“Chi ha rapito Santa Claus?” 25 Dicembre – Punta della Dogana 

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25 Dicembre – Punta della Dogana 

Rudolf aveva smesso di guardare la luce. La cenere gli si era posata sulle maniche, sulle spalle,fin sopra in alto, nei pensieri. “Se questo è il Natale…” mormorò, senza finire la frase. Poi alzò lo sguardo verso Artemisia. “Dimmi la verità. Non quella che consola. Quella che senti.” Artemisia si fece serissima per un istante. Cambió espressione, non c’era paura. C’era attenzione. “Sì. Abbiamo tempo. Poco, ma non è ancora il momento della fine. È l’inizio di qualcosa che sta prendendo fiato per manifestarsi in tutta la sua veemenza”. Rudolf incassó il colpo, come chi accetta una sentenza sospesa. “Allora dobbiamo sfruttarlo se è poco, idee?”. “So dove andare” disse lei, senza esitazione. “Alla Serra dei Giardini. Lì la città respira ancora. Saremo abbastanza lontani da Krampus… e abbastanza vicini da non dimenticarlo”. I loro passi sembravano certi, sicuramente più di quello che stavano vivendo nei loro cuori. Ora che erano riuniti e insieme peró un filo di speranza si dipanava innanzi a loro. Percorsero, con la cenere che cercava di soffocare la loro luce, tutte le rive fino a giungere Riva dei Sette Martiri. Proseguirono fino al Ponte San Domenego e, proprio una volta che l’ebbero superato svoltarono a sinistra. Il locale non era gremito, ma caldo e accogliente come sempre. Presero posto vicino al  pianoforte e cominciarono a discutere. Luca guardava questo spaccato di vita con la curiositá di chi, per fede, vi aveva parzialmente rinunciato e a suo modo, prima di sorseggiare del tè rese grazie. Rudolf guardava preoccupato attraverso le vetrate in perfetto stile liberty che restituivano la vista del giardino e del cielo. Il fascio luminoso che si innalzava da Punta della Dogana era visibile anche da lì. Una luce che pareva gettare ombra su di loro. Mentre Artemisia si confrontava con gli altri un ragazzino si sedette vicino a loro, al pianoforte. Era vestito con un tabarro molto piu grande di lui, il mix gli conferiva l’aria di un adulto. Dalla prima nota peró l’atmosfera cambió. La cenere continuava a scendere, ma la musica ne aveva alterato la percezione. Luca: “Non trovate che la musica sappia farsi medicina a volte?” Artemisia: “Sì, vero, sa anche rimettere ordine nella mente quando fuori il vento bussa forte”. Rudolf invece rimase in silenzio. Ascoltava gli altri, si lasciava cullare dalla musica. Pareva quasi stesse ascoltando un bisbiglio distante che lo stava investendo di una dose di coraggio fondamentale. Proprio per lui che di dubbi per lungo tempo aveva continuato a nutrirsi. Guardó quelle mani generare melodia, c’era una grazia disordinata in lui. La musica si interruppe. Non bruscamente, bensì per necessitá. Il suonatore si diede slancio sullo sgabello e roteó rivelandosi. “Tu?!” Disse Rudolf riconoscendo Nico. E lui: “Vi cercavo” stette in silenzio fissandoli divertito. “Quando c’è buio tutti pensano serva più luce”. Lanció uno sguardo al pianoforte, poi verso la finestra ora ombrizzata dalla cenere depositata. Per un istante sembró che anche Nico ascoltasse un bisbiglio lontano. Poi cadde un tanto casuale quanto improvviso silenzio in cui nemmeno il pianoforte avrebbe suonato: “Dobbiamo ricordarci che è la scintilla la prima crepa delle tenebre”. Disse il ragazzino. Rudolf sentì qualcosa dentro, un bisbiglio era arrivato al suo cuore, forse stava per arrivare alla sua mente. La sua veste reagì tornando a pulsare in alcuni dettagli. Artemisia: “Nico, hai un’anima infinita. Grazie”. Rudolf si alzó in piedi: “Noi soffieremo la cenere e dovremo avere l’ambizione di farci scintilla”. Nico: “A proposito, devo darvi questa”. Frugó lungamente nelle tasche interne del tabarro e si illuminó: “eccola!”. Porse una lanterna cinese in miniatura a Rudolf dicendogli: “Una scintilla per voi”. Nell’anima e nella mente di Rudolf quanto appena vissuto risuonó, come una sorta di deja vu che peró non riusciva a spiegarsi. Si commosse e, quando fu il momento di ringraziarlo… sparito! “Io non capiró mai come faccia, ogni volta che il discorso si fa interessante o curioso, scompare”. Risero tutti portandosi verso l’uscita. Era il momento di tornare fuori. La luminescenza della veste di Rudolf, mentre camminavano, generava piccole particelle di proiezioni luminose che, di tanto in tanto, catturavano l’attenzione di Elio che, da bravo felino, si mise a rincorrere e giocare con quei ciondoli di luce che apparivano, per poi svanire nel nulla, senza un’apparente spiegazione ai suoi occhi. Più andavano avanti, più le impronte generate dai loro passi sulle ceneri rendeva manifesta la possibilità di una fuga all’indietro in caso la minaccia si fosse rivelata troppo alta. Dopo aver percorso la strada a ritroso Luca si lasciò andare ad un commento rivolto al più esperto del gruppo che da qualche tempo si era fatto taciturno: “Dunque? Una volta tornati a San Marco, cosa facciamo?” Non fece in tempo a giungere risposta alcuna, un boato ed una luce azzurra squarciò come un fascio luminoso verticale il cielo. Da quello si propagarono, come una sorta di energia primordiale, miriadi di flussi luminescenti che parevano un’aurora boreale. I nostri erano giunti all’altezza dei Giardini Reali, quasi perfettamente in asse con la sorgente del fascio luminoso. Era difficile da notare data la distanza ancora ampia, ma le porte frontali di Punta della Dogana si spalancarono e ne scaturì Krampus, la sua figura  era attraversata dall’energia assorbita dagli Umbræon e dai Luminæon, mentre il suo bastone tortile emanava un’aura azzurrognola. Inizió ad agitarlo e scuoterlo nell’aria. Venezia si spense. Rudolf si fece forza, guardó i suoi compagni d’avventura e scelse l’unico che avrebbe potuto aiutarlo. Elio si strusció su di loro, Artemisia li abbracció, ognuno dei presenti, a suo modo, infuse forza in loro. “Andiamo”. Disse Rudolf perentorio. Luca: “Prendiamo in prestito una gondola, con tutto ció che sta accadendo nessuno si accorgerà che un frate sta commettendo un peccato grave” e Rudolf: “il fine giustifica la scelta se é maggiore della sua conseguenza”. Luca si voltó peró, colto da un’intuizione folgorante. Corse verso Artemisia, ne guardó il vesito e, sapendo che come tutti i gatti anche Elio usasse le unghie cercó un filo pendente, lo staccó e le disse: “Sarai con noi in un istante speciale”. Luca tornó di corsa, Rudolf era già a prua di una gondola, pronto. Rudolf gli disse: “Cosa hai preso da Artemisia” e lui: “L’ancora per la nostra scintilla” Rudolf tiró fuori la lanterna regalatagli da Nico, Luca vi legó alla base il filo staccato dal vestito di Artemisia, poi cercó un fiammifero e lo accese. La fiamma tremò un istante, come se anche lei avvertisse il peso di ciò che stava per essere fatto. Poi trovò lo stoppino. La minuta lanterna si illuminò dall’interno con una luce calda, fragile, ostinata. Non era potente. Non voleva esserlo. Rudolf la osservò come si guarda qualcosa che si affida al mondo circostante senza difese. Artemisia, rimasta sulla riva, portò una mano al petto: “È legata a me” mormorò. “Lo so” rispose Rudolf senza voltarsi e facendosi udire solo da Luca:. “Ed è per questo che resisterà, perchè ha un frammento di della tua incredibile tenacia con sè”. Assicuró la lanterna a prua e cominciarono a vogare insieme. Il filo si tese appena, poi trovò equilibrio. Venezia si fermó ad osservare, sentendo mancare il respiro, quella gondola che puntava verso il fascio luminoso avvolta dalle tenebre circostanti. In quell’istante Krampus si arrestò e rise nel vederli. Il bastone tortile, ancora pulsante di aura azzurra, esitò peró nel suo movimento. Non si spense. Ma vacillò. Come se la cenere adesso contaminasse anche lui. Non era la luce a rallentarlo. Era il gesto. Altre gondole cominciarono a muoversi, quasi rispondendo a un richiamo antico, c’erano gondolieri, cittadini comuni, forse anche turisti. Dalle rive, qualcuno accese una candela. Le porte della Basilica di San Marco furono spalancate e di lì scaturirono fuori altre candele. Poi altre. Poi altre ancora. Venezia non si illuminò. Smise di essere buia. Elio si fece coraggio e sbucó da sotto il saio di Luca che esclamó: “E tu da dove sbuchi?” Il felino non si curó della domanda e si acquattó sotto la prua. Le gondole che li avevano emulati si disposero a mezzaluna dietro di loro, spinti da non si sa quale istinto a far da guardiani al duo partito in solitaria. Rudolf e Krampus non erano così vicini, in maniera consapevole, da giorni. Krampus pareva attenderlo senza ansia o patema alcuno. Rudolf accostó la gondola sul versante di Punta della Dogana rivolto verso il Canal Grande. Scese, guardó in direzione di Luca ed Elio e disse: “Grazie, non lo dimenticheró”. Si giró e camminó osservando Krampus che lo scrutava. Un passo alla volta, seminando luce ad ogni passo. I dettagli delle sue vesti si illuminarono e crebbero al pari degli effetti che si manifestavano in Krampus. Luce gialla, calda, come emanazione di Rudolf, azzurra e fredda da Krampus. Il loro riflesso fondendosi nel mezzo originava aloni verdi sulle acque circostanti. Krampus: “Bentrovato sapientone, sei pronto a saggiare la mia forza?” E Rudolf, quasi sfrontato: “Non ho attraversato il canale per saggiare la tua forza” il passo di Rudolf si fa luce “bensì per capire quanta te ne rimane”. Krampus reagì sbuffando presuntuosamente e usando il bastone nel tentativo di colpire Rudolf. Lo mancó. Di nuovo. Lo mancó. Andarono avanti per minuti. Ogni attacco trovava placida reazione con una schivata di Rudolf. La rabbia in quello divenne furia. Krampus era giunto al vertice di Punta della Dogana, parte della foresta capovolta che faceva da fondazione alla città fece capolino dalle viscere dei fondali fino a trapelare dalle acque. Il fascio, l’aura di Krampus e il bastone si fecero rosso rubino: “Io ti annienteró Rudolf”. Fu in quel momento che l’imponderabile accadde. Dai due lati che componevano quel tratto veneziano, incuranti del pericolo, decine di ragazzini e ragazzine fecero capolino, circa una trentina. Cantavano a bocca chiusa, una melodia natalizia. C’era chi aveva una candela, chi una lanterna, chi se stesso o se stessa. Un piccolo fiume umano capeggiato da Nico. Il ragazzino che sembrava custodire una luce interiore fuori dal comune. Nico si frappose tra Krampus e Rudolf proprio mentre il primo stava per sferrare l’attacco decisivo. La vista del bambino peró lo fermó. Nico a quel  punto: “tu sei triste, tu sei arrabbiato e deluso perchè sicuramente nessuno ti ha mai fatto un regalo, se tu avessi provato almeno una volta quella gioia, beh, sappilo, oggi non saresti così”.  Fu così che allungó un biscotto, incartato con cura in una carta rossa, proprio vicino alla punta del bastone rubro che, in risposta, emise una scintilla verso l’alto. Krampus fece un ulteriore passo indietro, quel gesto sfrontatamente gentile lo aveva sconvolto. Le lanterne avevano sostituito le stelle in quel momento. Sembrava una notte di agosto ed il loro riflesso sulle acque creava uno scenario commovente. La mezzaluna di barche era ancora più vicina, le luci amplificate dalle tenebre e dalle acque. Le ceneri non precipitavano più. Ancora un passo indietro, Nico disse: “accetta il mio dono, un anno fa lo accettarono e fu bellissimo”. Ora oltre ai bambini anche dalle barche, dalle rive, tutti cantavano la stessa canzone a bocca chiusa. Krampus lanció un urlo agghiacciante. Si giró verso le acque, usó alcuni dei pali di legno affiorati dando la sensazione di camminare sulle acque e poi, proiettando il suo bastone verso il basso, svanì in un vortice d’acqua. Forse per scappare attraverso il suo dedalo sotterraneo. Rudolf guardó verso riva, fece un cenno a chi da lì lo osservava, poi, e se ne accorse per primo, la cima del campanile di San Giorgio emanava luce, pulsante, silente, osservatrice. Nel frattempo Patty tolse il cappuccio a Santa e gli sussurró piano: “Oh Santa, hai parlato tantissimo nel sonno, credevi di essere fuggito, di aver vogato via da qui con un certo Luca, ti ho visto sognare la libertá”. Carezzandogli la mano: “Torneranno. Lo so. Ma quest’anno ogni volta che si sono avvicinati, tu non c’eri mai”. Santa, consapevole che Rudolf lo avrebbe sostituito quella notte come accaduto in rare occasioni lacrimó. Era sospeso, non sapeva dove e non ne capiva il motivo. Ma era vivo. Rudolf intanto, consapevole di doversi sostituire a Santa guardò il cielo e disse, con il volto segnato da lacrime ed emozioni una frase che solo lui aveva potuto leggere dal libro dei frammenti di tenebra: “La luce genera l’ombra, ma solo la luce vera puó riassorbirla.. finchè il mondo non sarà pronto a meritarla di nuovo”.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 24 Dicembre – San Zaccaria

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24 Dicembre – San Zaccaria

Artemisia non riuscì a capire cosa fosse accaduto, Rudolf le pareva fermo, singhiozzante. Prese un respiro che le fece sentire pesantezza fino allo stomaco e chiese: “Rudolf, cos’è accaduto? Parlami!” Lui sospirò, singhiozzò a sua volta e, traendo un respiro profondissimo: “Artemisia, Umbræon e Luminæon sono scomparsi, al termine di quel battito che stavamo sentendo sono letteralmente svaniti”. Lei non riuscì stavolta a trovare le parole, era impossibile, pensava non ve ne sarebbero mai potute essere di adeguate. Abbracciò dunque Rudolf, forte, più che poteva bagnando di lacrime le sue vesti. Elio d’improvviso corse verso la finestra della sala , attirato da un evento insolito, Rudolf ed Artemisia non diedero peso a quanto stesse facendo il gatto nella stanza vicina, avevano lottato per giorni, smarrito persone care ed ora si trovavano pure senza il frutto del loro ingegno, coraggio e fatica. Avevano appena perso l’unica traccia che sembrava poterli condurre a capire o salvare. Elio cominciò dunque a grattare con le zampe anteriori sul vetro, aveva un’insistenza insolita. Le persone cominciarono ad uscire dalle case, il cicaleccio si fece da sottile a pesante. Elio proseguì a grattare sui vetri. L’insieme dei rumori tra persone fuori e Elio dentro fecero decidere Artemisia e Rudolf a cambiare stanza. Rudolf deglutì rumorosamente, quasi shockato, Artemisia lo percepì e disse: “Ma cos’è questo odore di cenere?” e Rudolf rispose: “Sta piovendo fuori, c’è tutta Venezia che esce dalle case a guardare, sta piovendo, copiosamente, ininterrottamente, cenere”. Artemisia per capire l’entità del problema aveva una sola scelta. Uscire. Aprì la porta, senza curarsi d’essere seguita o meno da Rudolf ed Elio. Si inginocchiò pochi passi oltre la soglia, incurante di sporcare le sue vesti con la cenere, posò il palmo destro, cercò i masegni e trovò soltanto polvere. Portò la mano, intrisa, vicino al volto. Annusò, venendo aggredita da un sentore terroso. Rudolf la raggiunse, poggiandole la mano destra sulla spalla sinistra, mentre Elio, intimorito, scelse di rimanere sulla soglia. Rudolf: “Prima la sparizione di Umbræon e Luminæon, poi la pioggia di cenere..” il suo ragionamento ad alta voce fu interrotto da una serie di suoni provenienti da dentro casa di Artemisia: “Ziiiing… ffff-woosh… psst-psst!” Si girarono entrambi, in quella direzione, lei con voce preoccupata disse: “Cosa vedi Rudolf?” e lui: “Un bagliore, torniamo dentro”. Spostarono le persone che, attirate dal fenomeno della pioggia di cenere, stavano cominciando ad affollare ogni angolo della città e tornarono dentro casa. Quello che Rudolf vide una volta entrato, e descrisse ad Artemisia, non trovava spiegazione nelle cose più comuni: “Il libro dei frammenti di tenebra sta volteggiando nell’aria sfogliando le sue pagine dall’inizio alla fine e viceversa emanando una luce calda ma vagamente inquietante”. Artemisia si fece seria, anzi, concentratissima. Spalancò i palmi di entrambe le mani protendendosi in avanti, cercò di sintonizzarsi con l’energia diffusa da quel fenomeno di luminosità e movimento, come avrebbe fatto una bussola o un magnete. Identificata la corretta direzione la sua fronte si corrugò, le mani si chiusero a pugno ed il libro parve cominciare ad ubbidire alla sua volontà. Si fermò a mezz’aria, ancora luminescente ma statico. Lei parlò così: “Ora puoi afferrarlo Rudolf, non temere, emana un’aura positiva quell’energia”. Rudolf, balbettando coi passi, si avvicinò insicuro, lei lo percepì e disse: “Fidati, sento ciò che non vedo”. Lui disse: “Ok Artemisia, grazie”. Allungò le mani verso il libro, lo afferrò saldamente e la luce parve spegnersi, anzi, affievolirsi. Se prima veneva emessa a tutto tondo, ora il fenomeno riguardava una singola pagina, precisamente la terza di copertina. Artemisia: “Il libro stavolta non vuole nascondersi, per favore Rudolf, sediamoci e dimmi cosa ci vuole dire”. Lui stavolta non esitò, forse il libro proprio come Umbræon e Luminæon aveva un’anima duale, cioè nessuna tenebra è totalmente tale, così come non lo può essere una luce. Rudolf, istintivamente, ripercorse quasi con sacrale riverenza ogni singola pagina. Rivivendo istanti, memorie e momenti. Enigmi e soluzioni. Scelte giuste ed errori. Artemisia fremeva dal desiderio di capire, Rudolf parimenti di quello di ricostruire qualcosa che si era spezzato e di cui forse quelle pagine serbavano una traccia o un’impronta. “Ancora un attimo” sussurrò lui. “Eccoci” disse infine. La terza di copertina era un disegno di un salone, c’erano volte a botte, colonne, camminatoi ed acque. Le parti chiare, in particolare una di forma sferica, proiettavano la stessa frequenza di luce di quando il libro stava a mezz’aria. Il volto di Rudolf ne veniva illuminato di riflesso ed Elio pareva scrutare verso di lui con una curiosità affatto animale. Artemisia lo incalzò chiedendo di descriverle quanto stesse leggendo o vedendo, Rudolf si prese ancora qualche istante, in cuor suo sapeva chi poteva fargli giungere un simile messaggio. “Artemisia, la terza di copertina raffigura un salone composto da navatelle basse, sorrette da colonnine esili e capitelli semplici che si specchiano in un velo d’acqua su cui spicca una sorta di altare, sembra una declinazione di Venezia in forma semplice, come se la città stessa volesse farsi ricondurre nei suoi tratti più distintivi”. E lei con tono deciso: “Rudolf, ma quella che descrivi pare essere la cripta sommersa di San Zaccaria!”. La voce di Artemisia giunse a Rudolf in toto e, quando si fece silenzio, il libro tornò a brillare, splendere, accecare. Rudolf: “Ma, ma, ma, corpo di mille renne, che succede ora?” Artemisia: “Che succede cosa?” intanto “Huuuuuuuum fwoooooom pooof!”. Silenzio cadde, per chi percepiva senza comprendere e chi aveva visto senza capire. Rudolf: “Il libro è scomparso in un lampo, ora credo toccherà a noi proseguire e capire quello che San Zaccaria ci rivelerà” e lei: “Andiamo Rudolf, dobbiamo riuscire a scrivere le pagine più importanti di questa storia. Uscirono tutti e tre dalla casa, la cenere continuava a scendere, intensa ma meno copiosa. Buona parte dei curiosi avevano smesso di lasciarsi affascinare e, probabilmente erano rincasati. Artemisia cominciò a guidare Rudolf con passo deciso verso San Zaccaria, si muoveva così velocemente che Rudolf stesso non sempre riusciva a tenerne il passo. Passarono da Campo Santa Maria Formosa, Rudolf prese la direzione del Mascherone a guardia del campanile, ma capì velocemente che Artemisia non era andata per di là stavolta e la inseguì di corsa. Imboccarono Rugagiuffa e, d’un tratto Artemisia si fermò. Rudolf inizialmente pensò che fossero arrivati, poi capì che la sosta era dettata da una percezione. In fondo ad una calle chiamata Calle de Mezzo vi era una porta blu sovrastata da un affascinante arco a sesto acuto di cui assorbiva la forma e lei disse: “Qui tantissimi si fermano, fanno foto, ci sono svariate leggende sui perchè quella porta sia di quel colore e su quali magie possa celare, una cosa è certa, se una porta riesce a far parlare di sè, di certo qualcosa da dire ce l’ha”. Infilarono ancora qualche centinaio di passi e giunsero in Campo San Zaccaria, Rudolf osservò estasiato la bellezza della facciata della chiesa e di tutto ciò che lo circondava in quel luogo. Elio si avvicinò al portone d’ingresso, provò a spingere con una zampa, curioso, ma era già chiuso. A quel punto Artemisia disse: “Elio, dai lo sai che Don Lucio è molto ligio con gli orari di apertura, è stato il nostro parroco per anni, andiamo a bussare in sagrestia” Rudolf si sentì in una botte di ferro, non solo erano nel posto giusto, ma addirittura Artemisia ne conosceva il parroco. Lei si avvicinò alla porta, bussò tre volte, evitando di utilizzare il campanello, ricordava infatti che i suoni forti ed improvvisi gli dessero fastidio. Passò quasi un minuto, delle chiavi cominciarono a girare nella serratura dall’interno e ad ogni giro per Rudolf era come se venisse compiuto un passo ulteriore verso la verifica di quella visione suggerita dal libro prima di sparire. Un volto amico si affacciò dalla porta socchiusa: “Artemisia, Elio!” disse il parroco riconoscendoli. “Buonasera Don Lucio, come sta?” lui rispose ridacchiando che sperava che loro non fossero lì per un alloggio da riservare al viandante, così aveva etichettato Rudolf, per la notte, infatti per colpa di alcuni ospiti improvvisi non vi erano più letti a disposizione. Artemisia lo rassicurò spiegando che il motivo della visita era la cripta allagata e, data la confidenza, sperava di poterla far visitare all’amico fuori orario per una questione di vitale importanza. Don Lucio guardò nella direzione dell’insolito trio, ma proprio in virtù del rapporto d’amicizia con Artemisia con aria bonaria disse: “E sia! Ma dovete fare piano, gli altri ospiti si sono appena coricati e la regola del silenzio è già in vigore”. Il sacerdote accese una lanterna a olio, poi imboccò un lungo corridoio che portava fino all’ingresso secondario della chiesa. D’un tratto si voltò, con la luce della lanterna a colorarne il viso, per dire: “Qui fate pianissimo, queste due porte sono quelle degli altri viandanti, se si svegliano potrebbero risentirsene e mancare di generosità domani quando valuteranno l’offerta da elargire all’opera che li ha accolti”. Rudolf annuì con il capo e il suo passo, così come quello di Artemisia, si fece felpato. Attraversarono la chiesa, Don Lucio li accompagnò fino alla soglia superiore dei gradini e disse: “Scendete, scoprite la meraviglia che giace in seno a questa chiesa”. Elio scese per primo, un gradino alla volta, Rudolf osservandolo vide il suo manto nero e profondo arricchirsi di riflessi figli di una fonte luminosa dalle calde vibrazioni. Artemisia, con i palmi poggiati sulle spalle di Rudolf per aiutarsi nella discesa: “Sento un’energia enorme provenire da laggiù, ho le gote in fiamme” Rudolf si voltò verso di lei, sembrava qualcuno avesse posto delle mele rosse al posto delle sue guance, poi tornò a guardare avanti, era arrivato nella cripta, vide le acque scorrere separate solo dai camminatoi che superavano in altezza di un capello o due la soglia dell’acqua. Vide le colonne, ma la cosa che maggiormente lo colpì fu la vista, nei pressi dell’altare di un globo luminoso dalla luminosità pulsante e grande circa come una sedia da cucina. Dalla scala opposta rispetto a quella da cui erano scesi Artemisia sentì dei passi: “Forse i viandanti stanno scendendo”. Rudolf si girò di scatto, ma non fece in tempo a vedere chi fosse a scendere le scale, il globo luminoso pulsò fortissimo, una, due, tre volte. La Luce si fece alluvione, travolse tutto e tutti, soprattutto Rudolf che vide la sua veste ricoprirsi di dettagli luminosi e simboli. A fenomeno finito qualcosa era cambiato in lui. Artemisia: “Rudolf, la luce che portavi dentro ora è manifesta e percepibile”. Rudolf non rispose, le accarezzò una spalla e poi si avvicinò all’altra scala per capire chi li osservava. La sua veste illuminò dei vestiti umili e il primo raggio di luce colpì un volto: “Luca! Sei tu!”. Appena si videro i loro sguardi suggerirono abbracci mai verificati, ma accaduti nell’anima. Nel frattempo Krampus girovagava nella foresta capovolta sotto alla città, attraversava cunicoli con l’aria del Bianconiglio, ma non era mosso dalla smania di dominare il tempo, camminò, corse, giunse. Arrivò in una sala sotterranea, esattamente al di sotto di Punta della Dogana. Fittissimi i tronchi che sorreggono il di sopra, li cominciò a segnare tutti con dei simboli arcani ed ecco, lentamente, timorosamente, affacciarsi un’ombra, la sua, si inginocchiò, fece rotolare innanzi a sè gli Umbræon e i Luminæon, l’ombra si avvicinò ancora. Con i pugni serrati cominciò a spaccare le sfere una ad una, da esse scaturì della cenere scura per i primi, chiara per i secondi. Le mescolò e, infine, soffiò verso la sua ombra che in un vortice caotico si riunì alla creatura che l’aveva proiettata per la prima volta. Tenebre avvolsero la città anzitempo rispetto al tramonto e, repentinamente, l’energia ivi prodotta, contagiò il di sopra. Un boato che sembrò l’esplosione di un vulcano. Venezia tutta accorse fuori dalle proprie stanze. Il palazzo di Punta della Dogana prese ad emettere luce e, alla sua sommità, la statua di Fortuna poggiata su una sfera sorretta da due Atlanti smise di indicare la direzione del vento e proiettò un potentissimo fascio di luce verso il cielo. Rudolf e gli altri uscirono in Campo San Zaccaria a vedere, percepirono il fascio luminoso che squarciava la notte. Corsero ancor di più, tutti, Don Lucio compreso, verso il Sotoportego San Zaccaria e, attraversando veloci Riva degli Schiavoni, si poterono affacciare alla riva ed ammirare la scena di questa luce che si affievoliva nella cenere che, piovendo, ne divorava parte della sua intensità. Un fenomeno inspiegabile per i più, ma che per Rudolf aveva una sola risposta: “Krampus..”.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 23 Dicembre – Il furto

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23 Dicembre – Il furto

Tornati alla barca Rudolf, Artemisia ed Elio puntarono nuovamente la prua verso Venezia. Rudolf aveva sistemato al sicuro le sfere oscure e quelle luminose, Santa non gliene aveva mai rivelato l’esistenza e un nuovo dubbio lo attanagliava nel pensarci: “e se nemmeno Santa ne fosse a conoscenza?” E Artemisia, sentendolo: “di cosa?” Lui rispose: “Parlo dei luminæon e degli umbræon.. inizio a pensare che Santa non me ne abbia mai parlato perché nemmeno lui li conosceva, ma magari voleva solo tutelarmi da qualcosa che, in un modo o nell’altro, erano parte della sua luce e dell’ombra che chiunque, se colpito dalla prima, proietta”. Lei, intenerita dai crucci interiori di un’anima che reputava purissima rispose: “Nulla è luce in toto, lo stesso dicesi di tenebra. Esistono infinite correlazioni anche tra le parti antitetiche di un Universo e, proprio per questo noi siamo qui a cercare a nostra volta qualcuno e qualcosa. Resto convinta di una cosa, lo troveremo, anzi li troveremo. Sento che Luca è con lui, non puó essere altrimenti”. Rudolf si voltó, Poveglia era diventata un punto minuto, una lacrima collegó la vista con un sorriso amaro, fermo; si giró verso di lei, carezzando Elio e disse: “Artemisia, grazie. Sono certo che Santa, facendomi sapere di doverti cercare, fosse consapevole di quanto grande sarebbe stato il tuo sostegno”. La navigazione proseguì placida, quasi seguendo il ritmo che, per natura, la laguna dettava a chi sapeva guardarla col cuore. Arrivati innanzi al Rio dei Greci la marea si era fatta così imponente da costringere i nostri ad abbassare il capo, sembró quasi un segno di deferenza verso la città storica che li stava accogliendo nuovamente. Proseguirono, svoltarono decisi in Rio della Tetta ed eccoli, in breve tempo, vicini all’attracco. Il luminæon, quello appena raccolto, pulsó, di luce e come una pulsazione nella sacca. Rudolf guardó Artemisia e lei: “lo hai sentito vero?” Rudolf rispose di sì. Sulla riva, seduto sul marmo e le gambe a penzoloni con i piedi che sfioravano l’acqua c’era Nico che salutó con un vivacissimo “Ciao!” E risposero, quasi in coro: “Ciao Nico!” E “Miao!” da parte di Elio, proseguì Rudolf: “che ci fai qui? Non rischi di prendere freddo?” E lui: “hai ragione, ma dovevo aspettarvi, volevo dirvi che la luce non parte mai dal basso, s’irradia dall’alto, allunga e spazza le ombre”. Poi, salutando con la manina corse via, probabilmente verso casa che sicuramente era nelle vicinanze. Appena si allontanó, di nuovo, un luminæon pulsó, di luce e proprio come un cuore: “tum-tum”. A Rudolf parve che per un istante durante il dialogo con Nico la luce avesse cambiato frequenza. Rudolf scese dalla barca, aiutó poi Artemisia a fare altrettanto mentre teneva in braccio Elio. Assicuró poi la barca alle bricole e, vedendolo, ringrazió nuovamente l’oste che si era affacciato per la cortese concessione. I loro passi risuonavano sui muri dei palazzi, le calli pervie si facevano casse in cui il ritmo si allineava con il mondo che i veneziani avevano osato creare credendoci sin da secoli prima. La casa stessa di Artemisia, presso la quale erano appena giunti, che lei aveva portato internamente ad un livello di ingegno superiore con opere come la mappa tattile, era un tassello del mosaico di quella storia di cui ora, Santa, Rudolf e gli altri non erano altro che una briciola nel cosmo. Nella medesima linea temporale, ma in un non distante altrove, il dialogo tra Santa e Luca si era acceso, troppa la gioia di un ritrovarsi così casuale, troppo difficile da incrinare un legame così cristallino. Santa indossava un saio prestatogli da un frate che che alloggiava e collaborava spesso presso quella parrocchia, Patty ne approfittò per sbucare e rifugiarsi in una tasca, poi egli disse: “Luca, di tanti luoghi, come mai qui?” E lui: “Perché questa chiesa si fa rifugio e serba un segreto al di sotto di essa, le acque infatti scorrono al di sotto dei nostri piedi, in una camera antichissima sconosciuta ai più”. Santa stupefatto: “incredibile! Sono davvero colpito, conosco molto, ma ignoro altrettanto a quanto pare”. Luca proseguì: “ma dimmi, perché hai deciso di non tornare subito dagli altri? Conosco il loro rifugio e, come cercavano te ora staranno cercando anche me”. Santa prese un respiro profondo, come a voler far uscire un peso immane, si fece serio, quasi severo per poi dire: “il mio ritorno oggi cagionerebbe danno e non beneficio ai fatti che si devono ancora compiere per causa degli atti che un’empia entità sta macchinando di perpetrare, lui non deve godere di questo vantaggio” e Luca: “si, ma io? Non posso dunque tornare a dare il mio sostegno?” E Santa, guardandolo negli occhi così intensamente da farlo quasi arrossire disse perentorio: “No Luca, perché per le promesse cui sei votato non saresti in grado di mentire, potresti decidere di farlo, ma per natura prima o poi andresti a cedere alla tua luce, che è un valore inestimabile. È doloroso anche per me, Rudolf è una parte fondamentale della mia vita, ma sia chi ci aveva rapito, l’empio e scaltro Krampus, sia chi ci sta cercando, devono credermi assente, sospeso, fuori dai giochi. Si tratta di un viatico necessario”. Luca abbassó lo sguardo e annuì mestamente. Nel frattempo Don Lucio, col suo abito talare si affacció presso la stanza in cui Luca dialogava fittamente con Santa, si trattava di un parroco dall’aspetto alto e magro, portava un paio di occhiali dalle lenti tonde sul viso smilzo che gli conferivano un’aria dotta. Esordì: “Ho appena chiuso il portone della chiesa ai fedeli, volete scoprire la cripta nel silenzio?”. Con entusiasmo accettarono. Santa in cuor suo provava un’emozione smisurata, quasi inconfessabile. Percorsero silenziosamente e a passi lenti una navata laterale della chiesa, poi percorsero una stretta discesa dagli scalini ravvicinati. La sorpresa fu sì grande: acque, giochi di luci generati dalle candele appese alle colonne che si riflettevano nelle acque ed un altare marmoreo sopra al quale si dipanavano le volte a botte che, incrociandosi al di sopra, generavano zone luminose e altre d’ombra, quasi in parallelismo metaforico con Umbræon e Luminæon. “Corpo di mille renne, che meraviglia!” Esclamó Santa. Luca: “sì, nonostante sia sotterraneo si tratta di uno dei luoghi più vicini al cielo, belli e segreti di tutta Venezia”. Una goccia di condensa mise la pancia, si fece sempre più ampia, Santa la osservò curioso e la vide precipitare: “plùc!”. Nel medesimo istante Rudolf si girò di scatto verso il lavandino della cucina, una goccia era appena caduta in maniera rumorosa nella secchiaia. Guardò nella direzione di Artemisia e con un filo di voce le disse: “Provo ad aprire il libro dei frammenti di tenebra, vediamo se si rende rivelatorio” sfogliò le pagine, sorvolò tutte quelle che si erano ricoperte di disegni di rovi, ne rimaneva una soltanto di intonsa e, su questa, la fiducia riposta era massima. Una volta raggiunta il suo viso si illuminò e lesse ad alta voce: “Στο σκοτεινό δάσος οι κορμοί γίνονται ρίζες του κόσμου, ovvero, nella foresta oscura, i tronchi diventano le radici del Mondo”. Artemisia e Rudolf iniziarono a formulare ipotesi, si spostarono davanti alla mappa tattile e lei disse: “Allora, esistono giardini, zone verdi, ma foreste no, caspita, se fosse il Giardino Eden Hundertwasser alla Giudecca? No, impossibile perchè per decisione del suo ultimo proprietario, Hundertwasser appunto, è stato lasciato in balia della natura, permettendo alla vegetazione selvaggia di prendere il sopravvento”. Rudolf pendeva dalle sue labbra, l’aneddoto che aveva appena narrato sembrava tratto da una fiaba ed invece era Venezia, in tutta la sua essenza. Rudolf poi disse la sua opinione: “Sai Artemisia, questi enigmi spesso ribaltano la realtà, ora ci parla di una foresta oscura, ma forse non dobbiamo immaginarla come una convenzionale” e lei: “Sai, credo tu abbia ragione, andiamo a coricarci, magari la notte ci porterà consiglio” e lui: “Ci sto, vedrai che in un modo o nell’altro capiremo in che direzione muoverci, buonanotte Artemisia” “Notte Rudolf”. Qualcuno però questo segreto in realtà lo conosceva, anzi, vi aveva fatto affidamento fin dal primo giorno, fin da quella notte in cui si era palesato vicino alla Pietra Rossa di Calle Zorzi in cui, quasi apparendo dal nulla, Artemisia gli aveva spalancato la fiducia del gruppo. Quel qualcuno è Krampus, che con una piccola imbarcazione era arrivato sotto la volta del Ponte Duodo o Barbarigo, lì vi è una porta murata, proprio sotto il ponte a pelo d’acqua. Tracciò con le mani dei segni, simili alle rune che ricamavano la sua veste, la porta murata, un mattone alla volta, si dissolse, giusto il tempo di farlo entrare. Si trovò in un antro che dava accesso ad un dedalo che conosceva come le sue tasche. Un’alternanza di lunghi corridoi e sale. Si trattava di un covo ampissimo che sfiorava da sottoterra tantissimi punti nevralgici cittadini come Punta della Dogana, l’Ospedale Civile e Calle Zorzi. Venezia è risaputo fondarsi su pali che furono conficcati nel terreno paludoso per dare stabilità a tutto ciò che vediamo oggi, quello che nessuno, tranne Krampus, sa è che si tratta di una vera e propria foresta capovolta, ovvero la foresta oscura in cui i tronchi diventano le radici del Mondo. Le sue movenze ora, lì sotto la soglia di ciò che tutti vedono, erano quasi sacrali, si muoveva perfettamente a suo agio sotto il guscio cittadino, sapeva dov’era, sapeva dove andare, era consapevole che il suo piano stava riuscendo, mancava un passo, l’ultimo. Lo fece. Artemisia e Rudolf corsero improvvisamente dalle rispettive stanze verso la sacca, le sfere erano tutte illuminate o luminescenti a seconda del tipo, poi: “tum” “tum” “tum” “tum-tum-tum-tum” Rudolf: “Ma cosa sta accadendo ora?” Artemisia: “Qualcosa di potentissimo è vicino” Rudolf: “Ma qui siamo solo io, te ed Elio” lei: “è vicinissimo” “Tum-tum-tum-tum…” al suono ritmico seguì il vuoto. Artemisia ebbe un brivido, Elio ringhiò, Rudolf cominciò a lacrimare. Santa: “Il fatto è compiuto, ora le tenebre si riveleranno sotto una luce nuova”.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 22 Dicembre – Invano

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

22 Dicembre – Invano

il luminæon in cima al campanile dell'isola abbandonata di poveglia

La tristezza e la delusione avevano conquistato il gruppo. In Rudolf i sensi di colpa bruciavano i bordi della sua anima, in Artemisia pulsava inesorabile lo sconforto. Perfino Elio zampettava mesto con la coda tra le gambe. Decisero di far rientro a casa di Artemisia per confrontarsi sulla situazione, capire se sarebbe emerso un nuovo enigma dal libro dei frammenti di tenebra. Dato lo scoramento sarebbero stati disposti a sperare in qualsivoglia evento salvifico per ribaltare una situazione che, a parte per gli Umbræon e i luminæon che erano ancora nelle loro mani, pareva ormai compromessa. Rudolf alzò gli occhi al cielo, poi nemmeno la vista della barca Santa, attraccata nei pressi di Palazzo Tetta riuscì a distoglierli dai rispettivi pensieri. Arrivati davanti alla porta Elio ne grattò la soglia e Artemisia disse: “Dai piccolo, un attimo e andiamo dentro, sù!” Prese così dalla tasca la chiave ed aprì. Rudolf entrò e guardò con aria corrucciata l’angolo in cui solitamente Krampus dormiva in piedi. Elio corse su una sedia e lì vi si appallottolò sopra. Artemisia mise a bollire dell’acqua dicendo: “Un buon tè ci salverà l’animo”. Rudolf sorrise malinconicamente e con voce calda disse: “Spero tu abbia ragione, intanto provo a consultare il libro, chissà che non ci dica qualcosa di utile”. Lo stupore lo colse al punto di esclamare: “Perdincibacco!” e Artemisia: “Che succede Rudolf?” e lui: “tutte le pagine bianche del libro, tutte tutte tranne una, sono ricoperte dal disegno di rovi, rovi ed un edificio in rovina, dappertutto, penso che anche il libro ci abbia abbandonato o semplicemente ci stia parlando sì, ma in maniera indecifrabile…” portandosi le mani sulla faccia. Fu quella frase, pronunciata come un requiem da Rudolf, insieme ad un ricordo riaffiorato improvvisamente ad accendere invece la luce delle idee in Artemisia che corse letteralmente verso la sua camera, inseguita da Elio, urlando: “Eureka! Eureka!”. Rudolf alzò la testa cercando di capire e rimase appeso con sguardo e udito rivolti verso la stanza di Artemisia. Lei di nuovo: “Eureka! Eureka! Rudolf vieni qui, subito!” e lui: “Eccomi, che accade?!”. Artemisia, con una precisione inspiegabile dato il suo limite visivo, indicava un punto preciso della sua mappa della laguna, Rudolf si avvicinò per leggere e, sottovoce disse: “Poveglia, ex manicomio, rovine e rovi” poi volgendosi verso Artemisia: “Dici che avevamo la risposta davanti agli occhi fino ad ora?” e lei: “Si, perchè rovi, finestre, edificio in rovina, tutto collima con il profilo dell’isola di Poveglia” e Rudolf: “Cosa aspettiamo a salpare? Andiamo a scoprire quale mistero si cela laggiù”. Uscirono di casa rapidamente. Molto più velocemente di come vi fossero entrati, ritemprati nello spirito e nelle energie. Arrivati davanti all’osteria nella Fondamenta dei Felzi, dove era ormeggiata la barca, notarono un ragazzino a bordo. Osservava attentamente l’incisione, e quando si accorse di essere guardato, si girò verso Rudolf e gli altri: “Dovete sapere che i rovi crescono lì dove nessuno guarda più, in quei luoghi che cambiano ogni volta che ci torni e serbano i semi di un dolore antico,” disse, come parlando a se stesso e al contempo a loro. Rudolf lo osservò incuriosito, Artemisia rimase immobile, come avvolta da un filo invisibile. “Che bel pensiero… come ti chiami?” chiese. “Sono Nico,” rispose il ragazzino, con occhi che parevano ancora illuminati da un bagliore lontano, “sono salito a bordo perché il nome, i colori… e questa incisione mi ricordavano qualcosa… qualcosa che non so spiegare del tutto.” Rudolf, un po’ sorpreso, annuì: “Noi dobbiamo muoverci, ma finché la barca resta qui, puoi curiosare quanto vuoi.” Nico sorrise appena, un filo di luce tremolante nei suoi occhi come se vi fosse un’eco, un riverbero, di quella luce sprigionatasi un anno prima così pura e potente da quelle parti. Per un istante alzò la mano come a voler accarezzare l’incisione, e poi, come fosse capace di dominare una legge invisibile, sparì tra le ombre della Fondamenta, lasciando dietro di sé un senso di mistero sospeso. Rudolf rise piano: “Ah, questa gioventù… sempre pronta a fare stravaganze senza chiedere permesso.” Rudolf prese il timone, aveva studiato dalla mappa in camera di Artemisia l’itinerario, ormai non poteva definirsi un marinaio, ma qualcosa lo stava imparando. Usciti dal dedalo di canali interni imboccarono il Rio dei Greci per uscire nei pressi del Bacino di San Marco trovando innanzi a loro l’Isola di San Giorgio Maggiore. Rudolf, memore di quanto visto, costeggiò l’isola de la Grazia, poi quella di San Clemente, poi San Spirito ed infine, ecco Poveglia all’orizzonte. I nostri vi giungevano dal versante est e ad un tratto Artemisia: “Sento della luce fortissima, un’energia radiosa, Rudolf, mi sto perdendo qualcosa?” indicando verso ovest e lui: “No Artemisia, la laguna è placida, la luce solare piatta, in quella direzione ci sono due vogatori con una barchetta, ma sono davvero un puntino all’orizzonte” e lei: “Ok, mi stavo preoccupando, avevo il timore stesse accadendo qualcosa di strano”. Vi era un pontile nel versante sud-est di Poveglia e, per praticità, decisero di attraccarvici. Rudolf scese per primo, aiutando poi Artemisia ed Elio nella discesa. La natura era la regina, incontrastata di quei luoghi. Il caos era l’architetto di ciò che, selvaggiamente, era cresciuto senza influssi umani. Nell’avvicinarsi Artemisia sentì dei rumori, come un bussare forte e costante in lontananza: “Rudolf, lo senti anche tu?” e lui “Quel toc toc toc quasi costante? Sì, magari è qualcuno che chiede aiuto, magari Santa o Luca” avviciniamoci senza farci sentire, chiunque sia sarà felice di essere liberato. Artemisia: “Che odore nauseabondo!” e Rudolf: “Stiamo passando vicino alle cucine, dei pentoloni avevano continuato a ribollire incustoditi, il loro fondo in alcuni casi si era sciolto, in altri il cibo ormai stracotto aveva assunto un sentore davvero fetido”. Rudolf vide un secchio d’acqua, lo gettò sui fuochi così da interrompere la produzione di odori indesiderabili. Il bussare si fece più forte. Passarono dal corridoio, una cella era aperta e vuota, a terra Rudolf notò qualcosa di familiare: “Un pezzo di saio! Luca forse è qui da qualche parte..” Artemisia, vicino alla soglia da cui proveniva il rumore bisbigliò: “Sento delle presenze, più di una dietro la porta, nulla di pericoloso a pelle”. Rudolf allora sfilò l’anima dal chiavistello sbloccando la porta, ciò che accadde dopo fu memorabile. Come una tempesta non uno, non due, ma almeno una decina di Schabmänner uscì disordinatamente dalla cella. Le Schabmänner impazzirono completamente: si urtavano tra di loro, sbattevano contro le pareti e producevano suoni grotteschi in una sinfonia affatto melodica. I loro occhietti vacui luccicavano di una follia incontrollabile, e i movimenti scoordinati le rendevano quasi sfumate, come se un vento invisibile le avesse animate solo per seminare caos o soffiarle via. Nel trambusto del loro non capire più nulla, forse intuendo anche molto meno del solito, sembravano più spaventate da loro stesse che da chiunque altro. Rudolf e Artemisia scoppiarono a ridere per quanto avevano appena vissuto, ma il sorriso durò poco, Rudolf entrò nella cella da cui erano uscite come una mandria quelle creature e, guardando la sedia, riconobbe un lembo del vestito di Santa. Era stato lì, forse fino a poco prima. Artemisia: “Sì, non è qui, non ora, ma lo era”. Elio ricomparve dopo essersi spaventato per colpa delle Schabmänner. Rudolf: “Ok le sensazioni, ma che dici Artemisia se proviamo comunque a cercarlo?”. Lei annuì. Girarono ogni anfratto, badando di non farsi male dato che l’isola ed i suoi edifici versavano in uno stato di totale abbandono e decadimento. Di Santa e di Luca solo gli indizi nelle celle, nulla di più. Forse Krampus nel suo piano diabolico li aveva tratti con sé in un altro nascondiglio. Uscirono all’aperto, dirigendosi verso la barca, Elio cominciò ad aggrapparsi ai pantaloni di Rudolf, come a volerlo rallentare. Lui si girò e disse: “Elio, dimmi, cosa c’è? Non possiamo mica restare qui”. Niente, il gatto continuava a tirarlo dalla parte opposta rispetto alla barca. Continuò per minuti con Artemisia che sorrideva immaginando l’impasse. Ad un tratto Rudolf guardò verso il campanile e non verso il gatto che lo voleva trainare. Notò una luce abbagliante dalla cella campanaria del campanile. Al che Rudolf disse: “Aspettatemi qui, torno subito”. Artemisia non capì nulla di quanto stesse accadendo, ma si fidò di lui. Le campane dell’isola suonarono, una, due, cinque volte. “Ma non era abbandonato questo posto?” Si chiese lei stupefatta. Intanto, salito sul campanile di Poveglia, Rudolf arrivò a tenere tra le mani un luminæon, il quinto. La sua superficie pulsante irradiava una luce calda e viva, come se custodisse un’energia sottile, vibrante, che pareva insinuarsi tra i canali e le rovine, insinuando nei cuori di chi la osservava un senso di possibile salvezza, un filo invisibile che collegava il passato con il presente ed il futuro. Elio si strusciò tra le gambe di Rudolf non appena lo vide tornare, come percependo anch’egli quel riverbero, mentre Artemisia, pur senza poterlo vedere direttamente, sentiva un fremito da pelle d’oca, un’eco di qualcosa di più grande che stava per accadere. Artemisia disse: “Trovato qualcosa?” e Rudolf: “Torniamo a casa con un pizzico di luce in più Artemisia, in cima al campanile ho trovato il quinto luminæon, non so ancora se sia un vero e buon presagio, ma è la prova che una parte della soluzione passa da queste sfere potenti e misteriose”. Nel frattempo, Luca e Santa, un colpo di remo alla volta, erano giunti fino a Riva degli Schiavoni e, d’accordo sul suggerimento di Luca, si stavano dirigendo verso Campo San Zaccaria per bussare alla porta della sacrestia, dove Luca contava di trovare Don Lucio, un suo carissimo amico che di certo non avrebbe rifiutato di offrire aiuto a lui e al suo misterioso compagno di viaggio. Il gruppo, pur ancora diviso e ignaro di come tutte le tessere si sarebbero ricomposte nel mosaico finale, percepì che quella luce e quella soglia a cui bussare non erano solo un segnale o una tappa, ma una promessa: che, tra caos, misteri, sorprese ed incertezze, i semi di tarassaco stavano finalmente danzando nel vento per trovare una destinazione comune.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 21 Dicembre – L’Evasione

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21 Dicembre – L’Evasione

barche abbandonate a Poveglia

Patty, con i baffetti tesissimi, si guardava intorno in attesa che uno degli Schabmänner giungesse per controllare lo stato del cappuccio di Santa e per portargli la colazione. Quest’ultima consisteva in un tozzo di pane duro come pietra e una ciotola di latte. Santa non ebbe mai modo di mangiarla, era sempre legato, ma spiegalo tu ad una Schabmänner. Impossibile. Patty vide una di quelle goffe creature arrivare, inizió a contare i secondi: “uno, due, tre… ventisette..” lo faceva perché Santa, capito chi fosse, anzi, chi non fosse dato ch’era solo un’ombra, dopo i recenti eventi aveva avuto un’idea per tentare la fuga. Non era certo del successo del suo piano, ma dato che, se avessero voluto fargli del male, lo avrebbero già fatto, decise di tentare. Patty intanto: “trecentoquattro, trecentocinque…” lo Schabmänner guardó Santa, posó ben distante da lui il cibo e, vedendolo col cappuccio, glielo tolse. Santa sussurró: “é il momento, queste Schabmänner non capiscono proprio nulla..” e ne rise. Patty tornó da lui e sussurró: “Le Schabmänner impiegano in totale circa cinquecento secondi ad andare e tornare quando fanno il giro del cibo e poco meno quando fanno quello di controllo, pensi di farcela?” E Santa: “devo solo nascondermi, instillare il panico, non fuggire, almeno non subito. Prima peró devi cercarmi un oggetto acuminato con cui io possa tentare di liberarmi da questi vincoli a polsi e caviglie” Patty, che pendeva dalle sue labbra, stava per perderlo, era conscia stesse per accadere, ma al contempo era consapevole che Santa valeva di più del suo egoistico affetto. Passarono minuti, a decine e questi messi insieme divennero ore. I raggi del sole cambiarono l’inclinazione delle ombre che i rovi esterni, aggrappati alle sbarre, generavano sul pavimento. Ad un tratto Patty percepì, drizzando i baffetti di conseguenza, una Schabmänner che cominciava a muoversi verso la cella di Santa. Quando questa fu a metà corridoio Patty, raso muro, cominció il suo percorso verso la zona in cui gli Schabmänner preparavano i pasti, se così si potevano chiamare. Corse raso muro e arrivó ad una sorta di cucina, un luogo fetido, sudicio, affatto mondo. C’erano dei pentoloni che ribollivano di non si sa bene quale nefanda preparazione. Corse contando nella sua testolina “duecentotrentasette, duecentotrentotto…” il tempo scorreva incalzante, ma lei non aveva intenzione di demordere. Arrivó ad un cassetto socchiuso, c’erano cucchiai, forchette, coltelli fin troppo usurati. Alla fine, per non dare nell’occhio, prese una forchettina da dessert. Si guardó intorno, fece vibrare i suoi baffetti per la tensione e ripartì. Un altro Schabmänner passò, aprì una cella vicina per consegnare del cibo e disse: “un altro prigioniero” squittì sommessamente Patty tra sé e sé. Lo vide, lineamenti gentili, vestito con una tunica tinta cacao, ricevuto il cibo ci si genuflesse innanzi, era legato solo ad una caviglia, cominció a lodare il Signore per quanto stesse per mangiare. “Un frate!” Squittì e, quello, udendo il suo squittire, si giró salutandola con la mano mentre la sua cella veniva richiusa. Patty tornó di corsa da Santa, schivó lo Schabmänner che compiva il giro di ritorno e, con un’agilità incredibile saltó dentro col suo prezioso strumento. Santa la sentì zampettare, gli avevano rimesso il cappuccio, Patty si arrampicò come sempre partendo dal piede, poi il ginocchio e su, fin dietro la testa. Da lì cominciò a sfilare il cappuccio e, una volta fatto, lo lasciò cadere al suolo. Passó davanti, si era riportata alla bocca la forchettina. Lo sguardo che Santa le riservó era un misto di gratitudine e commozione e, con un semplice cenno trovarono l’intesa. Patty dunque scese lungo la schiena, fino al polso sinistro di Santa che, tra zampette e baffetti rise divertito dal solletico. Patty avvicinò alle sue dita la forchettina e, una volta che Santa l’ebbe saldamente tra i polpastrelli cominciò a lavorare sulle funi che lo vincolavano per liberarsi. Ci vollero decine di minuti, ma alla fine Santa riuscì a liberare il primo polso dalla fune. La mano era indolenzita, ci volle un po’ per averne il pieno risveglio, ma con una mano a disposizione tutto diveniva più semplice. In un batter d’occhio Santa liberò anche l’altra e poi i piedi, prima il destro, poi il sinistro. Patty lo guardò sognante: “Ora sei libero!” e lui: “No, non sono libero, cara Patty, ora siamo liberi”. Lei pianse, lui la fece accoccolare dentro al suo taschino, da lì oltre che al riparo lei ne percepiva il battere e levare del suo cuore. Non era mai stata così felice. Lo guardò, da lì sotto e gli disse: “Sai che c’è un frate imprigionato dall’altra parte?” e Santa: “Dopo salveremo anche lui, ma prima, passiamo alla fase due, diamo il via all’operazione instillare il panico!”. Fu così che Santa, percependo l’imminente arrivo di una Schabmänner salì sulla sedia a cui era stato legato e, sfruttando la catena che penzolava dal soffitto che una di quelle creature ottuse aveva fatto scendere, ci si arrampicò. Arrivò a tre metri da terra, vide la Schabmänner giungere, guardare la sedia, girarci attorno, e poi col suo sguardo, fisso e impacciato, oscillava tra la sedia vuota e il perimetro della cella. Parve inspirare profondamente, cercando di ricordare il protocollo, ma la logica semplice non bastava: il prigioniero infatti non era dove doveva essere. Con un brontolio sommesso emise un fischio meccanico e agitò le braccia, attirando l’attenzione delle compagne. Subito, le altre si affacciarono dai corridoi vicini, ognuna confusa e titubante a modo suo. Una ruotò sul posto e disse un breve: “Oh?” La seconda annuiva, una terza, più piccola, cominciò a saltellare sul pavimento con movimenti nervosi, inciampando in un angolo, creando un effetto domino in una escalation di gesti goffi e frenetici che forse un significato potevano pure averlo. La prima Schabmänner allora si piegò, tastando sotto la sedia e poi verso le funi, ma senza avere mai la tentazione di guardare in sù. La confusione esplose nel silenzio e si diffuse come un’onda: le Schabmänner si spostarono in cerchio, senza capire dove guardare. Il panico, seppur meccanico, prese il sopravvento: si inciampavano l’un l’altra, sbattevano contro le pareti e poi, in fila indiana andarono di zona in zona urtando pentoloni, scaffali, porte.  La loro routine precisa si stava trasformando in un incubo, come avrebbe reagito l’ombra? Panico. Santa a quel punto, attraverso uno spiraglio tra i rovi della finestra le vide correre fuori, sempre in fila indiana, ma, dettaglio fondamentale, dell’ombra oscura che vigilava su quel luogo nessuna traccia. Santa abbassò lo sguardo verso Patty, era il momento di scendere dalla catena e sfruttare il vuoto lasciato dall’inettitudine delle Schabmänner. Santa e Patty, una volta a terra, si confrontarono e decisero di eliminare il problema di quelle guardiane maldestre alla radice. Santa si nascose dietro una porta, Patty andò fuori ad attirarle, diede ad intendere loro di sapere dove si trovasse il fuggitivo, in fondo era vero. Le Schabmänner accorsero, maldestre e convinte come poche volte nella loro vita, Patty le guidò dentro la cella e: “Clang!” Santa le rinchiuse dentro, Patty scappò veloce e tornò nel taschino. Santa le guardò dalle grate sulla porta in legno da cui fino a poco fa era vincolato e fece ciao ciao con la mano. Da una finestra finalmente vide l’esterno, Santa sospirò, sapeva dove si trovava e, forse, la via per scappare, ma prima bisognava capire chi fosse l’altro prigioniero e, ombra permettendo, salvarlo. Patty indicò la direzione, Santa corse, nessuno lungo il tragitto. Quando fu vicino alla porta sentì una voce gentile recitare delle preghiere. Gli parve di conoscerla, ma non vi diede troppo peso. Scardinò il lucchetto con la forchettina di Patty, aprì lentamente la porta scricchiolante, il tutto mentre le Schabmänner non si sa bene cosa urlassero dalla cella. Ciò che vide lo sconvolse nel profondo. Quella sagoma era inconfondibile, il frate si girò verso il suo salvatore e un silenzio di reciproco stupore colse entrambi. Il frate, guardando Santa: “Non ci posso credere, sei proprio tu?” e Santa: “Luca, fraterno amico mio”. Piansero di gioia, entrambi, abbracciati per istanti che parvero non cessare mai. Si era fatto però tempo di compiere la fuga e, abbandonando le Schabmänner nella cella, si guardarono intorno per esser certi di non essere seguiti dall’ombra e presero il corridoio che dava l’impressione di condurre all’esterno. Dopo qualche deviazione arrivarono all’esterno ad una sorta di canale generato dai confini dell’isola e da un antistante ottagono militare, si voltarono e, capirono dove si trovassero. Erano stati imprigionati a Poveglia. Santa “Luca, ora come scappiamo da qui?” e il frate: “Ricordo che sul lato opposto a questo che guarda al Lido c’era una sorta di cimitero di barche abbandonate, magari siamo fortunati..” e Santa: “Proviamoci”. Giunti sul versante nord rimasero stupefatti, non una, non due, decine di barche abbandonate e poi remi, forcole, ogni genere di accessorio. Un vero spreco, ma fortuito per loro! Santa e Luca si intesero con un cenno del capo, non serviva parlare. Scelsero la barca, le forcole, i remi e, come un anno prima, vogando, si allontanarono da Poveglia vogando al tramonto. C’era tutta la poesia del mondo cristallizzata in quell’istante e, per la prima volta nella sua vita, Patty stava vedendo la laguna da vicino.

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