
10 Dicembre – la burrasca

Arrivarono all’attracco ligneo da cui erano arrivati, il vento proveniente da nord-est, probabilmente di Bora, soffiava con un’intensità che trasformava le onde lagunari in schiaffi che si abbattevano senza particolare pietà sulle rive di Torcello. Il cielo plumbeo, riecheggiar di tuoni. L’arrivo del vaporetto, che ballava sopra le acque agitate, fu accolto come un trionfo. Salirono a bordo, loro tre soli, nessun altro pareva voler abbandonare l’isola nonostante il tempaccio incombente. Si chiusero nella cabina passeggeri, sedendosi vis a vis sulle sedute tipiche di quei mezzi. Dalle porte lignee vetrate a battente che separavano la parte esterna coperta da quella con le sedute Rudolf intravide i due marinai parlare animatamente, non era chiaro il contendere, ma discutevano in maniera tosta e forte. Non era chiaro chi avesse prevalso e su cosa, ma il mezzo partì alla volta di Burano, fortunatamente non sarebbe servito un cambio di mezzo stavolta, sarebbe andato dritto fino alle Fondamente Nove. Le onde della laguna non erano da meno rispetto a quelle del mare. Il natante beccheggiava ampiamente e sembrava perfettamente a suo agio, anche grazie al capitano che conduceva con maestria il mezzo in acque agitate. Artemisia si fece improvvisamente seria, con lei, medesima maniera, anche Elio. Rudolf con Krampus, che di tutti era l’unico divertito, non fecero in tempo a dire nulla che inizió a suonare una campanella. Uno dei due marinai si affacciò, con il volto apparecchiato dal terrore, lì dov’erano seduti e disse: “Avaria! Restate seduti per favore signori! Tassativo”. Artemisia si aggrappò con una mano alla seduta e con una trasse stretto a sè Elio, Rudolf si cominciò a guardare intorno nervosamente, conscio di saper combattere le nevi ma, molto meno, le acque. Krampus, inultile sottolinearlo, la sua natura ombrosa usciva esaltata dalle situazioni in cui si respira terrore e, dunque, qui ci sguazzava allegramente senza pensieri, apparentemente. Ad un tratto, il solito volto oscuro apparve su un vetro, solo Krampus lo vide, ma contemporaneamente dovette agire dicendo: “Chiudete. Subito. Gli occhi!” gli altri ubbidirono atterriti e: “Clang sbroosh!” un’onda si abbatté sul fianco del vaporetto facendolo oscillare. E poi ancora e ancora, finchè non si ruppe un vetro, lontano da tutti, ma causando l’ingresso dell’acqua a bordo dell’area passeggeri. I due marinai erano chiusi nella cabina di comando, la debacle del motore non li aveva fatti scoraggiare. Sfruttando l’inerzia e la spinta delle onde sembravano avere un piano d’azione preciso. I minuti scorrevano interminabili e la corrente, il vento e le onde, d’un tratto, sembravano aver rinunciato ad esagerare. Il vento mutò forma e direzione, da bora parve diventare maestrale ed il cielo, ancora plumbeo, sembrava aver fatto pace con qualcuno. Il marinaio tornò ad affacciarsi e disse: “Rieccoci, spero non abbiate dovuto patire eccessivamente – Krampus rideva mentre gli altri erano un po’ nauseati – sappiate che l’avaria non ha trovato soluzione, il motore anche ora non vuole saperne di ripartire, ma se il vento non muta repentinamente potremmo godere di un rifugio sicuro in attesa di un mezzo sostitutivo”. La fortuna parve non voler lasciar cadere disattesa questa mezza promessa, il vaporetto veleggiò dunque fino ad un’isola di cui spiccava lo stile semplice, ricco di verde ed un campanile. Rudolf uscì dalla cabina aprendo le due porte a battente e, incrociando lo sguardo del marinaio disse: “Affascinante, come si chiama quest’isola?” il marinaio stava per parlare quando accorse Artemisia che disse: “San Francesco del deserto!” Il marinaio non credeva a quanto aveva appena sentito, Rudolf nemmeno e disse: “Ma… Ma… Artemisia, come hai fatto? Eravamo alla deriva, nessun punto di riferimento o suono… non capisco” e lei mentre si avvicinava anche Krampus, finalmente serio come suo uso comune: “Ho usato l’olfatto, nell’aria c’è il tipico odore forte e resinoso delle fronde dei cipressi scosse dopo un temporale”. Attraccarono e, incredibilmente un frate era già lì, circa trent’anni, capelli scuri e corti, figura smilza e un viso dai lineamenti gentili, il tutto adornato dalla tipica barba fratina: “Ben arrivati viandanti, io sono Luca e sono onorato di offrirvi ristoro e rifugio dopo questa disavventura”. I Marinai sorrisero, Rudolf ebbe un brivido fortissimo nelle ossa al sentire questo nome, ma non capì perchè fino a quando Luca non aggiunse: “Dicembre, specie nella sua prima decina, riserva sempre incontri sorprendenti alla vita di questa comunità, Nostro Signore giusto un anno fa mi fece incontrare un vecchio gentile a cui Fratello Enrico l’anno scorso, mentre gli davamo ospitalità, aveva involontariamente sottratto una sacca rabberciata…”. Una saetta attraversò la mente di Rudolf che bisbigliò tra sè e sè, percepito da Artemisia: “Santa passò di qui, conobbe Luca, che strano il destino”. Un segnale acustico interruppe il corso delle cose: un nuovo vaporetto, chiamato in soccorso dai marinai, spuntava all’orizzonte. Luca guardò tutti e disse: “ora avete un’opportunità unica, una mano invisibile vi ha condotto qui, potete voltarvi e tornare indietro o abbandonare per una notte le vostre vite e stare con noi fino a domani in questo luogo di fede e natura che altro non potrà che rigenerarvi”. I marinai ringraziarono, ma spiegarono che le rispettive famiglie sarebbero state in pensiero dato che uno aveva perso il cellulare in acqua e all’altro si era rotto, dunque optarono per il rientro. A Rudolf invece l’idea piacque tantissimo, toccò la spalla di Artemisia che annuì col capo, Elio fece le fusa e Krampus altro non potè che accettare: “Sì, Luca, noi accettiamo”. Luca li accompagnò alla soglia, alla cui sommità vi era una lapide marmorea in latino che diceva letteralmente “Beata solitudine, sola beatitudine” in pratica nell’isolamento si scopre la tranquillità. Krampus leggendola bofonchiò e passò oltre, poco dopo il gruppo incrociò un frate anziano che squadrando Krampus disse: “Figliolo, qui la tempesta si placa, non alimentarla dentro di te, godi della quiete, non è un lusso”. L’effetto sortito però fu di senso opposto, lungo il corridoio Krampus, come un bambino capriccioso, si lasciò andare di nascosto non riuscendo a stare composto, grattandosi di continuo la nuca per il troppo silenzio, borbottando al cantare dei frati e sussurando parole incomprensibili a tutte le statue che incrociava. Quel luogo era la nemesi di Krampus, era palese in ogni suo movimento. Arrivarono alle stanze, il destino beffardo colpì Krampus che si vide attribuire la “Stanza della quiete”, borbottò un grazie e vi entrò senza troppe domande auspicando l’arrivo dell’alba seguente. Artemisia ed Elio vennero fatti avvicinare alla “Stanza della pace”, Rudolf a quella del “Viandante”. Luca ricordò loro prima che vi entrassero che alla settima campana avrebbero potuto unirsi al parco desco dei frati per cibarsi. Artemisia, Elio e Rudolf nelle rispettive stanze, poco essersi accomodati, cominciarono a percepire un persistente tintinnio all’apparenza inspiegabile. Di certo data l’ora non era ancora il momento della cena. Krampus mal tollerava quell’eterno silenzio presente nell’isola. La stanza era semplice: un letto in legno, un crocifisso, un piccolo scrittoio e, accanto alla porta, una campanella d’ottone lucida come se qualcuno l’avesse appena strofinata. Krampus la notò immediatamente. La scrutò da vicino, poi la sfiorò con un’unghia. Dling. Si fermò, soddisfatto del suono. La fece vibrare di nuovo, più convinto. Dling-dling. Tanto bastò perché si affacciasse nel corridoio un giovane frate di passaggio, che bussò e con un sorriso mite e paziente: “Fratello… è tutto a posto?” chiese con la naturalezza di chi ha visto di peggio nelle giornate di tempesta. Krampus spalancò gli occhi in una finta innocenza quasi teatrale. “Oh, sì, sì. Solo… un controllo tecnico in caso di pericolo.” Il frate annuì, abituato a ogni genere di stranezza portata dai viandanti, e si allontanò senza ulteriori domande. Krampus chiuse la porta e rimase solo. Guardò la campanella. La campanella, ne era certo, guardò lui. Dling. Un altro colpo. Dling-dling. Pochi istanti e il frate ricomparve, con lo stesso sorriso e una calma disarmante: “Forse è meglio se la custodisco io, almeno fino a cena, mi sembri un tipo smargiasso tu.” Senza aspettare risposta, prese la campanella con un gesto fluido e si allontanò nel corridoio. Krampus rimase immobile, offeso nell’orgoglio, e sbuffò mentre lasciandosi cadere sul letto. “Silenzio… sempre silenzio. Ma chi l’ha inventato?” brontolò, convinto che anche le pareti avessero sentito. Solo allora il convento tornò quieto, come se l’isola avesse tirato un sospiro di sollievo. Non era ancora il momento della cena, ma presto i sette rintocchi annunceranno il pasto. Arrivò il momento ed uscirono tutti dalla stanza tranne Krampus, Rudolf bussò e si sentì rispondere piccatamente: “Stavolta non ho suonato io” e lui: “Ma no Krampus, non fare il difficile, vieni a mangiare con noi”. I frati si guardavano intorno, uno degli ospiti stava destando più scalpore del consueto, a dire il vero non si sottraeva al rendersi commentabile ed apostrofabile nemmeno lì al desco serale. Krampus, capito d’esser seme del dissidio una volta giunto il momento di abbandonare la sala del refettorio si girò verso tutti i presenti, fece un ampio cerchio con le braccia e le mani nell’aria e poi, appaprecchiando il suo volto con un’aria serissima, al limite del comico, chinandosi, si voltò e se ne andò. Strada facendo, lungo il corridoio, vide un’altra campanellina, se la mise in tasca e tirò dritto in silenzio, convinto gli sarebbe potuta servire durante la notte. Luca fece capolino per raccomandare il silenzio ai nostri viandanti. Rudolf e Artemisia si avvicinarono alle rispettive finestre per chiudere i balconi, il primo ne approfittò per ammirare il cielo, finalmente trapunto di stelle. La seconda, volgendo l’orecchio destro nella medesima direzione dello sguardo di Rudolf, così da raccogliere il suono della quiete che riusciva a dipingere nella sua mente la bellezza di ciò che poteva vedere solo attraverso il sentire.
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