Come una città senza ruote ha imparato, da secoli, a far viaggiare ogni cosa?
Benvenuti nella serie “I Segreti di Venezia”, un viaggio tra le affascinanti curiositá della città lagunare. Oggi il segreto non è un luogo, da qualche tempo ho teso un filo conduttore alternativo, in questo caso facendo palesare nella mia cronaca un movimento continuo che attraversa la città ogni giorno, dall’alba fino a sera, e che quasi nessuno considera come merita: la logistica di Venezia, l’arte antichissima e tutt’ora viva di far viaggiare una merce da un imbarcadero a una corte nascosta, magari in una calle dove non esistono, e non sono mai esistite, prospettive e soluzioni comuni al resto del pianeta.

I bastasi: quando il facchino era un mestiere ereditario
Per capire quanto sia radicata questa vocazione bisogna tornare indietro di secoli, fino alla Repubblica Serenissima, quando il trasporto delle merci non era un servizio qualunque, ma un’arte regolata da corporazioni rigidissime. I facchini, chiamati a Venezia “bastasi” (deriva dal greco bastàzo = sollevare/trasportare e indicava anticamente il facchino), erano organizzati in vere e proprie confraternite con sede propria, patrono proprio, regole di ammissione ferree. I bastasi della Dogana da Mar, per esempio, avevano sede a San Giacomo di Rialto, proprio nel cuore commerciale della città — ma la cosa più sorprendente è un’altra: per un antico privilegio, potevano esercitare quel mestiere solo i nativi di tre villaggi della Val Brembana, in provincia di Bergamo — Zogno, Dossena e Sorisole.




Pensateci un istante: per secoli, il trasporto materiale delle merci più preziose della Serenissima — spezie, tessuti, oro — è passato quasi esclusivamente per le spalle di uomini che venivano da tre paesi di montagna, a centinaia di chilometri dalla laguna. Una filiera lavorativa che si tramandava di padre in figlio, quasi una casta lavorativa legata a doppio filo con una geografia lontanissima da quella veneziana. Anche il Fondaco dei Tedeschi, il centro del commercio con i mercanti di lingua tedesca, aveva i propri bastasi dedicati, con sede nella Chiesa di San Bortolomio: un’intera economia costruita su corporazioni di trasportatori specializzati, ciascuna legata a un magazzino, a una merce, a un patrono.
Una città che non ha mai avuto bisogno dei camion… ma dei burci!
Quello che i bastasi hanno insegnato a Venezia, senza saperlo, è un principio che la città non ha mai più abbandonato: qui, ogni oggetto che si sposta lo fa sulle spalle di qualcuno, su un carrello a mano, o su una barca. Non esiste altra via. Ed è un principio che vale oggi esattamente come cinque secoli fa, con l’unica differenza che al posto delle spezie viaggiano i pacchi di Amazon, i bagagli di turisti, le casse di verdura per i banchi di Rialto o per le botteghe cittadine sparse per i sestieri.




Chi cammina per le calli nelle prime ore del mattino, quando la città si sveglia e l’aria è ancora fresca di laguna, incrocia continuamente questo movimento silenzioso. Sono i carrelli a mano dei corrieri. Affrontano la pietra, ponte dopo ponte, con un ritmo che sembra una danza di pura resistenza: sollevare, spingere, superare il dislivello, ripartire. Un anacronismo totale che resiste al tempo. Ogni consegna a domicilio, ogni cassa di bevande per un bar, ogni scatolone destinato a un negozio, deve fare i conti con la stessa variabile che nessun altro corriere al mondo deve affrontare: dove attracco con la barca? Quante calli dovrò attraversare? Quanti ponti ci sono tra il punto di carico e la destinazione e quanti gradini per ognuno di essi?
I bagagli dei turisti: un’industria a parte
C’è poi un capitolo di questa logistica che riguarda direttamente milioni di visitatori ogni anno, e che pochi si fermano a considerare: il trasporto bagagli. Chi arriva a Venezia da Piazzale Roma, dal Tronchetto, dalla stazione di Santa Lucia o dall’aeroporto, spesso si scontra per la prima volta con la vera natura della città — nessun taxi può raggiungere la porta dell’hotel, nessun bagagliaio su ruote può accompagnarvi fino in camera.




Da qui è nata, già a partire dal secondo dopoguerra, una vera e propria industria dedicata: cooperative specializzate nel trasporto bagagli, attive ininterrottamente dal 1947, che ogni giorno smistano valigie dai terminal della città verso alberghi del centro storico, del Lido, delle isole. Un servizio che collabora da decenni con le agenzie di viaggio internazionali, proprio perché organizzare comitive di turisti a Venezia significa, prima di ogni altra cosa, risolvere il problema più elementare: dove va a finire il bagaglio, se il pullman non può arrivare oltre Piazzale Roma?
Per concludere:
C’è qualcosa di profondamente veneziano in questo lavoro che quasi nessuno fotografa: il corriere che solleva il carrello sul primo gradino di un ponte, lo tiene in equilibrio con il ginocchio, lo fa scivolare fino in cima e poi lo lascia scendere dall’altra parte, controllandone la velocità con il solo peso del corpo. È un gesto che si ripete identico da Cannaregio a Castello, da Dorsoduro a San Polo, centinaia di volte al giorno, ed è probabilmente uno dei mestieri più fisicamente esigenti che la città custodisca ancora — eppure quasi invisibile, dato per scontato, esattamente come lo erano un tempo i bastasi che arrivavano dalla Val Brembana per issare sulle spalle le casse della Serenissima.
La prossima volta che sentirete il rumore metallico di un carrello che rimbalza sui gradini di un ponte o la voce che, possente, chiede permesso o di fare attenzione, fermatevi un istante a guardare chi lo spinge. State assistendo a un mestiere che a Venezia non ha mai smesso di esistere: solo gli oggetti trasportati sono cambiati, non la fatica, non l’ingegno, non la necessità di inventarsi ogni giorno un modo per far viaggiare qualcosa in una città che ha scelto, fin dall’inizio, di fare a meno delle ruote e di far sudare chi la abita e chi vi trova lavoro.
Vi aspetto con nuovi segreti!
Scoprire Venezia è un viaggio che non conosce conclusione: più la si attraversa, più si moltiplicano le sue rivelazioni. Io ho il privilegio di accompagnarvi lungo alcuni di questi percorsi nascosti.
Grazie per aver camminato fin qui.
Fonti per approfondire:
- Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane — Ovvero: Origine delle denominazioni stradali di Venezia, 1863.
- Archivio Storico della Repubblica di Venezia (Scuole d’Arte e Mestieri: Bastasi).
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