“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 24 Dicembre – Sestiere di Castello

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

24 Dicembre – Sestiere di Castello

Santa uscì dalla libreria dall’ingresso principale da cui l’aveva scoperta. Era venuto da destra e decise di virare deciso a sinistra, in quella direzione che l’avrebbe condotto al campo Santi Giovanni e Paolo. Attraversò Ponte Tetta e, nel farlo, sentì delle urla: una voce femminile e una maschile si intrecciavano in un mix di rabbia e delusione. Santa, per natura, nonostante la sua generosità, come molti, moltissimi umani, era solito non intervenire in queste situazioni, ma qualcosa lo spinse ad andare oltre. Fece praticamente un giro dell’isolato: una calle dritta, poi una a sinistra, dove intravide il campo che voleva visitare, e poi ancora a sinistra. Cominciò a distinguere meglio ciò che stava accadendo: la coppia stava scoppiando. Aveva però girato in una calle sbagliata, così ne imboccò un’altra. Questa volta arrivò nei pressi di un ponte. Sopra questo ponte, chiamato “dei Conzafelzi”, si poteva godere della vista di uno degli edifici più fotografati di Venezia: una casa di quattro piani, bagnata dall’acqua su tre lati. Una sorta di penisola, illustrata spesso in molti libri di storia dell’arte come icona veneziana. Dalla parte opposta di quel ponte, ecco la coppia: lei appoggiata di schiena, a piangere contro il muro, e lui intento a cercare di risolvere una situazione intricata. Poco distante, proprio vicino ai piedi di Santa, c’erano una chiave e il suo lucchetto, probabilmente scagliato a terra chiuso. Vi erano scritte sopra le iniziali dei due, tracciate col pennarello e incorniciate da un cuore. Non che Santa volesse farsi i fatti loro, ma aveva capito che la questione era nata per futili motivi. Così raccolse la chiave e il lucchetto e si permise di avvicinarsi ai due per, una volta ottenuta la loro attenzione schioccando le dita, dire queste parole: “Il tempo, miei cari, è come una clessidra: i suoi granelli scivolano via e non possiamo fermarli. Ogni istante sprecato in incomprensioni è un momento che non tornerà più. Sapete, i lucchetti non nascono per rimanere chiusi per sempre. Sono fatti per custodire ciò che è prezioso, ma anche per essere riaperti, se rimaniamo in stallo, con la chiave giusta: quella dell’amore. Non lasciate che piccole divergenze distruggano ciò che il vostro cuore ha costruito. Fermatevi, respirate e ritrovate il valore di ciò che condividete da tanto.” Sul finire della frase, Santa alzò il lucchetto all’altezza dello sguardo dei due e, come per magia, questo si riaprì senza che nessuno avesse inserito o girato la chiave. A Santa, nel farlo, scappò un “Ho, Ho, Hoooo!” e si terrorizzò all’idea di essersi svelato. Fortunatamente, i due non colsero l’indizio. La coppia sgranò gli occhi, colpita. Poi si guardarono, si diedero un tenero bacio, e lei esordì esplicando l’accaduto: “Lei è un vero mago! Stavamo litigando, esausti dopo una lunga giornata a camminare, e Eros, il mio fidanzato, per l’ennesima volta mi proponeva di andare a mangiare sushi. Ma vi sembra possibile? Siamo a Venezia, una città ricca di storia e tradizione, e lui mi suggerisce per la terza volta di mangiare sushi! È buono, per carità, e io lo adoro, ma avevo voglia di provare piatti tipici, qualcosa che parli davvero di questo posto. Noi veniamo dalla Puglia, e chissà quando avremo di nuovo l’occasione di essere qui. Quindi, invece di sushi, voglio assaporare la vera essenza di Venezia!” Santa scosse la testa ridacchiando, avvicinò il lucchetto con un sorriso nascosto sotto la sua lunga barba bianca e lo poggiò delicatamente nel palmo di lei. Con uno sguardo scherzoso ma saggio, disse: “Fate i bravi, che manca poco a Natale e potrebbe arrivarvi del carbone se a Babbo Natale scappa la pazienza.” I ragazzi, divertiti, sorrisero e lo ringraziarono. Poi Eros tentò di scattare una foto ricordo mentre Santa, di spalle, con la sua sacca di iuta sulle spalle, si allontanava. Incredibilmente, nella foto non c’era traccia di lui. Lei guardò Eros, scuotendo la testa: “Te l’avevo detto di cambiare telefono prima di venire qui, citrullone!” Poi, lei, guardando Eros, si avvicinò al ponte dei Conzafelzi e, con un sorriso complice, appese il lucchetto, chiudendolo vicino a un foglietto che riportava un pensiero poetico di un autore locale, con l’hashtag “#trarealtaesogno”. Si girò felice verso di lui: “Fatto, amore, hai tu la chiave?” Eros la guardò confuso: “No, chiave? Ma se avevi tu il lucchetto!” Lei, con un’espressione giocosa ma decisa, iniziò a colpirlo dolcemente con dei pugnetti sulla spalla: “Dai, Eros, lo sai che non mi piacciono questi scherzi!” E lui, sorridendo, rispose: “Guarda che non scherzo.” Lei, con un sorriso più sereno, concluse: “Vabbè, chissà che sia di buon auspicio, che il lucchetto non ceda mai, e così noi.” Quello che non sapevano è che quella chiave, simbolo di un’unione che sembrava rabberciata, come una ferita coperta da un cerotto o come la sacca di iuta, si trovava proprio tra le mani di Santa. Il penultimo ingrediente, figlio di un amore che, seppur interrotto per un istante dalle incomprensioni, era destinato a proseguire oltre, più forte di prima. Santa, dopo aver percorso una stretta calle, si ritrovò davanti a una serie di panchine occupate da anziani, giovani e bambini. Si fermò un istante, guardando oltre la fronda dell’albero che dominava il piccolo spazio, e osservò le vetrate magnificamente adornate della basilica di Santi Giovanni e Paolo, la cui bellezza si stagliava davanti a lui. Si girò a sinistra, notando due plateatici pieni di gente che sorseggiava caffè nelle pasticcerie e nei bar, e oltre, la maestosa facciata dell’Ospedale Civile e il monumento dedicato al Colleoni. Un particolare curioso gli venne in mente: ricordava le parole di una guida turistica che spiegava a un gruppo come quel monumento fosse stato collocato lì, invece che a San Marco, grazie a un inganno. Ma fu qualcosa di più che lo attirò, qualcosa che lo fece fermare per un attimo più a lungo. Sulla destra, vicino alla facciata dell’Ospedale, c’era una porta che non aveva mai notato prima. Spinto dalla curiosità, decise di entrarci. Superato l’ingresso, scoprì un piccolo ma affascinante museo: un’antica farmacia dell’ospedale, con vetrine piene di piante officinali e reperti storici, ognuno catalogato con cura e precisione. Era un luogo di storia e medicina, un angolo nascosto che raccontava antiche tradizioni di cura e di sapere. Santa si perse per un momento tra quelle teche, sentendo l’eco di un tempo lontano e il fascino di ciò che l’uomo aveva costruito per alleviare le sofferenze. Mentre usciva, fu urtato da un bambino tarchiato che proseguì senza fermarsi o scusarsi. La sacca cadde e, con essa, anche il leoncino portachiavi e la renna all’uncinetto. Santa borbottò qualcosa, si chinò per raccogliere prima il leoncino, poi, pochi passi oltre, la renna, e infine… urlò, terrorizzato, deluso, disperato: “Noooooo, corpo di mille renne impazzite!” Lo avevano appena derubato della sacca di iuta, della lanterna e di tutto il contenuto che vi era all’interno. Mentre si disperava, gli parve di sentire un bramito intensissimo in lontananza. Pensò di avere le traveggole. Un istante dopo sentì un rumore identico a quello di un grande masso che cade nell’acqua. Resosi conto che la disperazione non avrebbe condotto da nessuna parte, decise di affacciarsi per capire l’accaduto e verificare se qualcuno avesse bisogno di aiuto. Mosso da questi pensieri, si affrettò, ma non abbastanza da poter prestare soccorso: una persona era già stata tratta in salvo. Si trattava, secondo alcuni testimoni della scena, dello scippatore che, approfittando del ragazzino maleducato, aveva sottratto la sacca al malcapitato Santa. Non aveva fatto in tempo a svuotare la refurtiva: una sorta di bestia a quattro zampe lo aveva sollevato e scagliato nel canale. Storia poco plausibile a parte, la sola certezza era che la sacca, contenente i ventiquattro ingredienti della luce, era andata perduta. Inutili si rivelarono i tentativi di recuperarla da parte di alcuni gondolieri di passaggio. Santa espresse loro la sua gratitudine e, poi, camminando nei dintorni, decise di sedersi a bere una tazza di cioccolata calda per corroborare la sua anima, ferita da questo dolore intensissimo che, attanagliandolo, sembrava presagio di una sonora sconfitta. Mentre sorseggiava la cioccolata, Santa alzò lo sguardo verso il cielo, come a cercare conforto. Tra mille luci lontane, una stella sembrava brillare più delle altre, quasi volesse richiamare la sua attenzione. “Forse non tutto è perduto,” pensò, stringendo tra le mani il leoncino e la renna recuperati, ormai carichi di un valore ancora più profondo. Una sensazione inspiegabile lo pervase: un’intuizione che gli suggeriva che la sua missione, per quanto messa alla prova, era tutt’altro che finita.

A domani con un nuovo capitolo!

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario, francobolllo di Betlemme, chiave di un lucchetto d’amore.

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Scopri i 25 capitoli di questa straordinaria avventura, clicca sui link per immergerti in ogni episodio e lasciati conquistare dal fascino unico di Venezia. Segui la storia e condividi l’emozione con amici e familiari: ogni giorno, un nuovo tassello illuminerà il tuo cammino verso il Natale.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 23 Dicembre – San Polo, San Marco e Castello

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

23 Dicembre – San Polo, San Marco e Castello

Santa era ancora visibilmente emozionato per l’incontro casuale avuto nei pressi del ponte di Rialto, nel sestiere di San Polo. È risaputo, però, per noi che leggiamo e soprattutto per lui, che era il momento di ricominciare. I tempi erano sempre più serrati, e il compimento della sua missione dipendeva da ogni singola azione che avrebbe compiuto di lì in avanti, sommata a tutte le precedenti. Ascoltò il consiglio della giovane artista e, grazie alle precise indicazioni, sapeva che direzione prendere per raggiungere quella magica libreria. Passò di nuovo vicino al Gobbo di Rialto, attraversò il ponte e, una volta sceso, guardò nuovamente le bancarelle che proponevano souvenir di Venezia, prodotti su larga scala chissà dove. Arrivò alla base della statua del Goldoni, un artista eclettico e celebre ben oltre la sua Venezia. Ben pochi sanno che quell’uomo, per sfida nei confronti di un detrattore, scrisse ben sedici commedie in un solo anno. Un artista davvero incredibile. Data l’ora, iniziò a chiedersi se non fosse il momento di fare uno spuntino. Vide, appena all’interno di un porticato, un’insegna verde luminosa che diceva “rosticceria”. Si trovava davanti al Sotoportego de la Bissa, una delle indicazioni che gli erano state date per raggiungere la libreria. Dunque, passò. Il profumo delle pietanze appena fritte e cucinate lo mandò al settimo cielo. Entrò e, come avrebbe fatto un bambino davanti a una pietanza tentatrice, ordinò una mozzarella in carrozza al prosciutto. Dovette pulirsi per bene la barba, perché, dallo stato in cui versava dopo questo spuntino, probabilmente aveva fame anche lei, tante erano le briciole che aveva trattenuto. Calle dopo calle, Santa giunse nei pressi di uno dei più famosi campi di Venezia, quello di Santa Maria Formosa. Sceso dal ponte, venne accolto da una torre campanaria laterale alla chiesa che dava il nome al campo. La particolarità di questo campanile è che il suo varco d’accesso sembrava tutelato da un mascherone mostruoso che faceva da chiave di volta all’arcata che sovrastava la porta. Un guardiano di marmo bianco che doveva spaventare e fare da deterrente verso i malintenzionati.Superata la chiesa, sulla sinistra si apre il vero campo veneziano. Sulla sinistra vi era un’edicola in un box di metallo verde; al centro un ambulante ortofrutta; poco più a destra, una piccola fontana dove un gabbiano si stava abbeverando. Fu facile per Santa identificare quale calle lo avrebbe condotto a questa magica libreria: la pittrice gli aveva detto di imboccare la Calle Longa Santa Maria Formosa. Anche qui vide botteghe tipiche e tradizionali, poi, sulla sinistra, un piccolo spiazzo, un cartello di benvenuto alla “libreria più bella del mondo” e, accanto, un piccolo tavolino poggiato su cavalletti, più lungo che largo, ricolmo di libri e ceste di cartoline antiche. Tra una cesta e l’altra, un gatto rosso faceva le fusa dentro una cestina di vimini. Non resistette: si avvicinò non ai libri, ma al gatto. Prima si fece annusare la mano, con il dorso esposto per dimostrarsi amico; poi, finiti i convenevoli, capì di poterlo accarezzare. Quattro o cinque carezze dopo, il gatto, con una zampata senza unghie, gli fece capire di averne abbastanza. Rise tra sé e sé. All’entrata della libreria vi erano appesi i calendari per l’anno ’21, tutti in tema con libri e gatti. Entrò all’interno e non seppe più dove posare lo sguardo: i libri poggiavano su scaffali, ma anche su carriole e persino dentro vecchie vasche da bagno, quasi tutti ad un’altezza tale che un’eventuale alta marea non potesse causare danni. Numerose erano le persone che costituivano questo viavai di esseri umani, tra il curioso e l’ispirato. Girò a destra d’un tratto e scoprì un angolo intimo di questo luogo magico, in cui, su un’ampia poltrona in legno finalmente imbottita, ci si poteva sedere per assaggiare qualche testo.L’occhio gli cadde leggermente più a destra e, su un classico portone verde veneziano, vi era una scritta elegante e simpatica che riportava in giallo oro il nome di questa attività: “Libreria Acqua Alta”. Appena fuori da quella porta vi era una gondola, attaccata appositamente per permettere ai turisti e agli avventori di osservare il canale da dentro il canale stesso o semplicemente scattarsi delle foto ricordo memorabili. A un certo punto, una turista straniera guardò quel signore dall’aria gentile – Santa, appunto – e gli chiese di farle una foto. Santa eseguì tutto contento, e la turista lo ringraziò per l’opera. A quel punto cambiò stanza, andò in quella accanto e vide che si poteva uscire verso una sorta di piccolo spazio esterno, dove era stata realizzata una scala con libri antichi rovinati. Uno scalino, ma che dico, un libro dopo l’altro: la cultura elevò Santa fino a poter scorgere il canale antistante. In quel momento passò una gondola con dei turisti orientali che godevano del paesaggio e della musica di un fisarmonicista. Scese poi i gradini e tornò all’interno, lasciando un obolo sull’apposita ciotolina che invitava i visitatori ad aiutare, a prescindere da eventuali acquisti, la colonia felina di questa libreria. Appena dentro, alla sua destra vide delle scatole colme di cartoline e foto: tutte in bianco e nero, tutte di epoche remote, e alcune anche viaggiate. Solo in un secondo momento si accorse che, tra quelle scatole, una conteneva un gatto nero di grandi dimensioni, assopito e in cerca di riparo. D’un tratto si destò e cominciò a muovere le zampe anteriori, come a giocare con una delle cartoline presenti all’interno di una scatola vicina. Il gatto miagolò in maniera dolce in direzione di Santa e continuò a giocare con una cartolina in particolare. Dall’atteggiamento, sembrava che il gatto gli stesse sussurrando qualcosa. Santa avvicinò la mano. Il gatto toccò ancora una volta la cartolina, quasi volgendo verso di lui. Santa la raccolse. Il gatto miagolò nuovamente in maniera tenera. Era una cartolina di Betlemme che raffigurava alcuni scorci cittadini e la Basilica della Natività. L’intuito di Santa, dati i precedenti di questa missione, non tardò ad associare l’evento del gatto che giocava con la cartolina a una non casualità. Quel filo rosso, sottile e invisibile, lo stava guidando nei momenti in cui non sapeva come proseguire il suo viaggio e come raccogliere altri ingredienti per la sua missione. Girò la cartolina e trovò una dedica davvero speciale, che recitava così: “Ti mando un caro saluto da questi luoghi Santi. Spero di trovarti bene. Il mio viaggio sta proseguendo benissimo: partire da Roma per andare a Betlemme è stato un viaggio quasi metaforico, a ritroso, dall’Omega all’Alfa delle tradizioni cristiane.” Santa ebbe i brividi. Decise però di non prendere l’intera cartolina: non gli sembrava giusto sacrificare, come ingrediente per la sua missione, un oggetto recante un pensiero così alto. Staccò invece il francobollo, che ritraeva un antico scorcio cittadino di Betlemme. Poi si avvicinò alla cassa della libreria e, salutando la commessa, passò con il braccio sopra un altro gatto che dormiva appollaiato sulla cassa stessa. Allungò il francobollo e chiese quanto doveva. A quel punto si sentì dire: “Buongiorno, ma noi non vendiamo francobolli! Dove lo ha trovato?” E lui: “L’ho trovato presso la cesta delle cartoline” – dicendo una piccola bugia, che in fondo in parte corrispondeva alla verità – “e avrei il piacere di pagarlo quanto lo ritenete opportuno e congruo, perché mi piace e vorrei tanto poterlo tenere.” La commessa capì e, piuttosto che fare questioni su un dettaglio che comunque andava a vantaggio dell’attività, gli fece un prezzo amico, come se avesse suddiviso il valore di una cartolina in parti uguali, fino ad assegnare un valore al francobollo. Santa accarezzò anche il gatto, che si destò di colpo, inaspettatamente colto di sorpresa dalla carezza. Santa uscì. Il flusso di persone stava aumentando, e lui ormai sentiva il ticchettio dell’orologio della sua missione correre sempre più velocemente verso la fine.

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09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 22 Dicembre – San Polo

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22 Dicembre – San Polo

Santa seguì i cartelli che indicavano la direzione del ponte dell’Accademia che, una volta attraversato, lo avrebbe condotto nelle vicinanze del ponte di Rialto. Si alternarono calli anguste a calli più ampie. Essendo mattina presto, non vi erano ancora le grandi masse di turisti alla smodata ricerca del selfie prestigioso; vi erano invece visitatori più attenti alla cultura e al tessuto sociale del luogo, che interpretavano la visita della città attraverso la vita dei suoi stessi cittadini, emulandola nei piccoli gesti quotidiani. La cosa bella di Venezia è che, dopo una calle stretta, può spalancarsi uno spazio che dà l’effetto di un Big Bang. Questo è quello che deve aver provato Santa arrivando in prossimità del ponte dell’Accademia, uscendo proprio da una di queste calli più strette. Mosse timidamente i primi passi lungo quel ponte in legno che si tramanda essere provvisorio e che, per svariati motivi, tra cui forse anche la sua autentica bellezza, non è mai stato trasformato da legno in altro materiale. Uno scalino dopo l’altro, Santa arrivò sulla sommità della volta del ponte e, guardandosi a destra, poté mirare da un’altra prospettiva Punta della Dogana baciata dal sole mattutino. Fosse stato un turista normale si sarebbe scattato una foto, ma ciò che in pochi sanno è che la sua memoria è la più persistente di tutte, l’unico modo che aveva per ricordarsi a chi consegnare i regali e a chi il carbone. Impressa quindi questa scena nella sua mente, scese dal ponte e proseguì dritto, attraversando uno dei più ampi campi di Venezia: Campo Santo Stefano. Qui, sulla sobria facciata di una chiesa, Santa rimase ammirato nello scoprire un’iscrizione in marmo che raccontava come Venezia, secoli addietro, si fosse dotata di un corpo atto a tutelare i cittadini dalla pronuncia di blasfemie: gli Esecutori contro la Biastema. Una sorta di collettivo del buon costume. Oltrepassata la chiesa, la calle si strinse di nuovo, come la cruna di un ago, per poi aprirsi in un ampissimo spazio: Campo Sant’Angelo. Da qui si intravedeva una torre campanaria che, nel territorio veneziano, emulava nella sua inclinazione, se non nell’aspetto, quella di Pisa. Santa sentì dei gondolieri cantare in lontananza e, tornando sui suoi passi, si accorse di essersi lasciato alle spalle un piccolo rio che costeggiava la chiesa poco prima ammirata. Notò inoltre che sotto quell’edificio sacro scorreva un canale sotterraneo che sfociava chissà dove: “Ingegnoso e affascinante,” pensò. Proseguì oltre, attraversando due o tre campi veneziani noti e gremiti di persone, fino a giungere in un ampio spiazzo dove si trovava un monumento raffigurante Carlo Goldoni. Capì allora di essere nei pressi del ponte di Rialto. Spinse lo sguardo verso sinistra, seguendo il flusso dei turisti, e vide finalmente il celebre ponte. Avvicinandosi, oltrepassò una serie di bancarelle di ambulanti che vendevano gadget, magliette e cartoline, e raggiunse la struttura. Lo attraversò passando proprio dal centro, osservando le due file di negozi, una a sinistra e una a destra, che da secoli popolavano quell’arcata. Quanti, all’epoca della costruzione, avevano scommesso che il ponte non sarebbe mai stato completato, si erano dovuti ricredere. Ancora oggi, l’opera resiste al tempo, segno della maestria e dell’ingegno di chi l’ha realizzata. Lungo il ponte vi erano negozi di lusso, souvenir e articoli di ogni genere. Ad una prima impressione sembrava però mancare il commercio alimentare, forse perché, al di fuori del ponte, quella zona aveva già molto da offrire. A quel punto, attraversando il ponte, Santa cambiò sestiere e da San Marco passò in quello di San Polo. Sulla sinistra gli cadde l’occhio su un negozio che vendeva accessori e abbigliamento nel perfetto stile del gondoliere. Memore delle sue vogate insieme a Luca, quasi cedette alla tentazione di comprarsi una divisa a ricordo della sua impresa. Ma desistette. Tornò brevemente sui suoi passi ed ecco aprirsi innanzi a lui un’altra lunga schiera di negozi, ancora più lunga di quella del Ponte, tutti identici dall’esterno sotto il porticato. A metà del portico vi era un’uscita a destra e una a sinistra; Santa scelse quella di destra e si ritrovò in una piccola piazza che confinava con una chiesa dall’aria antica. Sulla facciata, quasi interamente di mattoni, spiccava un orologio la cui caratteristica era quella di riportare le ventiquattro ore del giorno al posto delle consuete dodici. Al centro della piazza, una fontanella da cui molti si abbeveravano. Infine, sul lato opposto rispetto alla facciata della chiesa, una sorta di pulpito marmoreo, alto circa un metro da terra, sorretto da una figura raffigurata in ginocchio e sofferente. Era il Gobbo di Rialto, e in passato era il luogo da cui venivano pronunciate condanne o pubblici proclami. Santa si affacciò quindi sul Canal Grande, scoprendo il florido mercato della frutta e verdura e lo storico mercato del pesce. Due ambienti di tradizione millenaria. Tornò indietro e arrivò in una calle ampissima, si chiamava Ruga Vecchia San Giovanni. Intuì che non si trattasse di un apprezzamento estetico, ma di una forma di calle più lunga, ampia e profonda delle altre, una sorta di via principale. La percorse in lungo e in largo, vi erano bar, ristoranti, finché non fu attratto da una libreria che vendeva gadget diversi, T-shirt più moderne e meno stereotipate sulla città, una libreria che si faceva vanto di un pelouche mascotte venduto tra i gadget del suo repertorio. Era un gattino tigrato rosso e dolcissimo vestito da gondoliere, con il classico bavero rosso al collo. Santa non riuscì a resistere. Ne comprò uno particolarmente grande per far compagnia a Rudolf quando avrebbe avuto qualche malanno. Uscì felice come poche volte da quella libreria e il suo volto di colpo divenne come un punto esclamativo. Tra tutti quei negozi, case, vetrine, spiccava sobriamente un breve tunnel, incastonato sulla facciata di un palazzo. Santa, incuriosito dagli affreschi sulla volta, guardò in su e notò una torre campanaria che scendeva fino a farsi parete di un bar. Di colpo esclamò: “C’è una chiesa tra le case!” Si appoggiò curioso al cancello che, aprendosi, gli permise di entrare. Poi spinse un portoncino ligneo ed ecco una chiesa, affascinante nella sua modestia, le candele scosse dall’aria, l’altare e dei fiori profumati. Era dedicata a San Giovanni Elemosinario. Santa vi pregò, decidendo poi di raccogliere con una delle famose ampolle qualche goccia di Acqua Benedetta. Mise tutto nella sacca di iuta e, piano piano, uscì. Si girò a riguardare con stupore l’edificio, la facciata di case, la chiesa occultata di dietro, la porta di accesso al campanile divenuta cabina elettrica: “Corpo di mille renne, stupefacente!” disse. Non si accorse di una giovane che stava giustappunto dipingendo quello scorcio, e urtò la spalla della ragazza fortuitamente, proprio mentre il pennello si staccava dalla tela. “Scusi tanto, giovanotta” disse Santa. La giovane rispose: “Si figuri, vivo qui vicino ed è uno dei miei scorci preferiti, anzi, guardi bene, l’ho raffigurata nell’opera perché è rarissimo che i viandanti e i turisti si accorgano della chiesa. Mi sono permessa di aggiungerla, ritraendola mentre si poggiava al cancello, un momento bellissimo.” E Santa: “Quale meraviglia! Quale talento! Sembra quasi una fotografia, ha catturato l’essenza della mia curiosità. Ma, se lo sa, come mai questa chiesa vive immersa nelle case?” E lei: “Fu progettata così dopo l’incendio del 1514 che distrusse l’Isola di Rialto. Lo Scarpagnino ideò una chiesa rinascimentale integrata nei palazzi, con botteghe davanti per finanziare il suo mantenimento. È un gioiello nascosto, decorato da Tiziano, Palma il Giovane e il Pordenone. La ricostruzione fu completata nel 1531, sotto Andrea Gritti.” “Ingegnoso ed innovativo, un modo di trasformare una tragedia in opportunità, ma quanto avanti erano i veneziani?!” E la giovane: “Anni luce, anni luce.” E aggiunse: “Sa, vedo che ha delle crocchette che sbucano dal taschino. Se vuole scoprire ancora un ambiente unicamente autentico e ama i gatti, vada alla Libreria Acqua Alta, non se ne pentirà.” Santa la ringraziò con un inchino, poi tergiversò guardandola felice ed estrasse una cosa che le diede: “Oh, grazie! Non fosse per la barba corta penserei fosse Babbo Natale! Questo taccuino è pazzesco! La copertina nera è super elegante, e la carta è perfetta per acquerelli e schizzi d’arte. È proprio quello che mi serviva per i miei disegni, lei è un mito! Mi sento obbligata nei suoi confronti, tenga!” E con le sue mani pallide dal freddo, dopo aver frugato in una bisaccia, tirò fuori una renna fatta all’uncinetto, che portava un collarino con scritto Rudolf. Santa accettò e abbracciò la ragazza, come se quel piccolo gesto fosse il dono più prezioso ricevuto in quel gelido viaggio. La ragazza sorrise, stringendo tra le dita il suo nuovo taccuino, già immaginando i disegni che avrebbe riempito quelle pagine di carta pregiata. Santa si allontanò lentamente, gongolando, il volto illuminato da un’espressione serena, mentre la renna di lana ondeggiava lieve nella sua mano.E per un attimo, tra i fiocchi di neve che cominciavano a cadere, sembrò che il mondo intero si fermasse a contemplare insieme a lui quella semplice magia che sprigionava quel pupazzetto, che pareva in grado di alimentare tutte le speranze per la missione in corso.

A domani con un nuovo capitolo!

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio, riccioli di legno piallato, acqua benedetta San Giovanni Elemosinario.

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

Non perdere nemmeno un capitolo!
Scopri i 25 capitoli di questa straordinaria avventura, clicca sui link per immergerti in ogni episodio e lasciati conquistare dal fascino unico di Venezia. Segui la storia e condividi l’emozione con amici e familiari: ogni giorno, un nuovo tassello illuminerà il tuo cammino verso il Natale.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 21 Dicembre – Sestiere di Dorsoduro

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

21 Dicembre – Sestiere di Dorsoduro

Salì sul vaporetto dalla fermata antistante la chiesa del Redentore. Pareva particolarmente affollato di turisti, che probabilmente condividevano con lui sia il desiderio di scoprire sia l’itinerario. Salirono in tanti, ma complessivamente altrettanti ne erano scesi. Santa decise di godersi quell’attraversamento acqueo a bordo del terrazzino centrale del vaporetto. L’aria fredda lo sferzava, ma lo spettacolo del canale che separava il sestiere della Giudecca da quello di Dorsoduro e, quindi, dal resto di Venezia era assolutamente imperdibile. Il vaporetto attraccò una prima volta: scesero in pochi, mentre molti salirono. Alla seconda fermata, sia lui sia le frotte di turisti che lo circondavano e lo spingevano di qua e di là poterono finalmente scendere. Si rese conto che, rispetto a Punta della Dogana, era tornato indietro di non poco, ma voleva assolutamente godere di quella vista. Decise quindi di incamminarsi verso est per raggiungere quel luogo tanto decantato. Incontrò gabbiani e, fortunatamente, nessuna magoga: fosse accaduto, probabilmente si sarebbe dato alla fuga, visti i precedenti. A un certo punto incontrò un argano meccanico che stava sollevando un gondolino per metterlo in acqua. Era praticamente una gondola, ma rivisitata in maniera più snella e probabilmente più veloce; colorata di giallo, riportava un numero sullo scafo, utile per identificarla durante una regata. Santa osservò affascinato dapprima questa barca danzare nell’aria grazie all’argano e poi fluttuare sulle acque, guidata dai due ragazzi che, a quanto pareva, si stavano preparando per la stagione agonistica di voga. Sparivano velocemente: forse erano dei campioni di quello sport. Proseguì ancora e, voltandosi indietro, notò un edificio che pareva un antico magazzino, con svariati portoni affacciati sulla laguna e separati da essa dalla fondamenta su cui Santa stava camminando. In cima lesse una scritta: Emporio del Sale. Sorrise, ebbro di tutta quella storica bellezza. Attraversò un altro piccolo ponte e, sulla destra, poteva ammirare l’Isola di San Giorgio; sulla sinistra, invece, un intimo canale che sembrava proseguire fino a sfociare nel Canal Grande, proprio accanto alla chiesa della Madonna della Salute, la cui sagoma, vista di spalle, compariva qua e là tra gli edifici dell’area. D’un tratto, le acque parvero ampliarsi e moltiplicarsi, mentre la fondamenta si faceva, con pari ritmo, più stretta e intima. Finché un passaggio obbligato tra due colonne costrinse Santa a fare un sospiro profondo. Stava per entrare in contatto con la meraviglia. Zigzagò: sinistra, destra, ancora sinistra, e, passando dal centro, si avvicinò a un grande lampione alto con una base tozza. Sembrava il faro di quell’istmo di marmi che sfidavano i canali circostanti. I suoi polmoni parvero esplodere per la meraviglia. Piazza San Marco a sinistra, San Giorgio davanti a destra e, più indietro, sempre su quel versante, la Giudecca. Poggiò il palmo sul ferro dipinto di verde del lampione e si sistemò accanto ad esso, rimanendo in piedi, estasiato. Sospirò profondamente, mentre i gabbiani parevano danzare nel cielo che, avvicinandosi al tramonto, si tingeva di colori quasi tropicali. Decise, vedendo quanto il sole affondasse deciso sul fronte lagunare, di tornare verso il cuore del sestiere che stava visitando. Così tornò sui suoi passi. Vide il gondolino giallo rientrare e poi essere di nuovo issato, danzando nell’aria, mentre i suoi due conduttori, a terra, sudati fradici, felici e stanchi, si riposavano. Proseguì ancora. Oltrepassò la fermata da cui era sceso dal vaporetto e camminò, osservando le barche, osservando la gente, sorridendo agli sconosciuti. Santa era felice. Un ponte dopo l’altro, un gradino dopo il successivo, sentiva che la sua missione stava volgendo al termine, verso quell’aulico momento che immaginava come una catarsi collettiva. Sulla destra vide una gelateria, affollatissima nonostante la stagione invernale, ma ciò che lo attirò era poco oltre. Infatti, poco più avanti, si trovava un ponte, il “Ponte Longo” — di nome e di fatto — ma la vera perla si trovava guardando a destra. Santa, quasi correndo, si affrettò lungo la fondamenta: aveva intravisto uno degli storici squeri veneziani, uno di quelli ancora attivi. Camminò così veloce da non accorgersi di un’imperfezione nella pavimentazione. Inciampò, ma riuscì ad aggrapparsi a una muretta che, come spesso accade a Venezia, costeggiava il canale. Il problema, però, sorse subito dopo: Santa sentì qualcosa scivolargli lungo la schiena per poi cadere. L’oggetto rimbalzò lì vicino: sul primo, sul secondo e poi sul terzo e ultimo gradino di una scalinata che conduceva all’acqua del canale. Barcollò come un ubriaco in fiera e, ormai quasi completamente distrutta nelle sue parti vetrose, la lanterna si lasciò lentamente cadere in acqua. Santa urlò di dolore: “Nooo! La lanterna nooo!” Si accesero le luci in uno stanzino dello squero, mentre la lanterna galleggiava, in balia della corrente, verso il canale esterno da cui Santa si era affacciato poco prima. I turisti cominciarono a scattare foto e fare video. Lui non capiva il perché, finché non vide e comprese. Un artigiano dello squero era corso fuori e, intuendo la situazione, aveva messo in acqua una piccola barca. Con destrezza cominciò a vogare alla valesana — un metodo in cui un solo conduttore utilizza entrambi i remi, uno per lato, stando a poppa, per avanzare in solitaria. Con pochi colpi di remo raggiunse la lanterna e la agganciò, portandola a bordo grazie a un tipico ferro da gansèr, un attrezzo con un gancio ricurvo usato per aiutare le gondole ad accostare, sia dai gondolieri più giovani sia da quelli ormai in pensione. Con un movimento abile, l’uomo girò la barca e si avvicinò alla riva, dove Santa singhiozzava, diviso tra gioia e paura. I turisti esplosero in un clamore generale: chi applaudiva, chi gridava la propria esultanza. “Sono Fabio,” disse l’uomo con un sorriso. “Sali, che andiamo a sciacquarci di dosso quest’ansia, e vediamo di sistemare il tuo oggetto prezioso.” Santa annuì in silenzio, incantato com’era dall’accaduto, mentre i turisti cominciavano a mormorare e confabulare, chiedendosi come fosse possibile che in nessuna foto o video si riuscisse a vedere quell’uomo disperato. Fu allora che un bambino disse: “Secondo me era la scena di un film.” Come spesso accade, una spiegazione semplice e plausibile fu sufficiente per calmare i tremiti della curiosità collettiva. Santa e Fabio scesero proprio dentro lo squero. Lì, tra gondole da riassettare, cappelli e souvenir di gondolieri, si respirava venezianità in ogni singolo asse di legno. Fabio lo invitò a entrare nel piccolo edificio che, pur non essendo molto alto, si sviluppava su due piani. Santa esordì: “Guardi, mi dica quanto le devo, e avrà la mia gratitudine eterna.” Fabio rispose: “Nulla, la prego, non se ne vada. Posso ancora fare molto per aiutarla. Guardi.” Con queste parole tirò fuori una serie di vetri e una lanterna tutta arrugginita, identica nelle fattezze a quella di Santa. Quest’ultimo, sorpreso, sobbalzò. Fabio cominciò a muovere sapientemente le mani e, nel giro di mezz’ora, la lanterna era asciutta e ripristinata in tutte le sue parti. Fabio esordì: “Vede, viviamo in una società dove il vecchio viene messo da parte, eliminato. Ma i miei vetrini della vecchia lanterna, così come le tradizioni di voga e cantieristica che porto avanti fieramente, fanno in modo che cose e tradizioni non muoiano alla prima difficoltà.” Santa sgranò gli occhi e, prima che potesse rispondere, si trovò in una stanza contigua. Un profumino invitante invadeva l’aria. Si guardò intorno e vide una frittura che stava finendo di scaldarsi, su una tavola imbandita per due persone. Guardò meglio. La seconda metà del tavolo era coperta di polvere. Polvere sul bicchiere, sulle posate, sulle stoviglie e persino sulla sedia. Fabio disse: “È da quando è mancata mia moglie che spero qualcuno mi dia un motivo per essere ancora qui. Lei, stasera, se non la disturbo eccessivamente, può sdebitarsi semplicemente accettando di cenare con me. Non ho mai capito perché sono sopravvissuto all’incidente nautico in cui ho perso Elsa. Questa sera ho salvato un suo oggetto caro, così come ogni giorno salvo e tramando le tradizioni nautiche veneziane, cercando di dare un senso ai miei giorni.” Santa rispose: “Sono onorato di poter accettare.” La frittura era squisita. Fabio, terminata la cena, gli chiese: “Ha dove andare per la notte?” Santa fece cenno di no, così Fabio lo accompagnò in una stanza degli ospiti, implorandolo di accettare. Santa acconsentì con gratitudine. Sotto le coperte, rifletté su come la disperazione, in pochi istanti, si fosse trasformata in un’opportunità nuova. Si assopì, ma un suono lieve, ritmico, lo destò dal sonno. Era un sibilo, un raschio continuo. Curioso, si alzò e seguì quel suono fino a uno stanzino appena illuminato da qualche candela. Lì, operoso nelle tenebre, Fabio stava piallando fasci di legno per ottenere dei remi. Fabio si scusò per il rumore, ma Santa lo interruppe subito e, anzi, chiese di poter osservare quella maestosa arte millenaria. Vide dei riccioli di legno saltar fuori dalla pialla, quasi danzando. Ne raccolse cinque o sei, trattandoli con sacralità, come preziosi frammenti di un lavoro sapiente. Sapeva che quel prodotto di scarto sarebbe diventato un ingrediente per il suo scopo ultimo. Il giorno seguente, Santa scese le scale e trovò Fabio già arzillo, pronto a iniziare una nuova giornata di lavoro. Notò il tavolo: ora era perfettamente pulito. I bicchieri nello scolapiatti brillavano, così come le stoviglie e le posate. Tutto era in ordine. Non poté trattenersi dal chiedere: “Fabio, come mai oggi ciò che è rimasto lì per anni non c’è più?” Fabio, visibilmente commosso, rispose: “Perché tu, come fossi Santa Claus, mi hai regalato la possibilità di consumare con qualcuno la cena che Elsa, quella notte, non poté condividere con me.” Santa, profondamente emozionato, lo abbracciò e, con voce tremante, disse: “Hai un’anima immensa e un’arte incredibile nelle mani. Non cedere mai alla tristezza. Tieni questo a ricordo di quanto abbiamo casualmente condiviso.” Gli porse un sacchettino di erbe essiccate in dono, abbracciandolo un’ultima volta prima di accomiatarsi. Fabio lo strinse a sé con forza, trattenendo a stento le lacrime. Poi, con voce tremante, mormorò: “Non so perché mi hai detto sì, ma grazie per avermi ricordato cosa vuol dire vivere.” Santa sorrise, un sorriso che portava con sé la saggezza di chi ha vissuto e compreso le fragilità dell’animo. Lo guardò negli occhi e rispose: “Non sono io che ti ho scelto, Fabio. È stata la tua anima, che ancora brilla, a trovare me quando ne ho avuto bisogno.” Mentre si allontanava dallo squero, Santa si voltò un’ultima volta. Vide Fabio, immobile sull’uscio, con lo sguardo fisso sulla lanterna restaurata che Santa ora stringeva ancor di più tra le mani come fosse una reliquia. Una folata di vento fece danzare i riccioli di legno lasciati a terra, che si dispersero nell’aria come frammenti di una storia destinata a non essere dimenticata.

A domani con un nuovo capitolo!

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08 Dicembre – Isola delle Vignole

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15 Dicembre – Cà Roman

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20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 20 Dicembre – Isola della Giudecca 

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

20 Dicembre – Isola della Giudecca

Santa aveva recepito di doversi spostare, ma nel chiedere ai veneziani come raggiungere il luogo, restò stupito dal fatto che dovette vagare per almeno due ore nell’area di Riva degli Schiavoni. Innanzi vedeva l’isola di San Giorgio, poco lontano, e, seguendo la riva su cui camminava avanti e indietro, il campanile di San Marco. Nessun veneziano, purtroppo, gli seppe parlare di quel giardino che, forse colpevolmente, per ignoranza, aveva immaginato come il classico giardino pubblico. Ad un certo punto incontrò un turista tedesco e, nonostante gli scarsi risultati con i residenti, si fece forza e provò a chiedergli:
“Scusi un’informazione, sa mica dove si trova e come si raggiunge il giardino Hundertwasser?” La risposta che ricevette lo colse ancora più di sorpresa. Quell’uomo, alto almeno 1,85 m, con capelli biondi e lunghi, baffo anni ’80 e di età intorno ai cinquant’anni, disse: “Certo che so dove si trova, ma è impossibile visitarlo: per volontà del proprietario, è un luogo dove la natura regna incontrastata, chiuso al pubblico. Si trova vicino al Redentore, e puoi ammirarne il cancello d’ingresso all’inizio di un ponte privato, oppure osservare il muro di recinzione lungo il canale. È situato sull’isola della Giudecca; puoi scendere alle fermate delle Zitelle o del Redentore e chiedere indicazioni per raggiungere la Fondamenta Rio Croce.” Santa sembrò cadere dalle nuvole, ma non si diede per vinto. Così si imbarcò sul primo vaporetto diretto alla Giudecca, deciso a superare questo nuovo piccolo inconveniente. Una volta a bordo si accorse che vi era una fermata intermedia che permetteva di visitare la chiesa di San Giorgio. Decise di scendere, incuriosito da quella che poteva essere la vista di cui si poteva godere da quell’isola nella direzione di San Marco. Santa entrò nella chiesa, rimanendo stupefatto dalle opere d’arte esposte nelle varie cappelle laterali piuttosto che intorno o dietro l’altare maggiore. Si lasciò incuriosire poi da un cartello che indicava la possibilità di visitare la torre campanaria tramite un pratico ascensore. Un servizio a pagamento, vero, ma quando gli sarebbe capitato di passare di lì nuovamente? Probabilmente mai! Decise così di investire quella modesta cifra e salire. Come un bambino davanti alla vetrina di una pasticceria famosa, prima attese, poi si affacciò, portando il naso all’insù fino a poter godere della stessa prospettiva di Venezia di cui godevano le campane della torre. Si girò verso sud-est, distinguendo nettamente buona parte delle isole che aveva visitato o in cui addirittura aveva pernottato. Poi guardò verso Piazza San Marco, verso nord, e lì il suo cuore impazzì. La piazza, il campanile, il grande albero di Natale, Palazzo Ducale: tutto appariva piccolo e bellissimo. La torre era stranamente povera di turisti. Vero che il campanile di San Marco è decisamente più famoso, ma ci doveva essere un’altra spiegazione. D’un tratto, con movimento inizialmente furtivo e poi sempre più sontuoso, le campane cominciarono a suonare a festa: un frastuono impressionante che a malapena risultava tollerabile all’udito, anche coprendosi le orecchie con le mani. Santa rise di gusto, capendo che, oltre alla preferenza per San Marco, un altro motivo dello scarso afflusso di persone era l’orario dei rintocchi delle campane. Rise, rise tantissimo, sentendosi goffo e sprovveduto come poche volte in vita sua. Le campane si placarono e Santa scese in ascensore, alquanto frastornato. Ora c’era una lunga coda per salire, ma anche aver udito le campane da vicino rimaneva un’esperienza da raccontare. Uscì dalla basilica e godette ancora una volta del paesaggio fiabesco che pareva, per colori e fascino, figlio del genio del Canaletto. Camminò poi verso la fermata del vaporetto, appena pochi metri più a sinistra dell’uscita della chiesa. Giusto il tempo di salire, ed ecco la fermata Zitelle che, come confermato dal marinaio, lo avrebbe condotto nelle vicinanze della zona da lui ambita. Camminò lungo Fondamenta Croce, una sorta di “boulevard pedonale” fronte laguna, che da un lato aveva le case, dall’altro l’acqua smeraldina veneziana che incorniciava Punta della Dogana, Piazza San Marco e tutta la meraviglia circostante. Al “Ponte della Croce”, un sottile ponte ad arcata unica, si fermò e guardò verso sinistra, scoprendo un carcere femminile. Dall’esterno, l’edificio aveva ancora l’aspetto di un antico monastero, ma ciò che colpì fu la scena struggente alla soglia: un uomo abbracciava una donna, probabilmente di ritorno da un permesso premio. Entrambi singhiozzavano piano, promettendosi di rivedersi il prima possibile. Santa fu invaso da un grigiore profondo. Ignorando la loro storia, evitò di giudicare, ma rimase a riflettere sul dolore che accompagna chi vive dietro le sbarre o chi, da fuori, deve affrontare quel distacco carico di sofferenza. Mosse qualche passo e, sul classico nizioleto veneziano, lesse: “Ramo Campiello al Rio della Croce”. Entrò curioso: una curva a destra, una a sinistra, ed ecco che il “Ramo” era diventato una Fondamenta, ovvero una strada che costeggiava le acque, in questo caso il Rio della Croce. Su quel lato del canale erano ormeggiate una trentina di piccole barche, probabilmente appartenenti a residenti che le usavano per piccoli spostamenti, per lavoro o per la pesca lagunare. Alla fine di queste, eccolo: un piccolo ponte privato protetto da un cancello, con balaustre in ferro pensate per renderlo invalicabile. A rendere il contesto ancor più minaccioso, una delle quattro torri perimetrali del carcere che, dalla sommità di un muro rosa, avrebbe permesso alle guardie di presidiare l’intera zona. Santa, scoraggiato, fece qualche passo avanti, ma la riva su cui si trovava era cieca sul fondo, permettendo solo di scorgere come la natura, all’interno del giardino segreto, avesse preso il sopravvento sugli edifici e sugli elementi architettonici, in pieno accordo con la volontà testamentaria del proprietario. La casa, vista dall’esterno, rivelava uno stile inconfondibilmente veneziano: finestre sbarrate al pianterreno si alternavano tra piccole ovali e grandi rettangolari balconate, adornate con balaustre in marmo bianco. Poco più in là, un patio quadrangolare con doppie arcate su ogni lato. Tutto sembrava preannunciare un fascino celato, inafferrabile a qualsiasi sguardo esterno. Un anziano si avvicinò. Giunto accanto a Santa, lo squadrò da capo a piedi e disse:
“Eh, lo sai, quel giardino della villa di Hundertwasser qui alla Giudecca… è chiuso al pubblico da decenni, da quando lui, l’artista, comprò quella casa. Ci fece un po’ quello che voleva, lui. Non volle mai che nessuno ci entrasse. Il giardino? Lo lasciò incolto, senza toccarlo. Diceva che la natura doveva essere lasciata libera di fare come voleva, senza che l’uomo ci mettesse mano. Non è come quei giardini ben curati delle altre case, niente di tutto ciò. No, quello era un posto suo, privato, dove poteva stare in pace con la natura. E così è rimasto: tutto chiuso e lontano dagli occhi della gente. A me pare un grande, grandissimo spreco, ma di vederlo non se ne parla. Bah!” E così com’era apparso, l’anziano se ne andò, sacchetto dell’immondizia in mano, per la sua strada. Santa sapeva che c’era un solo modo per entrare. Si era ripromesso di non usare magia eclatante durante questa missione, ma, in fondo, questa rimaneva l’unica opzione per visitare quel giardino segreto. Si guardò intorno, come chi è pronto a rubare i gioielli della corona, poi, con un guizzo, compiendo una piroetta velocissima, scavalcò il canale e raggiunse la sommità di un comignolo lungo la recinzione della villa. Era un uomo corpulento, ma la magia lo rendeva fluido e dinamico. Con incantevole agilità e leggerezza, in un istante scese attraverso il pervio passaggio, solitamente percorso in su dai fumi, balzando infine in piedi sulla pavimentazione in legno scuro che faceva da basamento a un camino. Era dentro. I suoi occhi si posavano su ciò che era rimasto segreto, godendo intimamente del genio solitario di un artista che aveva voluto lasciare la natura libera di esprimersi. Il giardino appariva sapientemente incolto, di un fascino raro, capace di suscitare un’impressione simile a quella della savana, dove la natura regna sovrana in tutta la sua bellezza incontaminata. Su un’incisione Santa poté leggere: “Giardino Eden”. Un nome affascinante e appropriato. Era un peccato che nessuno potesse ammirarlo; sarebbe stato sicuramente una gemma per Venezia poterlo annoverare tra i capolavori visitabili. Anche nel suo stato di totale resa alla natura, però, rimaneva bellissimo. A chi non fosse dotato di poteri particolari, non restava che il più importante tra tutti: l’immaginazione. Questa permette, a grandi e piccini, di disegnare nella propria mente un diverso e perfetto Giardino Eden. Santa esplorò tra vegetazioni autentiche e natura selvaggia, muovendosi in lungo e in largo, curiosando tra elementi architettonici di ispirazione classica e altri tipicamente veneziani. A un certo punto alzò la testa: qualcosa stava sfiorando la sua chioma color zucchero. Si rese conto che un rametto di vischio pendeva da un ramo sporgente di un grande albero. È risaputo che il vischio sia una specie adattabile, che cresce spesso come parassita su querce o meli, decorandoli con fiori, bacche e tante, tantissime foglie sempreverdi, minute e ovaleggianti. Santa mormorò tra sé: “Gli umani si baciano sotto questo arbusto, inneggiando all’amore. Potrebbe essere davvero un buon auspicio. Ne colgo un rametto tra quelli caduti, in segno di fortuna.” Lo ripose nella sacca, con tutta l’attenzione che si deve a qualcosa di fragile e prezioso. Dopodiché si riavvicinò al camino e compì a ritroso la magia usata per entrare. In un balzo, impercettibile per chiunque, si ritrovò sulle rive della Fondamenta da cui era partito. Alle sue spalle, vide l’anziano di prima, rientrato con il sacchetto in mano. Sentendolo alle spalle, l’uomo si girò spaventato, senza capire da dove fosse sbucato quell’individuo, che poco prima sembrava non essere lì. “Bah, questi turisti non li capirò mai,” esclamò. E, borbottando, proseguì per la sua strada. Santa tornò sulle rive che si affacciavano su Piazza San Marco e Punta della Dogana. Svoltò a sinistra e raggiunse la celeberrima chiesa del Redentore, una delle più importanti per i veneziani. Fu eretta in memoria della liberazione dalla peste, durata due anni e scoppiata in forma epidemica nel 1575. Vi entrò per scoprirne l’interno e, al contempo, recitare una preghiera. Nello stile ricordava la chiesa di San Giorgio, distinguendosi più per l’esterno che per l’interno. Santa si ritirò, inginocchiandosi su una panca di legno non lontana dall’altare maggiore. Supplicò assistenza e supporto per la sua missione, confidando nella buona riuscita. Quando uscì, si sentì più leggero, come se un peso gli fosse stato tolto dal cuore. Sulla soglia della chiesa, il suo sguardo si posò sull’orizzonte. Decise che avrebbe preso il vaporetto per attraversare il canale: la curiosità di esplorare Punta della Dogana e la Fondamenta delle Zattere lo attirava irresistibilmente. Immaginava già quella passeggiata tranquilla lungo la boulevard che correva parallela alla Giudecca, un percorso che sembrava promettere nuove emozioni e riflessioni.

A domani con un nuovo capitolo!

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino, rametto spinoso del roseto, intonaco cuore di melusina in ampolla, rametto di vischio.

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Vivi la magia del Natale a Venezia e scopri i suoi segreti
Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello