“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 17 Dicembre – Sottomarina

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

17 Dicembre – Sottomarina

Sentì l’eco dei gabbiani, poco distanti. Si diede una sciacquata al volto e poi, prima di scendere per la colazione, decise di aprire i balconi per ammirare il paesaggio dalla sua stanza, che dava proprio sul Canal Vena. Fu qui che egli scoprì l’amaro boccone che gli aveva serbato il destino. Aprì il balcone di sinistra e lo fissò con l’apposito gancio, poi fece per aprire quello di destra. Spalancandolo, non riuscì a farlo adagiare del tutto contro il muro come il sinistro. Spinse e spinse invano, poi d’un tratto sentì un verso che gli parve familiare. Un brivido lo percorse all’idea: “La magoga!” esclamò terrorizzato Santa. Il balcone continuava a non aprirsi del tutto e proprio da lì una testolina bianca, dallo sguardo severo, con una piccola macchia nera sopra il capo, proprio come quella incontrata a Cà Roman, fece capolino. Era impossibile che avesse riconosciuto i panni di Santa, ma dall’occhiataccia che gli lanciò sembrava pronta a finire il suo lavoro sui vestiti. Santa richiuse velocemente il balcone borbottando a sé stesso: “Beh dai, l’aria l’abbiamo fatta girare, ora possiamo chiudere.” Se ne girò per la stanza completando la vestizione e sentendo un regolare picchiettare sul balcone. L’animale non si stava arrendendo all’evidenza, ma questo round lo aveva vinto Santa per k.o. tecnico. Non sapendo come proseguire, per non perdersi qualche perla, chiese consiglio al gestore che gli propose, per una manciata di spiccioli, di noleggiare una bici elettrica, che avrebbe poi potuto lasciare negli appositi spazi in quel di Sottomarina: “Li troverà negozi, piccole attività, spiaggia, mare, natura e un pizzico di storia. Sarebbe un peccato non la visitasse.” Santa accettò di buon grado, saldò i suoi debiti e, facendo attenzione a prendere tutte le sue cose, scelse una bici. Vi appese al manubrio la sua lanterna, che dopo tanta sacca era giusto prendesse un po’ d’aria salmastra, e, controllando l’allerta magoga, iniziò a pedalare in direzione est verso la laguna interna, quella che, dopo il ponte che conduce all’Isola dell’Unione, si trasformava nella Laguna del Lusenzo. Osservò curioso la schiera di pescherecci ancora fumanti dalle loro piccole ciminiere, appena rientrati dalla notte in mare. Dopo un piccolo ponte, Santa arrivò all’Isola dell’Unione, un isolotto artificiale creato nei primi del Novecento per agevolare il collegamento tra Chioggia e Sottomarina, inizialmente pensato anche come parcheggio e polo sportivo. Un piccolo polmone verde tra la laguna e il lato vicino al mare. Dopo poco più di cinquecento metri, poté affacciarsi su quella che era l’altra frazione. Per un attimo gli sembrò di essere sbarcato su un altro pianeta. Nonostante fosse dicembre, i locali erano aperti agli avventori, in particolare stranieri, tantissimi. C’era una fervida vitalità in quel borgo che, in poche centinaia di metri, si distingueva nettamente dalla vicina Chioggia, più storica e affascinante. Sottomarina, con il suo spirito giovane e vivace, sembrava invece ammiccare a un sano divertimento, offrendo un contrasto intrigante e complementare. Dopo aver pedalato per circa mezzo chilometro fino a raggiungere il lungomare, decise di andare verso nord, punto cardinale che in fondo gli ricordava casa. Stabilimenti balneari, intrattenimento, alberghi, case per villeggiatura: l’assortimento di questa località era tra i più vari in assoluto. Santa si guardò intorno, scorse un luna park chiuso per la stagione fredda e dei bambini che lo guardavano ammirati da dietro una recinzione, avendo mal riposto la loro fiducia su una eventuale apertura invernale. Molti hotel su questo lato avevano impalcature, approfittando del freddo per restauri e migliorie, un po’ in controtendenza rispetto alla parte più interna di Sottomarina. Pedalò, uno stabilimento balneare dopo l’altro, fino al punto più a nord di quel litorale, vedendo che, in prossimità di un locale che si chiamava “In Diga”, cominciava una lunghissima diga marittima parallela a quella di Cà Roman. Santa pedalò, assistito dal motore elettrico della bici, vide pescatori, pensionati a passeggio, coppie e pescherecci. La brezza fredda sferzava la sua barba e le sue gote, ma erano frustate vitali, piacevoli quasi. Sulla destra, sul versante sud della diga, sorgevano sette capanne da pesca, delle palafitte in legno dalle quali spesso pendevano enormi reti da pesca calate nelle acque attraverso affascinanti giochi d’argani e funi. Una di queste, però, era stata adibita a ristorante con posti a sedere e fritture da asporto. Santa, incuriosito ed affamato, data l’ora, decise di concedersi un cono di fritto di mare. Si sedette sugli scogli che facevano da margine alla diga, ascoltò il rumore del mare, scrutò l’orizzonte e godette del pasto che lo mandò letteralmente al settimo cielo. Rifocillato e felice, proseguì. A pochissimi metri dal faro, trovò un murales di vernice rossa dipinto al suolo con, in cima, un buffo fantasmino che faceva gli sberleffi. Al di sotto, una frase che, per quanto criptica, emozionò Santa: “Tu sei qui, ma l’amore va oltre.” Era solo, si avvicinò al piccolo faro, sfiorando con la mano la maniglia della porta in metallo dipinta di rosso, poi agli scogli in cemento e, una volta lì, li osservò curioso della loro forma a quattro punte, tre come base e una verso l’alto. Parevano stelle stereotipate. Il mare produceva un frastuono profondo, incuneando le sue acque tra le fessure degli scogli. I vuoti interstiziali amplificavano il suono, trasformandolo in un’eco cupa e avvolgente, quasi un canto ancestrale come quello ammaliante delle sirene. Fu lì, in quell’anfratto e momento, che udì il verso di una creatura colta da freddo e brividi. In quella splendida cornice di silenzio e freddo, quasi aliena al mondo, ecco apparire lui: “Ciao!” disse rabbrividendo, con un guizzo negli occhi. “Sono Stropolo, custode del litorale di Sottomarina. Ho percepito il tuo avvicinarti da giorni… ben arrivato!” Era un folletto minuto, dalla pelle colorita di bruno, simile a quella di un sasso levigato dal mare. I suoi erano occhi grandi e vivaci dai riflessi blu, mentre i capelli spettinati sembravano ciuffi d’alghe essiccate dal sole. Indossava un mantello fatto di reti da pesca intrecciate e rattoppate con cura, decorato con conchiglie e frammenti di plastica colorata. Proseguì: “So della tua missione, ma non ne posso prevedere l’esito. So che mi chiederai un ingrediente e, sapendo saresti arrivato, l’ho già preparato.” Da una bisaccia consunta, Stropolo estrasse un cristallo di sale marino, grande come le sue piccole mani, e lo allungò verso Santa. Egli lo accettò in silenzio, colpito in anima e cuore da ogni cosa, e, per ricambiare, prese a strapparsi, piano piano, un grosso lembo della parte terminale in basso della sua vecchia giacca e, porgendola al folletto, disse: “Così che tu veda la mia gratitudine e possa godere del tepore che una creatura come te merita.” Le nuvole coprirono il timido sole e Santa, distratto da una forte onda che si era abbattuta sugli scogli, si girò. Quando posò di nuovo lo sguardo dov’era Stropolo, non lo vide, ma vide un cuore rosso sugli scogli, appena disegnato. Sicuramente il filosofo del murales sull’amore era lui.

A domani con un nuovo capitolo!

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare, fiore viola selvatico centarurea, rete sgualcita con galleggiante di sughero, cristallo di sale marino.

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

Non perdere nemmeno un capitolo!
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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 16 Dicembre – Chioggia

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

16 Dicembre – Chioggia

Santa fece a ritroso il percorso dalla spiaggia verso l’approdo del vaporetto visto in precedenza e, con candida ingenuità, chiese, presso la palafitta-bar, a che ora si sarebbe fermata la prossima corsa per Chioggia. La risposta lo lasciò di sasso: “Se ha chiamato il numero apposito per la prenotazione fuori stagione, il prossimo sarà tra cinque minuti”. Santa rimase imbambolato e rispose: “Numero? Chiamare? Io non credevo, non sapevo, corpo di mille renne! Adesso come faccio?” E il barista, ridendo: “Io chiamo per lei, se siamo fortunati il marinaio Enrico Tiozzo sarà a bordo in turno e la farà salire, in caso contrario, beh, può sempre sbracciarsi alla fermata, magari la vedono”. Santa lo ringraziò per la premura, incredibilmente riuscì a farsi recuperare, ma non capì mai se fosse merito del barista o del suo aver sbracciato come un mentecatto dal pontile. Quando il natante passò dal porto compreso tra Pellestrina e Chioggia, dove mare e laguna si abbracciano, il mezzo cominciò un breve beccheggiare a destra e a sinistra, come un valzer mosso dalle acque. In pochi minuti apparve la sagoma di Piazza Vigo con la sua piccola darsena, punteggiata di bachette tipiche e qualcuna a vela. Scesero all’approdo “Chioggia” e, una volta a terra, Santa rimase colpito dalla presenza di un Leone di San Marco molto minuto, posto alla sommità di una colonna. Vide un gruppo di turisti, capeggiati da una guida, e si avvicinò per sentire: “La colonna di Vigo a Chioggia ospita un curioso leone marciano, noto come ‘el gato’ per le sue fattezze simili a un grosso gatto, frutto di rivalità storica e ironia verso Venezia. Secondo le leggende, sarebbe stato creato per schernire i veneziani o come risultato di un lavoro maldestro, ma oggi è un simbolo caro ai chioggiotti, che continua a ‘sfidare’ il leone di San Marco”. Santa se la rise insieme a quei turisti, notando come il “marketing” del “Gato de Ciosa” fosse tra i più cavalcati dalle attività circostanti, segno di un popolo devoto a Venezia, ma pronto a rivendicare la propria ricca storia e identità unica. Santa prese a camminare, la gente del posto, donne, pescatori, pensionati, seduti lungo gli innumerevoli bar aperti sotto i porticati del Corso del Popolo, lo scrutavano per l’abbigliamento inconsueto e quell’aria da forestiero che suscita sempre curiosità. Santa sorrise a ogni persona con cui scambiava uno sguardo. Camminò fino alla sede del comune, dove fu attirato da un’attività: un piccolo chiosco sulla destra del palazzo, con le persone in attesa in piedi, felici, da cui scaturiva un profumo dolciastro di fritto. Scoprì dunque una pietanza squisita e figlia di tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione: “la crema fritta” della famiglia Zennaro. Estasiato dall’esplosione di gusto, abbandonò il corso principale e si affacciò sul lato di un canale più intimo, costellato di ponti. Era il Canal Vena, un canale largo poco più di dieci metri che collega la Laguna del Lusenzo, inscritta tra Sottomarina e la Chioggia insulare, con la Laguna che da Piazza Vigo guarda al porto visto da Pellestrina. Questo canale era un parcheggio per le barche dei residenti, piccoli scafi utilizzati per gite e pesca amatoriale, e scorre parallelo a uno più ampio poco più a Est, dove invece riposavano i grandi pescherecci destinati al mare. Era l’imbrunire e, dal ponte, vide accendersi delle luci con delle frasi appese in prospettiva su ciascuno dei ponti successivi; erano tratte da un’opera di Goldoni, “Le baruffe chiozzotte”. Avevano un fascino incredibile e i caratteri erano corsivi, a luce calda. Camminando, si fermò a osservare decine di gabbiani in file regolari sopra ogni fune tesa nell’aria, persi nell’attesa che, dalla pescheria storica, saltasse fuori qualche snack. Sotto i portici, lì vicino, vide un anziano pescatore con la pipa che, guardandolo, lo salutò, sbuffando fuori il fumo qui e lì, e gli parlò con la cadenza del dialetto locale, morbido e ondulato come le onde del mare, spiegando che stava ricucendo le reti rovinate dalla pesca con un metodo che suo nonno aveva insegnato al padre e che lui avrebbe insegnato a figli e nipoti. Santa rimase affascinato da quella sapienza millenaria e, vedendolo gettare via un pezzo di rete rovinata con un piccolo galleggiante di sughero arancione ciondolante, gli disse: “Posso averla?” E il vecchio: “Certo, è tua. Come vedi, le reti, la pesca, non è solo legare pesci, ma anche collegare persone, come fanno tra loro le trame delle maglie. Collega me ai miei avi e ai miei discendenti che, attraverso tradizioni e memorie, possono imparare attraverso me e ai miei insegnamenti anche quando non ci sarò più e, magari, sarò la stella del mattino o il faro nella notte per qualche pescatore in difficoltà”. Santa sentì una lacrima, dapprima piccola, poi come uno tsunami, scendere dall’occhio sinistro giù lungo la gota, fino a bloccarsi sulla barba, un pizzico più folta di quando l’aveva regolata. Ringraziò il pescatore e chiese se conoscesse una locanda per cibarsi e trascorrere la notte. Il vecchio, sbuffando fumo candido, rispose: “Poco più avanti c’è un bacaro, poco prima del penultimo ponte, prima di Ponte di Vigo, sulla destra, -all’imbriagon-, si mangia, si beve, e sa dove si può dormire, tutto bene dicono”. Con passo lento, arrivò e si emozionò tantissimo. Vi erano decine di ombrelli arcobaleno, illuminati da led piccoli come lucciole, uno scenario mozzafiato. Santa si avvicinò all’oste, dentro al locale che era adornato, dentro e fuori, con pensieri e poesie bellissime, e chiese un pasto caldo e un letto. Trovò entrambi e, il giorno seguente, si sarebbe dovuto preparare a un risveglio come pochi altri.

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06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 15 Dicembre – Cá Roman

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15 Dicembre – Cá Roman

Santa uscì dalla spiaggia e notò come l’isola proseguisse ulteriormente verso sud. Inizialmente camminò per qualche decina di metri lungo il fronte lagunare, che aveva proprio accanto. Si trovava infatti nel punto in cui l’isola si faceva più esile, fino a diventare una sottile linea bianca che, nonostante le sue piccole dimensioni, riusciva a tracciare un confine netto, rigoroso e sicuro tra il mare esuberante e la placida laguna: un’opera ingegneristica probabilmente sottovalutata, frutto di eccellenti menti del passato. Camminando, intuì che lo spettacolo lagunare poteva farsi ancora più bello e decise di salire su quella muraglia alta quasi quattro metri che, con il suo candore, rifletteva la luce solare sulle acque antistanti. Salì i gradini che conducevano alla sommità del murazzo, il quale pareva voler celare, come un sipario di marmo, la persona che si stava affacciando sul mare dall’altra parte. Una volta sopra, Santa emise un sospiro profondissimo, figlio di una quiete senza tempo. Si guardò a destra, verso la laguna, poi a sinistra, verso il mare. Erano separati da poche decine di metri e, in alcuni punti, parevano toccarsi, lambendo quel muro in condivisione. Percorse qualche chilometro sopra quel muro, nonostante il divieto, godendosi il contesto che rendeva il paesaggio ancor più affascinante. Scese dal murazzo e si avvicinò ad un piccolo chiosco, una vera e propria palafitta che offriva snack e bevande nei pressi dell’approdo del vaporetto della linea Pellestrina-Cà Roman-Chioggia. Ordinò un caffè e scambiò qualche parola con il titolare, un uomo dalla faccia simpatica che lo accolse con cordialità e un sorriso. Poco oltre cominciava una piccola selva di tamerici. Si inoltrò tra gli alberi tipici di quel litorale, che si facevano sempre più fitti. Il silenzio divenne più denso, interrotto solo da qualche gabbiano indispettito e dal canto di altri volatili. Ad un tratto si trovò di fronte a una fortificazione in cemento armato risalente ai conflitti mondiali. Santa borbottò, intuendo di aver sbagliato strada, lamentandosi per essersi ritrovato in un luogo di guerra e non di natura. Tornò al bivio e, recuperato un pezzo di strada, vide un villaggio marino abbandonato: probabilmente un’oasi un tempo usata come campo scout o piccolo villaggio per famiglie. Provò rabbia nel vedere che al suo interno vi era una chiesetta, palesemente sconsacrata, ormai ridotta a “posacenere” delle umane frustrazioni che spesso si riversano, ingiustamente, sui beni comuni. Santa mormorò: “Eppure le testimonianze di fede, passata e presente, su quest’isola sono innumerevoli e paiono quasi disposte a distanza regolare, come a voler compiacere il credente che, passando di qui, ogni tanto avrebbe trovato una casa in cui professare la sua fede.” Santa imboccò stavolta la giusta deviazione e, dapprima su passerelle in legno, poi su pietre piatte e infine con le scarpe sulla sabbia, giunse alla battigia, fronte mare. Natura e silenzio si fondevano in unisono, interrotti solo dal mare che danzava lungo la costa. Gabbiani, resti di legno e mucchi di alghe secche si stendevano su un paesaggio quasi lunare, bellissimo. Nonostante la stagione invernale, in lontananza lungo la spiaggia vide delle famiglie, presumibilmente straniere, attratte dalla bellezza del luogo: dal loro accento, si intuiva fossero tedesche. Santa si ricordò allora di come molti bambini tedeschi, e non solo, mandassero la loro letterina con i desideri da indirizzi che non erano del loro paese d’origine. Santa si guardò intorno. Con una mano passò le dita nella sabbia, che gli rispose con un calore che pareva conservato per chi avesse avuto l’ardire di toccarla. In quel momento vide un vecchio scoglio arenato nella sabbia, forse spostato da una mareggiata. Sembrava ben stabile e, dato che era particolarmente piatto e liscio, Santa decise di usarlo come panchina per godersi quel clima silenzioso e rilassante, in compagnia del mare e dei gabbiani. Ne approfittò per fare introspezione, meditare sul suo ruolo in un mondo moderno, sempre più assorto in finestre virtuali piuttosto che sulla vita reale. Un mondo in cui lo scorrere su TikTok o su altre piattaforme sembra avere più valore di un abbraccio. D’un tratto, Santa uscì dal torpore in cui si era calato, perché ebbe l’impressione di sentirsi picchiettare sulla spalla. Si girò e vide una magoga che si era prefissata l’obiettivo di rosicchiargli il giaccone pesante e sgualcito che lo proteggeva dal freddo. Santa, in quell’istante, parve molto burbero e intimò al pennuto di andarsene con una risolutezza assai rara per lui. Ma, come noto, le magoghe sono i re dei gabbiani e non si lasciano intimidire facilmente: se ne andò solo dopo aver provocato uno squarcio nel giaccone di circa dieci centimetri per dieci. Santa esclamò: “Corpo di mille renne, ma ti pare modo?!” Si tolse il giaccone, e dalla sacca di juta estrasse ago e filo assieme a un pezzetto di stoffa, un avanzo probabilmente, che usò per rattopparlo alla meglio, in modo tale che continuasse a sembrargli quasi da poveraccio. Poi riprese a meditare e a rilassarsi, recitando una preghiera di perdono per la sua collera verso un animale che, in fondo, non faceva altro che essere se stesso. Ma, ad un tratto, la rabbia tornò a crescere. Sentì infatti, di nuovo, un picchiettio sulla spalla, stavolta quella opposta. Si girò di scatto, rabbioso, ma stavolta fu una voce tenera e soave a sorprenderlo: “Die Blume ist für dich.” Significava: “Questo fiore è per te.” La frase era stata pronunciata da una bambina, piccolina, bionda e con i ricci, forse di cinque anni, vestita di rosa. I suoi genitori da lontano le facevano cenno di smetterla di importunare i pochi avventori del luogo. Santa si chinò per arrivare alla sua altezza e le rispose: “Ich nehme dieses kostbare Geschenk gerne an. Vielen Dank, es bedeutet mir sehr viel!” (“Accetto volentieri questo dono prezioso. Grazie mille, significa molto per me!”). La bambina, con le guance color rosso smeraldo, scappò via ridendo, felice, non aspettandosi una risposta nella sua lingua: nessuno, finora, gliel’aveva data. Dovete sapere che Santa non conosceva tutte le lingue del mondo, parlava solo la sua, fatta di amore, percepita poi da ciascun umano nella lingua a lui più cara e viceversa. Guardò quel fiore e comprese che un gesto, semplice e inaspettato, era risarcimento sufficiente per il fastidio patito. Quel fiore, una Centaurea tommasinii dai petali violacei, lo spinse ad un pensiero: mise il fiore al sicuro, e poi, arrotolando i pantaloni fino al ginocchio, si tolse scarpe e calzettoni ed entró in acqua. Gelida e pungente, ma rigenerante. “Chissà quante persone pagherebbero per essere qui, per vivere questa emozione e vedere questi luoghi magnifici. Sono davvero fortunato.”

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11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

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15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

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20 Dicembre – Isola della Giudecca

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23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 14 Dicembre – Pellestrina

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14 Dicembre – Pellestrina

Santa proseguì verso sud, diretto all’altro borgo che componeva l’isola, ma prima avrebbe incontrato la frazione di Portosecco, un centro abitato che faceva parte di San Pietro in Volta. Le case colorate si alternavano, unite l’una all’altra lungo il fronte lagunare. La quiete regnava sovrana, ma, a un certo punto, Santa fu attratto da una cosa curiosa. Sulla sinistra, in un piccolo campo, gli apparve una chiesa stretta, quasi abbracciata dalla canonica che si sovrapponeva su parte della facciata. Era dedicata a Santo Stefano e, dall’esterno, non appariva tanto diversa da quella dedicata a San Pietro incontrata il giorno prima. Trovò l’uscio aperto e fece capolino. Si avvicinò all’altare, poi si diresse più a destra. Qui si trovava una statua di una Madonna con bambino, presso la quale affidò un’accurata preghiera per il buon esito della sua missione. Una volta uscito dalla chiesa e dall’intimo campo che l’ospitava, riprese il suo cammino verso sud. Alcuni rovi gli fecero tornare alla mente ciò che aveva imparato da Luca, facendolo sorridere con quella tenera amarezza che si fa agrodolce nel ricordo di una persona speciale, difficile da ritrovare. Poteva scegliere se proseguire sul lato del mare o continuare sul fronte lagunare. Nonostante non comprendesse del tutto il motivo, si ricordò di qualcosa che aveva sentito il giorno prima da alcuni residenti mentre mangiava alla locanda. Essi alludevano “all’andare a casa per marina” (cioè sul lato del mare) come una scelta fatta da chi non voleva vedere nessuno, per un’onta o una sconfitta bruciante. Ne era rimasto così colpito che decise di proseguire sul fronte lagunare, lungo una pista ciclopedonale che prometteva paesaggi incredibili. Camminò a lungo, incrociando solo gatti selvatici, gabbiani e acque. Il sole continuava il suo percorso nel cielo e, dopo aver superato capannoni abbandonati e spazi vuoti popolati di canneti, con una curva contro curva, giunse all’altezza di un cantiere navale dall’aspetto storico, ma riammodernato per gestire i mezzi del servizio pubblico nautico. Qui sgranò gli occhi alla vista di un’altra chiesa isolana, modesta e piccola, alta sì e no quattro o cinque metri, dipinta di giallo con inserti bianchi. Proseguì ancora, intravedendo un altro campanile, il terzo dall’inizio del suo viaggio sull’isola. Poco prima, un campiello con i colori più vivaci di tutta l’isola — arancione, giallo, blu, rosso, verde e altri ancora — creava un’esplosione di colore. Quest’isola, questi borghi, declinavano moduli simili in maniera originale e diversa in ciascuna zona. Santa vide persone, venditori ambulanti di frutta, verdura e generi di prima necessità, tutti con il loro furgone telato. Incontrò un ex ospedale e diversi bar. Tra ieri e oggi, aveva già visto due campi da calcio. Ma lo stupore maggiore lo colse quando, dopo aver realizzato che solo nel secondo borgo c’erano quattro chiese, scoprì che una di queste era dedicata a un’apparizione mariana a un ragazzino dell’isola. Quest’isola pareva avere un legame, un filo rosso che la connetteva al senso della fede intrecciato alla vita marinara. A un certo punto, sul finire delle case, colto dalla curiosità di vedere il mare, salì una scalinata in marmo dai piccoli gradini. Lì, dove quello che i locali chiamavano “monton” per la sagoma quasi collinare, si interrompeva lasciando visibile la muraglia marmorea — i “murazzi” — costruita lì e al Lido di Venezia a difesa delle terre “rubate” al mare. Fu lì che lo stupore lo colse maggiormente, per la forza di quell’azzurro su azzurro che dialogava segretamente con l’altro lato della laguna. Attraversò le sabbie per arrivare al bagnasciuga, attratto da uno spettacolo naturale inconsueto. Vide file di granchi che camminavano in orizzontale e alcuni di questi sembravano armati a mo’ di spada con dei pezzettini di legno. Li osservò sorridendo, incuriosito dalla loro frenesia nel tuffarsi in acqua, quasi come se avessero un senso del ritmo. Fu proprio in quel momento che un colpo di vento improvviso spostò della sabbia leggera e secca vicino a Santa, e da essa emerse un pezzetto di legno su cui da tempo il mare non posava più la sua forza. A tratti si presentava bucherellato ed era di un colore più vicino a quello del marmo bianco o della cenere che a quello del legno giovane intonso. Lo avvicinò al naso; sarà stato spesso tre centimetri e lungo dieci, emanava un sentore salmastro. Chissà per quanti chilometri aveva navigato prima di trovare riposo vicino al bagnasciuga, ma all’asciutto. Decise che questo simbolo di resilienza sarebbe stato il giusto ingrediente per testimoniare la forza di un litorale lungo undici chilometri, abbracciato dalle acque su tutti i suoi lati, sottile e oblungo. Il bastoncino, così come l’isola, rappresentava la prova di come fascinosità e bellezza non passino necessariamente dalla via più facile, ma trovino origine anche nelle difficoltà che affrontiamo nella vita.

A domani con un nuovo capitolo!

Ingredienti della Luce raccolti finora: Acqua del fiume Piave, Acqua agrodolce della foce del Sile, fango in scatola, frammento del Ponte del Diavolo, intonaco color cielo, rametto di vitigno, stelo di carciofo, bastoncini di liquirizia amarissimi, piume di gufo, candela consumata, pignette di cipresso, ceneri d legno di tasso, guscio di murice spinoso “garusolo” con ali nere dipinte dal pittore, legno resiliente levigato dal mare.

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Questo progetto prende vita dalla serie “I Segreti di Venezia”, scoprila cliccando qui, traendone ispirazione per diventare un potente canale di valorizzazione e divulgazione del ricco patrimonio culturale e storico della città lagunare. Con un linguaggio accessibile e coinvolgente, il racconto trasforma ogni pagina in un’esperienza unica, intrecciando storia e magia, e svelando, attraverso la narrazione, alcuni degli affascinanti segreti della serie stessa. Un viaggio emozionante che invita il lettore a scoprire Venezia con occhi nuovi.

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I capitoli e le date di uscita:

01 Dicembre – Santa Maria di Piave

02 Dicembre – Foce del Sile

03 Dicembre – Lio Piccolo

04 Dicembre – Isola di Torcello

05 Dicembre – Isola di Burano

06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

23 Dicembre – Sestieri San Polo, San Marco e Castello

24 Dicembre – Sestiere di San Marco

25 Dicembre – Sestiere Castello

“Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce” – 13 Dicembre – San Pietro in Volta

"Santa Claus e i 25 ingredienti della Luce" - cover by Trarealtaesogno

13 Dicembre – San Pietro in Volta

Aveva da poco salutato Luca e si era diretto verso la fermata dell’autobus, dal lato che si affacciava sulla laguna. Il tramonto emanava una luce ormai fioca, lo spettacolo si era già consumato. In lontananza, la barca del frate iniziava a somigliare a un puntino nero all’orizzonte. Santa aveva deciso che la tappa successiva l’avrebbe condotto nella vicina isola di Pellestrina: desiderava visitare entrambe le borgate che costituivano i due villaggi principali, uno più piccolo e l’altro più popolato, di quel luogo che pareva dipinto con colpi di tempera e pennello da un’entità superiore. La forma sottile di quest’isola separava il mare dalla laguna, quasi fosse un fragile filo divisore. L’autobus non tardò ad arrivare ed era impossibile sbagliare: la linea che portava a Pellestrina era una sola e comprendeva una breve traversata in ferry-boat. Il mezzo era pieno di pendolari residenti sull’isola e, dopo una serie di rettilinei, curve e controcurve, raggiunse gli Alberoni. Santa osservava tutto e tutti con una curiosità innata. L’autobus salì a bordo del traghetto e, dopo qualche istante, partì. Attraversando la bocca di porto, Santa notò delle paratie gialle che emergevano dall’acqua, bloccando il flusso del mare verso la laguna. Probabilmente si trattava del famoso Mose, un sistema di dighe mobili concepito per difendere Venezia dalle acque alte eccezionali. Non ebbe nemmeno il tempo di commentare il panorama con qualcuno dei presenti, che il ferry-boat già si stava preparando ad attraccare. Dal finestrino poteva vedere il cartello che indicava la prima frazione isolana: Santa Maria del Mare. Il silenzio dominava la scena, interrotto solo dal rumore del motore. Santa scorse anche una residenza per anziani, probabilmente composta da quelle stesse stanze affacciate sulla bocca di porto che aveva notato dal traghetto, trovandola affascinante. Decise di scendere alla seconda fermata, dove vide le prime case, e si incamminò lungo una stradina chiamata “Belvedere”, emozionato e curioso. Le prime casette colorate, anticamente abitate dai pescatori, spiccavano per i loro vivaci colori, simili a quelli di Burano. Un mestiere ancora praticato a Pellestrina, ma mai quanto in passato. Camminò per poche decine di metri. Il rumore del mare lasciò spazio alla quiete della laguna e, osservando il panorama verso i Colli Euganei, capì il motivo del nome “Belvedere” per quella località. Lungo la riva incontrò altre case colorate e attraversò un porticato a tre archi, incastonato tra le abitazioni. Poco oltre giunse a uno spazio acquatico, una sorta di piccolo bacino dove decine di barche da pesca erano ormeggiate con cura. “Che meraviglia!”, esclamò tra sé e sé. Proseguendo, incrociò una chiesa dedicata a San Pietro, la cui presenza affondava le radici nel nome e nella storia dell’isola. A quell’ora i negozi erano già chiusi, come era giusto che fosse, ma notò un ristorante con terrazza panoramica, una gelateria e un altro bar. La strada era deserta, quando all’improvviso sentì il rumore di una serranda che si apriva. Si voltò e vide una signora dall’aria gentile. Si avvicinò e chiese: “Buonasera, mi scusi, cercavo un posto dove cenare e poi un luogo dove trascorrere la notte. Ha qualche consiglio da darmi?” Lei sorrise e rispose: “Meno di cento metri più avanti c’è una locanda che affitta camere e ha un ristorante. Provi a rivolgersi lì.” La ringraziò con un sorriso e si avvicinò al luogo indicato. La porta era aperta; entrò e fu accolto da un ragazzo sorridente che gli chiese le sue necessità. Santa rispose che cercava un luogo dove cenare e pernottare, e il ragazzo lo rassicurò dicendogli che era nel posto giusto per entrambe le cose. Gli chiese un documento, e a quel punto Santa estrasse il suo “jolly”, un documento temporaneo che aveva già “salvato la vita” in diverse occasioni. Recitava: “In attesa della riemissione dell’identità ufficiale a seguito di furto di documenti”. Il nome indicato era Santo Nicolotti, nato il 6 dicembre 1955, di nazionalità italiana, con indirizzo di residenza in Via dei Miracoli 17, Roma. Un numero identificativo provvisorio ne confermava l’autenticità. Il ragazzo osservò il documento e poi il volto dell’ospite, infine annuì. Mise a sistema i dati e scoprì che esistevano già nel loro archivio, poiché Santa aveva alloggiato in un altro hotel della stessa catena, a Berlino. Soddisfatto, Santa cenò con una semplice insalata, data l’abbondanza del pranzo del giorno, e si ritirò per godere di una doccia calda e di un meritato riposo. La mattina seguente, fu svegliato dal canto insistente dei gabbiani. Aprì i balconi della stanza e godette di un paesaggio unico: davanti a lui, solo la laguna. La poesia di quella vista gli riempì l’animo. Con la luce del giorno, si accorse che davanti alla locanda vi era un pontile dei mezzi pubblici veneziani, ormai in disuso. Un ragazzino stava pescando lì, e quando vide Santa alla finestra, lo salutò. Santa ricambiò con un sorriso e un cenno della mano. Dopo una colazione semplice, uscì e si incamminò lungo la laguna verso sud. Prima di una curva, fu inebriato dal profumo di pane appena cotto. Nonostante l’ora mattutina, il panificio era già aperto: ne uscì con tre confezioni di “bussolai,” un prodotto locale dall’aspetto invitante. Proseguendo, notò una piazzetta pittoresca con reti da pesca ad asciugare al sole e, in lontananza, un pittore intento a dipingere la laguna. Santa si fermò a osservare le reti, intrise di “odor da freschin,” che ricordava le attività di pesca nelle acque lagunari. Tra le trame delle reti, notò una conchiglia, il guscio di un murice spinoso, localmente noto come “garusolo”. La raccolse delicatamente, verificando che fosse vuota. Sorrise e decise di aggiungerla alla sacca come nuovo elemento per la “luce di speranza.” Alzando lo sguardo, quasi urlò per la sorpresa: il pittore si era avvicinato, osservandolo con curiosità. “Lei non è di qui, vero? Un foresto?”, domandò. Santa rispose con un sorriso: “Vengo dai boschi, ma nessuno mi ha mai dato del foresto, sa?” Il pittore annuì, quasi seccato: “Foresto, forestiero, insomma! Sa, io credo che nel volo o nel precipizio delle onde, a seconda di come le si guardi, si nascondano i segreti dell’Universo. E nelle grandi conchiglie, si sente persino il rumore del mare, come se tutto ciò che non è, potesse continuare a essere.” Santa lo ascoltava affascinato. Il pittore gli mostrò la tela: un cielo azzurro, la laguna e due gabbiani disegnati con tratti essenziali. Non era realismo, ma pura essenza. Santa lo guardò negli occhi e disse: “La sua visione del mondo è più lucida di quella di tanti dotti. Mi ha fatto capire che il fascino immortale risiede nell’essenziale.” Il pittore sorrise e aggiunse: “La mia arte si nutre di pochi ingredienti: acque, cieli e gabbiani. E quando lo ‘stravedo’ rende l’aria limpida, posso quasi sfiorare i Colli Euganei con il pennello.” Santa ebbe un’idea folle e chiese un favore al pittore, che accettò volentieri. Dopo un saluto caloroso, proseguì verso Portosecco. Incontrò una casa rosa con una madonnina su un lucernario murato, e sorrise per poi guardare la conchiglia appena dipinta con i sottili gabbiani neri, come ali leggere che sognavano di volare anche con un oggetto che di possibilità di volare normalmente non ne ha.

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06 Dicembre – Isola di Mazzorbo

07 Dicembre – Isola di Sant’Erasmo

08 Dicembre – Isola delle Vignole

09 Dicembre – Isola della Certosa

10 Dicembre – Isola di San Francesco del Deserto

11 Dicembre – Isola di Poveglia

12 Dicembre – Località Malamocco

13 Dicembre – San Pietro in Volta

14 Dicembre – Pellestrina

15 Dicembre – Cà Roman

16 Dicembre – Chioggia

17 Dicembre – Sottomarina

18 Dicembre – Isola di San Lazzaro degli Armeni

19 Dicembre – Sestiere Castello

20 Dicembre – Isola della Giudecca

21 Dicembre – Sestiere Dorsoduro

22 Dicembre – Sestiere San Polo

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