisia. C’è un passaggio nel testo ed è chiaro… parla di un varco tanto basso che solo chi si piega può attraversarlo. Non ne esiste uno più basso, a Venezia. Ti viene in mente qualcosa?” e lei: “Zurlin! lì per passare alla corte interna bisogna per forza chinarsi, è il più basso di tutta Venezia con poco più di 160 cm di altezza!”. Krampus mentre uscivano dalla soglia della casa sogghignò, quasi compiaciuto, Artemisia lo percepì e gli si rivolse così: “E tu, perchè ora ridi?” e lui: “Perchè sono alto quasi due metri, cosa pensi? Che per me sia un comodo passaggio quello? Non essere tonta!” e rise profondamente. Rudolf riportò tutti alla calma e, dopo aver carezzato Elio, chiese ad Artemisia, la bussola spirituale del sodalizio, di condurli a quel sottoportico. Artemisia avanzava come se le calli le sussurrassero i loro segreti: ogni pietra e ogni mattonella le parlavano come se fossero la loro guida più fedele. Il gruppo la seguiva, incerto a tratti, mentre lei piegava il corpo in curve impercettibili, sfiorando i muri con le mani, catturando e restituendo la memoria nascosta della città e ogni tanto facendo degli strani segni nell’aria. Le lanterne di Krampus e Rudolf tremolavano disegnando riflessi e ombre che danzavano sui muri scrostati. Sembrava che Venezia stessa le tendesse la mano per guidarla. Il gruppo, seguendola, imparava a muoversi in silenzio, a piegarsi, a lasciarsi guidare da un filo invisibile che collegava le ombre della città alla capacità di dare fiducia. Finalmente raggiunsero Campo Ruga, lì dove faceva capolino il sottoportico più basso della città. Artemisia fu la prima, con Elio tra le braccia ad entrare, poi Rudolf, Krampus preferì restare fuori, in attesa, evitando di incastrarsi là sotto. Quando, attraversando il sottoportico tutti accucciati, giunsero nella Corte Zurlin, il gruppo esitò, chi con gli occhi rivolti ai dettagli più evidenti: archi, mattoni umidi, un pavimento irregolare, chi su altro. Artemisia si fermò di colpo, inclinando leggermente la testa, sembrava dialogare con ogni cosa. Disse: “Qui… c’è qualcosa,” sussurrò, quasi per sé, e le sue dita indicarono un angolo, dove due travi tarlate e antiche si incrociavano in un abbraccio di protezione. Un velo di polvere e muschio celava ciò che altrimenti sarebbe stato immediatamente visibile. Artemisia piegò il corpo, sfiorò con la punta delle dita una superficie liscia: uno specchio, ma non sembrava uno qualunque. L’immagine di lei riflessa era perfetta, dava l’impressione che il suo riflesso potesse vedere, eppure agli altri invece mancava qualcosa: un dettaglio “rubato” solo a chi aveva tutto. Lei non potè notarlo, ma sentì il loro sbigottimento. Rudolf appariva senza mani, Elio senza coda, lei, appunto, pareva vedente. Artemisia parlò: “Sento un’energia oscura provenire da questo manufatto” e Rudolf: “Sì, un’energia mai sentita, pura tenebra e forza”. I tre uscirono dalla corte e tornarono, superando il sottoportico, vicino a Krampus che urlò: “Lo avete trovato! Bravissimi”. Fu in quell’istante, quando lo specchio fu perpendicolare a Krampus, che tale oggetto parve costituito di fumo e fuliggine e palesò un volto che, dal di dentro, guardava fuori. Krampus allora estrasse dal suo mantello il bastone con la stella di ghiaccio la quale, una volta riflessa, fece bruciare da dentro lo specchio che, come per magia, implose in sé stesso silenziosamente lasciando al suolo un residuo sferico, una sorta di ossidiana arcobaleno. Rudolf si avvicinò a piccoli passi, Artemisia disse: “Ho sentito il male concentrarsi e poi scomparire grazie Krampus”, gli occhi di lui brillavano un poco di più rispetto a prima o forse era il riflesso di una lanterna, il tutto mentre Rudolf, con una modesta sacca di juta, raccolse quella sfera e disse: “Sento che questi Umbræon celano dei segreti, potrebbero essere la chiave per salvare Santa”. Sospirarono, consapevoli che forse si trattava solo dell’inizio, dirigendosi in fila indiana verso casa di Artemisia per capire cosa riservava loro il secondo capitolo di quel tomo oscuro, tutto ancora da tradurre.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 3 Dicembre – La Casa di Artemisia

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3 Dicembre – La Casa di Artemisia

La Casa di Artemisia

Rudolf attraversò velocissimo il silenzio del cielo lasciandosi alle spalle le distese ghiacciate del Nord. Sotto di lui il Mare di Barents parve farsi tutto vetro e stelle riflesse, le isole norvegesi luccicavano come schegge di un sogno da ricomporre. Prima di sorvolare le Alpi, le cime bavaresi e i passi del Tirolo disegnavano ombre d’argento e castelli appuntiti con le loro cime innevate. Oltre l’ultimo crinale, la pianura si aprì come un respiro, la sua velocità aumentò a dismisura e nella distanza, tra veli di foschia e acque immobili, poco dopo un rallentamento ed eccola, Venezia apparve. Non di luce intensa, ma di riverbero ovattato, come se la città intera fosse avvolta da un abbraccio di nebbia e umidità, sospesa tra il ricordo del Natale restituito l’anno prima e la minaccia verso quello in arrivo. La renna, forte delle sue sembianze umane, scelse di atterrare lì dove tutto era finito l’anno prima, in Campo Santi Giovanni e Paolo, in un punto compreso tra il pozzo e il monumento a Bartolomeo Colleoni. Si guardò intorno, la notte conferiva un silenzio profondo, denso, penetrante a tutta la città. Solo allora la bussola, cullata tra le sue mani, parve trovare pace. Un rumore tipo ingranaggio che salta ne scaturì e la lancetta volò via, per terra. Rudolf la raccolse e capì ch’era giunto il momento di far da sé, gettò la bussola ormai rotta in un cestino e si incamminò verso Calle Luigi Torelli, lì dove con Santa avevano vissuto il Rito dei 25 Ingredienti della Luce. Rudolf si guardò intorno, quasi sconsolato, non trovando la scritta che aveva visto. Inaspettatamente una porta parve volersi aprire. Da quella silente dimensione scaturì dapprima una chioma riccia e nera che poi delineava in maniera irregolare i confini di un volto apparentemente selvaggio. Era una ragazza vestita di color ambra scura, ad ogni piega il tessuto generava ombre, le mani cercavano lo stipite, sicure di conoscere la sua posizione attraverso la mappa dell’invisibile. Rudolf non capì che fosse cieca, lei si girò di scatto come colpita da un dardo e parlò, con una voce che pareva giungere da lontano, con un’eco di affettuoso calore: “Rudolf, sei tu? Santa è stato rapito, ho percepito tutto, so che circa un anno fa avete compiuto proprio qui il Rito dei 25 ingredienti della Luce. Non avrei mai creduto di poterti conoscere, sono Artemisia, è da quella notte che attendo questo momento”. Lei si avvicinò, pareva danzare nell’aria, mentre lui rimase immobile, colto dal brivido della verità nuda e cruda. Lei conosceva il suo nome, lo attendeva, non poteva vederlo, era cieca, ma sapeva dove fosse, seppur fosse rimasto in silenzio. In quel momento lui capì che Artemisia non vedeva il mondo, ma ne ascoltava il battito ed il vivere: sentiva i vuoti, le assenze, i tagli che separavano una presenza dall’altra. Aveva occhi diversi, forse fatti per guardarti dentro. Quella notte, nel suo modo impercettibile, fu lei la prima a percepire la sparizione, a piangere disperata per il male che si stava manifestando e ad attendere paziente e fedele l’arrivo di Rudolf. Rudolf le si avvicinò, l’abbracciò e le disse: “Piacere Artemisia, non sappiamo ancora abbastanza, non conosciamo cosa ci riserva il destino, ma ce la metteremo tutta e ce la faremo, me lo sento”. Nel frattempo, dalla porta da cui era uscita Artemisia fece capolino un musetto curioso: un gatto nero, con gli occhi color ambra che sembravano trattenere l’eco di una luce lontana. Si fermò un istante, come per valutare se il mondo là fuori fosse degno della sua presenza, poi avanzò con passo silenzioso, misurato, felpato. Avviluppò la sua coda sulla gamba della sua proprietaria, orecchie tese, il corpo inarcato in un equilibrio perfetto tra ombra e luce. Artemisia esclamò: “Elio!” Rudolf lo guardò curiosamente,  il gatto sollevò lo sguardo verso Artemisia, e per un attimo parve che i due si parlassero senza voce: lei inclinò appena il capo, sorridendo, lui rispose con un battito lento della coda su di lei. In quell’intesa sospesa, Rudolf ebbe la sensazione che Elio altro non fosse che l’ombra della sua proprietaria, una proiezione ed estensione della sua persona. Lei si chinò verso il felino, tese l’orecchio come a farsi rivelare dei segreti e si rialzò. “Rudolf, dobbiamo incamminarci verso il Sotoportego della Corte Nova, quello della Pietra Rossa, Elio ha la sensazione che potrebbe esserci qualcosa di utile e potente per la nostra missione”. La compagine s’incamminò e approfittando della strada da percorrere Artemisia, con Elio cullato tra le braccia, raccontò di come quel luogo sia famoso in città perché una donna vide la Vergine durante l’epidemia di peste. Le chiese di dipingere tre santi a protezione del passaggio, e così fece. La pestilenza si fermò sulla soglia, e dove cadde, la pietra si tinse di rosso. Da allora nessuno la calpesta: pare non sia di buon auspicio e possa risvegliare il male che dorme sotto il marmo. Artemisia continuava a camminare spensierata, posava i suoi passi come se conoscesse il nome d’ogni pietra. Giunsero al sottoportico, Elio saltò giù e, evitando la pietra rossa, cominciò ad annusare la zona. Rudolf rimase in silenzio, osservando. Artemisia mosse le mani nell’aria, come a tessere segni d’infinito, cercando forze che solo lei poteva percepire. Fu allora che sussurrò di un diario, nascosto da qualche parte nella città, un testo criptico che parlava di “frammenti di tenebra” disseminati tra le fondamenta di Venezia, necessari per ritrovare e liberare Santa. Rudolf la guardò, interdetto, mentre il vento del Sotoportego parve mutare direzione. Una quarta presenza si stagliava poco lontano da loro, a braccia conserte. Era appena fuori dal sottoportico. Li osservava imponente. Il cappuccio incorniciava un volto tagliente con due occhi color smeraldo. Indossava un lungo mantello di lana scura, bordato di pelliccia nera, su cui correvano ricami dorati simili a rune antiche, intrecci di simboli dimenticati che parevano pulsare di una propria vita. Nella mano destra stringeva un bastone tortile, scolpito nel legno scuro, sormontato da una stella di ghiaccio. L’uomo fece un passo avanti, e il suono dei suoi stivali parve spezzare il silenzio del sottoportico. La stella di ghiaccio in cima al suo bastone si illuminò per un istante, intercettando la luce dei lampioni. Poi, con voce profonda e cavernosa, parlò: “Io sono Krampus”. Il nome vibrò nell’aria come un eco antico, e per un momento anche il vento parve fermarsi ad ascoltare. Da troppo tempo osservo l’equilibrio spezzarsi, ricomporsi e precipitare. Conosco i frammenti che cercate, mi sono stati trafugati e mi appartengono tanto quanto la luce che li teme. Fece un altro passo verso di loro, abbassando il capo quel tanto che bastava per direzionare la voce verso Artemisia: “Lasciatemi unire a voi. Non per redenzione, ma perché ho un debito con Santa ed è il momento di saldarlo”. Un lampo attraversò i suoi occhi, e Rudolf istintivamente sospirò. Elio, con il pelo irto, gli soffiò contro. Artemisia, invece, restò immobile, come se avesse atteso quell’incontro da sempre, pronta a dare fiducia. Fu proprio quel feeling sottile che la più sensibile tra i presenti pareva rivelare che rassicurò tutti gli altri. Elio si strusciò sugli stivali di Krampus, Artemisia sorrise, Rudolf, conoscendolo ma apprezzandone le intenzioni rimase neutro. Artemisia li spostò, allungò le mani nell’aria e si aprì il vano delle offerte facendo fare capolino ad un diario criptico sopra il quale vi era la scritta – Βιβλίον τῶν τεμαχίων τοῦ σκότους – ovvero libro dei frammenti di tenebra. “Brava!” esclamò Krampus esortandola a passare il libro dalle sue mani verso Rudolf dicendo: “So per certo che te ne intendi di greco, non potrei far affidare questo tomo in mani migliori delle tue.” Rudolf, aprendo il volume con cautela, lesse lentamente le parole incise sulla prima pagina: “Biblíon tōn temachíōn toû skótous… significa ‘Libro dei frammenti di tenebra”. “Corpo di mille renne, ma parla degli Umbræon!” Poi, chiudendo il libro preoccupato, aggiunse soltanto: “Ok, lo tengo io, ma andiamo in un luogo più intimo, abbiamo un tomo importante per le rivelazioni che potrebbe celare e le spalle troppo scoperte.” Fu così che la squadra più eterogenea di sempre si incamminò verso un luogo sicuro, la casa di Artemisia. Attorno al tavolo sedevano lei, una Renna umana, un gatto di nome Elio e Krampus, la cui ombra tradiva corna che, solamente sotto il cappuccio, restavano celate. Rudolf non era seduto vicino, percepiva qualcosa d’indefinibile: un odore di cera fusa e fumo, come dopo un incendio spento a metà. Forse un barlume della luce che, in fondo, sembrava ancora sepolta in lui alla stessa maniera di un tizzone su cui, al primo soffio, divampa la fiamma. Strano… per essere una creatura nata dal gelo, il suo sguardo pareva ardere — non di rabbia, ma di qualcosa che somigliava tantissimo ad una indefinibile energia mossa da un sentimento di nostalgia.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 2 Dicembre – Prigione d’Ombra

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

2 Dicembre – Prigione d’Ombra

Patty la topolina bianca compagna di cella di Santa Claus

Il sonno di Santa solitamente durava qualche mese, un po’ come il letargo di certi animali. Magari veniva svegliato di tanto in tanto da qualche orso polare che non stava passando il suo momento migliore della vita o da altre creature che nonostante la loro natura più spirituale che materiale ogni tanto potevano avere dei momenti no. In quest’ultimo caso sapevano di poter riporre la loro fiducia in quel vecchio dalla barba bianca, tanto gentile e tanto altruista. Questa volta però era diverso, si svegliò infatti acciaccato quasi con la sensazione di essere tumefatto in più parti, mentre gli occhi parevano quasi incollati da tanta era la fatica a spalancarli. Prima ancora di farlo, però provò a muovere le braccia e le gambe si rese conto di essere seduto e non sdraiato. Legato e non libero, finalmente riuscì ad aprire gli occhi e vide ciò che forse non aveva immaginato nemmeno nei suoi peggiori incubi. Una stanza buia spoglia e prima di qualsiasi riferimento sul mondo esterno o finestre, davanti a lui sulla sinistra, un camino acceso. Santa non è uno stupido, aveva già capito che qualcosa non andava e non era il classico scherzo da prete di un elfo bisognoso di attenzioni. Era stato rapito, ma chi lo aveva fatto? Come aveva potuto non accorgersi di nulla? Quando era accaduto? Non poté procedere con il ragionamento, perché venne interrotto dal suono di passi pesanti in lontananza. Una figura alta altissima apparì alle sue spalle, proiettando un’ombra decisamente maestosa grazie alla luce che penetrava dall’esterno Santa provó a girarsi verso quella direzione, ma non riuscì a vederne la sagoma e riconoscerne le sembianze. Pareva un mantello di tenebre che lo nascondeva completamente. Avrebbe potuto dire la classica frase tu non sai chi sono io, ma la trattenne per sé, capendo che sarebbe stato inutile dunque per provare a capirne di più provò con una frase di circostanza di falsa tranquillità esordì così: “Salve, cosa la porta da queste parti?” quasi con un’ironia sottile, assolutamente inadatta al contesto. Non ottenne risposta alcuna né nei gesti né a parole, solo un sospiro profondo, il suo, consapevole che questa cosa avrebbe potuto mandare a monte secoli di attività e sogni di tante persone. La porta si richiuse e con essa la serratura. Ricadde un parziale oblio nella stanza, una cella la cui oscurità era interrotta solamente dal crepitio del focolare appena rintuzzato con qualche pezzo di legno. Fu così che Santa inizió un lungo ragionamento mentale su chi potesse volergli così tanto male a lui e al Natale. Gli vennero in mente decine di entità figlie delle più diverse credenze e rappresentanti alcuni dei più vari generi di malevolenza. Nessuno però spicco per metodi e sensazioni per essere l’indiziato principale anche questo principio di indagine, che peraltro non era una caratteristica di Santa fare il commissario di polizia, ci sarebbe protratta per le lunghe. Provò a contattare Rudolf con la forza del pensiero, era una cosa che funzionava e ha funzionato in passato, ma anche quella forma di comunicazione risultava interrotta. Da questo indizio potrei capire che chi aveva compiuto questo gesto non era un entità qualsiasi dunque per quanto ancora ampissima la cerchia dei sospettati rimaneva ancora ampia ma non più infinita come all’inizio. Neanche il tempo di finire i propri pensieri che la porta si riaprì questa volta, chiunque fosse fece sentire la propria voce, anonima nella memoria di Santa, dicendo: “ perché diavolo vi dimenticate ogni volta incappucciare il prigioniero meno vede, meno capirà; meno capirà, più saremo al sicuro dagli assi che tira fuori sempre dalla sacca di Natale”. Così come si era aperta con un cigolio solenne, la porta si richiuse. L’ombra si ripristinò quasi totalmente, mentre il silenzio e l’oscurità interrotte dalle fiamme e dal crepitio del focolare rimasero nuovamente le uniche compagnie di un disorientato Santa. Nel frattempo, in una stanza probabilmente contigua proseguivano i dialoghi da parte di coloro che tramavano ed arguivano contro il Natale professando di odiarlo con tutto loro stessi dalle voci lontane e dalle sensazioni che provava nell’ascoltarli li immaginava come dei manigoldi o delle entità di basso livello che rispondevano agli ordini di un malfattore superiore. Tutto d’un tratto Santa percepì qualcosa, una sorta di zampettio leggero che per quanto flebile andava a fare delle minime microscopiche percussioni sul pavimento della cella. Capì che non fosse nulla di pericoloso ma che si trattasse anzi di una piccola bestiola mantenne il silenzio dunque per non spaventarla per fare in modo che un eventuale primo approccio potesse sopraggiungere da ella. Non vi era contatto visivo tra i due perché Santa, come ben ricordiamo era incappucciato ma si sentiva osservato. Infine qualcosa accade la creatura manifestò i suoi pensieri ad alta voce: “ non puoi farlo no assolutamente no è un’idea stupida. Questo tizio non sembra come tutti gli altri che sono passati qui, ma ho paura possa farmi del male”. Fu a quel punto che Santa si decise a dire una sola parola per provare a rompere il ghiaccio: “ anche fossi così terribile, qualunque cosa tu sia, non potrei farti del male o divorarti perché non posso vederti” la creatura reagì con un tono preoccupato “ ecco, l’ho fatto di nuovo parlare anziché pensare devo ricordarmelo la prossima volta e starmene zitta e pensare e non viceversa, devo sfruttare bene l’intelligenza che mi è stata data in dote” e Santa “ sei una creatura intelligente e riflessiva dimmi almeno cosa sei o chi sei, giusto per poter immaginare chi a questo punto mi farà compagnia in questa in questa prigionia” e lei “ so che me ne pentirò, ma proviamo a dare fiducia a quest’uomo corpulento, anche se sono certa che non finirà bene, mi chiamo Patty e sono una topolina bianca, vivo qui da…” un rumore fortissimo spaventò la topolina, fuggì senza dire nulla, senza completare la frase, facendo scoprire a Santa quanto rumoroso potesse diventare un silenzio improvviso.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 1 Dicembre – Brivido al Polo Nord

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

1 Dicembre – Brivido al Polo Nord

Rudolf umanizzato con lo sguardo perso e triste

Un brivido oscuro e improvviso attraversò Rudolf dalle corna alla coda. Pareva una freccia di ghiaccio che gli trapassava l’anima. Il respiro sospeso: ancora bloccato a quell’istante, nel cuore di Venezia, in cui lui e Santa avevano salvato il Natale. Ora, dopo quasi un anno di letargo che pareva un oblio, qualcosa era cambiato. Trovò il coraggio di aprire gli occhi. Guardò fuori dalla finestra della stalla: la neve cadeva copiosa e furiosa — una vera bufera. Sbuffi gelidi filtravano tra le assi di legno. Solo allora un fulmine interiore lo colpì: Santa non era lì. Era la prima volta, da millenni, che non lo vedeva apparire in quel preciso momento in cui solitamente cominciavano i preparativi. Certo, anche l’anno prima non si era presentato la mattina del 1° dicembre per una riparazione della slitta, ma questa volta era diverso. Per due motivi. Non aveva avvisato. E, soprattutto, non si percepiva la sua energia nell’aria. Scattò in piedi. Una scintilla nella mente: un flashback che era più di un ricordo, quasi una sensazione. Chiuse gli occhi e rivide la lanterna sul pozzo a Venezia, spegnersi lentamente. A seguire, nitido, il vuoto: Santa non era mai tornato da quella calle resa oscura dallo spegnersi di quell’oggetto potentissimo. Circa, Rudolf, si era fermato a salutare i due bambini — i gemelli — che con la loro generosità avevano, senza saperlo, salvato la luce del Natale. La renna, stoicamente, cercò di trattenere l’ansia e, prima di lanciare l’allarme, decise di cercare Santa laddove la cosa non avrebbe destato sospetti. Partì dal Salone dei Sussurri, un’antica sala dove gli elfi, tendendo le loro orecchie verso le spesse pareti ghiacciate, potevano captare e trascrivere con macchine da scrivere meccaniche i desideri dei fanciulli di tutto il mondo. Santa non c’era. Gli Elfi, nemmeno. Fu così che Rudolf si spostò altrove, borbottando contro sè stesso di non averci pensato prima, andò nel garage delle slitte di Santa e, poggiata una zampa sulla parete lungo un’asse di legno scheggiata, si aprì un cassetto segreto. “Eccola” sussurrò Rudolf prendendola tra le zampe, investito da quella magia arcana assunse una forma umana, cosa che accadeva solo in rarissimi casi. Prese tra le mani l’oggetto custodito nel vano segreto e sospirò stizzito. La bussola che indicava sempre dove si trovasse Santa stava girando all’impazzata in ogni direzione. A quel punto Rudolf alzò lo sguardo verso l’appendiabiti in cui, per tutto il periodo di riposo, veniva agganciata la tunica di Santa, era vuoto! “Step successivo” disse come autoesortazione, aprì lo schedario magico delle partenze e degli arrivi, riportava solo “Laguna Veneta 2024” in partenze, con la sfilza di località visitate, ma non vi era  nessun ritorno. Corse così verso l’Astrolabio del Natale, ma anche lì l’ultimo movimento registrato era proprio quello di arrivo a Venezia, seguito dai movimenti in loco. Posò dunque l’astrolabio, il fiato si era fatto corto e tremavano i polsi. Non era paura, ora era panico. Santa non aveva fatto ritorno, un vuoto così perfetto non trova spazio nella casualità. La nostra renna preferita dunque si decise, uscì fuori nella tormenta e, come colto da una repentina ispirazione, si diresse verso il “Deposito dei doni reietti”. La porta, altissima, si apriva verso l’esterno, ma la tanta, tantissima neve la bloccava. Fu così che Rudolf sbuffò, fortissimo, per un istante si ripulirono arie e cielo, spalancò quella porta ed entrò. Le scatole dei regali non accettati, piene di magia non corrisposta, fecero di tutto per attirare la sua attenzione. Dovete sapere che non vi è nulla di più triste nell’universo di un dono natalizio rifiutato. Tra sussurri, singhiozzi e versi di disperazione, Rudolf fu attirato da una scatola semplice, bordeaux e coperta di polvere oltre ogni immaginazione, Rudolf soffiò via la polvere e, sul biglietto lesse: “A Rudolf, testimone instancabile della magia del Natale, quando nessuno osava più crederci”. La renna sbiancò, non aveva mai rifiutato un regalo, era un peccato morale per gli umani, figuriamoci per chi aveva la riuscita del Natale tra gli scopi vitali. Proseguì a guardare quel biglietto cercando una firma o un indizio, lo aprì, vi era una lettera seguita da un punto come ad indicare l’iniziale di un nome, ormai indecifrabile. A quel punto poco importava il mittente, bisognava capire il contenuto. Scartò con cura e attenzione, poi, scoperchiò la scatola e… “Una bussola?!” esclamò. Anche questa girava, pazza come l’altra, ma, una volta presa in mano si fermò di scatto indicando una zona precisa: il “Magazzino delle Creature Dimenticate”, per raggiungerlo andava attraversato il Corridoio delle lanterne di Natale, che come per magia, di Natale in Natale si allungava sempre di più, rendendo sempre più lontane nella memoria collettiva quelle creature, per l’appunto, dimenticate. Man mano che Rudolf percorreva il corridoio le lanterne al suo fianco si accendevano, quelle che lo precedevano si destavano e quelle alle sue spalle si sopivano. Era tanto spettrale quanto aulico ed affascinante. Al termine, una soglia spalancata sul cui stipite campeggiava un cartello: “non serve proteggere ciò che nessuno cerca più”. Rudolf ne varcò la soglia e gli occhi si posarono dapprima su vecchi pupazzi, poi su cavalli a dondolo, trenini elettrici, palloni bucati, bambole sgualcite, c’era anche la prima ruota dell’umanitá. In fondo a tutto questo oblio, su di un trono di lego sbiaditi, ecco un Teddy Ruxpin con un bottone giallo al posto di un occhio e una benda da pirata sull’altro guardarlo e dire, con voce rauca e spezzettata: “Qui è transitato, non colui che cerchi, non la luce, ma il buio, nella sua massima espressione”. Rudolf reagì e rispose: “Chi?” E il peluche: “Si tratta diiiiiiii…” ne seguì un suono metallico, poi uno sfrigolio, infine, il tipico suono di una cosa che, esaurita la sua energia vitale, cede al suo inesorabile declino. Rudolf scalciò arrabbiatissimo, vicino forse alla soluzione, ormai perduta. Quella rabbia però diede vita ad un miracolo. Tutte le lanterne si accesero, un’onda di luce camminò in quel corridoio attraversato poco prima, tutte tranne una, vicinissima. La renna corse verso di lì, rincorsa con lentezza da alcune creature speranzose in un’uscita dall’oblio, invano. Chiuse la porta, si affrettó e prese in mano quella lanterna, l’ultima. Quella del Natale appena passato, una copia identica, gemella, di quella usata a Venezia. Avvicinandola al suo viso vide che non era proprio spenta, ma emanava ancora una fioca luce. Portandola innanzi all’occhio ecco, come una proiezione di ombre cinesi, la scena che nessuno aveva visto, tranne la lanterna veneziana. Fu così, con l’ultima scintilla, che Rudolf potè vedere una calle Veneziana, quella in cui si era incamminato Santa e poi, repentino, un sacco intessuto con un materiale oscuro ed inconfondibile, quello ottenuto mescolando del filo delle ragnatele della stanza delle creature dimenticate intinte in un composto di vantablack (=uno dei materiali più scuri mai creati dall’uomo) che lo inghiottiva. Infine, una scritta alchemica sul muro vicino: Ῥούντολφος ζητεῖ τὴν Ἀρτεμισίαν “ma questo è greco antico e significa: Rudolf cerca Artemisia!” urlò la renna traducendo letteralmente. Santa dunque sapeva che stava accadendo qualcosa di malvagio e aveva usato l’ultimo barlume di magia per lanciare un messaggio per il suo amico più fidato: Rudolf appunto. Era il momento di agire. “Santa, non so chi sia Artemisia, ma col suo aiuto ti troverò!” la sua promessa, mentre una lacrima percorse il suo volto.

Corridoio delle lanterne di Natale

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