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“Chi ha rapito Santa Claus?” 24 Dicembre – San Zaccaria

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

24 Dicembre – San Zaccaria

Artemisia non riuscì a capire cosa fosse accaduto, Rudolf le pareva fermo, singhiozzante. Prese un respiro che le fece sentire pesantezza fino allo stomaco e chiese: “Rudolf, cos’è accaduto? Parlami!” Lui sospirò, singhiozzò a sua volta e, traendo un respiro profondissimo: “Artemisia, Umbræon e Luminæon sono scomparsi, al termine di quel battito che stavamo sentendo sono letteralmente svaniti”. Lei non riuscì stavolta a trovare le parole, era impossibile, pensava non ve ne sarebbero mai potute essere di adeguate. Abbracciò dunque Rudolf, forte, più che poteva bagnando di lacrime le sue vesti. Elio d’improvviso corse verso la finestra della sala , attirato da un evento insolito, Rudolf ed Artemisia non diedero peso a quanto stesse facendo il gatto nella stanza vicina, avevano lottato per giorni, smarrito persone care ed ora si trovavano pure senza il frutto del loro ingegno, coraggio e fatica. Avevano appena perso l’unica traccia che sembrava poterli condurre a capire o salvare. Elio cominciò dunque a grattare con le zampe anteriori sul vetro, aveva un’insistenza insolita. Le persone cominciarono ad uscire dalle case, il cicaleccio si fece da sottile a pesante. Elio proseguì a grattare sui vetri. L’insieme dei rumori tra persone fuori e Elio dentro fecero decidere Artemisia e Rudolf a cambiare stanza. Rudolf deglutì rumorosamente, quasi shockato, Artemisia lo percepì e disse: “Ma cos’è questo odore di cenere?” e Rudolf rispose: “Sta piovendo fuori, c’è tutta Venezia che esce dalle case a guardare, sta piovendo, copiosamente, ininterrottamente, cenere”. Artemisia per capire l’entità del problema aveva una sola scelta. Uscire. Aprì la porta, senza curarsi d’essere seguita o meno da Rudolf ed Elio. Si inginocchiò pochi passi oltre la soglia, incurante di sporcare le sue vesti con la cenere, posò il palmo destro, cercò i masegni e trovò soltanto polvere. Portò la mano, intrisa, vicino al volto. Annusò, venendo aggredita da un sentore terroso. Rudolf la raggiunse, poggiandole la mano destra sulla spalla sinistra, mentre Elio, intimorito, scelse di rimanere sulla soglia. Rudolf: “Prima la sparizione di Umbræon e Luminæon, poi la pioggia di cenere..” il suo ragionamento ad alta voce fu interrotto da una serie di suoni provenienti da dentro casa di Artemisia: “Ziiiing… ffff-woosh… psst-psst!” Si girarono entrambi, in quella direzione, lei con voce preoccupata disse: “Cosa vedi Rudolf?” e lui: “Un bagliore, torniamo dentro”. Spostarono le persone che, attirate dal fenomeno della pioggia di cenere, stavano cominciando ad affollare ogni angolo della città e tornarono dentro casa. Quello che Rudolf vide una volta entrato, e descrisse ad Artemisia, non trovava spiegazione nelle cose più comuni: “Il libro dei frammenti di tenebra sta volteggiando nell’aria sfogliando le sue pagine dall’inizio alla fine e viceversa emanando una luce calda ma vagamente inquietante”. Artemisia si fece seria, anzi, concentratissima. Spalancò i palmi di entrambe le mani protendendosi in avanti, cercò di sintonizzarsi con l’energia diffusa da quel fenomeno di luminosità e movimento, come avrebbe fatto una bussola o un magnete. Identificata la corretta direzione la sua fronte si corrugò, le mani si chiusero a pugno ed il libro parve cominciare ad ubbidire alla sua volontà. Si fermò a mezz’aria, ancora luminescente ma statico. Lei parlò così: “Ora puoi afferrarlo Rudolf, non temere, emana un’aura positiva quell’energia”. Rudolf, balbettando coi passi, si avvicinò insicuro, lei lo percepì e disse: “Fidati, sento ciò che non vedo”. Lui disse: “Ok Artemisia, grazie”. Allungò le mani verso il libro, lo afferrò saldamente e la luce parve spegnersi, anzi, affievolirsi. Se prima veneva emessa a tutto tondo, ora il fenomeno riguardava una singola pagina, precisamente la terza di copertina. Artemisia: “Il libro stavolta non vuole nascondersi, per favore Rudolf, sediamoci e dimmi cosa ci vuole dire”. Lui stavolta non esitò, forse il libro proprio come Umbræon e Luminæon aveva un’anima duale, cioè nessuna tenebra è totalmente tale, così come non lo può essere una luce. Rudolf, istintivamente, ripercorse quasi con sacrale riverenza ogni singola pagina. Rivivendo istanti, memorie e momenti. Enigmi e soluzioni. Scelte giuste ed errori. Artemisia fremeva dal desiderio di capire, Rudolf parimenti di quello di ricostruire qualcosa che si era spezzato e di cui forse quelle pagine serbavano una traccia o un’impronta. “Ancora un attimo” sussurrò lui. “Eccoci” disse infine. La terza di copertina era un disegno di un salone, c’erano volte a botte, colonne, camminatoi ed acque. Le parti chiare, in particolare una di forma sferica, proiettavano la stessa frequenza di luce di quando il libro stava a mezz’aria. Il volto di Rudolf ne veniva illuminato di riflesso ed Elio pareva scrutare verso di lui con una curiosità affatto animale. Artemisia lo incalzò chiedendo di descriverle quanto stesse leggendo o vedendo, Rudolf si prese ancora qualche istante, in cuor suo sapeva chi poteva fargli giungere un simile messaggio. “Artemisia, la terza di copertina raffigura un salone composto da navatelle basse, sorrette da colonnine esili e capitelli semplici che si specchiano in un velo d’acqua su cui spicca una sorta di altare, sembra una declinazione di Venezia in forma semplice, come se la città stessa volesse farsi ricondurre nei suoi tratti più distintivi”. E lei con tono deciso: “Rudolf, ma quella che descrivi pare essere la cripta sommersa di San Zaccaria!”. La voce di Artemisia giunse a Rudolf in toto e, quando si fece silenzio, il libro tornò a brillare, splendere, accecare. Rudolf: “Ma, ma, ma, corpo di mille renne, che succede ora?” Artemisia: “Che succede cosa?” intanto “Huuuuuuuum fwoooooom pooof!”. Silenzio cadde, per chi percepiva senza comprendere e chi aveva visto senza capire. Rudolf: “Il libro è scomparso in un lampo, ora credo toccherà a noi proseguire e capire quello che San Zaccaria ci rivelerà” e lei: “Andiamo Rudolf, dobbiamo riuscire a scrivere le pagine più importanti di questa storia. Uscirono tutti e tre dalla casa, la cenere continuava a scendere, intensa ma meno copiosa. Buona parte dei curiosi avevano smesso di lasciarsi affascinare e, probabilmente erano rincasati. Artemisia cominciò a guidare Rudolf con passo deciso verso San Zaccaria, si muoveva così velocemente che Rudolf stesso non sempre riusciva a tenerne il passo. Passarono da Campo Santa Maria Formosa, Rudolf prese la direzione del Mascherone a guardia del campanile, ma capì velocemente che Artemisia non era andata per di là stavolta e la inseguì di corsa. Imboccarono Rugagiuffa e, d’un tratto Artemisia si fermò. Rudolf inizialmente pensò che fossero arrivati, poi capì che la sosta era dettata da una percezione. In fondo ad una calle chiamata Calle de Mezzo vi era una porta blu sovrastata da un affascinante arco a sesto acuto di cui assorbiva la forma e lei disse: “Qui tantissimi si fermano, fanno foto, ci sono svariate leggende sui perchè quella porta sia di quel colore e su quali magie possa celare, una cosa è certa, se una porta riesce a far parlare di sè, di certo qualcosa da dire ce l’ha”. Infilarono ancora qualche centinaio di passi e giunsero in Campo San Zaccaria, Rudolf osservò estasiato la bellezza della facciata della chiesa e di tutto ciò che lo circondava in quel luogo. Elio si avvicinò al portone d’ingresso, provò a spingere con una zampa, curioso, ma era già chiuso. A quel punto Artemisia disse: “Elio, dai lo sai che Don Lucio è molto ligio con gli orari di apertura, è stato il nostro parroco per anni, andiamo a bussare in sagrestia” Rudolf si sentì in una botte di ferro, non solo erano nel posto giusto, ma addirittura Artemisia ne conosceva il parroco. Lei si avvicinò alla porta, bussò tre volte, evitando di utilizzare il campanello, ricordava infatti che i suoni forti ed improvvisi gli dessero fastidio. Passò quasi un minuto, delle chiavi cominciarono a girare nella serratura dall’interno e ad ogni giro per Rudolf era come se venisse compiuto un passo ulteriore verso la verifica di quella visione suggerita dal libro prima di sparire. Un volto amico si affacciò dalla porta socchiusa: “Artemisia, Elio!” disse il parroco riconoscendoli. “Buonasera Don Lucio, come sta?” lui rispose ridacchiando che sperava che loro non fossero lì per un alloggio da riservare al viandante, così aveva etichettato Rudolf, per la notte, infatti per colpa di alcuni ospiti improvvisi non vi erano più letti a disposizione. Artemisia lo rassicurò spiegando che il motivo della visita era la cripta allagata e, data la confidenza, sperava di poterla far visitare all’amico fuori orario per una questione di vitale importanza. Don Lucio guardò nella direzione dell’insolito trio, ma proprio in virtù del rapporto d’amicizia con Artemisia con aria bonaria disse: “E sia! Ma dovete fare piano, gli altri ospiti si sono appena coricati e la regola del silenzio è già in vigore”. Il sacerdote accese una lanterna a olio, poi imboccò un lungo corridoio che portava fino all’ingresso secondario della chiesa. D’un tratto si voltò, con la luce della lanterna a colorarne il viso, per dire: “Qui fate pianissimo, queste due porte sono quelle degli altri viandanti, se si svegliano potrebbero risentirsene e mancare di generosità domani quando valuteranno l’offerta da elargire all’opera che li ha accolti”. Rudolf annuì con il capo e il suo passo, così come quello di Artemisia, si fece felpato. Attraversarono la chiesa, Don Lucio li accompagnò fino alla soglia superiore dei gradini e disse: “Scendete, scoprite la meraviglia che giace in seno a questa chiesa”. Elio scese per primo, un gradino alla volta, Rudolf osservandolo vide il suo manto nero e profondo arricchirsi di riflessi figli di una fonte luminosa dalle calde vibrazioni. Artemisia, con i palmi poggiati sulle spalle di Rudolf per aiutarsi nella discesa: “Sento un’energia enorme provenire da laggiù, ho le gote in fiamme” Rudolf si voltò verso di lei, sembrava qualcuno avesse posto delle mele rosse al posto delle sue guance, poi tornò a guardare avanti, era arrivato nella cripta, vide le acque scorrere separate solo dai camminatoi che superavano in altezza di un capello o due la soglia dell’acqua. Vide le colonne, ma la cosa che maggiormente lo colpì fu la vista, nei pressi dell’altare di un globo luminoso dalla luminosità pulsante e grande circa come una sedia da cucina. Dalla scala opposta rispetto a quella da cui erano scesi Artemisia sentì dei passi: “Forse i viandanti stanno scendendo”. Rudolf si girò di scatto, ma non fece in tempo a vedere chi fosse a scendere le scale, il globo luminoso pulsò fortissimo, una, due, tre volte. La Luce si fece alluvione, travolse tutto e tutti, soprattutto Rudolf che vide la sua veste ricoprirsi di dettagli luminosi e simboli. A fenomeno finito qualcosa era cambiato in lui. Artemisia: “Rudolf, la luce che portavi dentro ora è manifesta e percepibile”. Rudolf non rispose, le accarezzò una spalla e poi si avvicinò all’altra scala per capire chi li osservava. La sua veste illuminò dei vestiti umili e il primo raggio di luce colpì un volto: “Luca! Sei tu!”. Appena si videro i loro sguardi suggerirono abbracci mai verificati, ma accaduti nell’anima. Nel frattempo Krampus girovagava nella foresta capovolta sotto alla città, attraversava cunicoli con l’aria del Bianconiglio, ma non era mosso dalla smania di dominare il tempo, camminò, corse, giunse. Arrivò in una sala sotterranea, esattamente al di sotto di Punta della Dogana. Fittissimi i tronchi che sorreggono il di sopra, li cominciò a segnare tutti con dei simboli arcani ed ecco, lentamente, timorosamente, affacciarsi un’ombra, la sua, si inginocchiò, fece rotolare innanzi a sè gli Umbræon e i Luminæon, l’ombra si avvicinò ancora. Con i pugni serrati cominciò a spaccare le sfere una ad una, da esse scaturì della cenere scura per i primi, chiara per i secondi. Le mescolò e, infine, soffiò verso la sua ombra che in un vortice caotico si riunì alla creatura che l’aveva proiettata per la prima volta. Tenebre avvolsero la città anzitempo rispetto al tramonto e, repentinamente, l’energia ivi prodotta, contagiò il di sopra. Un boato che sembrò l’esplosione di un vulcano. Venezia tutta accorse fuori dalle proprie stanze. Il palazzo di Punta della Dogana prese ad emettere luce e, alla sua sommità, la statua di Fortuna poggiata su una sfera sorretta da due Atlanti smise di indicare la direzione del vento e proiettò un potentissimo fascio di luce verso il cielo. Rudolf e gli altri uscirono in Campo San Zaccaria a vedere, percepirono il fascio luminoso che squarciava la notte. Corsero ancor di più, tutti, Don Lucio compreso, verso il Sotoportego San Zaccaria e, attraversando veloci Riva degli Schiavoni, si poterono affacciare alla riva ed ammirare la scena di questa luce che si affievoliva nella cenere che, piovendo, ne divorava parte della sua intensità. Un fenomeno inspiegabile per i più, ma che per Rudolf aveva una sola risposta: “Krampus..”.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 23 Dicembre – Il furto

"Chi ha rapito Santa Claus?" - cover by Trarealtaesogno

23 Dicembre – Il furto

Tornati alla barca Rudolf, Artemisia ed Elio puntarono nuovamente la prua verso Venezia. Rudolf aveva sistemato al sicuro le sfere oscure e quelle luminose, Santa non gliene aveva mai rivelato l’esistenza e un nuovo dubbio lo attanagliava nel pensarci: “e se nemmeno Santa ne fosse a conoscenza?” E Artemisia, sentendolo: “di cosa?” Lui rispose: “Parlo dei luminæon e degli umbræon.. inizio a pensare che Santa non me ne abbia mai parlato perché nemmeno lui li conosceva, ma magari voleva solo tutelarmi da qualcosa che, in un modo o nell’altro, erano parte della sua luce e dell’ombra che chiunque, se colpito dalla prima, proietta”. Lei, intenerita dai crucci interiori di un’anima che reputava purissima rispose: “Nulla è luce in toto, lo stesso dicesi di tenebra. Esistono infinite correlazioni anche tra le parti antitetiche di un Universo e, proprio per questo noi siamo qui a cercare a nostra volta qualcuno e qualcosa. Resto convinta di una cosa, lo troveremo, anzi li troveremo. Sento che Luca è con lui, non puó essere altrimenti”. Rudolf si voltó, Poveglia era diventata un punto minuto, una lacrima collegó la vista con un sorriso amaro, fermo; si giró verso di lei, carezzando Elio e disse: “Artemisia, grazie. Sono certo che Santa, facendomi sapere di doverti cercare, fosse consapevole di quanto grande sarebbe stato il tuo sostegno”. La navigazione proseguì placida, quasi seguendo il ritmo che, per natura, la laguna dettava a chi sapeva guardarla col cuore. Arrivati innanzi al Rio dei Greci la marea si era fatta così imponente da costringere i nostri ad abbassare il capo, sembró quasi un segno di deferenza verso la città storica che li stava accogliendo nuovamente. Proseguirono, svoltarono decisi in Rio della Tetta ed eccoli, in breve tempo, vicini all’attracco. Il luminæon, quello appena raccolto, pulsó, di luce e come una pulsazione nella sacca. Rudolf guardó Artemisia e lei: “lo hai sentito vero?” Rudolf rispose di sì. Sulla riva, seduto sul marmo e le gambe a penzoloni con i piedi che sfioravano l’acqua c’era Nico che salutó con un vivacissimo “Ciao!” E risposero, quasi in coro: “Ciao Nico!” E “Miao!” da parte di Elio, proseguì Rudolf: “che ci fai qui? Non rischi di prendere freddo?” E lui: “hai ragione, ma dovevo aspettarvi, volevo dirvi che la luce non parte mai dal basso, s’irradia dall’alto, allunga e spazza le ombre”. Poi, salutando con la manina corse via, probabilmente verso casa che sicuramente era nelle vicinanze. Appena si allontanó, di nuovo, un luminæon pulsó, di luce e proprio come un cuore: “tum-tum”. A Rudolf parve che per un istante durante il dialogo con Nico la luce avesse cambiato frequenza. Rudolf scese dalla barca, aiutó poi Artemisia a fare altrettanto mentre teneva in braccio Elio. Assicuró poi la barca alle bricole e, vedendolo, ringrazió nuovamente l’oste che si era affacciato per la cortese concessione. I loro passi risuonavano sui muri dei palazzi, le calli pervie si facevano casse in cui il ritmo si allineava con il mondo che i veneziani avevano osato creare credendoci sin da secoli prima. La casa stessa di Artemisia, presso la quale erano appena giunti, che lei aveva portato internamente ad un livello di ingegno superiore con opere come la mappa tattile, era un tassello del mosaico di quella storia di cui ora, Santa, Rudolf e gli altri non erano altro che una briciola nel cosmo. Nella medesima linea temporale, ma in un non distante altrove, il dialogo tra Santa e Luca si era acceso, troppa la gioia di un ritrovarsi così casuale, troppo difficile da incrinare un legame così cristallino. Santa indossava un saio prestatogli da un frate che che alloggiava e collaborava spesso presso quella parrocchia, Patty ne approfittò per sbucare e rifugiarsi in una tasca, poi egli disse: “Luca, di tanti luoghi, come mai qui?” E lui: “Perché questa chiesa si fa rifugio e serba un segreto al di sotto di essa, le acque infatti scorrono al di sotto dei nostri piedi, in una camera antichissima sconosciuta ai più”. Santa stupefatto: “incredibile! Sono davvero colpito, conosco molto, ma ignoro altrettanto a quanto pare”. Luca proseguì: “ma dimmi, perché hai deciso di non tornare subito dagli altri? Conosco il loro rifugio e, come cercavano te ora staranno cercando anche me”. Santa prese un respiro profondo, come a voler far uscire un peso immane, si fece serio, quasi severo per poi dire: “il mio ritorno oggi cagionerebbe danno e non beneficio ai fatti che si devono ancora compiere per causa degli atti che un’empia entità sta macchinando di perpetrare, lui non deve godere di questo vantaggio” e Luca: “si, ma io? Non posso dunque tornare a dare il mio sostegno?” E Santa, guardandolo negli occhi così intensamente da farlo quasi arrossire disse perentorio: “No Luca, perché per le promesse cui sei votato non saresti in grado di mentire, potresti decidere di farlo, ma per natura prima o poi andresti a cedere alla tua luce, che è un valore inestimabile. È doloroso anche per me, Rudolf è una parte fondamentale della mia vita, ma sia chi ci aveva rapito, l’empio e scaltro Krampus, sia chi ci sta cercando, devono credermi assente, sospeso, fuori dai giochi. Si tratta di un viatico necessario”. Luca abbassó lo sguardo e annuì mestamente. Nel frattempo Don Lucio, col suo abito talare si affacció presso la stanza in cui Luca dialogava fittamente con Santa, si trattava di un parroco dall’aspetto alto e magro, portava un paio di occhiali dalle lenti tonde sul viso smilzo che gli conferivano un’aria dotta. Esordì: “Ho appena chiuso il portone della chiesa ai fedeli, volete scoprire la cripta nel silenzio?”. Con entusiasmo accettarono. Santa in cuor suo provava un’emozione smisurata, quasi inconfessabile. Percorsero silenziosamente e a passi lenti una navata laterale della chiesa, poi percorsero una stretta discesa dagli scalini ravvicinati. La sorpresa fu sì grande: acque, giochi di luci generati dalle candele appese alle colonne che si riflettevano nelle acque ed un altare marmoreo sopra al quale si dipanavano le volte a botte che, incrociandosi al di sopra, generavano zone luminose e altre d’ombra, quasi in parallelismo metaforico con Umbræon e Luminæon. “Corpo di mille renne, che meraviglia!” Esclamó Santa. Luca: “sì, nonostante sia sotterraneo si tratta di uno dei luoghi più vicini al cielo, belli e segreti di tutta Venezia”. Una goccia di condensa mise la pancia, si fece sempre più ampia, Santa la osservò curioso e la vide precipitare: “plùc!”. Nel medesimo istante Rudolf si girò di scatto verso il lavandino della cucina, una goccia era appena caduta in maniera rumorosa nella secchiaia. Guardò nella direzione di Artemisia e con un filo di voce le disse: “Provo ad aprire il libro dei frammenti di tenebra, vediamo se si rende rivelatorio” sfogliò le pagine, sorvolò tutte quelle che si erano ricoperte di disegni di rovi, ne rimaneva una soltanto di intonsa e, su questa, la fiducia riposta era massima. Una volta raggiunta il suo viso si illuminò e lesse ad alta voce: “Στο σκοτεινό δάσος οι κορμοί γίνονται ρίζες του κόσμου, ovvero, nella foresta oscura, i tronchi diventano le radici del Mondo”. Artemisia e Rudolf iniziarono a formulare ipotesi, si spostarono davanti alla mappa tattile e lei disse: “Allora, esistono giardini, zone verdi, ma foreste no, caspita, se fosse il Giardino Eden Hundertwasser alla Giudecca? No, impossibile perchè per decisione del suo ultimo proprietario, Hundertwasser appunto, è stato lasciato in balia della natura, permettendo alla vegetazione selvaggia di prendere il sopravvento”. Rudolf pendeva dalle sue labbra, l’aneddoto che aveva appena narrato sembrava tratto da una fiaba ed invece era Venezia, in tutta la sua essenza. Rudolf poi disse la sua opinione: “Sai Artemisia, questi enigmi spesso ribaltano la realtà, ora ci parla di una foresta oscura, ma forse non dobbiamo immaginarla come una convenzionale” e lei: “Sai, credo tu abbia ragione, andiamo a coricarci, magari la notte ci porterà consiglio” e lui: “Ci sto, vedrai che in un modo o nell’altro capiremo in che direzione muoverci, buonanotte Artemisia” “Notte Rudolf”. Qualcuno però questo segreto in realtà lo conosceva, anzi, vi aveva fatto affidamento fin dal primo giorno, fin da quella notte in cui si era palesato vicino alla Pietra Rossa di Calle Zorzi in cui, quasi apparendo dal nulla, Artemisia gli aveva spalancato la fiducia del gruppo. Quel qualcuno è Krampus, che con una piccola imbarcazione era arrivato sotto la volta del Ponte Duodo o Barbarigo, lì vi è una porta murata, proprio sotto il ponte a pelo d’acqua. Tracciò con le mani dei segni, simili alle rune che ricamavano la sua veste, la porta murata, un mattone alla volta, si dissolse, giusto il tempo di farlo entrare. Si trovò in un antro che dava accesso ad un dedalo che conosceva come le sue tasche. Un’alternanza di lunghi corridoi e sale. Si trattava di un covo ampissimo che sfiorava da sottoterra tantissimi punti nevralgici cittadini come Punta della Dogana, l’Ospedale Civile e Calle Zorzi. Venezia è risaputo fondarsi su pali che furono conficcati nel terreno paludoso per dare stabilità a tutto ciò che vediamo oggi, quello che nessuno, tranne Krampus, sa è che si tratta di una vera e propria foresta capovolta, ovvero la foresta oscura in cui i tronchi diventano le radici del Mondo. Le sue movenze ora, lì sotto la soglia di ciò che tutti vedono, erano quasi sacrali, si muoveva perfettamente a suo agio sotto il guscio cittadino, sapeva dov’era, sapeva dove andare, era consapevole che il suo piano stava riuscendo, mancava un passo, l’ultimo. Lo fece. Artemisia e Rudolf corsero improvvisamente dalle rispettive stanze verso la sacca, le sfere erano tutte illuminate o luminescenti a seconda del tipo, poi: “tum” “tum” “tum” “tum-tum-tum-tum” Rudolf: “Ma cosa sta accadendo ora?” Artemisia: “Qualcosa di potentissimo è vicino” Rudolf: “Ma qui siamo solo io, te ed Elio” lei: “è vicinissimo” “Tum-tum-tum-tum…” al suono ritmico seguì il vuoto. Artemisia ebbe un brivido, Elio ringhiò, Rudolf cominciò a lacrimare. Santa: “Il fatto è compiuto, ora le tenebre si riveleranno sotto una luce nuova”.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 22 Dicembre – Invano

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22 Dicembre – Invano

il luminæon in cima al campanile dell'isola abbandonata di poveglia

La tristezza e la delusione avevano conquistato il gruppo. In Rudolf i sensi di colpa bruciavano i bordi della sua anima, in Artemisia pulsava inesorabile lo sconforto. Perfino Elio zampettava mesto con la coda tra le gambe. Decisero di far rientro a casa di Artemisia per confrontarsi sulla situazione, capire se sarebbe emerso un nuovo enigma dal libro dei frammenti di tenebra. Dato lo scoramento sarebbero stati disposti a sperare in qualsivoglia evento salvifico per ribaltare una situazione che, a parte per gli Umbræon e i luminæon che erano ancora nelle loro mani, pareva ormai compromessa. Rudolf alzò gli occhi al cielo, poi nemmeno la vista della barca Santa, attraccata nei pressi di Palazzo Tetta riuscì a distoglierli dai rispettivi pensieri. Arrivati davanti alla porta Elio ne grattò la soglia e Artemisia disse: “Dai piccolo, un attimo e andiamo dentro, sù!” Prese così dalla tasca la chiave ed aprì. Rudolf entrò e guardò con aria corrucciata l’angolo in cui solitamente Krampus dormiva in piedi. Elio corse su una sedia e lì vi si appallottolò sopra. Artemisia mise a bollire dell’acqua dicendo: “Un buon tè ci salverà l’animo”. Rudolf sorrise malinconicamente e con voce calda disse: “Spero tu abbia ragione, intanto provo a consultare il libro, chissà che non ci dica qualcosa di utile”. Lo stupore lo colse al punto di esclamare: “Perdincibacco!” e Artemisia: “Che succede Rudolf?” e lui: “tutte le pagine bianche del libro, tutte tutte tranne una, sono ricoperte dal disegno di rovi, rovi ed un edificio in rovina, dappertutto, penso che anche il libro ci abbia abbandonato o semplicemente ci stia parlando sì, ma in maniera indecifrabile…” portandosi le mani sulla faccia. Fu quella frase, pronunciata come un requiem da Rudolf, insieme ad un ricordo riaffiorato improvvisamente ad accendere invece la luce delle idee in Artemisia che corse letteralmente verso la sua camera, inseguita da Elio, urlando: “Eureka! Eureka!”. Rudolf alzò la testa cercando di capire e rimase appeso con sguardo e udito rivolti verso la stanza di Artemisia. Lei di nuovo: “Eureka! Eureka! Rudolf vieni qui, subito!” e lui: “Eccomi, che accade?!”. Artemisia, con una precisione inspiegabile dato il suo limite visivo, indicava un punto preciso della sua mappa della laguna, Rudolf si avvicinò per leggere e, sottovoce disse: “Poveglia, ex manicomio, rovine e rovi” poi volgendosi verso Artemisia: “Dici che avevamo la risposta davanti agli occhi fino ad ora?” e lei: “Si, perchè rovi, finestre, edificio in rovina, tutto collima con il profilo dell’isola di Poveglia” e Rudolf: “Cosa aspettiamo a salpare? Andiamo a scoprire quale mistero si cela laggiù”. Uscirono di casa rapidamente. Molto più velocemente di come vi fossero entrati, ritemprati nello spirito e nelle energie. Arrivati davanti all’osteria nella Fondamenta dei Felzi, dove era ormeggiata la barca, notarono un ragazzino a bordo. Osservava attentamente l’incisione, e quando si accorse di essere guardato, si girò verso Rudolf e gli altri: “Dovete sapere che i rovi crescono lì dove nessuno guarda più, in quei luoghi che cambiano ogni volta che ci torni e serbano i semi di un dolore antico,” disse, come parlando a se stesso e al contempo a loro. Rudolf lo osservò incuriosito, Artemisia rimase immobile, come avvolta da un filo invisibile. “Che bel pensiero… come ti chiami?” chiese. “Sono Nico,” rispose il ragazzino, con occhi che parevano ancora illuminati da un bagliore lontano, “sono salito a bordo perché il nome, i colori… e questa incisione mi ricordavano qualcosa… qualcosa che non so spiegare del tutto.” Rudolf, un po’ sorpreso, annuì: “Noi dobbiamo muoverci, ma finché la barca resta qui, puoi curiosare quanto vuoi.” Nico sorrise appena, un filo di luce tremolante nei suoi occhi come se vi fosse un’eco, un riverbero, di quella luce sprigionatasi un anno prima così pura e potente da quelle parti. Per un istante alzò la mano come a voler accarezzare l’incisione, e poi, come fosse capace di dominare una legge invisibile, sparì tra le ombre della Fondamenta, lasciando dietro di sé un senso di mistero sospeso. Rudolf rise piano: “Ah, questa gioventù… sempre pronta a fare stravaganze senza chiedere permesso.” Rudolf prese il timone, aveva studiato dalla mappa in camera di Artemisia l’itinerario, ormai non poteva definirsi un marinaio, ma qualcosa lo stava imparando. Usciti dal dedalo di canali interni imboccarono il Rio dei Greci per uscire nei pressi del Bacino di San Marco trovando innanzi a loro l’Isola di San Giorgio Maggiore. Rudolf, memore di quanto visto, costeggiò l’isola de la Grazia, poi quella di San Clemente, poi San Spirito ed infine, ecco Poveglia all’orizzonte. I nostri vi giungevano dal versante est e ad un tratto Artemisia: “Sento della luce fortissima, un’energia radiosa, Rudolf, mi sto perdendo qualcosa?” indicando verso ovest e lui: “No Artemisia, la laguna è placida, la luce solare piatta, in quella direzione ci sono due vogatori con una barchetta, ma sono davvero un puntino all’orizzonte” e lei: “Ok, mi stavo preoccupando, avevo il timore stesse accadendo qualcosa di strano”. Vi era un pontile nel versante sud-est di Poveglia e, per praticità, decisero di attraccarvici. Rudolf scese per primo, aiutando poi Artemisia ed Elio nella discesa. La natura era la regina, incontrastata di quei luoghi. Il caos era l’architetto di ciò che, selvaggiamente, era cresciuto senza influssi umani. Nell’avvicinarsi Artemisia sentì dei rumori, come un bussare forte e costante in lontananza: “Rudolf, lo senti anche tu?” e lui “Quel toc toc toc quasi costante? Sì, magari è qualcuno che chiede aiuto, magari Santa o Luca” avviciniamoci senza farci sentire, chiunque sia sarà felice di essere liberato. Artemisia: “Che odore nauseabondo!” e Rudolf: “Stiamo passando vicino alle cucine, dei pentoloni avevano continuato a ribollire incustoditi, il loro fondo in alcuni casi si era sciolto, in altri il cibo ormai stracotto aveva assunto un sentore davvero fetido”. Rudolf vide un secchio d’acqua, lo gettò sui fuochi così da interrompere la produzione di odori indesiderabili. Il bussare si fece più forte. Passarono dal corridoio, una cella era aperta e vuota, a terra Rudolf notò qualcosa di familiare: “Un pezzo di saio! Luca forse è qui da qualche parte..” Artemisia, vicino alla soglia da cui proveniva il rumore bisbigliò: “Sento delle presenze, più di una dietro la porta, nulla di pericoloso a pelle”. Rudolf allora sfilò l’anima dal chiavistello sbloccando la porta, ciò che accadde dopo fu memorabile. Come una tempesta non uno, non due, ma almeno una decina di Schabmänner uscì disordinatamente dalla cella. Le Schabmänner impazzirono completamente: si urtavano tra di loro, sbattevano contro le pareti e producevano suoni grotteschi in una sinfonia affatto melodica. I loro occhietti vacui luccicavano di una follia incontrollabile, e i movimenti scoordinati le rendevano quasi sfumate, come se un vento invisibile le avesse animate solo per seminare caos o soffiarle via. Nel trambusto del loro non capire più nulla, forse intuendo anche molto meno del solito, sembravano più spaventate da loro stesse che da chiunque altro. Rudolf e Artemisia scoppiarono a ridere per quanto avevano appena vissuto, ma il sorriso durò poco, Rudolf entrò nella cella da cui erano uscite come una mandria quelle creature e, guardando la sedia, riconobbe un lembo del vestito di Santa. Era stato lì, forse fino a poco prima. Artemisia: “Sì, non è qui, non ora, ma lo era”. Elio ricomparve dopo essersi spaventato per colpa delle Schabmänner. Rudolf: “Ok le sensazioni, ma che dici Artemisia se proviamo comunque a cercarlo?”. Lei annuì. Girarono ogni anfratto, badando di non farsi male dato che l’isola ed i suoi edifici versavano in uno stato di totale abbandono e decadimento. Di Santa e di Luca solo gli indizi nelle celle, nulla di più. Forse Krampus nel suo piano diabolico li aveva tratti con sé in un altro nascondiglio. Uscirono all’aperto, dirigendosi verso la barca, Elio cominciò ad aggrapparsi ai pantaloni di Rudolf, come a volerlo rallentare. Lui si girò e disse: “Elio, dimmi, cosa c’è? Non possiamo mica restare qui”. Niente, il gatto continuava a tirarlo dalla parte opposta rispetto alla barca. Continuò per minuti con Artemisia che sorrideva immaginando l’impasse. Ad un tratto Rudolf guardò verso il campanile e non verso il gatto che lo voleva trainare. Notò una luce abbagliante dalla cella campanaria del campanile. Al che Rudolf disse: “Aspettatemi qui, torno subito”. Artemisia non capì nulla di quanto stesse accadendo, ma si fidò di lui. Le campane dell’isola suonarono, una, due, cinque volte. “Ma non era abbandonato questo posto?” Si chiese lei stupefatta. Intanto, salito sul campanile di Poveglia, Rudolf arrivò a tenere tra le mani un luminæon, il quinto. La sua superficie pulsante irradiava una luce calda e viva, come se custodisse un’energia sottile, vibrante, che pareva insinuarsi tra i canali e le rovine, insinuando nei cuori di chi la osservava un senso di possibile salvezza, un filo invisibile che collegava il passato con il presente ed il futuro. Elio si strusciò tra le gambe di Rudolf non appena lo vide tornare, come percependo anch’egli quel riverbero, mentre Artemisia, pur senza poterlo vedere direttamente, sentiva un fremito da pelle d’oca, un’eco di qualcosa di più grande che stava per accadere. Artemisia disse: “Trovato qualcosa?” e Rudolf: “Torniamo a casa con un pizzico di luce in più Artemisia, in cima al campanile ho trovato il quinto luminæon, non so ancora se sia un vero e buon presagio, ma è la prova che una parte della soluzione passa da queste sfere potenti e misteriose”. Nel frattempo, Luca e Santa, un colpo di remo alla volta, erano giunti fino a Riva degli Schiavoni e, d’accordo sul suggerimento di Luca, si stavano dirigendo verso Campo San Zaccaria per bussare alla porta della sacrestia, dove Luca contava di trovare Don Lucio, un suo carissimo amico che di certo non avrebbe rifiutato di offrire aiuto a lui e al suo misterioso compagno di viaggio. Il gruppo, pur ancora diviso e ignaro di come tutte le tessere si sarebbero ricomposte nel mosaico finale, percepì che quella luce e quella soglia a cui bussare non erano solo un segnale o una tappa, ma una promessa: che, tra caos, misteri, sorprese ed incertezze, i semi di tarassaco stavano finalmente danzando nel vento per trovare una destinazione comune.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 21 Dicembre – L’Evasione

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21 Dicembre – L’Evasione

barche abbandonate a Poveglia

Patty, con i baffetti tesissimi, si guardava intorno in attesa che uno degli Schabmänner giungesse per controllare lo stato del cappuccio di Santa e per portargli la colazione. Quest’ultima consisteva in un tozzo di pane duro come pietra e una ciotola di latte. Santa non ebbe mai modo di mangiarla, era sempre legato, ma spiegalo tu ad una Schabmänner. Impossibile. Patty vide una di quelle goffe creature arrivare, inizió a contare i secondi: “uno, due, tre… ventisette..” lo faceva perché Santa, capito chi fosse, anzi, chi non fosse dato ch’era solo un’ombra, dopo i recenti eventi aveva avuto un’idea per tentare la fuga. Non era certo del successo del suo piano, ma dato che, se avessero voluto fargli del male, lo avrebbero già fatto, decise di tentare. Patty intanto: “trecentoquattro, trecentocinque…” lo Schabmänner guardó Santa, posó ben distante da lui il cibo e, vedendolo col cappuccio, glielo tolse. Santa sussurró: “é il momento, queste Schabmänner non capiscono proprio nulla..” e ne rise. Patty tornó da lui e sussurró: “Le Schabmänner impiegano in totale circa cinquecento secondi ad andare e tornare quando fanno il giro del cibo e poco meno quando fanno quello di controllo, pensi di farcela?” E Santa: “devo solo nascondermi, instillare il panico, non fuggire, almeno non subito. Prima peró devi cercarmi un oggetto acuminato con cui io possa tentare di liberarmi da questi vincoli a polsi e caviglie” Patty, che pendeva dalle sue labbra, stava per perderlo, era conscia stesse per accadere, ma al contempo era consapevole che Santa valeva di più del suo egoistico affetto. Passarono minuti, a decine e questi messi insieme divennero ore. I raggi del sole cambiarono l’inclinazione delle ombre che i rovi esterni, aggrappati alle sbarre, generavano sul pavimento. Ad un tratto Patty percepì, drizzando i baffetti di conseguenza, una Schabmänner che cominciava a muoversi verso la cella di Santa. Quando questa fu a metà corridoio Patty, raso muro, cominció il suo percorso verso la zona in cui gli Schabmänner preparavano i pasti, se così si potevano chiamare. Corse raso muro e arrivó ad una sorta di cucina, un luogo fetido, sudicio, affatto mondo. C’erano dei pentoloni che ribollivano di non si sa bene quale nefanda preparazione. Corse contando nella sua testolina “duecentotrentasette, duecentotrentotto…” il tempo scorreva incalzante, ma lei non aveva intenzione di demordere. Arrivó ad un cassetto socchiuso, c’erano cucchiai, forchette, coltelli fin troppo usurati. Alla fine, per non dare nell’occhio, prese una forchettina da dessert. Si guardó intorno, fece vibrare i suoi baffetti per la tensione e ripartì. Un altro Schabmänner passò, aprì una cella vicina per consegnare del cibo e disse: “un altro prigioniero” squittì sommessamente Patty tra sé e sé. Lo vide, lineamenti gentili, vestito con una tunica tinta cacao, ricevuto il cibo ci si genuflesse innanzi, era legato solo ad una caviglia, cominció a lodare il Signore per quanto stesse per mangiare. “Un frate!” Squittì e, quello, udendo il suo squittire, si giró salutandola con la mano mentre la sua cella veniva richiusa. Patty tornó di corsa da Santa, schivó lo Schabmänner che compiva il giro di ritorno e, con un’agilità incredibile saltó dentro col suo prezioso strumento. Santa la sentì zampettare, gli avevano rimesso il cappuccio, Patty si arrampicò come sempre partendo dal piede, poi il ginocchio e su, fin dietro la testa. Da lì cominciò a sfilare il cappuccio e, una volta fatto, lo lasciò cadere al suolo. Passó davanti, si era riportata alla bocca la forchettina. Lo sguardo che Santa le riservó era un misto di gratitudine e commozione e, con un semplice cenno trovarono l’intesa. Patty dunque scese lungo la schiena, fino al polso sinistro di Santa che, tra zampette e baffetti rise divertito dal solletico. Patty avvicinò alle sue dita la forchettina e, una volta che Santa l’ebbe saldamente tra i polpastrelli cominciò a lavorare sulle funi che lo vincolavano per liberarsi. Ci vollero decine di minuti, ma alla fine Santa riuscì a liberare il primo polso dalla fune. La mano era indolenzita, ci volle un po’ per averne il pieno risveglio, ma con una mano a disposizione tutto diveniva più semplice. In un batter d’occhio Santa liberò anche l’altra e poi i piedi, prima il destro, poi il sinistro. Patty lo guardò sognante: “Ora sei libero!” e lui: “No, non sono libero, cara Patty, ora siamo liberi”. Lei pianse, lui la fece accoccolare dentro al suo taschino, da lì oltre che al riparo lei ne percepiva il battere e levare del suo cuore. Non era mai stata così felice. Lo guardò, da lì sotto e gli disse: “Sai che c’è un frate imprigionato dall’altra parte?” e Santa: “Dopo salveremo anche lui, ma prima, passiamo alla fase due, diamo il via all’operazione instillare il panico!”. Fu così che Santa, percependo l’imminente arrivo di una Schabmänner salì sulla sedia a cui era stato legato e, sfruttando la catena che penzolava dal soffitto che una di quelle creature ottuse aveva fatto scendere, ci si arrampicò. Arrivò a tre metri da terra, vide la Schabmänner giungere, guardare la sedia, girarci attorno, e poi col suo sguardo, fisso e impacciato, oscillava tra la sedia vuota e il perimetro della cella. Parve inspirare profondamente, cercando di ricordare il protocollo, ma la logica semplice non bastava: il prigioniero infatti non era dove doveva essere. Con un brontolio sommesso emise un fischio meccanico e agitò le braccia, attirando l’attenzione delle compagne. Subito, le altre si affacciarono dai corridoi vicini, ognuna confusa e titubante a modo suo. Una ruotò sul posto e disse un breve: “Oh?” La seconda annuiva, una terza, più piccola, cominciò a saltellare sul pavimento con movimenti nervosi, inciampando in un angolo, creando un effetto domino in una escalation di gesti goffi e frenetici che forse un significato potevano pure averlo. La prima Schabmänner allora si piegò, tastando sotto la sedia e poi verso le funi, ma senza avere mai la tentazione di guardare in sù. La confusione esplose nel silenzio e si diffuse come un’onda: le Schabmänner si spostarono in cerchio, senza capire dove guardare. Il panico, seppur meccanico, prese il sopravvento: si inciampavano l’un l’altra, sbattevano contro le pareti e poi, in fila indiana andarono di zona in zona urtando pentoloni, scaffali, porte.  La loro routine precisa si stava trasformando in un incubo, come avrebbe reagito l’ombra? Panico. Santa a quel punto, attraverso uno spiraglio tra i rovi della finestra le vide correre fuori, sempre in fila indiana, ma, dettaglio fondamentale, dell’ombra oscura che vigilava su quel luogo nessuna traccia. Santa abbassò lo sguardo verso Patty, era il momento di scendere dalla catena e sfruttare il vuoto lasciato dall’inettitudine delle Schabmänner. Santa e Patty, una volta a terra, si confrontarono e decisero di eliminare il problema di quelle guardiane maldestre alla radice. Santa si nascose dietro una porta, Patty andò fuori ad attirarle, diede ad intendere loro di sapere dove si trovasse il fuggitivo, in fondo era vero. Le Schabmänner accorsero, maldestre e convinte come poche volte nella loro vita, Patty le guidò dentro la cella e: “Clang!” Santa le rinchiuse dentro, Patty scappò veloce e tornò nel taschino. Santa le guardò dalle grate sulla porta in legno da cui fino a poco fa era vincolato e fece ciao ciao con la mano. Da una finestra finalmente vide l’esterno, Santa sospirò, sapeva dove si trovava e, forse, la via per scappare, ma prima bisognava capire chi fosse l’altro prigioniero e, ombra permettendo, salvarlo. Patty indicò la direzione, Santa corse, nessuno lungo il tragitto. Quando fu vicino alla porta sentì una voce gentile recitare delle preghiere. Gli parve di conoscerla, ma non vi diede troppo peso. Scardinò il lucchetto con la forchettina di Patty, aprì lentamente la porta scricchiolante, il tutto mentre le Schabmänner non si sa bene cosa urlassero dalla cella. Ciò che vide lo sconvolse nel profondo. Quella sagoma era inconfondibile, il frate si girò verso il suo salvatore e un silenzio di reciproco stupore colse entrambi. Il frate, guardando Santa: “Non ci posso credere, sei proprio tu?” e Santa: “Luca, fraterno amico mio”. Piansero di gioia, entrambi, abbracciati per istanti che parvero non cessare mai. Si era fatto però tempo di compiere la fuga e, abbandonando le Schabmänner nella cella, si guardarono intorno per esser certi di non essere seguiti dall’ombra e presero il corridoio che dava l’impressione di condurre all’esterno. Dopo qualche deviazione arrivarono all’esterno ad una sorta di canale generato dai confini dell’isola e da un antistante ottagono militare, si voltarono e, capirono dove si trovassero. Erano stati imprigionati a Poveglia. Santa “Luca, ora come scappiamo da qui?” e il frate: “Ricordo che sul lato opposto a questo che guarda al Lido c’era una sorta di cimitero di barche abbandonate, magari siamo fortunati..” e Santa: “Proviamoci”. Giunti sul versante nord rimasero stupefatti, non una, non due, decine di barche abbandonate e poi remi, forcole, ogni genere di accessorio. Un vero spreco, ma fortuito per loro! Santa e Luca si intesero con un cenno del capo, non serviva parlare. Scelsero la barca, le forcole, i remi e, come un anno prima, vogando, si allontanarono da Poveglia vogando al tramonto. C’era tutta la poesia del mondo cristallizzata in quell’istante e, per la prima volta nella sua vita, Patty stava vedendo la laguna da vicino.

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“Chi ha rapito Santa Claus?” 20 Dicembre – I tre tocchi

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20 Dicembre – I tre tocchi

la cartolina da cui Santa tolse solo il francobollo un anno fa presso la libreria acqua altra

Artemisia ed Elio, una volta svegli non uscirono dalla stanza, attesero un attimo fermandosi innanzi alla mappa tattile della laguna che, con il felino in veste di osservatore, Artemisia ebbe cura di aggiornare con le ultime scoperte. Le sue mani indugiarono sugli appunti di molte isole lagunari, specialmente quelle abbandonate. Queste ultime infatti le davano la sensazione di nascondere tanti, tantissimi segreti, anche quello cui loro tutti tenevano di più: trovare Santa. Le sue mani sorvolarono con ampi gesti e tocchi lievi isole con ruderi, isole di arbusti e siepi, conventi, isole piene di frutti selvatici, tra cui le more e molto altro, bisbiglió qualcosa verso Elio che parve acconsentire e smisero di cercare. Quando si fece avanti in zona giorno sentì Rudolf respirare profondamente sfogliando pagine, probabilmente quelle del libro dei frammenti di tenebra con il nuovo enigma; oltre il tavolo invece percepì il profondo respiro di Krampus che, come sempre, probabilmente dormiva ad occhi aperti, magari ancora nella medesima posizione di ieri. Rudolf alzò il capo, scelse Artemisia come orizzonte e le disse: “Buongiorno, ho passato la notte qui, sopra questo testo, ma stavolta non vi è nulla da tradurre, non capisco proprio come risolvere questo enigma privo di un vero e proprio quesito palese. Lei si avvicinò, cercò con le mani il contenitore dei biscotti, trovatolo lo avvicinò a Rudolf aprendone il coperchio. Disse: “Intanto, visto che non hai dormito, almeno prendi un po’ di energia. Poi risolveremo tutto il resto”. Lui acconsentì e lasciò cadere il libro, che stava tenendo aperto a forma d’ali di gabbiano, mangiò due, forse tre biscotti e poi si lasciò andare con un piccolo sfogo: “Sai Artemisia, i fatti di ieri hanno ridestato molte insicurezze che, in cuor mio, credevo d’aver sopito. Santa ha lasciato più tracce di quanto potessimo sospettare, eppure io, Rudolf, il suo più fedele amico, non riesco a cavare un ragno dal buco”. Artemisia sospiró: “L’autocritica è una qualità che a piccole dosi vale tantissimo, ma qui non é ben spesa Rudolf. Il tuo impegno é giá un segno distintivo delle tue qualità, certo, il caso non è risolto, ma è soprattutto grazie a te che siamo arrivati fin qui”. E lui: “Grazie, le tue parole contano tantissimo” nel mentre Elio gli si strusció contro in segno di affetto e supporto. Rudolf venne distratto da una cosa molto strana, gli occhi di Krampus cominciarono a muoversi, in maniera naturale e come se fosse desto, un po’ a sinistra, poi su, dritto e via così. Fino a fermarsi come poco prima. Rudolf tornó a studiare l’enigma e di colpo, quasi agitato: “Non distante dalla guardia del campanile, laddove solcava acque ora abbraccia libri, Artemisia, ti dice nulla questa frase sconclusionatamente sensata?” E lei: “Sai Rudolf, qui a Venezia molti campanili avevano dei mascheroni che dovevano tener lontano il demonio.. a ben pensarci non distante da qui c’é quello di Santa Maria Formosa.. ma ci sta dicendo qualcosa che è lì vicino..” Rudolf: “giá, spremi le meningi Artemisia, solo tu puoi svelare di cosa si tratti” e lei: “Seguimi, voglio consultare la mappa in camera, sento che qualcosa di lapalissiano mi sta sfuggendo tra le righe di questo enigma”. Entrarono e Rudolf, vedendo da vicino l’opera a muro con tutta la laguna catalogata un anfratto dopo l’altro non poté che cedere ad uno stato di profonda ammirazione. Artemisia era lì, davanti a lui, non vedeva, ma sapeva l’esatta ubicazione d’ogni cosa. Nel mentre tracciava segni nell’aria, come ad allinearsi col suo mondo, toccando poi vari punti della mappa, su, giù, destra, sinistra, altrove. Era una sorta di calibrazione che la portava ad uno step successivo. Identificò la posizione del campanile di Santa Maria Formosa col suo mascherone, da quell’istante i suoi polpastrelli si fecero passi, esplorarono tutti i dintorni di carta, si soffermarono qui e lì, finchè il suo viso non si illuminò di colpo: “Rudolf! Come abbiamo fatto a non pensarci?” e lui “Rivelami la tua intuizione ti prego, la mia conoscenza della città non è confrontabile con la tua” e Artemisia: “Solcava acque e ora abbraccia libri… quella frase parla di una gondola che viene utilizzata come libreria e, proprio lì vicino, ce n’è una che espone i libri utilizzando materiali di recupero tra cui una gondola, la Libreria Acqua Alta!”. Rudolf la cinse e stretti in un abbraccio saltellarono insieme dalla gioia. Rudolf e Artemisia tornarono nella stanza dove Krampus era ancora ancorato al muro, investito dalla luce — ma senza gettare ombra. Una mancanza che Rudolf registrò solo a metà, come un’informazione su cui la mente scivola via prima di afferrarla davvero. Si sedettero e cominciarono a discutere su cosa avrebbero trovato alla libreria. In quel momento, con passo felpato e quasi innaturale, Krampus si avvicinò al tavolo, ascoltando le deduzioni tratte dagli indizi che i due avevano elaborato mentre lui, forse apparentemente, dormiva sotto la luce flebile che entrava dalla finestra. Con un ghigno appena accennato piegò la testa di lato: “Se Santa ha davvero lasciato qualche segno dietro di sé – disse con voce piatta – non saranno certo quei tre… piccoli tocchi che usa fare a metterci sulla pista giusta”. Seguì un silenzio breve che parve eterno. Artemisia sollevò il volto, era consapevole di dove si trovasse così rivolse un battito di ciglia soltanto, ma sufficiente per lanciare un messaggio chiaro agli occhi di Rudolf. Un’intesa istantanea che riusciva a comunicare nel silenzio questa frase che pensavano entrambi: Krampus non poteva saperlo. Lui continuò, impassibile, giocherellando con uno dei dettagli ornamentali del suo bastone e disse: “Dobbiamo concentrarci su ciò che sappiamo davvero. Senza operare con gesti istintivi o privi di logica”. Quel tono colpì ulteriormente Rudolf e Artemisia, pareva che Krampus stesse ricordando qualcosa, Artemisia di colpo sentì una scossa alla schiena, un brivido risalì dalla base fino alla nuca. Krampus non poteva conoscere i tre tocchi a meno che non fosse stato presente quando Santa li eseguì o, addirittura, non li avesse fatti lui. Rudolf esordì: “Andiamo che il sole mangia le ore” Artemisia rise per questa parafrasi del detto veneziano e, approfittando di un momento in cui Krampus era intento in altro fece con le dita il segno di ok a Rudolf. Uscirono di casa, Elio ogni sei passi si girava verso Krampus, quella frase aveva lasciato un alone strano anche a lui. Si incamminarono in Corte Veniera, giunsero davanti all’osteria, dunque davanti alla barca di Luca, Rudolf sospirò e disse: “Ti troveremo fratello”. Subito dopo alzò lo sguardo e fu catturato dalla bellezza di Palazzo Tetta illuminato dal sole. “Un palazzo bagnato dall’acqua su tre lati, non sarà l’unico in città, ma questo tra i tanti ha un fascino davvero unico”. Rudolf proseguì: “E quelle persone che sbucano dal muro e guardano il canale dove sono?” Artemisia: “Quello è l’affaccio panoramico ottenuto con una scala composta di libri che, simbolicamente, si fanno gradini. Proprio lì alla libreria”. Rudolf accelerò il passo e, in men che non si dica erano arrivati. Entrarono, tanti, tantissimi turisti affollavano già alle prime ore del mattino quel luogo sospeso. C’erano libri, cartoline, gondole usate come scaffali, gatti, sì, anche gatti. Krampus, visibilmente in difficoltà in quegli spazi angusti, ad un tratto vide una poltrona, una sorta di trono, e disse: “Bene, qui han capito chi sono” e si sedette affatto interessato alla ricerca in corso. Rudolf e Artemisia proseguirono, si fecero largo tra i visitatori, lasciando Krampus sul suo “trono”. La libreria, con i suoi corridoi stretti e serpeggianti, pareva respirare. Ogni passo era un tuffo in un archivio vivente, un mosaico di storie sospese ma nonostante tutto, catalogate con cura. Giunsero nella stanza laterale dove, contro un vecchio portone color verde mare, era stata allestita una tavola di legno con cartoline appese tramite piccole mollette. Una sorta di mostra spontanea dedicata agli oggetti ritrovati. Rudolf si fermò di colpo. Non fu un gesto deciso, ma un rallentamento naturale, come se qualcosa gli avesse sfiorato la mente prima ancora degli occhi. Artemisia inclinò appena il capo percependo un’energia diversa: “Che succede?” Lui non rispose subito. Aveva visto quella cartolina appesa prima ancora di leggerla e di saperne la storia. Il rettangolo chiaro sul lato superiore, dove un francobollo era stato staccato con cura, gli aveva trafitto la mente. Si avvicinò. Artemisia, seguendo il suo silenzio, ne percepì l’intensità. Rudolf prese la cartolina tra le dita. Sul fronte, Betlemme in una stampa d’altri tempi. Sul retro, la calligrafia ordinata: “Ti mando un caro saluto da questi luoghi Santi. Spero di trovarti bene. Il mio viaggio sta proseguendo benissimo: partire da Roma per andare a Betlemme è stato un viaggio quasi metaforico, a ritroso, dall’Omega all’Alfa delle tradizioni cristiane.” Artemisia, attenta ai cambiamenti impercettibili del respiro, riconobbe quel tono di sospensione: “Rudolf… è qualcosa che conosci”. La voce gli uscì bassa, quasi incrinata. “Santa è passato di qui, la cartolina magari la trovò l’anno scorso. La stessa. Identica, me lo sento”. Un gatto bianco e rosso, appollaiato su una pila di volumi lì vicino, li osservava immobile, coda piegata come un punto interrogativo. Sotto la cartolina c’era un biglietto scritto a mano che recitava: “Ringraziamo il visitatore dalla barba bianca e folta che nel dicembre 2024, per proteggere questa dedica da lui scoperta, acquistò soltanto il francobollo staccandolo dalla cartolina. Grazie al suo gesto oggi possiamo ancora leggerla e provare le stesse emozioni che hanno coinvolto lui”. Rudolf trattenne il fiato. Era come se quel piccolo frammento di carta fosse un segno lasciato non solo da Santa, ma dal mondo stesso: un filo sottile che resisteva al tempo, alle tempeste e persino alle ombre che parevano allungarsi sul Natale. Artemisia sfiorò il bordo del pannello. “Sono parole gentili, calde e rare. Se Santa ha toccato questa cartolina… allora forse siamo più vicini a lui di quanto pensiamo, è un segno”. Rudolf sussurrò “Sì” lentamente. Per la prima volta da giorni, sentì una certezza semplice, limpida: Santa non era un’eco lontana, ma il riverbero lieve di una grande onda. Era passato da lì. E aveva lasciato tracce di sé per avrebbe saputo vedere — o riconoscere. Alle loro spalle, il gatto miagolò piano, come se avesse appena confermato qualcosa che nessuno aveva chiesto. Rudolf rimise la cartolina al suo posto con un gesto misurato, quasi rituale. Poi guardò Artemisia: “Andiamo avanti. Santa sta parlando ancora tra queste mura. Dobbiamo solo ascoltare”. Fu in quel momento che il gatto, con un balzo, tentò, apparentemente, di graffiare Rudolf che si girò e disse: “Hey hey micio, che ti ho fatto?” Elio si scocciò e si allontanò per non litigare con l’altro quadrupede, che di nuovo tentò di attirare l’attenzione di Rudolf: “Ok dai, provo a seguirti dato quanto insisti”. Sinuoso ed elegante si fece cicerone, di scaffale in scaffale, di stanza in stanza. D’un tratto si fermò. Era una stanzina piccola, quasi un vicolo cieco che però godeva di una luce strana, calda e intensa. Artemisia: “Rudolf, in questo anfratto sento un’energia incredibile” e lui: “Artemisia, il gatto non voleva graffiarmi, in questa stanza c’è un luminæon che, colpito dai raggi del sole, si esalta”. Rudolf prese la sfera e la mise nella sua sacca di juta con le altre, certo l’aveva lasciata lì Santa, sicuramente, ma a questo punto per non sentirsi totalmente dei ladri scelsero di acquistare dei libri e lasciare una generosa mancia a favore del mantenimento dei gatti. Una volta in cassa si unì loro anche Krampus, Artemisia prese Elio in braccio per preservarlo da schiacciamenti fortuiti e Rudolf pagò tre libri con Artemisia che curiosa chiese: “Cos’hai comprato?” e lui: “Una guida su Venezia, un ricettario italiano e, non meno importante, un manuale sull’autostima e la trasformazione dei sensi di colpa in energia positiva”. Mantenendo il suo ormai consueto silenzio, Krampus si fermò improvvisamente sedendosi, quasi in segno di ribellione, sopra la carriola dei libri posta da anni fuori dalla libreria. Assunse un’aria concentrata e, sollevando la mano sopra una mappa della laguna, tracciò tre tocchi nell’aria, identici a quelli che Santa aveva tracciato tempo prima. Un fremito attraversò la calle; Krampus a quel punto fece altri tre tocchi, più misurati, su un punto preciso di una mappa della laguna. Il buio si accese per un istante, poi lui scomparve in un lampo e della mappa non rimasero che le ceneri, bruciò. Non lasciò traccia se non un’eco sospesa, un respiro interrotto, un urlo soffocato in gola. Artemisia, Elio e Rudolf rimasero esterrefatti: nessuno avrebbe osato fiatare. Qualcosa di oscuro si era rivelato nella sua vera natura ed era appena passato oltre, chissà verso dove, dopo essere stato a lungo uno di loro.


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